lunedì 4 febbraio 2008

Pubblichiamo questo articolo tratto da avvenire di domenica 3 febbraio, per non dimenticare che la manipolazione della verità è il problema, non la fede!


PELLEGRINAGGIO DI CATTOLICI CINESI NELLA PERIFERIA DI TAIYUAN, CAPOLUOGO DELLA PROVINCIA DI SHANXI, LO SCORSO APRILE

Cina

La lunga marcia del cattolicesimo
La persecuzione verso i cristiani nella Cina di oggi non avviene solo con l’arresto di sacerdoti e laici o con il controllo delle liturgie e delle ordinazioni episcopali. Ce n’è una più sottile: la manipolazione della storia, l’occultamento di una millenaria tradizione ecclesiale e del suo contributo alla cultura del gigante asiatico. Un’epopea che inizia con i francescani nel ’200, passa per l’opera dei gesuiti nel ’600, fino alla grande ondata di missionari a fine ’800 e ai martiri lungo il XX secolo

di Bernardo Cervellera


La persecuzione verso i cristiani in Cina non avviene solo con l’arresto di vescovi, sacerdoti e laici o con il controllo delle liturgie e delle ordinazioni episcopali. Ve n’è una più sottile: la manipolazione della storia, il sotterramento della lunga tradizione della fede e del suo contributo alla cultura della Cina.

Molto spesso, nei miei viaggi in Cina, studenti universitari e guide turistiche mi domandano preoccupati: «È vero che il papa trama per far cadere il governo cinese?». Anche la dolcissima Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, pubblicata lo scorso 30 giugno, è stata giudicata da funzionari del governo come «l’ennesimo tentativo» di riportare indietro l’orologio della storia; incatenando ancora al papa di Roma la Chiesa in Cina, «ormai indipendente». Questa lettura ideologica e nazionalistica sulla presenza della Chiesa in Cina dimentica che il cristianesimo nell’Impero di Mezzo ha una storia di oltre 1400 anni.

Ed è una storia di grandi contributi culturali e sociali verso il popolo cinese.

Il primo documento che narra la presenza del cristianesimo in Cina è la stele di Xian, conservata nel museo delle «10 mila stele» (Bolin). Si tratta di una pietra alta più di 3 metri, scritta in cinese e in siriaco, dove si racconta del monaco Alopen, che nel 635 giunge nella capitale dell’impero Tang – Chang An, a quel tempo forse la città più cosmopolita del mondo – e lì predica la «religione della luce» (jing jiao). Chang An aveva già visto l’arrivo di un’altra religione straniera: il buddismo. Tempo dopo giungerà anche l’islam. L’imperatore Tang Taizhong, in un decreto del 638 ne permette la diffusione, giudicandola «eccellente… vivificante per l’umanità, indispensabile». La comunità a Chang An è la prima, documentata comunità cristiana in Cina. Si tratta, molto probabilmente di una comunità di monaci siriaci (antenati nestoriani della Chiesa caldea), giunti a Chang An lungo la Via della Seta, che collegava il commercio del Mediterraneo con quello dell’Estremo Oriente.

La struttura di queste comunità suscita perplessità: essi danno uguale dignità a nobili e gente comune, ricchi e poveri; non hanno schiavi o schiave e tendono a non accumulare ricchezze. Nell’845 – su influenza della corte confuciana – l’imperatore proibisce tutte le religioni straniere. Le comunità siriache fuggiranno nell’Asia centrale, non lasciando quasi alcuna traccia fino al 1997. In quell’anno, uno studioso americano, Martin Palmer, scopre nella pagoda Da Qin – a Lou Guan Tai, nei dintorni di Xian – figure e statue che ricordano l’iconografia cristiana d’oriente. Attualmente la pagoda è usata da una comunità buddista. Va detto che grazie al lavoro di inculturazione (come diremmo oggi) svolto dai monaci siriaci, almeno fino al periodo Ming, Gesù e Maria sono perfino entrati nel pantheon taoista.

La storia delle comunità siriache sfata il mito falso di un cristianesimo come religione 'troppo recente' (è giunto in Cina solo pochi secoli dopo il buddismo) e come un corpo estraneo, ben integrato invece nel rapporto con le altre religioni cinesi.

Che il papa non fosse – come non lo è adesso – un cospiratore anti-Cina è evidente anche dalla seconda ondata di evangelizzazione nell’impero cinese, ai tempi di Marco Polo. Nel XIII secolo, papa Innocenzo IV e il re di Francia Luigi IX inviarono più volte francescani e domenicani alla corte del Gran Khan, sotto la dinastia Yuan. Non si tratta di veri e propri missionari, ma di inviati per raccogliere notizie e avviare una presa di contatto diplomatica. Fra essi va ricordato fra’ Giovanni di Pian del Carpine, che giunge fino a Karakorum (1245-47), il fiammingo Guglielmo di Rubruck (1253­55) e soprattutto fra’ Giovanni da Montecorvino che arriva a Kambalik (vicino all’attuale Pechino) nel 1294, coadiuvato da alcuni frati (fra cui Arnaldo da Colonia e Odorico da Pordenone). Montecorvino rimane in Cina fino alla morte, avvenuta nel 1328. Nel 1307 papa Clemente V lo nomina arcivescovo di Pechino e Patriarca dell’Oriente, un titolo di cui si è onorato perfino il vescovo patriottico di Pechino, mons. Michele Fu Tieshan, morto lo scorso anno. La missione di Montecorvino ebbe un discreto successo. In un resoconto ai suoi superiori egli parla di «seimila battezzati; 150 bambini formati a scuola». Ai francescani si deve pure la prima traduzione della Bibbia in lingua mongola.

Anche la famiglia Polo, andata in Cina per il commercio, è stata strumento di evangelizzazione. Fra l’altro, Matteo e Nicolò Polo erano stati incaricati da Khubilai Khan a tornare in Italia, chiedendo al Papa di inviare in Cina dei sapienti cristiani per fondare una università. Ma le lotte fra papato e regni nazionali in Europa non permisero di soddisfare la domanda. E la vittoria della dinastia Ming (1368-1644) cancellò ancora una volta la presenza cristiana. Ma sarà ancora l’evangelizzazione – questa volta ad opera soprattutto dei gesuiti – ad aiutare la Cina a modernizzare la sua cultura che rischiava l’asfissia per la chiusura delle frontiere nel periodo Ming e Qing. Quando Matteo Ricci, il 'sapiente d’occidente', giunge dopo molte peripezie a Pechino (1601), egli porta con sé la conoscenza delle scienze naturali, matematica, geografia, astronomia, tanto da divenire astronomo di corte. Dopo di lui, altri gesuiti occuperanno questo posto (Adam Schall, Ferdinand Verbiest...).

A Pechino, sulle mura della città antica, sul cosiddetto 'secondo anello', si può ancora ammirare l’osservatorio da loro costruito.

Grazie a Ricci e ai suoi successori le scienze dell’occidente aiutano la Cina ad avanzare nella fisica, nell’idraulica, nella geometria, nelle tecnologie dei metalli e perfino nella fusione dei cannoni. Il contributo scientifico dei gesuiti è riconosciuto ancora oggi da molti studiosi cinesi. Non si parla però del motivo per cui Ricci ha fatto tutto questo: l’amore cristiano al popolo cinese, il desiderio che esso conoscesse la persona del Salvatore. Solo in questi ultimi anni, rari studiosi dell’Accademia delle Scienze di Pechino mostrano il sottofondo religioso come la ragione di tutto il suo impegno a favore della Cina. Grazie a Ricci vi è il tentativo di mostrare il cristianesimo come il compimento della religiosità cinese e la morale cristiana come il perfezionamento della morale confuciana.

La presenza dei gesuiti e il benvolere degli imperatori porterà la comunità cristiana di Pechino fino a oltre 100 mila fedeli nel XVIII secolo.

L’incomprensione del metodo di inculturazione usato dai gesuiti porta alla proibizione ai cristiani di partecipare ai riti in onore dei defunti e di Confucio (bolle papali del 1715 e 1742, sollecitate dai francescani). Sui cristiani cade il sospetto che essi siano una setta che cospira contro la stabilità dell’impero. Così l’influenza dei gesuiti si indebolì sempre più finché gli imperatori giunsero a proibire l’evangelizzazione, anche se essa continuò con discrezione. In realtà, il vero colpo all’evangelizzazione della Cina fu la soppressione – ad opera delle potenze europee – dello stesso ordine dei gesuiti (1773).

Una nuova ondata di incontro fra Cina e cristianesimo avviene nel XIX secolo, ad opera di missionari cattolici e protestanti. Essi giungono in Cina dopo i due Trattati Ineguali che l’impero Qing è costretto a firmare a conclusione delle due 'guerre dell’oppio' (1842 e 1862). La libertà di evangelizzare viene garantita dai due trattati e voluta dalle potenze coloniali. Questo segnerà quasi fino ad oggi la presenza cristiana come 'straniera' e come 'serva dell’imperialismo'. In realtà la maggioranza dei missionari ha combattuto anch’essa contro il commercio dell’oppio fatto dagli inglesi. Mons. Simeone Volontari, del Pime, vescovo di Kaifeng, ha lettere di fuoco contro l’immorale vendita dell’oppio da parte degli stranieri. Grazie ai missionari e alle suore si innesca ovunque un movimento di progresso scientifico e sociale: nascono le prime scuole femminili, orfanotrofi per bambini (e bambine) abbandonati, ospedali, dispensari e scuole tecniche; si introducono nuove colture agricole e boschive (vite, pomodori, patate, orzo, salici, trifoglio, tecnica del maggese...) per migliorare l’agricoltura e sconfiggere le continue carestie; nascono le prime università cattoliche a modello scientifico (Fu Ren a Pechino; Aurora a Shanghai). Anche la Chiesa – grazie all’opera del primo delegato apostolico, mons. Celso Costantini – cerca di essere 'più cinese': i primi sei vescovi cinesi sono ordinati nel 1926; l’architettura delle chiese si rifà ai modelli e colori tradizionali; l’educazione nei seminari è integrata con la cultura tradizionale. Ai missionari e alle suore si deve la prima rivolta contro i 'piedi fasciati' delle donne. Fin da bambine esse subivano questa tortura che portava alla rottura delle ossa del piede e alla suppurazione della carne, solo per mostrare 'piedini piccoli' ritenuti un eccitante sessuale per i maschi cinesi. Solo con Mao Zedong si varerà una legge che proibisce questa tortura.

Nel ’900, il confronto con l’occidente, coi suoi mezzi militari, gli oggetti della tecnica e della scienza manifesta ancora di più l’arretratezza, la chiusura, lo sbriciolamento dell’impero diffondendo risentimento e odio verso gli stranieri. Proprio l’odio e la fragilità dell’impero determinano la ribellione dei Boxers, un movimento-setta religioso-militare che nell’estate del 1900 prende di mira la presenza degli stranieri in Cina. Ben 30 mila cattolici locali sono trucidati in nome del nazionalismo, ma anche per costringerli a rinnegare la fede. Fra essi muoiono martiri anche alcuni vescovi e missionari stranieri, canonizzati poi da Giovanni Paolo II nel 2000 insieme a centinaia di martiri cinesi.

Di lì a poco, nel 1911, l’impero crolla e nasce la Repubblica della Cina, con a capo Sun Yat Sen, che avendo ricevuto educazione cristiana nelle Hawaii, cerca di inserire alcuni valori cristiani nella mentalità e cultura cinese tradizionali. Vi sono perfino personalità dell’esercito, come il generale Feng Yuxiang, che riconosce il cristianesimo come la 'forza degli occidentali' e vieta ai suoi soldati il fumo, il bere, la prostituzione; organizza omelie e ritiri spirituali; insegna a leggere e scrivere e mestieri utili alle truppe.

In questo confronto serrato con l’occidente, nel tentativo di imparare la sua potenza e la sua forza, i cinesi si imbattono nel marxismo, visto come la 'scienza sociale' più efficace.

Durante la Lunga Marcia e nella lotta contro Chiang Kai-shek i cristiani appoggiano o guardano con simpatia l’esercito di straccioni e contadini che vuole eliminare la corruzione e l’insicurezza che domina il Paese. Ma grazie all’appoggio di Stalin, alla presa di potere (1949), Mao Zedong si rivela 'scientificamente' antireligioso e inizia a distruggere gerarchie e associazioni cristiane per eliminare ogni 'superstizione'.

Nell’impossibilità ad eliminare la Chiesa, Mao tenta di dominarla creando l’Associazione Patriottica (Ap) che ha il compito – anche adesso – di costruire una chiesa indipendente da Roma (ma dipendente dal Partito). Dagli anni ’50 fino ad oggi la Chiesa cinese è divenuta una Chiesa di martiri: non vi è famiglia cattolica in Cina che non abbia il padre, la madre, il fratello, un sacerdote morto sotto tortura, nei lager, o in prigione. Fra i tanti testimoni della fede, vale la pena ricordare alcuni vescovi: Ignazio Gong Pinmei di Shanghai; Domenico Tang Yiming di Guangzhou, Giuseppe Fan Xueyan di Baoding.

Tutti loro hanno passato decine di anni nei campi di lavoro forzato perché si rifiutavano di tagliare il loro legame col papa. L’ultimo è morto sotto le torture nel 1992. Dopo mesi di sequestro, è stato riportato dalla polizia morto, depositato nella notte davanti alla porta della casa dei familiari, il cadavere racchiuso in un sacco di plastica, con evidenti segni di tortura.

Una morte simile – mentre era in prigione – è accaduta il 9 settembre scorso a mons. Giovanni Han Dingxian; e due anni prima, nel 2005 a un altro vescovo sotterraneo, mons. Giovanni Gao Kexian.

Quelli citati sono tutti vescovi della Chiesa sotterranea, che si rifiuta di aderire all’Ap. Ma anche vescovi e sacerdoti che vi hanno aderito – per timore, per realismo, per paura – prima o poi hanno subito la persecuzione.

Soprattutto durante la Rivoluzione culturale (1966-1976) essi hanno subito il dispregio e il lager. Uno di essi è mons. Antonio Li Duan, morto nel 2005 come arcivescovo di Xian. Da sacerdote ha subito 10 anni di lager e ritornando libero con le aperture di Deng Xiaoping è divenuto uno dei più grandi artefici della riconciliazione fra Chiesa patriottica e Chiesa sotterranea. Il suo legame con il papa era così noto alla polizia, che veniva controllato in tutti i suoi spostamenti e contatti. Grazie a lui la diocesi di Xina è oggi fra le più vive della Cina, impegnata in progetti di evangelizzazione, alfabetizzazione, scuole agricole e carità verso i poveri e i migranti.

Durante gli anni ’80 papa Giovanni Paolo II ha aperto le braccia alla riconciliazione di molti vescovi della Chiesa ufficiale che ormai può dirsi unita in toto alla Chiesa cattolica. L’Apparato ha cercato ancora una volta di dividere la Chiesa con le ordinazioni illecite di 3 vescovi, ma essi sono emarginati dai fedeli e dai loro colleghi. Ormai la Chiesa cattolica in Cina è unita e impegnata in una grande 'primavera dell’evangelizzazione' (come mi ha detto anni fa mons. Li Duan). Sebbene non diminuiscono i controlli e gli arresti (dei vescovi e preti sotterranei), oggi la Chiesa della Cina è giovane e unita: in molte diocesi l’età media dei sacerdoti è sui 34-35 anni; in molte aree fioriscono vocazioni religiose femminili a carattere diocesano, anche se rimane il divieto governativo a far nascere e radunare vocazioni religiose maschili. Anche gli impegni ecclesiali sono maturati: da una semplice pastorale di sopravvivenza, i cattolici sono passati a un impegno massiccio nella carità verso orfani, anziani, malati di Aids. In molti casi, nella Cina che ha eliminato ogni sostegno sociale, essi offrono cure mediche gratuite ai poveri. Ma soprattutto, nella società cinese contemporanea, dove domina il materialismo consumista, l’individualismo sfrenato, l’incuria verso persone, la gente 'ha sete di Dio'. «La Chiesa – mi ha detto un professore universitario – è chiamata ad ascoltare il grido silenzioso nel cuore della gente».

Nell’800, grazie ai missionari e alle suore si innesca ovunque un movimento di progresso scientifico e sociale: nascono le prime scuole femminili, orfanotrofi per bambini e bambine abbandonati, ospedali, dispensari e scuole tecniche; si introducono nuove colture agricole e boschive per migliorare l’agricoltura e sconfiggere le continue carestie; nascono le prime università cattoliche a modello scientifico

da Avvenire del 3 febbraio 2008