giovedì 21 febbraio 2008



L'esorcista

L'85enne monsignor
Giambattista Lanfranchi
esorcista diocesano.
La nomina pubblica per la prima volta

"Il diavolo, l'ho sempre scacciato"

Ogni anno 12 casi di possessione.
Un ‘‘lavoro’‘ iniziato per caso

Libertà, 10 agosto 2007

Un salottino nella canonica, quattro poltroncine, un piccolo divano, un caminetto, immagini sacre alle pareti. Un angolo domestico come tanti. È qui che don Giambattista Lanfranchi (di recente promosso monsignore), 85 anni da compiere, tiene le sue battaglie contro il demonio. E le vince. Tutte. "Sono sempre riuscito a scacciarlo, grazie a Dio" sospira il sacerdote. Dodici casi di possessioni all'anno: "Una cifra più o meno costante dall'89 ad oggi". Casi gravi. Arrivano anche dalla zona di Pavia, di Brescia, di Lodi. I piacentini sono 6-7, in media una segnalazione ogni due mesi. Hanno dai 40 ai 50 anni. "Solo una volta mi è capitato un giovane sotto i venti" ricorda don Gianbattista. Le vittime del demonio, secondo la casistica, appartengono ad ogni categoria sociale: "Dalla casalinga al medico, passando per il capo treno. Lui cerca tutti, poi è Dio che permette". Tutte liberate dal maligno in una o più sedute. Si arriva anche a cinque. Monsignor Lanfranchi (cugino del vescovo Antonio Lanfranchi) a fare l'esorcista ci è arrivato per caso dopo una carriera che lo ha visto prima curato a Cortemaggiore e Pianello, poi parroco a Montereggio, San Lazzaro e Seminò. Tutti i preti sono esorcisti ma l'esercizio dipende dalla licenza del vescovo. Questa licenza, per don Giambattista, è arrivata ufficialmente lo scorso 25 gennaio e pubblicata solo di recente nell'ultimo numero del bollettino ufficiale della curia vescovile di Piacenza-Bobbio. Don Giambattista, in realtà, a fare esorcismi aveva iniziato nel 1989. "Venne un medico piacentino che mi parlò di un suo paziente nel quale si verificavano fenomeni inspiegabili" ricorda monsignor Gianbattista Lanfranchi. ‘‘Scrissi tutto e andai dal vescovo Antonio Mazza - prosegue - chiedendogli se questa persona non fosse da esorcizzare. Mazza lesse la mia relazione ed alla fine mi disse: "Va bene, lo faccia lei". Una risposta assolutamente inaspettata: "In quel momento mi sono sentito mancare le forze tanta era la sorpresa; però ho ubbidito". Tempo dopo tornò dal vescovo per comunicargli il risultato positivo, il demonio era scacciato. "Sua eccellenza mi disse: "Bene, adesso continui". Quando Mazza andò in pensione venne nominato amministratore diocesano monsignor Eliseo Segalini e poi amministratore apostolico monsignor Benito Cocchi: "Entrambi mi dissero di proseguire fino all'arrivo del nuovo vescovo. Ed io così feci". Arrivato monsignor Luciano Monari, ai primi di ottobre del '95 don Giambattista ritorna in vescovado. "Andai per chiedere che mi sollevasse dall'incarico. Mi ascoltò e alla fine mi disse: "Ci vuole anche questa carità". Anche quella volta obbedii e continuai. Quando arriverà il nuovo vescovo andrò a dirgli altrettanto. Vedremo che cosa mi risponderà".

L'ultimo caso risolto risale all'inizio di marzo, poi monsignor Lanfranchi è stato male ed ha dovuto subire un piccolo intervento chirurgico. "Da allora non ne ho più presi - dice -. Mi hanno chiamato anche ieri per una presunta possessione (mercoledì scorso, ndr.) ma ho rimandato a quando starò meglio".

È un compito faticoso, o lo si fa per obbedienza o nessuno se lo sognerebbe mai. Quando don Giambattista vince, si china e bacia la terra sulla quale si trovava l'indemoniato. La prima volta il diavolo lo colpì al ventre con un pugno. "La persona era seduta sul divanetto, dove si trova lei adesso - racconta -. Improvvisamente mi arrivò un pugno al petto senza che quella persona si muovesse; sentii male per una settimana".

Un'altro caso arrivò da Brescia, una donna accompagnata da un salesiano: "È dovuta venire cinque volte prima di essere liberata". Si parla di diavolo in persona. Un'altra donna di Lodi venne una volta sola e fu sufficiente: "Ho cominciato, come faccio sempre, leggendo la lettera degli Efesini. Ho letto la Bibbia assieme a lei per due ore e cinque minuti. Alla fine il diavolo è venuto fuori". In che modo? "In quel caso la donna, dopo due ore, ha iniziato a dimenarsi picchiando con la schiena sulla spalliera del divanetto, poi per terra. Urlava. Io ho continuato a leggere tranquillamente la formula dell'esorcismo. Dopo mezz'ora era stata liberata. Alla fine mi ha rivelato che, mentre il suo corpo si contorceva, dentro di sé continuava a recitare l'Ave Maria. Dopo tre o quattro giorni è tornata, si è confessata, mi ha ringraziato".

Le manifestazioni del demonio sono tante: "Mi è capitato di sentirli parlare in ebraico. Sono tutti i trucchi del diavolo". Per l'esorcista è faticosissimo: "Il fine di satana è dividere e per dividere se la prende con tutti, soprattutto con me. A volte mi coglie una stanchezza enorme, una spossatezza innaturale. Ma io vado avanti lo stesso. La Bibbia dice che l'uomo obbediente canterà vittoria".

Un segno che caratterizza l'indemoniato è l'ira. Si arrabbia con tutti. In particolare con l'esorcista: "Ma lei che cosa sta a fare qui, il mio medico mi dice che io non sono indemoniata, è lei che lo dice". Chi è posseduto non sa di esserlo. Può capitare che avverta debolezza, uno stato di malessere persistente che i medici non riescono a spiegare. "Il diavolo si nasconde bene, è il suo segreto, ce l'hanno sempre detto in teologia, si nasconde perché non si creda che c'è".

Federico Frighi
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I consigli dell’esorcista

Il consiglio:
rivolgersi al parroco o al medico,
molte sono suggestioni

‘‘È la preghiera che vince il maligno”


(f.fr.) ‘‘È la parola di Dio che fa capire se c'è il demonio o se si tratta di altre cose tipo suggestioni’‘. Monsignor Giambattista Lanfranchi ne è convinto e bacchetta alcuni suoi colleghi quando al congresso degli esorcisti gli dicono diversamente. Il primo consiglio è comunque sempre quello di rivolgersi al parroco o al segretario del vescovo prima di intraprendere altre strade: ‘‘Fanno da filtro e riescono a capire ed a discernere se si tratta di un caso di infestazione demoniaca oppure di un caso di suggestione. Utile è anche andare dal proprio medico’‘. ‘‘Tutti i fatti malvagi che avvengono al mondo sono ispirati dal male - è convinto - e noi oggi abbiamo assolutamente bisogno della parola di Dio per sconfiggere il male. Il vescovo Monari lo ha capito subito portandola nella società. Io non ho mai conosciuto così Dio come dalle parole del nostro vescovo’‘.

Ecco alcuni passi della strada della preghiera, quella che monsignor Lanfranchi inizia quando si avvicina all'esorcismo.Lettera agli Efesini, capitolo 6, versetti 12-18: La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue o di carne ma contro i principati e le potestà contro gli spiriti del male ...‘‘Molte volte la gente attribuisce certe situazioni alle fatture - spiega il sacerdote -. Non è così, è il demonio’‘. Prendete l'armatura di Dio perché possiate resistere nel giorno malvagio, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia ... tenete sempre in mano lo scudo della fede. Prendete l'elmo della salvezza e la spada dello spirito, cioè la Parola di Dio. ‘‘Tanti esorcismi non producono nulla - dice don Giambattista - perchè non c'è prima la parola di Dio’‘.Prima lettera di San Pietro, capitolo 5, versetti 8-9 Siate temperanti vigilate, il vostro nemico, il diavolo va in giro come leone ruggente cercando chi divorare, tenetevi saldi nella fede.‘‘Il diavolo colpisce tutti - dice - in particolare le persone più deboli, sia dal punto di vista psichico sia fisico’‘.

Lettera agli Efesini, capitolo 4, versetti 26-27. Nell'ira non peccate ... e non date occasione (luogo) al diavolo. ‘‘Quando trova una persona debole e predisposta all'ira ci va a braccetto’‘ avverte don Giambattista.

Lettera agli Efesini, capitolo 6, versetto 10. Per il resto attingete forza nel Signore nel vigore della sua potenza. ‘‘Il Signore è il dominatore. Quella potenza che ha usato per rompere la morte di Gesù, dobbiamo usarla contro i demoni’‘.

Federico Frighi

lunedì 18 febbraio 2008


MARTEDI' 19 FEBBRAIO

FESTA DI SAN CORRADO CONFALONIERI

ore 17 CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA CALENDASCO

SANTA MESSA

ore 20,30 CASTELLO DI CALENDASCO

UMBERTO BATTINI

INTRATTIENE SULLA FIGURA,
LA STORIA ED IL CULTO DEL
SANTO PIACENTINO

L’ABBRACCIO DI AMBROSIO ALLA SUA DIOCESI


Piacenza - Sono da poco passate le sei di sera e dal portale della cattedrale spalancato si intravede il cielo velato dall’imbrunire. Monsignor Gianni Ambrosio è il nuovo vescovo di Piacenza-Bobbio. Con la mitria postagli sul capo dal cardinale Tarcisio Bertone, l’anello, il pastorale nella mano sinistra, percorre per due volte la navata centrale del duomo di Piacenza. A fianco, indietro di un passo, il vescovo Luciano Monari, in un simbolico passaggio di consegne. È il segno della presa di possesso, dell’entrata ufficiale in diocesi del nuovo vescovo. Giunge quasi al termine di una lunga celebrazione che vede richiamare in Duomo oltre duemila persone. Tra chi è rimasto fuori davanti al maxischermo, chi ha seguito il rito in qualche postazione di fortuna, si stima siano tremila o poco più i fedeli che hanno partecipato alle varie tappe dell’ordinazione e ingresso del nuovo vescovo di Piacenza: la visita privata alla Cattolica, l’arrivo al monumento ai Pontieri, l’accoglienza dei giovani in piazza Sant’Antonino, il saluto delle autorità in piazza Duomo, la celebrazione.

Una celebrazione carica di simboli. Ogni momento, ogni gesto, ha un suo preciso significato. A cominciare dai sacerdoti che assistono monsignor Ambrosio. Sono due e stanno al suo fianco. Il più anziano: l’assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, don Decio Cipolloni; il più giovane: l’ultimo sacerdote ordinato in diocesi di Piacenza nel 2006, don Stefano Segalini, vicario in San Giuseppe Operaio.

Con voce sicura, dopo che ancora una volta l’impianto audio del Duomo, nel momento clou, si mette a fare le bizze - lo scorso 22 ottobre dovette ritardare il suo intervento di saluto il vescovo Monari, ieri lo stesso destino è toccato al segretario di Stato di Sua Santità -, con voce sicura, si diceva, monsignor Ambrosio risponde alle domande del cardinale ordinante che delineano i compiti di chi è chiamato alla pienezza del sacerdozio. Nove domande alle quali monsignor Ambrosio risponde sempre «Sì, lo voglio», assumendosi così altrettanti impegni: l’adempimento fino alla morte del ministero affidato dagli Apostoli, la fedeltà al Vangelo, la custodia della fede, l’unità dei vescovi con il Papa, l’obbedienza e la fedeltà al Papa, la cura del popolo santo di Dio, l’accoglienza verso i bisognosi, la ricerca delle “pecore smarrite”, l’esercizio irreprensibile del sommo sacerdozio. Poco prima il cardinale Bertone aveva ricordato a monsignor Ambrosio i quattro pilastri del ministero episcopale: l’atteggiamento della ricerca, l’offerta di una vita spesa per il bene del popolo di Dio, la conoscenza del popolo di Dio, l’unità.La cattedrale è gremita e applaude più volte nel corso della liturgia: quando monsignor Ambrosio entra in solenne processione dopo i sacerdoti e prima dei vescovi - una ventina tra i quali i consacranti Monari ed Enrico Masseroni (Vercelli), i piacentini Antonio Lanfranchi e Piero Marini - e dei tre cardinali (oltre a Bertone anche Ersilio Tonini e Luigi Poggi). Quando l’amministratore diocesano monsignor Lino Ferrari, nel suo saluto, ringrazia il vescovo Monari; quando il cardinale Bertone, al termine della sua omelia, ringrazia la novantenne signora Caterina, madre di monsignor Ambrosio; quando, sempre Bertone, porta i saluti di Benedetto XVI visto in mattinata, e in Duomo si sente aria di Vaticano; quando il vescovo Gianni annuncia la conferma di monsignor Ferrari a “vicario generale”. Il battimani spontaneo e sincero lo blocca. «Sì, è giusto» dice il vescovo, e si volta verso il suo “braccio destro”.

In duomo, anche stavolta, c’erano tutti: prefetto, questore, colonnello dei carabinieri, della finanza, autorità militari, parlamentari, presidente della Provincia di Piacenza, quello della Provincia di Parma, il sindaco di Piacenza, di Carisio (paese di origine di monsignor Ambrosio) e di molti Comuni facenti parte della diocesi piacentina-bobbiese. Fedeli provenienti da Vercelli, Santhià, Carisio, dalle sedi dell’Università Cattolica di Milano, Brescia e Roma: una piccola fetta dell’universalità della Chiesa Cattolica.

Ci sono emozione, commozione, attesa. Ambrosio prende la parola al termine della celebrazione. È un saluto, il suo, la prima vera omelia la terrà nella messa di questo pomeriggio, alle 18 e 30, in Duomo. Un saluto che arriva dopo l’omaggio di alcuni rappresentanti del popolo di Piacenza-Bobbio: la famiglia Bosi di Pontenure, con papà Massimo, mamma Valentina, i bambini Pietro e Beatrice; un giovane catecumeno, Kreshnik Dervishaj, che diventerà cattolico la notte di Pasqua assieme ad altre 11 persone, il diacono Emilio Boledi, il sacerdote don Giuseppe Sbuttoni, un religioso ed una religiosa. È il gesto che sta a significare la disponibilità della diocesi a camminare, illuminati dalla parola e uniti nella fede, sotto la guida del nuovo Pastore.

«È l’abbraccio che segna l’inizio del mio ministero - osserva il vescovo Ambrosio -. Esso è rivolto a tutti, e in particolare giunga, davvero fraterno, a tutti voi carissimi sacerdoti e diaconi». Cita e fa sue le parole del beato Giovanni Battista Scalabrini nel giorno dell’ordinazione episcopale: «Tutti finalmente vi abbraccio quanti siete, figli della santa Chiesa piacentina e miei amatissimi, alla cui santificazione e verace prosperità devo attendere».

Inizia così il 107esimo episcopato della diocesi di Piacenza-Bobbio.


Federico Frighi - da Libertà, 17 febbraio 2008

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LA PRIMA OMELIA IN DUOMO DEL VESCOVO AMBROSIO

2ª DOMENICA DI QUARESIMA
(Genesi 12, 1-4; 2Timoteo 1, 8-10; Matteo 17, 1-9)


LA LUCE, LA VOCE, LA MISSIONE


Cari fratelli e sorelle,

è pieno di fascino l’invito della Parola del Signore di questa seconda domenica di Quaresima. Il Signore Gesù ci invita a salire sul monte, e così anche a noi, come a Pietro, Giovanni e Giacomo, sarà data la luce, e potremo ascoltare la voce che viene dall’alto. Comprenderemo allora, come hanno compreso gli apostoli, il senso della missione di Gesù e così potremo svolgere la missione che ci è affidata, la nostra missione.

La luce, la voce, la missione: tre aspetti, tre dimensioni di un’unica realtà, e cioè la chiamata del Signore, la nostra vocazione.

C’è però una condizione di base: si tratta di salire sul monte. Ma se questo invito viene accolto, si entra in quella storia luminosa che è la storia della salvezza, in cui ogni passo del nostro cammino è illuminato dalla luce del Signore ed è sorretto dalla sua grazia. Questa storia di salvezza ha inizio con la vocazione di Abramo, di cui ci parla la prima lettura. Il patriarca Abramo, in verità, non deve salire sul monte, deve invece lasciare il suo paese e la casa di suo padre per incamminarsi verso un paese lontano che il Signore stesso gli indicherà. Ma l’obbedienza di Abramo è come un salire sul monte, nel senso che deve abbandonare ciò che gli è consueto - le proprie abitudini, le proprie sicurezze - per obbedire a Dio che lo ha chiamato. Abramo si fida di Dio e crede nella promessa di Dio.

E così con questo atto di fiducia, con questa obbedienza, Abramo apre la via al compiersi della promessa di Dio che è benedizione per tutte le genti.

Sul monte della trasfigurazione, Mosé ed Elia attestano che in Gesù Cristo, il Figlio prediletto dal Padre, questa storia di salvezza raggiunge il suo punto culminante, il suo pieno compimento. E così da allora questa storia prosegue nei tempi della Chiesa con la “vocazione santa” dischiusa dall'evangelo di Gesù Cristo, come afferma l’apostolo Paolo nella seconda lettura: nel Figlio siamo salvati e con il Figlio ci è data la possibilità di poter vivere anche noi come figli dello stesso Padre, e dunque di vivere nella gioia, nella libertà, nell'amore.

Cari fratelli e sorelle, iniziando il mio ministero episcopale in questa Chiesa di Piacenza-Bobbio, dopo la celebrazione così toccante e coinvolgente della ordinazione episcopale, sento rivolto a me, in modo del tutto particolare, l’invito a salire sul monte per poter camminare con Gesù che sale a Gerusalemme. Il motto che ho scelto – e che ho ripreso dal ‘diario di viaggio’ di quel piacentino che si è recato nei luoghi santi verso il 570 – indica innanzi tutto questo invito di Gesù, questa grazia che mi è data, e indica poi il preciso impegno di seguire le orme di Cristo per essere ‘segno’ di Cristo in mezzo a voi, per far risplendere la luce di Cristo nella mia vita, per diventare pastore e padre che dona il suo cuore e la sua vita al popolo che gli è affidato.

Ma con me è la nostra Chiesa ad essere invitata a seguire Gesù. Tutta la Chiesa è sospinta a vivere la quaresima come un tempo forte di quella storia di salvezza, di grazia, di speranza. Si tratta di un cammino di approfondimento, di maturazione, di crescita che riguarda tutti ed interpella tutti.
Chi non avverte la necessità di crescere nella vita di fede, di speranza e di carità e di vivere con maggior verità ed autenticità il mistero della Pasqua del Signore Gesù?

E guardando poi attorno a noi, alla nostra realtà culturale ed educativa, chi non avverte la necessità di crescere in «umanità», in responsabilità, in attenzione alla qualità della vita propria ed altrui?

Siamo dunque invitati tutti a intraprendere con slancio questo cammino quaresimale sapendo che è un cammino che ci porta a conoscere Gesù e a vivere l’amicizia con Lui.

Così è avvenuto per gli apostoli, in particolare per Pietro, Giacomo e Giovanni. Essi non avevano ancora compreso il senso della missione di Gesù: continuavano a sognare un Messia che instaurasse il Regno in termini di potenza umana, proprio mentre veniva loro annunciato lo scandalo della passione.

Tuttavia, nonostante la situazione di incomprensione, i tre apostoli accettano di essere condotti in disparte e di salire sul monte. Continuano a seguire Gesù. E così gli apostoli comprendono il senso della missione del Figlio: viene loro concessa una luce preziosa che anticipa la gloria del Risorto.Sul monte i tre apostoli fanno un’esperienza breve ma profonda e gioiosa di Gesù trasfigurato, un’esperienza che illumina il cammino verso Gerusalemme, verso la passione e la morte, cui seguirà la risurrezione. Gli apostoli comprendono che la missione di Gesù è di donare luce agli uomini manifestando l’amore infinito di Dio per l’uomo. E così comprendono anche quale è la loro missione, la missione degli apostoli e della Chiesa tutta: donare luce, vita e amore all’umanità.

Anche a noi sia data la grazia di lasciarci condurre in disparte e di salire sul monte della rivelazione e della manifestazione di Gesù.Nella vita concitata di tutti i giorni non si presta una vera attenzione all’altro, e soprattutto non si presta una vera attenzione a Dio.

Il cammino di fede sulle orme di Gesù non dimentica certamente l’attualità, con i suoi problemi ed anche con le sue possibilità, ma non si ferma all’attualità. Il cammino di fede intende dischiudere il nostro ‘oggi’ alla visita di Dio, al dono della luce di Dio. Il cammino di fede intende far risuonare in noi la voce, la voce che viene dall’alto, la voce del Padre che invita ad ascoltare il Figlio.

Fratelli e sorelle, so che avete pregato molto per me perché possa diventare pastore secondo il cuore di Gesù, Buon Pastore. Vi prego di continuare nella preghiera perché il cammino della nostra Chiesa sia, come quello degli apostoli, illuminato dal Signore Gesù, via, verità e vita. La Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina degli apostoli, venerata in questa Cattedrale come Madonna del popolo, sia la ‘compagna di viaggio’ di questo popolo in cammino sulle orme di Gesù. Amen.

Messa solenne delle 18 e 30 di domenica 17 febbraio 2008, durata dell’omelia dieci minuti

Articoli tratti da sacricorridoi.blogspot.com - Pubblicati da Federico Frighi
Da un Discorso
del Santo Padre Giovanni Paolo II
nell’anno 1987

L’amore di Cristo è più potente del peccato e della morte. San Paolo spiega che Cristo è venuto a rimettere i peccati e che il suo amore è più grande di qualunque peccato, più grande dei miei peccati o di quelli di chiunque altro. Questa è la fede della Chiesa. Questa è la buona novella dell’amore di Dio che la Chiesa proclama attraverso la storia e che io proclamo a voi oggi: Dio vi ama con un amore sempiterno. Vi ama in Cristo Gesù, suo Figlio.

L’amore di Dio per noi come nostro Padre è un amore forte e fedele, un amore pieno di misericordia, un amore che ci rende capaci di sperare nella grazia della conversione, quando abbiamo peccato.