venerdì 8 febbraio 2008

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

Il Papa: "Condurre il "combattimento spirituale" della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell'elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito."

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"L'osservanza della Quaresima," diceva il Pontefice, "è il vincolo della nostra milizia; con quella ci distinguiamo dai nemici della Croce di Gesù Cristo; con quella allontaniamo i flagelli dell'ira divina; con quella, protetti dal soccorso celeste durante il giorno, ci fortifichiamo contro i prìncipi delle tenebre. Se ci abbandoniamo a tale rilassamento, è tutto a detrimento della gloria di Dio, a disonore della religione cattolica, a pericolo per le anime cristiane; né si deve dubitare che tale negligenza non possa divenire sorgente di sventure per i popoli, di rovine nei pubblici affari e di disgrazie nelle cose private".


(Benedetto XIV, Costituzione Non ambigimus, del 27 maggio 1741)

Sono passati due secoli dal solenne monito del Pontefice, ma purtroppo quel rilassamento che egli volle frenare andò sempre più crescendo. Nelle nostre città, quanti cristiani si possono contare fedeli all'osservanza quaresimale? Ora dove ci condurrà questa mollezza che aumenta senza limiti, se non al decadimento universale dei costumi e perciò allo sconvolgimento della società? Già le dolorose predizioni di Benedetto XIV si sono visibilmente avverate.

Le nazioni che conobbero l'idea dell'espiazione sfidano la collera di Dio; per loro non resta altra sorte che la dissoluzione o la conquista. Per ristabilire l'osservanza domenicale in seno alle popolazioni cristiane asservite all'amore del denaro e degli affari sono stati compiuti coraggiosi sforzi, coronati da insperati successi. Chissà che il braccio del Signore, alzato a percuoterci, non s'arresti alla vista d'un popolo che comincia a ricordarsi della casa di Dio e del suo culto! Dobbiamo sperarlo: ma questa nostra speranza sarà più solida quando vedremo i cristiani della nostra società rammollita e degenerata rientrare, come gli abitanti di Ninive, nella via da tempo abbandonata dell'espiazione e della penitenza.

(Dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico, tomo I, Avvento, Natale, Quaresima, Passione, Alba 1959)

Natale 2007 è stato, per noi Piacentini, il 325esimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Lorenzo Scupoli, autore di un libro intitolato: “Il combattimento spirituale”. Si tratta di un’agile manuale che insegna come condurre la Grande Guerra Santa, corrispondente alla Jihad degli islamici. La guerra, cioè, solo vincendo la quale ci troveremo nella migliore e agevole condizione di combattere l’altra guerra santa: la piccola, contro i nemici terreni della Chiesa.
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Queste cose i Templari di oggi dovrebbero conoscerle bene; così come le conoscevano coloro che, precedendoci, combatterono per la libertà dei luoghi sacri, nel Medioevo.
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Una allusione alla dottrina delle Guerra Santa può essere fatta con riferimento alle Crociate. Il fatto che, nelle Crociate, si trovarono di fronte uomini che, combattevano vivendo la guerra, in fondo, secondo uno stesso significato spirituale, mostra in modo netto il modo vero di quella unità nello spirito tradizionale che può mantenersi non solo attraverso le differenze, ma altresì attraverso un contrasto più drammatico. Appunto nel sorgere l’uno contro l’altro per la Guerra santa, l’Islam e la Cristianità testimoniarono parimenti della unità dello spirito tradizionale.

Scrive San Bernardo nel
"De Laurde novae Militiae":

Sia che viviamo, sia che moriamo, noi apparteniamo al Signore. Quale gloria per voi il non uscire mai dalla mischia se non coperti di allori. Ma quale maggior gloria è mai quella di guadagnare sul campo una corona immortale…. O fortunata condizione in cui si può aspettare la morte senza timore, desiderandola con impazienza e riceverla con cuore sicuro!

Il combattimento spirituale è la via di Dio, attraverso la quale si vince la Grande guerra santa; di ordine interno e spirituale, l’altra è la guerra materiale.

Nella Quaresima siamo, afferma san Paolo: L’atleta che gareggia nello stadio non riceve la corona se non ha gareggiato secondo le regole”.

Quali sono queste regole?

La nostra penitenza, segno della partecipazione al Cristo che si fa penitente per ogni uomo con il digiuno nel deserto, consiste:

- nell'ascolto più frequente della parola di Dio,

- nella preghiera più intensa e prolungata,

- nel digiuno,

- nelle opere di Carità (amore)


DISCIPLINA DEL DIGIUNO E DELL'ASTINENZA

L'attuale legge per i fedeli di rito latino è quindi la seguente:
- LA LEGGE DEL DIGIUNO obbliga tutti i fedeli che hanno compiuto i 21 anni e non hanno ancora iniziato il 60° anno.
- LA LEGGE DELL'ASTINENZA dalla carne obbliga tutti i fedeli a partire dai 7 anni compiuti. IL DIGIUNO consiste nel fare un solo pasto al giorno e due piccole refezioni nel corso della giornata (i moralisti quantificano in 60 grammi al mattino e 250 grammi alla sera).
L'ASTINENZA vieta l'uso della carne, di estratto o brodo di carne, ma non quello delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento di grasso animale.
GIORNI DI ASTINENZA DALLA CARNI:
- tutti i Venerdì dell'anno (tranne se vi cade una festa di precetto).
GIORNI DI ASTINENZA E DI DIGIUNO:
- Mercoledì delle Ceneri; - ogni Venerdì e Sabato di Quaresima;
- il Mercoledì, il Venerdì e il Sabato delle Quattro Tempora;
- le Vigilie di Natale (24 Dicembre), di Pentecoste, dell'Immacolata (7 dicembre),d'Ognissanti (31 Ottobre).
GIORNI DI SOLO DIGIUNO SENZA ASTINENZA:
- tutti gli altri giorni feriali di Quaresima (le Domeniche non c'è digiuno).
POSSONO NON PRATICARE L'ASTINENZA:
- i poveri che ricevono carne in elemosina e non hanno altro da mangiare;
- gli infermi, i convalescenti, i deboli di stomaco, le donne che allattano, le donne incinte se deboli;
- gli operai che fanno lavori più pesanti quotidianamente;
- mogli, figli, servi, tutti coloro che esercitano in servizio essendovi costretti, e che non possono avere altro cibo sufficientemente nutriente.
POSSONO NON PRATICARE IL DIGIUNO:
- coloro che digiunerebbero con grave incomodo: ammalati, convalescenti, deboli di nervi, donne che allattano o incinte;
- poveri che hanno già poco cibo a disposizione;
- coloro che esercitano un lavoro che è moralmente e ordinariamente incompatibile con il digiuno (es: lavori pesanti);
- coloro che fanno un lavoro intellettuale molto faticoso (es. studenti sotto esami);
- chi deve fare un lungo e faticoso viaggio;
- per un maggiore bene o per un'opera di pietà più grande se questa è moralmente incompatibile con il digiuno (es: assistenza ai malati).

Per concludere:

la Quaresima cristiana è simile al Ramadan degli islamici, ma la Tradizione della Quaresima, così come il cristianesimo preesiste all’Islam, essendo il profeta Maometto morto 6 secoli dopo Cristo;
il combattimento spirituale corrisponde alla Grande Guerra Santa (che per gli islamici si chiama:el-jihaddül-akbar mentre la piccola si chiama: el-jihaddül-açghar)
con il contributo di Giovanni Mariscotti

giovedì 7 febbraio 2008

Cistercensi

La spiritualità monastica nella Congregazione di Casamari, nel solco della tradizione benedettino-cistercense, è vissuta con forte accentuazione comunitaria, realizzata in una comunione di ideali, di vita e di beni all'interno della clausura dei monasteri, sotto la responsabilità dell'abate, sacramento della paternità stessa di Dio. In un'atmosfera ovattata di silenzio e di raccoglimento la giornata è articolata, in modo armonico, in tre momenti complementari e convergenti così da assicurare ai monaci un reale nutrimento alle "acque che zampillano per la vita eterna" ed un sano equilibrio psico-fisico: l'opus Dei, la lectio divina, il lavoro.
La famiglia benedettina-cistercense ha coscienza e responsabilità di essere in terra riflesso della liturgia del cielo, eco della lode della Chiesa celeste, sposa senza macchia e senza ruga, che canta senza interruzione (cfr. Ap 19, 1-8) intorno al trono del suo sposo, l'Agnello Cristo immolato e glorificato (cfr. Ap 5, 12).
Con la professione dei voti solenni di ubbidienza, di povertà e di castità, il monaco si impegna, in una risonanza personale, a realizzare in sé la figura biblica della sposa in seno alla sua comunità che diviene, seppure ancora pellegrina e penitente, la famiglia di Dio, esemplificazione e testimonianza dell'avvento del regno di Dio. Il monaco è colui "che veramente cerca Dio" (san Benedetto, Regola, LVIII, 1), che entra nel monastero come alla "scuola del servizio del Signore" (san Benedetto, Regola, prologo, 45), dove "nell'esercizio delle virtù e della fede, il cuore si dilata e la via dei divini precetti viene percorsa nell'indicibile soavità dell'amore" (san Benedetto, Regola, prologo, 49). Ed in questo inizio, in tensione di completezza, egli personalizza le figure delle parabole evangeliche del servo che aspetta sollecito il ritorno del padrone, delle vergini prudenti che attendono vigili, nella notte, l'arrivo dello sposo, e, con spirito proteso verso la pienezza, egli invoca, come le primitive comunità cristiane, il ritorno del Signore: "Maran atha, vieni Signore Gesù" (1 Cor 16,22; Ap 22,20).
La vita di preghiera si snoda attorno alla messa conventuale, perno e momento vivificante della giornata, celebrata con una liturgia particolarmente solenne avvolta dallo spiegarsi coinvolgente, misurato ed essenziale, del canto gregoriano, con cui la comunità, e insieme ciascun monaco, rivive e rinnova il patto nuziale con Cristo nella Chiesa. Altri momenti forti della preghiera comunitaria sono la celebrazione delle Lodi e dei Vespri, all'aurora e al tramonto, simbolicamente vissuti come l'inizio e la fine della vita.
Nella tradizione monastica ha rivestito sempre un'importanza ed un significato pregnante la prolungata ed impegnativa ufficiatura notturna, la preghiera delle Vigilie, (della veglia), considerata come il tempo della ricerca ansiosa e dell'attesa fiduciosa. La spiritualità si riveste, in queste ore della notte dell'insonnia tormentosa della sposa del Cantico dei Cantici: "Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l'amato del mio cuore" (cfr. Cant 3,1-2) e dell'amore bruciante di Maria Maddalena che "nel giorno dopo il sabato si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio" (Gv 20,1).
I grandi mistici si sono sbizzarriti nel descrivere e nel classificare le varie tappe del movimento circolare dell'Amore che, discendendo da Dio, si impossessa dell'anima e ritorna a Dio, come arabeschi intorno al motivo di fondo costituito dalla prima lettera di san Giovanni apostolo: "Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui" (1 Gv 4,16). San Bernardo ha cercato di descrivere la sua esperienza di incontro con il Verbo: "Frequentemente è entrato nel mio spirito; ma io non ho mai, nemmeno una volta, percepito il preciso momento del suo arrivo. Ho sentito che era presente; ricordo che Egli è stato con me; talvolta ho avuto persino il presentimento che sarebbe venuto, ma mai ne ho avvertito l'arrivo o la partenza. Donde venisse, quando entrava nel mio spirito, o dove andasse, quando lo lasciava, in che modo entrasse e in che modo uscisse, confesso che, finora, non lo so" (Sermone LXXIV, 5, sul Cantico).
La veglia nella preghiera e nell'ascolto delle letture, durante la notte, alimenta la tensione dell'anima verso la luce interiore, la stella del mattino (cfr. 2 Pt 1,19), in attesa dell'incontro con l'Assoluto al di là del tempo (cfr. Ap 2,28; 22,16). La famiglia monastica chiude la preghiera comunitaria, alla fine della Compieta, con il canto della Salve Regina - che san Bernardo, secondo la tradizione cistercense, ha raccolto dalla bocca stessa degli angeli - e, con sicurezza filiale, si abbandona tra le braccia della Madre del cielo durante le ore del grande silenzio. La ricerca di Dio è sostenuta dal confronto continuo, personale e vitale, con la parola di Dio, la lectio divina, l'acqua che zampilla per la vita eterna: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Dt 8,3; Mt 4,4). San Benedetto, raccogliendo la tradizione monastica antecedente, prescrive questo nutrimento dello spirito non soltanto durante i pasti nel refettorio (cfr. san Benedetto, Regola, c. XXXVIII), ma anche prima del riposo notturno, inserendolo in qualche modo nella Compieta: una lettura fatta in pubblico, soprattutto per coloro che non sanno leggere o che non sanno trovare il tempo e il modo per nutrire il proprio spirito (cfr. San Benedetto, Regola, c. XLII). Egli prevede, inoltre, altri momenti della giornata monastica dedicati alla lettura personale, soprattutto nel tempo di Quaresima.
Nel capitolo LXXIII della sua Regola, poi, san Benedetto ci ha lasciato una panoramica di letture che comprendono il vecchio e il nuovo Testamento, gli scritti, le Collezioni, le Istituzioni e le vite dei Padri e la Regola di san Basilio, una gamma molto vasta di opere spirituali che, poi, sono confluite nei volumi della Patrologia greca e latina. I monaci benedettini, nelle loro "officine dello spirito", hanno contribuito molto a conservare questi testi antichi e, con il lavoro di trascrizione, hanno reso alla civiltà cristiana un grande servizio, trasmettendo soprattutto, con il cuore la Parola di Dio. Nello scrittoio il monaco benedettino, infatti, si accingeva alla trascrizione dei testi sacri con la stessa devozione con cui un monaco russo si accinge a dipingere una sacra icona. La lectio divina comporta non una lettura informativa, leggera e superficiale, ma un'assimilazione progressiva attraverso la meditazione, la ruminazione per giungere alla compunzione, alla sapienza del cuore. Si è instaurata, così, nei monasteri una teologia sapienziale che ha, prima, contrastato la nascita e, poi, ha fatto da contrappeso all'arida dialettica scolastica. Proprio l'aspra polemica tra san Bernardo e Abelardo ha emblematicamente rappresentato, nella prima metà del XII secolo, la sofferenza di uno slittamento, nella ricerca di Dio, dal cuore alla ragione, dalla recettività umile del mistero alla rivendicazione dell'autonomia della ricerca umana che, a lunga scadenza, ha progressivamente impoverito e inaridito l'uomo, dopo essersi tagliato ogni possibilità di relazione con il mistero arcano del trascendente. Risuonano ancora severe e ammonitrici le parole di Gioacchino da Fiore ai confratelli: "Coloro che non si nutrono della Parola di Dio non hanno nulla di monastico all'infuori dell'abito cistercense e sono destinati ad inaridirsi come rami secchi senza produrre frutto; essi non possono sopportare l'ideale monastico e, di conseguenza, con il corpo o con il cuore ritornano nel mondo" (Concordia Novi et heteris Testamento).
Nel capitolo XLIII della Regola san Benedetto, raccogliendo gli insegnamenti di san Paolo e gli esempi della tradizione monastica anteriore, fissa ad orari ben definiti, in una continuata interazione tra lectio divina e lavoro, il tempo della giornata in cui i monaci non sono impegnati nella preghiera corale comunitaria: "L'ozio è nemico dell'anima; e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore occuparsi del lavoro manuale, e in altre ore, anch'esse ben fissate, nello studio delle cose divine" (san Benedetto, Regola, c. XLIII, 1). Ne risulta, nel ritmo della vita monastica, un avviluppamento ed una compenetrazione, un fluire e refluire, tra Opus Dei, lectio divina e labor manuum, i tre momenti della giornata, ben armonizzati tra loro e finalizzati, tutti, alla ricerca di Dio.
Con accenti di paterna sollecitudine e comprensione il santo patriarca richiama la nobiltà e la santità del lavoro manuale, in una cultura in cui esso viene disprezzato come opera riservata agli schiavi: "Se, poi, le condizioni del luogo o la povertà richiedono che gli stessi monaci si occupino nel raccogliere i frutti della terra, non ne siano malcontenti, perché allora sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro mani, come i nostri padri e gli Apostoli; tutto, però, si faccia con discrezione, tenendo conto dei più deboli" (san Benedetto, Regola, c. XLVIII, 7-9). Lo spirito di servizio, nel disimpegno degli incarichi comunitari, viene considerato come una fluidificazione palpabile della carità da cui emana il buon odore di Cristo.
La carità si riversa con fede misericordiosa - ante omnia et super omnia - sui fratelli infermi, l'immagine del Cristo sofferente (san Benedetto, Regola, c. XXXVI), con comprensione e indulgenza sugli anziani e sui fanciulli considerati le membra deboli del corpo monastico (san Benedetto, Regola, c. XXXVII), con spirito di devozione e dedizione, come alla persona di Cristo, sugli ospiti e sui pellegrini (san Benedetto, Regola, c. LIII), sui poveri che bussano alla porta del monastero: "I poveri e i pellegrini sono accolti con particolari cure e attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo; mentre ai ricchi si è portati a rendere onore per la stessa soggezione che incutono" (san Benedetto, Regola, c. LIII, 15).
La carità vera si nutre con il lavoro personale; i beni del monastero sono i beni di Cristo, riservati ai poveri. Oltre il disimpegno degli uffici comunitari e il lavoro, in casi straordinari, nei campi, san Benedetto prevede anche il lavoro creativo degli artifices (gli artigiani e gli artisti), nelle officine del monastero. Con grande intuizione egli instaura nella casa di Dio anche il culto del "bello" oltre che del "buono", facendo del monastero un cenacolo di pietà cristiana ed un centro di promozione umana.
Il lavoro, svolto in nome e sotto il controllo dell'obbedienza, coordinato ed organizzato in vista del benessere comune, non è solamente un esercizio di ascesi penitenziale e una necessità imposta dalla legge della sussistenza, ma anche un momento di creatività e un mezzo di progresso. Il lavoro monastico ubbidisce, tuttavia, non alle regole dell'affermazione personale e del massimo profitto, ma al disegno di elevazione spirituale del monaco e all'esigenza di testimonianza di carità cristiana; con pochi e incisivi periodi, san Benedetto scolpisce i suoi propri profondi convincimenti, fissando le regole morali che tengono lontano dai monasteri ogni sospetto di frode e la sete di cupidigia. Il clima di un'abbazia benedettina è regolato da alcuni principi fondamentali, che formano le coordinate spirituali perché essa sia la casa di Dio: 1. "... In tutto sia glorificato Dio" (l Pt. 4,11; san Benedetto, Regola, c. LVII, 9), 2. "... Nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi" (san Benedetto, Regola, c. XXXI, 19), 3. "... Tutte le membra saranno in pace" (san Benedetto, Regola, c. XXXIV, 5), 4. ... La casa di Dio sia amministrata da saggi e saggiamente" (san Benedetto, Regola, c. LIII, 22).
Il pullulare di abbazie e dipendenze benedettine per un millennio e mezzo, sotto denominazioni diverse ma derivanti tutte dal medesimo ceppo, ha permeato talmente l'Europa cristiana che è difficile distinguere e separare, nella nostra spiritualità storia e cultura, l'esperienza cristiana dall'influsso benedettino. Forse bisognerebbe completare l'affermazione del "laico" Croce: "Perché non possiamo non considerarci cristiani" con l'altra: "Perché non possiamo non considerarci benedettini".
Le abbazie, cui ha fatto sempre capo la profonda e capillare penetrazione di presenza nelle campagne abbandonate, sono state capisaldi della storia, centri di promozione umana, di ordine sociale, di irradiamento culturale, di manifestazione artistica, di iniziativa politica. Tenendo alta la fiaccola della fede sull'onda del tempo e sul cozzare degli egoismi umani, queste "cittadelle dello spirito", ubicate sulla cresta dei monti o sul fondo delle valli, sono state modello di partecipazione fraterna per l'umanità sofferente e testimonianza di cristianesimo realizzato.
La proclamazione di san Benedetto a Patrono d'Europa è il dovuto riconoscimento all'azione ultramillenaria dei figli che non hanno soffocato l'ideale del Padre e un auspicio di recupero cristiano e monastico delle radici della cultura europea. I monasteri benedettini sono sempre vissuti in sintonia ed in osmosi con la Chiesa, anche perché il vescovo diocesano viene chiamato direttamente in causa, almeno in alcune circostanze particolari, da san Benedetto stesso.
Essi sono divenuti, tuttavia, gli elementi portanti e determinanti nel cuore della Chiesa con la riforma gregoriana, nei due secoli a cavallo del primo millennio cristiano. In una Chiesa dilaniata da divisioni e scismi a causa della politica del potere laicale, con l'episcopato asservito e condizionato dalla politica imperiale, con il papato soggetto ai colpi di mano delle più potenti famiglie romane, l'abbazia di Cluny e gli altri monasteri ad essa giuridicamente e idealmente collegati hanno rivendicato pugnacemente ed efficacemente, in una contesa lunga e spinosa, libertà di azione, autorità morale e giuridica, rinnovamento spirituale. L'esponente più rappresentativo dal movimento cluniacense è considerato Ugo, abate di Cluny del 1049 al 1109, padrino dell'imperatore Enrico IV, amico e confidente di Gregorio VII, maestro di Urbano II; egli garantì all'Ordine un grande respiro anche fuori d'Europa ed un grande risveglio religioso ed artistico. Cluny rappresentò e conseguì il successo di libertà religiosa senza, tuttavia, scalfire la struttura feudale: con la sola esenzione entrò in possesso di monasteri e chiese con tutti i diritti, jus et possessio, conseguendo prestigio e benessere economico. Da questo stato di cose derivò, in genere, un certo disprezzo per il lavoro manuale, qualche mitigazione della Regola di san Benedetto in alcuni punti più duri, un notevole sfarzo nella suppellettile liturgica e nella decorazione delle chiese, l'ingerenza, o almeno il coinvolgimento, qualche volta, in questioni politiche.
Accanto all'espansione dell'Ordine benedettino, e forse proprio come reazione all'influsso sociale e politico della riforma cluniacense, si accentuò nel secolo XI l'aspirazione al monachesimo delle origini del cristianesimo, inteso come fuga dal mondo, vita di povertà, desiderio di estremo ascetismo, di mortificazione, di tensione vibrante verso Dio: san Nilo, san Romualdo, Stefano di Muret, san Bruno, Roberto di Arbrissel, san Norberto, i Canonici Regolari suscitarono e lasciarono, con le loro istituzioni, un richiamo alla vita eremitica e un forte anelito di ascesi. Su tutte ben presto, però, si affermò, per importanza e diffusione, l'Ordine di Cîteaux. La saggezza di san Benedetto si dimostrò molto più durevole dello zelo di uomini dalla forte spiritualità. La maggior parte delle fondazioni eremitiche o semi-eremitiche si disintegrò, fu assorbita da riforme successive o perse importanza, mentre i Cistercensi segnarono la storia dei secoli seguenti.

mercoledì 6 febbraio 2008

MERCOLEDI' delle CENERI
Il mercoledì delle ceneri con cui s’apre la Quaresima nel rito romano, era detto un tempo, in latino, anche Caput Quadragesimae oppure Caput ieiunii, inizio del digiuno
La Dottrina della Chiesa
Il Mercoledì delle Ceneri, Porta della Quaresima

La conversione è cambiamento di mentalità e di azione, cui sono chiamati tutti i Battezzati

La conversione è cambiamento di mentalità e di azione, cui sono chiamati tutti i Battezzati. I Templari di San Bernardo – uomini e donne, cavalieri e dame – sanno che ciò è vero tanto più che hanno scelto di portare visibilmente sull’abito e nel cuore la rossa Croce del Sacrificio di Salvezza di Gesù Cristo. Sanno che chi trova Lui, trova il Padre. Egli è Dio, come il Padre e lo Spirito Santo. Dai miracoli e dalle profezie della Sua vita, dalle armonie e dalle elevazioni della Sua dottrina, tutti gli uomini lo possono riconoscere.

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, inizia uno dei tempi forti della esperienza spirituale cristiana.
I cattolici, popolo in cammino interiore verso la Luce e la sua salvezza (annunciata con il Santo Natale di Gesù), si ritirano oggi spiritualmente per quaranta giorni nel distacco e nella preghiera, sulle orme del loro Maestro Gesù, per concentrarsi ad ascoltare il Dio che parla nel cuore, il Dio che parla nel silenzio.Si tratta di Quaranta Giorni, in cui i cattolici praticano l'esercizio ascetico di allontanarsi dagli attaccamenti alle cose materiali e ai tanti "eccessi" che riempiono e frastornano la nostra vita e compiono donazioni per aiutare gli altri."

Il Papa: "Condurre il “combattimento spirituale” della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito."

"La conversione (metanoia *), nel suo significato propriamente cristiano, è un cambiamento di mentalità e di azione, come espressione della vita nuova in Cristo proclamata dalla fede: si tratta di una continua riforma di pensiero e di opere verso una più intensa identificazione con Cristo, cui sono chiamati anzitutto i battezzati. Tale è, in primo luogo, il significato dell'invito formulato da Gesù: «Convertitevi e credete al Vangelo!»"

(Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 dicembre 2007, memoria liturgica di S. Francesco Saverio, Patrono delle Missioni.)

Noi ti benediciamo, o Dio, in questo giorno che comincia, per il periodo santo della Quaresima, che tu ci concedi in preparazione alla Pasqua.
Portaci, attraverso il digiuno, ad avere fame di te e a non essere schiavi delle creature.
Insegnaci, attraverso la pratica dell'astinenza, a dividere i nostri beni con coloro che ne hanno bisogno.
Aiutaci, attraverso la preghiera e il silenzio, a trovare nella croce di tuo Figlio il nostro riposo e la nostra gioia.
(Pensieri di Fenelon per la Quaresima)

La Quaresima è il tempo durante il quale Cristo purifica la sua sposa, la Chiesa.

La nostra penitenza, segno della partecipazione al Cristo che si fa penitente per ogni uomo con il digiuno nel deserto, consiste nell’ascolto più frequente della parola di Dio, nella preghiera più intensa e prolungata, nel digiuno e nelle opere di carità.
"Del resto, fratelli, siate forti nel Signore e nel potere della forza di lui.
Rivestitevi dell'armatura di Dio per potere affrontare le insidie del diavolo, poiché non è la nostra lotta col sangue e colla carne, ma contro i dominatori del mondo delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell'aria.
Per questo prendete l'armatura di Dio affinché possiate resistere nel giorno cattivo e, compiuto il vostro dovere, restar in piedi.
Saldi dunque, cingendo i vostri lombi nella verità e indossando la corazza della giustizia, e calzando i piedi nella preparazione che dà il Vangelo della pace; in ogni cosa impugnando lo scudo della fede, su cui possiate spegnere tutti i dardi infuocati del maligno.
E prendete su anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio; con ogni preghiera e supplicazione, pregando in ogni tempo in spirito, e vegliando allo stesso fine con incessante perseveranza e supplicazione a pro dei santi tutti."
San Paolo, Efesini 6, 10-18
Laudetur Iesus Cristus
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(*) Metanoia significa semplicemente "cambiare idea". Nel Cristianesimo, il termine si riferisce alla conversione spirituale. La parola appare spesso nei Vangeli. Viene tradotta in italiano col termine convertirsi", "ravvedersi", "cambiare vita", "pentirsi" o simili:
- Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo. (Bibbia CEI)
- Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo. (Nuova Riveduta)
- Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Ravvedetevi e credete all'evangelo. (Nuova Diodati)
- Il tempo della salvezza è venuto: il regno di Dio è vicino. Cambiate vita e credete in questo lieto messaggio! (Bibbia TILC)
- Il tempo fissato è compiuto e il regno di Dio si è avvicinato. Pentitevi e abbiate fede nella buona notizia. (TNM)
- κα λέγων ὅτι πεπλήρωται ὁ καιρὸς καὶ ἤγγικεν ἡ βασιλεία τοῦ θεοῦ: μετανοεῖτε καὶ πιστεύετε ἐν τῷ εὐαγγελίῳ. (Gothic Bible)

(Mc 1,15)

martedì 5 febbraio 2008


Templari oggi

"Chi mi ha toccato?"


Grazie, Signore, di permetterci di toccarti.

Tu sei voluto restare nel sacramento dell'Eucaristia, con una presenza misteriosa, ma reale, fisica, palpabile.

Tu hai voluto fare del tuo corpo uno strumento celeste, ma sensibile, che ci dà la forza di fare il nostro cammino terreno come veri discepoli.

Fa' che da questo contatto frequente con l'Ostia scaturisca una forza che guarisca le nostre imperfezioni, le nostre viltà, le nostre paure.

Signore, aumenta la nostra fede.

Il Salvatore nostro Gesù Cristo
ha vinto la morte
e ha fatto risplendere la vita
per mezzo del Vangelo.
(2Tm 1,10)
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Da oggi, sul mensile "LUOGHI DELL'INFINITO" un
articolo di Alessandro Beltrami descrive la chiesetta settecentesca della Madonna del Buonconsiglio, che il noto pittore piacentino Bruno Grassi ha recuperato e dipinto con la sua usuale maestria, in onore della Madre di Dio

Luoghi dell'Infinito Mensile di itinerari, arte e cultura del quotidiano «Avvenire»
n. 115 – anno XII – Febbraio 2008


Un volo d’angeli
per l’oratorio ritrovato

Nel piacentino l’artista Bruno Grassi ha restaurato una chiesetta e dipinto un grande ciclo di affreschi

lunedì 4 febbraio 2008

Maria "Mater Dei" continua l'Opera di guarigione del Figlio: Gesù Cristo

150 ANNI FA LA PRIMA APPARIZIONE A BERNADETTE

In piena epoca positivista, un evento che stabiliva un legame di continuità fra sapere teologico e cultura popolare. E, con la scelta di far controllare il miracolo dai medici, anche fra mondo scientifico ed esperienza religiosa.

Molti gli scrittori che ne furono affascinati, da Emile Zola a Franz Werfel fino al nostro Mario Soldati

Lourdes
Un miracolo tra fede e scienza

di Lucetta Scaraffia

Le apparizioni di Lourdes compiono 150 anni, e sono ben portati:

Lourdes continua infatti a essere il santuario più visitato del mondo cristiano, prolungando il successo che gli è arriso negli ultimi decenni dell’Ottocento. Ed è anche il santuario più replicato, non solo per la facilità con cui si può allestire una grotta, magari finta, e inserirvi la statuetta della Madonna bianca e celeste. I motivi di questo fenomeno sono molteplici e, come si può vedere, di lunga durata.

Le diciotto apparizioni della Vergine a una ragazzina povera del paese, Bernadette Soubirous, a partire dall’11 febbraio 1858, si svolgono in coerenza con una tradizione locale di antico culto alla Madonna, e di attenzione verso il soprannaturale, ma suscitano diffidenze nel clero, timoroso di essere accusato di superstizione, e ostilità e disprezzo negli ambienti laici anticlericali. Lourdes si pone subito, quindi, come un’apparizione dalle radici antiche, ma iscritta nei conflitti del presente: alla lotta fra credenti e anticlericali, che attraversa tutto l’Ottocento francese, e alle espropriazioni dei beni religiosi con le leggi del 1905, si somma, negli ultimi decenni del secolo XIX, lo scontro tra fede e scienza, fra miracolo e sapere medico. Conflitti che, sia pure in forma diversa, sono vivi ancora oggi.

La Vergine dichiara di essere l’Immacolata Concezione, e con queste parole non solo conferma il dogma promulgato quattro anni prima da Pio IX, ma stabilisce un legame di continuità fra cultura popolare e sapere teologico. Del resto, la vita successiva del santuario, dove accorrono i sofferenti spinti da una fede semplice per chiedere il miracolo, prevede anche - a partire dal 1883, quando viene fondato il «Bureau Pdes constatations médicales» - un appoggio scientifico, confermando così la doppia anima, popolare e dotta, del santuario. Importante per la sua fortuna è stato anche la scelta di vita di Bernadette: dopo avere svolto i compiti che le aveva affidato Maria, si ritira in un convento a cento chilometri di distanza, dove morirà ancora giovane di tisi. Bernardette sostiene sempre, senza ripensamenti, la stessa versione degli incontri, e non cerca di ricavare nulla per sé, a differenza di altri pastorelli veggenti nello stesso periodo. Decisivo per l’aumento costante del numero dei pellegrini fu poi il prolungamento della ferrovia, che arriva a Lourdes già nel 1866 e rende il luogo facilmente accessibile. Il luogo diventa così la speranza per i malati che la medicina non guarisce, e attorno al loro trasporto e alla loro assistenza si organizzano gruppi di volontari, spesso formati anche da donne dell’aristocrazia, che visitano il santuario per vivere un incontro diretto con la Madre di Dio. Per tutta la seconda metà dell’Ottocento Lourdes è stata al centro di violente polemiche nella società francese: lo dimostra il fatto che il romanzo che Zola ha scritto sul santuario, Lourdes, uscito nel 1894, è stata la sua opera di maggiore successo. Lo scrittore presenta la protagonista miracolata come un’isterica, seguendo le indicazioni del celebre medico Charcot, che spiegava il fenomeno delle guarigioni miracolose con questa diagnosi. Dibattiti infuocati, ricerca affannosa di spiegazioni scientifiche, che arrivano a utilizzare lo spiritismo, da parte dei positivisti tesi a smascherare la truffa, ma anche conversioni improvvise. Come quella del medico Alexis Carrel (poi insignito del premio Nobel per la medicina), giunto a Lourdes per accompagnare una paziente, che si arrende al miracolo e in seguito costretto a emigrare negli Stati Uniti, per l’ostilità dei colleghi. Lourdes rimane così a lungo al centro di polemiche e discussioni. Ancora negli anni della seconda guerra mondiale uno scrittore ebreo che trova rifugio presso il santuario, Franz Werfel, si sentirà toccato dal luogo, tanto da dedicargli il romanzo Le chant de Bernardette (1942), da cui sarà tratto un film a Hollywood.

Ma Lourdes non è solo il luogo della contrapposizione fra scienza e fede: lo dimostra la scelta di far controllare il miracolo dai medici - e non solo dalle persone che conoscono il malato e certificano della sua guarigione - e dalle autorità religiose. Proprio nel momento storico in cui scienza e religione si mostrano più antitetiche, Lourdes stabilisce fra loro una relazione inconsueta, creando una struttura che dà la certificazione scientifica dei miracoli. È una resa di fronte alla modernità che indigna profondamente Mario Soldati, arrivato a Lourdes come giornalista: «Eppure, se io fossi veramente religioso, se io avessi ancora la fede della mia adolescenza, i discorsi di questi dottori mi offenderebbero più di quanto mi offendono ora. Siamo di fronte all’intervento di Dio, e quelli parlano di linfocitosi, di albumina, di bacilli di Koch!» (Un viaggio a Lourdes). Ma questo affrontare dispute scientifiche per garantire una devozione miracolosa prepara la cultura cattolica ad affrontare quelli che saranno i grandi problemi bioetici del nuovo millennio. Ancora una volta, Lourdes è venuta in aiuto alla fede.

da Avvenire del 3 febbraio 2008
Pubblichiamo questo articolo tratto da avvenire di domenica 3 febbraio, per non dimenticare che la manipolazione della verità è il problema, non la fede!


PELLEGRINAGGIO DI CATTOLICI CINESI NELLA PERIFERIA DI TAIYUAN, CAPOLUOGO DELLA PROVINCIA DI SHANXI, LO SCORSO APRILE

Cina

La lunga marcia del cattolicesimo
La persecuzione verso i cristiani nella Cina di oggi non avviene solo con l’arresto di sacerdoti e laici o con il controllo delle liturgie e delle ordinazioni episcopali. Ce n’è una più sottile: la manipolazione della storia, l’occultamento di una millenaria tradizione ecclesiale e del suo contributo alla cultura del gigante asiatico. Un’epopea che inizia con i francescani nel ’200, passa per l’opera dei gesuiti nel ’600, fino alla grande ondata di missionari a fine ’800 e ai martiri lungo il XX secolo

di Bernardo Cervellera


La persecuzione verso i cristiani in Cina non avviene solo con l’arresto di vescovi, sacerdoti e laici o con il controllo delle liturgie e delle ordinazioni episcopali. Ve n’è una più sottile: la manipolazione della storia, il sotterramento della lunga tradizione della fede e del suo contributo alla cultura della Cina.

Molto spesso, nei miei viaggi in Cina, studenti universitari e guide turistiche mi domandano preoccupati: «È vero che il papa trama per far cadere il governo cinese?». Anche la dolcissima Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, pubblicata lo scorso 30 giugno, è stata giudicata da funzionari del governo come «l’ennesimo tentativo» di riportare indietro l’orologio della storia; incatenando ancora al papa di Roma la Chiesa in Cina, «ormai indipendente». Questa lettura ideologica e nazionalistica sulla presenza della Chiesa in Cina dimentica che il cristianesimo nell’Impero di Mezzo ha una storia di oltre 1400 anni.

Ed è una storia di grandi contributi culturali e sociali verso il popolo cinese.

Il primo documento che narra la presenza del cristianesimo in Cina è la stele di Xian, conservata nel museo delle «10 mila stele» (Bolin). Si tratta di una pietra alta più di 3 metri, scritta in cinese e in siriaco, dove si racconta del monaco Alopen, che nel 635 giunge nella capitale dell’impero Tang – Chang An, a quel tempo forse la città più cosmopolita del mondo – e lì predica la «religione della luce» (jing jiao). Chang An aveva già visto l’arrivo di un’altra religione straniera: il buddismo. Tempo dopo giungerà anche l’islam. L’imperatore Tang Taizhong, in un decreto del 638 ne permette la diffusione, giudicandola «eccellente… vivificante per l’umanità, indispensabile». La comunità a Chang An è la prima, documentata comunità cristiana in Cina. Si tratta, molto probabilmente di una comunità di monaci siriaci (antenati nestoriani della Chiesa caldea), giunti a Chang An lungo la Via della Seta, che collegava il commercio del Mediterraneo con quello dell’Estremo Oriente.

La struttura di queste comunità suscita perplessità: essi danno uguale dignità a nobili e gente comune, ricchi e poveri; non hanno schiavi o schiave e tendono a non accumulare ricchezze. Nell’845 – su influenza della corte confuciana – l’imperatore proibisce tutte le religioni straniere. Le comunità siriache fuggiranno nell’Asia centrale, non lasciando quasi alcuna traccia fino al 1997. In quell’anno, uno studioso americano, Martin Palmer, scopre nella pagoda Da Qin – a Lou Guan Tai, nei dintorni di Xian – figure e statue che ricordano l’iconografia cristiana d’oriente. Attualmente la pagoda è usata da una comunità buddista. Va detto che grazie al lavoro di inculturazione (come diremmo oggi) svolto dai monaci siriaci, almeno fino al periodo Ming, Gesù e Maria sono perfino entrati nel pantheon taoista.

La storia delle comunità siriache sfata il mito falso di un cristianesimo come religione 'troppo recente' (è giunto in Cina solo pochi secoli dopo il buddismo) e come un corpo estraneo, ben integrato invece nel rapporto con le altre religioni cinesi.

Che il papa non fosse – come non lo è adesso – un cospiratore anti-Cina è evidente anche dalla seconda ondata di evangelizzazione nell’impero cinese, ai tempi di Marco Polo. Nel XIII secolo, papa Innocenzo IV e il re di Francia Luigi IX inviarono più volte francescani e domenicani alla corte del Gran Khan, sotto la dinastia Yuan. Non si tratta di veri e propri missionari, ma di inviati per raccogliere notizie e avviare una presa di contatto diplomatica. Fra essi va ricordato fra’ Giovanni di Pian del Carpine, che giunge fino a Karakorum (1245-47), il fiammingo Guglielmo di Rubruck (1253­55) e soprattutto fra’ Giovanni da Montecorvino che arriva a Kambalik (vicino all’attuale Pechino) nel 1294, coadiuvato da alcuni frati (fra cui Arnaldo da Colonia e Odorico da Pordenone). Montecorvino rimane in Cina fino alla morte, avvenuta nel 1328. Nel 1307 papa Clemente V lo nomina arcivescovo di Pechino e Patriarca dell’Oriente, un titolo di cui si è onorato perfino il vescovo patriottico di Pechino, mons. Michele Fu Tieshan, morto lo scorso anno. La missione di Montecorvino ebbe un discreto successo. In un resoconto ai suoi superiori egli parla di «seimila battezzati; 150 bambini formati a scuola». Ai francescani si deve pure la prima traduzione della Bibbia in lingua mongola.

Anche la famiglia Polo, andata in Cina per il commercio, è stata strumento di evangelizzazione. Fra l’altro, Matteo e Nicolò Polo erano stati incaricati da Khubilai Khan a tornare in Italia, chiedendo al Papa di inviare in Cina dei sapienti cristiani per fondare una università. Ma le lotte fra papato e regni nazionali in Europa non permisero di soddisfare la domanda. E la vittoria della dinastia Ming (1368-1644) cancellò ancora una volta la presenza cristiana. Ma sarà ancora l’evangelizzazione – questa volta ad opera soprattutto dei gesuiti – ad aiutare la Cina a modernizzare la sua cultura che rischiava l’asfissia per la chiusura delle frontiere nel periodo Ming e Qing. Quando Matteo Ricci, il 'sapiente d’occidente', giunge dopo molte peripezie a Pechino (1601), egli porta con sé la conoscenza delle scienze naturali, matematica, geografia, astronomia, tanto da divenire astronomo di corte. Dopo di lui, altri gesuiti occuperanno questo posto (Adam Schall, Ferdinand Verbiest...).

A Pechino, sulle mura della città antica, sul cosiddetto 'secondo anello', si può ancora ammirare l’osservatorio da loro costruito.

Grazie a Ricci e ai suoi successori le scienze dell’occidente aiutano la Cina ad avanzare nella fisica, nell’idraulica, nella geometria, nelle tecnologie dei metalli e perfino nella fusione dei cannoni. Il contributo scientifico dei gesuiti è riconosciuto ancora oggi da molti studiosi cinesi. Non si parla però del motivo per cui Ricci ha fatto tutto questo: l’amore cristiano al popolo cinese, il desiderio che esso conoscesse la persona del Salvatore. Solo in questi ultimi anni, rari studiosi dell’Accademia delle Scienze di Pechino mostrano il sottofondo religioso come la ragione di tutto il suo impegno a favore della Cina. Grazie a Ricci vi è il tentativo di mostrare il cristianesimo come il compimento della religiosità cinese e la morale cristiana come il perfezionamento della morale confuciana.

La presenza dei gesuiti e il benvolere degli imperatori porterà la comunità cristiana di Pechino fino a oltre 100 mila fedeli nel XVIII secolo.

L’incomprensione del metodo di inculturazione usato dai gesuiti porta alla proibizione ai cristiani di partecipare ai riti in onore dei defunti e di Confucio (bolle papali del 1715 e 1742, sollecitate dai francescani). Sui cristiani cade il sospetto che essi siano una setta che cospira contro la stabilità dell’impero. Così l’influenza dei gesuiti si indebolì sempre più finché gli imperatori giunsero a proibire l’evangelizzazione, anche se essa continuò con discrezione. In realtà, il vero colpo all’evangelizzazione della Cina fu la soppressione – ad opera delle potenze europee – dello stesso ordine dei gesuiti (1773).

Una nuova ondata di incontro fra Cina e cristianesimo avviene nel XIX secolo, ad opera di missionari cattolici e protestanti. Essi giungono in Cina dopo i due Trattati Ineguali che l’impero Qing è costretto a firmare a conclusione delle due 'guerre dell’oppio' (1842 e 1862). La libertà di evangelizzare viene garantita dai due trattati e voluta dalle potenze coloniali. Questo segnerà quasi fino ad oggi la presenza cristiana come 'straniera' e come 'serva dell’imperialismo'. In realtà la maggioranza dei missionari ha combattuto anch’essa contro il commercio dell’oppio fatto dagli inglesi. Mons. Simeone Volontari, del Pime, vescovo di Kaifeng, ha lettere di fuoco contro l’immorale vendita dell’oppio da parte degli stranieri. Grazie ai missionari e alle suore si innesca ovunque un movimento di progresso scientifico e sociale: nascono le prime scuole femminili, orfanotrofi per bambini (e bambine) abbandonati, ospedali, dispensari e scuole tecniche; si introducono nuove colture agricole e boschive (vite, pomodori, patate, orzo, salici, trifoglio, tecnica del maggese...) per migliorare l’agricoltura e sconfiggere le continue carestie; nascono le prime università cattoliche a modello scientifico (Fu Ren a Pechino; Aurora a Shanghai). Anche la Chiesa – grazie all’opera del primo delegato apostolico, mons. Celso Costantini – cerca di essere 'più cinese': i primi sei vescovi cinesi sono ordinati nel 1926; l’architettura delle chiese si rifà ai modelli e colori tradizionali; l’educazione nei seminari è integrata con la cultura tradizionale. Ai missionari e alle suore si deve la prima rivolta contro i 'piedi fasciati' delle donne. Fin da bambine esse subivano questa tortura che portava alla rottura delle ossa del piede e alla suppurazione della carne, solo per mostrare 'piedini piccoli' ritenuti un eccitante sessuale per i maschi cinesi. Solo con Mao Zedong si varerà una legge che proibisce questa tortura.

Nel ’900, il confronto con l’occidente, coi suoi mezzi militari, gli oggetti della tecnica e della scienza manifesta ancora di più l’arretratezza, la chiusura, lo sbriciolamento dell’impero diffondendo risentimento e odio verso gli stranieri. Proprio l’odio e la fragilità dell’impero determinano la ribellione dei Boxers, un movimento-setta religioso-militare che nell’estate del 1900 prende di mira la presenza degli stranieri in Cina. Ben 30 mila cattolici locali sono trucidati in nome del nazionalismo, ma anche per costringerli a rinnegare la fede. Fra essi muoiono martiri anche alcuni vescovi e missionari stranieri, canonizzati poi da Giovanni Paolo II nel 2000 insieme a centinaia di martiri cinesi.

Di lì a poco, nel 1911, l’impero crolla e nasce la Repubblica della Cina, con a capo Sun Yat Sen, che avendo ricevuto educazione cristiana nelle Hawaii, cerca di inserire alcuni valori cristiani nella mentalità e cultura cinese tradizionali. Vi sono perfino personalità dell’esercito, come il generale Feng Yuxiang, che riconosce il cristianesimo come la 'forza degli occidentali' e vieta ai suoi soldati il fumo, il bere, la prostituzione; organizza omelie e ritiri spirituali; insegna a leggere e scrivere e mestieri utili alle truppe.

In questo confronto serrato con l’occidente, nel tentativo di imparare la sua potenza e la sua forza, i cinesi si imbattono nel marxismo, visto come la 'scienza sociale' più efficace.

Durante la Lunga Marcia e nella lotta contro Chiang Kai-shek i cristiani appoggiano o guardano con simpatia l’esercito di straccioni e contadini che vuole eliminare la corruzione e l’insicurezza che domina il Paese. Ma grazie all’appoggio di Stalin, alla presa di potere (1949), Mao Zedong si rivela 'scientificamente' antireligioso e inizia a distruggere gerarchie e associazioni cristiane per eliminare ogni 'superstizione'.

Nell’impossibilità ad eliminare la Chiesa, Mao tenta di dominarla creando l’Associazione Patriottica (Ap) che ha il compito – anche adesso – di costruire una chiesa indipendente da Roma (ma dipendente dal Partito). Dagli anni ’50 fino ad oggi la Chiesa cinese è divenuta una Chiesa di martiri: non vi è famiglia cattolica in Cina che non abbia il padre, la madre, il fratello, un sacerdote morto sotto tortura, nei lager, o in prigione. Fra i tanti testimoni della fede, vale la pena ricordare alcuni vescovi: Ignazio Gong Pinmei di Shanghai; Domenico Tang Yiming di Guangzhou, Giuseppe Fan Xueyan di Baoding.

Tutti loro hanno passato decine di anni nei campi di lavoro forzato perché si rifiutavano di tagliare il loro legame col papa. L’ultimo è morto sotto le torture nel 1992. Dopo mesi di sequestro, è stato riportato dalla polizia morto, depositato nella notte davanti alla porta della casa dei familiari, il cadavere racchiuso in un sacco di plastica, con evidenti segni di tortura.

Una morte simile – mentre era in prigione – è accaduta il 9 settembre scorso a mons. Giovanni Han Dingxian; e due anni prima, nel 2005 a un altro vescovo sotterraneo, mons. Giovanni Gao Kexian.

Quelli citati sono tutti vescovi della Chiesa sotterranea, che si rifiuta di aderire all’Ap. Ma anche vescovi e sacerdoti che vi hanno aderito – per timore, per realismo, per paura – prima o poi hanno subito la persecuzione.

Soprattutto durante la Rivoluzione culturale (1966-1976) essi hanno subito il dispregio e il lager. Uno di essi è mons. Antonio Li Duan, morto nel 2005 come arcivescovo di Xian. Da sacerdote ha subito 10 anni di lager e ritornando libero con le aperture di Deng Xiaoping è divenuto uno dei più grandi artefici della riconciliazione fra Chiesa patriottica e Chiesa sotterranea. Il suo legame con il papa era così noto alla polizia, che veniva controllato in tutti i suoi spostamenti e contatti. Grazie a lui la diocesi di Xina è oggi fra le più vive della Cina, impegnata in progetti di evangelizzazione, alfabetizzazione, scuole agricole e carità verso i poveri e i migranti.

Durante gli anni ’80 papa Giovanni Paolo II ha aperto le braccia alla riconciliazione di molti vescovi della Chiesa ufficiale che ormai può dirsi unita in toto alla Chiesa cattolica. L’Apparato ha cercato ancora una volta di dividere la Chiesa con le ordinazioni illecite di 3 vescovi, ma essi sono emarginati dai fedeli e dai loro colleghi. Ormai la Chiesa cattolica in Cina è unita e impegnata in una grande 'primavera dell’evangelizzazione' (come mi ha detto anni fa mons. Li Duan). Sebbene non diminuiscono i controlli e gli arresti (dei vescovi e preti sotterranei), oggi la Chiesa della Cina è giovane e unita: in molte diocesi l’età media dei sacerdoti è sui 34-35 anni; in molte aree fioriscono vocazioni religiose femminili a carattere diocesano, anche se rimane il divieto governativo a far nascere e radunare vocazioni religiose maschili. Anche gli impegni ecclesiali sono maturati: da una semplice pastorale di sopravvivenza, i cattolici sono passati a un impegno massiccio nella carità verso orfani, anziani, malati di Aids. In molti casi, nella Cina che ha eliminato ogni sostegno sociale, essi offrono cure mediche gratuite ai poveri. Ma soprattutto, nella società cinese contemporanea, dove domina il materialismo consumista, l’individualismo sfrenato, l’incuria verso persone, la gente 'ha sete di Dio'. «La Chiesa – mi ha detto un professore universitario – è chiamata ad ascoltare il grido silenzioso nel cuore della gente».

Nell’800, grazie ai missionari e alle suore si innesca ovunque un movimento di progresso scientifico e sociale: nascono le prime scuole femminili, orfanotrofi per bambini e bambine abbandonati, ospedali, dispensari e scuole tecniche; si introducono nuove colture agricole e boschive per migliorare l’agricoltura e sconfiggere le continue carestie; nascono le prime università cattoliche a modello scientifico

da Avvenire del 3 febbraio 2008