lunedì 15 ottobre 2007



Templari, la riabilitazione
di Franco Cardini - 04/10/2007
Fonte: Avvenire [scheda fonte]

L e calunnie sono dure a mo­rire. Quello dei Templari era un Ordine religioso nato nel secondo decennio del XII secolo: originariamente una fraternitas di pellegrini che avevano preso forse parte a quello strano pelle­grinaggio armato che si è soliti chiamar «la prima crociata» (1095-1099), che ricevette poi u­na regola in qualche modo ispi­rata all’Ordine cistercense, e nel­la stesura della quale ebbe quan­to meno indirettamente mano lo stesso Bernardo di Clairvaux. Il tratto originale (anche se non e­sclusivo) di tale ordine, come di altri nati nel medesimo secolo, e­ra che esso riuniva alcuni fratres laici autorizzati a portare le armi per difendere i pellegrini e i nuo­vi principati cristiani nati in Ter­rasanta (e, poi, anche nella peni­sola iberica). Il termine canonico che qualificava tali ordini era non religio, bensì militia. Esauritosi o comunque divenuto problematico il loro ruolo con la fine dell’esperimento dei princi­pati nati dalla crociata, alla fine del Duecento, i Templari – che intanto avevano saputo svilup­pare una loro florida attività in campo fondiario e bancario, ma attorno al quale giravano voci in­sistenti di tralignamento rispetto alla purezza originaria – furono alla fine coinvolti in un memo­riabile processo inquisitoriale per eresia, avviato in Francia e dietro al quale c’era la volontà del sovrano di quel paese, deciso a sbarazzarsi dell’ingombrante presenza dell’Ordine e a impa­dronirsi delle sue ricchezze. L’opposizione del maestro Jac­ques di Molay a un prestito di quattrocentomila fiorini d’oro che il Tesoriere del Tempio di Pa­rigi aveva concesso al re di Fran­cia e il dissidio tra papa Bonifa­cio VIII e re Filippo IV di Francia – durante il quale le sedi dell’Or­dine in terra di Francia avevano preso posizione a favore del so­vrano, a differenza degli altri Templari – furono tra le cause prossime del processo intentato contro l’Ordine: che ebbe co­munque la sua origine immedia­ta dalle confessioni e dalle confi­denze di un 'pentito', tale E­squieu de Floyran priore templa­re di Montfaucon, che a partire dal 1305 cominciò a mettere in giro presunte rivelazioni su infil­trazioni ereticali nell’Ordine. Il papa e il re d’Aragona, messi a parte di quelle voci, non vi dette­ro importanza: ma il re di Fran­cia, che doveva del denaro al Tempio e che era del resto ben deciso a ridurre la Chiesa di Francia sotto il suo controllo eli­minando tutte quelle forze so­spette di essere troppo stretta­mente fedeli al papa, aveva tutto l’interesse a lasciarsi convincere che davvero i templari – come recita la lettera regia indirizzata ai funzionari della corona il 14 settembre 1307, festa dell’Esalta­zione della Croce – al momento dell’ammissione all’Ordine ve­nissero indotti a rinnegare il Cri­sto, a sputare sul segno della cro­ce, a darsi ad esecrabili pratiche oscene. Non deve meravigliare che i Templari si facessero così docilmente incarcerare: essi non solo non potevano levare le armi contro dei correligionari perché la loro regola lo impediva, ma soprattutto quelli di loro che si trovavano in Europa erano quasi tutti anziani, o invalidi. Impri­gionarli fu uno scherzo da poco. Le accuse contro i Templari, e­laborate nei primi mesi dopo le campagne d’arresto eseguite un po’ in tutta Europa – ma con va­rio grado di efficacia e con esiti diseguali – tra 1307 e 1308, si cristallizzarono in una serie di punti che si potrebbero così e­numerare: rinnegavano il Cri­sto, profanavano il segno della croce, si davano all’adorazione di idoli descritti come di varia forma (come il misterioso Baphometh); erano colpevoli di varie credenze ereticali riguar­do ai sacramenti; esercitavano pratiche oscene e omosessuali; si riunivano in conciliaboli se­greti dei quali nessuno all’ester­no doveva saper nulla. La lista delle accuse ai Templari, per la verità, ha un marcato a­spetto fasullo. Sia che gli avvoca­ti del re di Francia s’inventassero di sanapianta gli addebiti da muovere ai fratres, ispirandosi magari a fenomenologia e a casi­stica dei processi inquisitoriali per eresia che allora cominciava­no a diventare più frequenti, sia che essi raccogliessero ed elabo­rassero confessioni in qualche modo 'autentiche', per estorte che fossero, resta il fatto che l’in­sieme delle pratiche attestate non ha alcuna coerenza e che ciascuna di esse, singolarmente prese, sembra rinviare a un con­testo noto a livello più generico e popolare che non teologico o po­litico. Durante le cerimonie di ammissione al Tempio, è proba­bile si verificassero episodi di 'nonnismo' anche molto pesan­ti e brutali, da cui potevano non esser assenti nemmeno atti irri­verenti se non addirittura empi. Il pontefice comprese bene la so­stanza dei messaggi che il re di Francia gli inviava, che cioè il de­stino dell’Ordine era comunque segnato ed era bene accettare il male minore ed evitare scandali: e, com’è noto, sciolse d’autorità l’Ordine in modo ch’esso non fosse condannato, ma che nep­pure una sua esplicita e concla­mata assoluzione compromet­tesse i rapporti tra regno di Fran­cia e Santa Sede. La pergamena originale rintracciata nel settem­bre 2001 da una giovane studio­sa, Barbara Frale, nell’Archivio Segreto Vaticano, ha mostrato come in seguito a un’inchiesta condotta nella fortezza di Chi­non dov’erano rinchiusi i digni­tari dell’Ordine del Tempio papa Clemente V concesse loro l’asso­luzione, ben convinto del fatto ch’essi non erano affatto eretici. Ma era tardi per arrestare la macchina messa in moto dal re di Francia e dai suoi giuristi. Con lo scioglimento dell’Ordine nel 1312 , sancito dalla bolla Vox in excelso, e il rogo nel 1314 co­me relapsi dell’ultimo maestro, Jacques de Molay, e del precetto­re di Normandia Geoffrey de Charney, che dopo aver ammes­so la loro colpevolezza si erano di nuovo proclamati innocenti, cessa la vita istituzionale del Tempio. I beni del disciolto Ordi­ne passarono a quello degli O­spitalieri di san Giovanni, secon­do la bolla Ad providam del 2 maggio 1312. Il corpus dei documenti proces­suali era già stato edito da Geor­ges Lizerand, Le dossier de l’affai­re des Templiers (Paris 1923). Di recente, gli studi di storici quali Alain Demurger e soprattutto di un gruppo di valorosi giovani ri­cercatori italiani (tra cui vanno ricordati almeno Simonetta Cer­rini, Barbara Frale, Francesco Tommasi) , hanno ampliato le nostre conoscenze sino a con­sentire un rivoluzionario riesa­me generale del problema. Il processo si basò su false dicerie infamanti, ma la causa vera fu il rifiuto di un prestito al re di Francia. Furono infatti abili cavalieri, ma anche capaci amministratori. Ora nuovi studi fanno giustizia sulla vicenda.

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