venerdì 24 aprile 2009

III DOMENICA DI PASQUA anno B

OCCHIO SU DIO

Allora aprì la loro mente
all’intelligenza delle Scritture.
(Lc 24,45)

Lento il cammino della conoscenza
del Dio che si rivela nella nostra carne[1].
Preferibile un Dio numinoso, potente,
onnipresente e molto lontano[2].

Gesù entra nella storia del mondo[3]
e, come uomo, si presenta rivestito
di tutte le realtà che compongono
la vita, con il suo travaglio quotidiano[4].

Si china per portare le nostre sofferte
lacerazioni, fatiche, lacrime e poche gioie;
ha compassione di tutti[5], senza aver pietà
per se stesso: per questo si offre alla morte[6].

È difficile vedere Dio sul volto lacerato
del servo sofferente, imbrattato di sputi[7],
che porta la croce per necessità
di un disegno misterioso di salvezza[8].

Era necessario assumere la carne
fragile, indifesa, creatura di morte,
per entrare nel mondo di luce
che lui stesso inaugura da risorto[9].

E io non comprendo, sono confuso,
perché ancora non so riconoscerlo
risorto nella mia vita[10]; continuo
a non credere che la sua vittoria è per me[11].

Aprire gli occhi delle fede, per vedere luce,
è molto di più che riconoscerlo vivo[12]:
non è un fantasma, si nutre e cammina,
ma non muore più, è semplicemente vivo[13]!

In Lui tutto il mondo vive[14], la storia
ricomincia il suo corso, gli uomini
diventano eterni, l’essere si trasforma[15]
e le persone amabili, vive, gioiose, per sempre[16].

Gesù si trasforma in pane spezzato[17],
amore condiviso, speranze piene di certezze
per tutti gli uomini[18] che ancora non credono
al miracolo infinito dell’Amore risorto[19].

Anch’io, rinato, cammino nel mondo
a fianco dei fratelli, annunciando loro
i compimenti delle attese di vita[20],
aprendo menti i cuori alla gioia ritrovata.

Si sono aperti gli occhi dell’esistenza
che trasformano uomini e cose[21],
rinnovano cuori affranti e sfiduciati[22]
e colorano il mondo di festa senza fine[23].

Con la speranza negli occhi
e la fiducia nel cuore[24], Gesù continua
a risorgere ogni giorno per noi[25],
lungo le strade infinite del mondo.

padrebenedetto 26, iv,2009



[1] Os 6,6
[2] Sal 14,1
[3] Sal 2,7
[4] Mt 9,35s
[5] Mt 8,17
[6] Eb 5,7; 9,26
[7] Is 53,2s
[8] Col 2,26s
[9] Lc 24,26
[10] Mc 16,11
[11] Mc 16,8
[12] At 2,37
[13] Sequenza di Pasqua
[14] At 17,28
[15] Ef 4,23s
[16] Fil 4,4ss
[17] Gv 6,35
[18] Mt 26,28
[19] Gv 3,16
[20] Mc 16,20
[21] Sal 119,18
[22] Mt 11,28
[23] Is 25,9; Sal 117,24
[24] Gv 15,11
[25] Gv 16,33

ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

Il Papa: la Scrittura può essere compresa soltanto nella Chiesa

Avvenire 24 Aprile 2009

Ieri mattina Benedetto XVI ha ricevuto in u­dienza i membri della Pontificia Commis­sione Biblica. Di seguito il testo del discor­so pronunciato dal Papa. Signor cardinale, cari membri della Pontificia Commissione Biblica, sono lieto di accogliervi ancora una volta al termine della vostra annuale Assemblea plenaria. Ringrazio il signor cardinale Wil­liam Levada per il suo indirizzo di saluto e per la concisa esposizione del tema che è stato oggetto di attenta riflessione nel cor­so della vostra riunione. Vi siete nuova­mente radunati per approfondire un argo­mento molto importante: l’ispirazione e la verità della Bibbia. Si tratta di un tema che riguarda non soltanto il credente, ma la stessa Chiesa, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano necessariamente sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l’e­sistenza cristiana. Il tema che avete af­frontato risponde, inoltre, a una preoccu­pazione che mi sta particolarmente a cuo­re, poiché l’interpretazione della Sacra Scrittura è di importanza capitale per la fe­de cristiana e per la vita della Chiesa. Come ella ha già ricordato, signor pre­sidente, nell’enciclica Providentissi­mus Deus papa Leone XIII offriva a­gli esegeti cattolici nuovi incoraggiamenti e nuove direttive in tema di ispirazione, ve­rità ed ermeneutica biblica. Più tardi Pio XII nella sua enciclica Divino afflante Spi­ritu raccoglieva e completava il preceden­te insegnamento, esortando gli esegeti cat­tolici a giungere a soluzioni in pieno ac­cordo con la dottrina della Chiesa, tenen­do debitamente conto dei positivi apporti delle scienze profane. Il vivo impulso dato da questi due Pontefici agli studi biblici ha trovato piena conferma nel Concilio Vati­cano II, cosicché tutta la Chiesa ne ha trat­to beneficio. In particolare, la Costituzione conciliare Dei Verbum illumina ancora og­gi l’opera degli esegeti cattolici e invita i pa­stori e i fedeli ad alimentarsi più assidua­mente alla mensa della Parola di Dio. Il Concilio ricorda, al riguardo, innanzitutto che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura: «Le cose divinamente rivelate che nei libri del­la Sacra Scrittura sono contenute e pre­sentate, furono consegnate sotto l’ispira­zione dello Spirito Santo. La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le lo­ro parti, perché, scritti sotto ispirazione del­lo Spirito Santo, hanno Dio per autore e co- D me tali sono stati consegnati alla Chiesa» (Dei Verbum, 11). Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asserisco­no è da ritenersi asserito dallo Spirito San­to, invisibile e trascendente Autore, si de­ve dichiarare, per conseguenza, che «i libri della Scrittura insegnano fermamente, fe­delmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse conse­gnata nelle sacre Lettere» (ibid., 11). Alla corretta impostazione del con­cetto di divina ispirazione e verità della Sacra Scrittura derivano alcu­ne norme che riguardano direttamente la sua interpretazione. La stessa Costituzione Dei Verbum, dopo aver affermato che Dio è l’autore della Bibbia, ci ricorda che nella Sacra Scrittura Dio parla all’uomo alla ma­niera umana. Per una retta interpretazio­ne della Scrittura bisogna dunque ricerca­re con attenzione che cosa gli agiografi han­no veramente voluto affermare e che cosa è piaciuto a Dio manifestare con le loro pa­role. «Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al lin­guaggio degli uomini, come già il Verbo del­l’eterno Padre, avendo assunto le debolez­ze dell’umana natura, si fece simile agli uo­mini » (Dei Verbum, 13). Queste indicazio­ni, offerte per una corretta interpretazione di carattere storico-letterario, richiedono un indispensabile collegamento con le pre­messe della dottrina sull’ispirazione e ve­rità della Sacra Scrittura. Infatti, essendo la Sacra Scrittura ispirata, c’è un sommo prin­cipio di retta interpretazione senza il qua­le gli scritti sacri resterebbero lettera mor­ta: la Sacra Scrittura deve «essere letta e in­terpretata con l’aiuto dello stes­so Spirito mediante il quale è sta­ta scritta» (Dei Verbum, 12). A l riguardo, il Concilio Va­ticano II indica tre criteri sempre validi per una in­terpretazione della Sacra Scrittu­ra conforme allo Spirito che l’ha ispirata. Anzitutto occorre pre­stare grande attenzione al conte­nuto e all’unità di tutta la Scrit­tura. Infatti, per quanto siano dif­ferenti i libri che la compongo­no, la Sacra Scrittura è una in forza dell’u­nità del disegno di Dio, del quale Cristo Ge­sù è il centro e il cuore (cfr Lc 24,25-27; Lc 24,44-46). In secondo luogo occorre legge­re la Scrittura nel contesto della Tradizio­ne vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto dei Padri « Sacra Scriptura principa­lius est in corde Ecclesiae quam in mate­rialibus instrumentis scripta » ossia «la Sa­cra Scrittura è scritta nel cuore della Chie­sa prima che su strumenti materiali». Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la me­moria viva della Parola di Dio ed è lo Spiri­to Santo che le dona l’interpretazione di essa secondo il senso spirituale (cfr Orige­ne, Homiliae in Leviticum, 5,5). Come ter­zo criterio è necessario prestare attenzio­ne all’analogia della fede, ossia alla coe­sione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazio­ne e la pienezza della divina economia in esso racchiusa. I l compito dei ricercatori che studiano con diversi metodi la Sacra Scrittura è quello di contribuire secondo i suddet­ti principi alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittu­ra. Lo studio scientifico dei testi sacri non è da solo sufficiente. Per rispettare la coe­renza della fede della Chiesa l’esegeta cat­tolico deve essere attento a percepire la Pa­rola di Dio in questi testi, all’interno della stessa fede della Chiesa. In mancanza di questo imprescindibile punto di riferi­mento la ricerca esegetica resta incomple­ta, perdendo di vista la sua finalità princi­pale, con il pericolo di diventare addirittu­ra una sorta di mero esercizio intellettua­le. L’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scien­tifico individuale, ma deve essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla Tra­dizione vivente della Chiesa. Questa nor­ma è decisiva per precisare il corretto e re­ciproco rapporto tra l’esegesi e il Magiste­ro della Chiesa. L’esegeta cattolico non nu­tre l’illusione individualista che, al di fuori della comunità dei credenti, si possano comprendere meglio i testi biblici. È vero invece il contrario, poiché questi testi non sono stati dati ai singoli ricercatori « per soddisfare la loro curiosità o per fornire lo­ro degli argomenti di studio e di ricerca» (Divino afflante Spiritu, EB 566). I testi i­spirati da Dio sono stati affidati alla comu­nità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa finalità condiziona la validità e l’efficacia dell’ermeneutica bi­blica. L’enciclica Providentissimus Deus ha ricordato questa verità fondamentale e ha osservato che, lungi dall’ostacolare la ri­cerca biblica, il rispetto di questo dato ne favorisce l’autentico progresso. Essere fedeli alla Chiesa significa, in­fatti, collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti ca­nonici come parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con gran­de chiarezza: «Tutto quello che concerne il modo di interpretare la Scrittura è sotto­posto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino manda­to e ministero di conservare e interpretare la Parola di Dio» (Dei Verbum, 12). Come ci ricorda la summenzionata Costituzione dogmatica esiste una inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché en­trambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura so­no strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dal­la stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscrit­to sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; in­vece la sacra Tradizione trasmette inte­gralmente la parola di Dio, affidata da Cri­sto Signore e dallo Spirito Santo agli apo­stoli, ai loro successori, affinché questi, il­luminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo mo­do la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose ri­velate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’al­tra devono esser accettate e venerate con pari sentimen­to di pietà e di riverenza » (Dei Verbum, 9). Soltanto il contesto ecclesiale permette alla Sacra Scrittura di essere compresa come autentica Parola di Dio che si fa guida, norma e regola per la vita della Chiesa e la crescita spirituale dei cre­denti. Ciò comporta il rifiuto di ogni in­terpretazione soggettiva o semplicemen­te limitata a una sola analisi, incapace di accogliere in sé il senso globale che nel corso dei secoli ha guidato la Tradizione dell’intero popolo di Dio. C ari membri della Pontificia Com­missione Biblica, desidero conclu­dere il mio intervento formulando a tutti voi i miei personali ringraziamenti e incoraggiamenti. Vi ringrazio cordialmen­te per l’impegnativo lavoro che compite al servizio della Parola di Dio e della Chiesa mediante la ricerca, l’insegnamento e la pubblicazione dei vostri studi. A ciò ag­giungo i miei incoraggiamenti per il cam­mino che resta ancora da percorrere. In un mondo dove la ricerca scientifica assume una sempre maggiore importanza in nu­merosi campi è indispensabile che la scien­za esegetica si situi a un livello adeguato. È uno degli aspetti dell’inculturazione della fede che fa parte della missione della Chie­sa, in sintonia con l’accoglienza del miste­ro dell’Incarnazione. Cari fratelli, il Signo­re Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e di­vino Maestro che ha aperto lo spirito dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scrit­ture (cfr Lc 24,45), vi guidi e vi sostenga nelle vostre riflessioni. La Vergine Maria, modello di docilità e di obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere sempre meglio la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura, non soltanto attra­verso la ricerca intellettuale, ma anche nella vostra vita di credenti, affinché il vo­stro lavoro e la vostra azione possano con­tribuire a fare sempre più risplendere da­vanti ai fedeli la luce della Sacra Scrittu­ra. Nell’assicurarvi il sostegno della mia preghiera nella vostra fatica, vi imparto di cuore, quale pegno dei divini favori, l’a­postolica benedizione.

Benedetto XVI

Avvenire - 24 Aprile 2009

mercoledì 22 aprile 2009

IL NEMICO

Ci sono due errori uguali ed opposti nei quali la nostra razza può cadere a riguardo dei diavoli. Uno è non credere alla loro esistenza. L'altro è crederci, e nutrire un eccessivo e insano interesse in essi. Loro stessi sono ugualmente compiaciuti da ambedue gli errori e salutano un materialista o un mago con lo stesso piacere.

da "Le lettere di Berlicche"

martedì 21 aprile 2009


La lotta tra massoneria e Chiesa

Squadra e compasso contro la croce

Un saggio ripercorre la «lunga lotta» tra massoneria e Chiesa negli ultimi tre secoli. Vicenda non conclusa come dimostrano le accuse di «ingerenza» oggi rivolte ai vescovi.

La Chiesa cattolica? Un’entità capace di formare «soltanto esseri inutili, se non perniciosi all’umanità». Il Papato? «Peste nera… idra sacerdotale… pericolo perenne dell’Italia e della civiltà».

Il clero? «Una turba di ipocriti che recitano preci, proferiscono bestemmie… nemico naturale, astuto e crudele… infami lenoni, genia abietta e codarda… Quando cesserete di ammorbare col vostro lezzo l’Italia?». Così si leggeva tra 1889 e 1890 non su qualche foglietto anarchico, ma sulla prestigiosa Rivista della Massoneria Italiana, come ricorda il giornalista Valerio Pierantozzi ne La Lunga Lotta. Storia dei rapporti tra Chiesa cattolica e massoneria in Italia (Il Cerchio, pp. 148, euro 16).

Un libro che ripercorre le vicende di uno scontro epocale e un po’ dimenticato nella sua virulenza (ben 2046, secondo il conteggio di Rosario Esposito, furono i documenti papali di condanna nei confronti delle società segrete e della massoneria regnante Leone XIII, tra cui due encicliche chiave come la Humanum Genus e l’Inimica Vis) rinfrescando anche la memoria sul ruolo che i «figli della vedova» ebbero in passaggi cruciali della storia italiana, come il Risorgimento, e che alcuni storici anche recentemente cercano di ridimensionare. «Nel popolo italiano, nell’Ottocento, c’è sempre stata una coscienza viva del ruolo della massoneria e delle associazioni segrete nell’unificazione del Paese – spiega Pierantozzi –. Una serie di studiosi, in particolare Alessandro Luzio, ha poi cercato di sminuire il ruolo della libera muratoria.

Una tendenza che è stata accentuata da Mussolini; il duce era un irredentista, legatissimo al mito risorgimentale. Essendo però anche ostile alla massoneria – pur se il rapporto tra fascismo e massoneria è stato complesso e quest’ultima è riuscita ugualmente a svolgere un ruolo di primo piano nel Ventennio – ha cercato di separare ulteriormente l’immagine del Risorgimento da quella delle logge. Certo, non si può parlare dell’unità d’Italia come opera tout court della massoneria. Ma il fatto che i 'padri della Patria', da Cavour a Garibaldini a Mazzini – per costui la cosa è più discussa – fossero massoni non può essere considerata una coincidenza. Né fu una coincidenza che la spedizione dei Mille fosse finanziata dalla Loggia Ausonia di Torino, con navi fornite da un 'fratello', e che fosse folta di massoni. Negarlo sarebbe ridicolo».

Ma può anche far sorridere, alla luce della storia, l’accusa di ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche negli affari dello Stato italiano, ossessione spesso ribadita (anche di recente) dai 'liberi muratori'. «Negli ultimi vent’anni dell’800 – continua Pierantozzi – la massoneria formò una sorta di superpartito in grado di manovrare le leve del potere. Un deputato di allora, il fratello Renato Imbriani, descrisse il governo come 'un conclave di 33'. Ludovico Frapolli, altro 33, creò la Loggia Universo, formata quasi esclusivamente da deputati e senatori e che 'mirava a prendere sotto tutela i lavori parlamentari e, loro tramite, il funzionamento dello Stato', come ha scritto uno storico autorevole quale Aldo Mola.

Sul modello della Loggia Universo, il Gran Maestro Giuseppe Mazzoni creò la Propaganda massonica, antesignana della P2 di Gelli, riservata solo a politici e persone influenti nella vita pubblica. Il potere di questa loggia era tale che le riunioni 'volanti' dei suoi membri avvenivano direttamente alla Camera dei deputati. E Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande Oriente, scriveva nel 1892 con estrema chiarezza: 'Noi dobbiamo essere sicuri che gli uomini portati dalle Logge ai pubblici uffici adoperino la nuova autorità ad applicare nelle leggi civili i principi e le aspirazioni'». Una storia relegata nel passato? «La presenza massonica nei gangli dello Stato è stata sempre costante. Se a fine ’800 era evidente, alla luce del sole, oggi la cosa è semplicemente più nascosta, anche per il discredito che ha investito la massoneria negli anni ’80 e ’90 e che ha reso la qualifica muratoria spesso negativa agli occhi dell’opinione pubblica. Il risultato è che – mentre un parlamentare cattolico viene facilmente accusato di lavorare per il Vaticano – è molto più raro che un onorevole sia tacciato di fare gli interessi della massoneria».

Forse non ce ne saranno poi molti di 'fratelli' tra i banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama o fra i ranghi della magistratura. «Basterebbe contare – replica Pierantozzi –, in occasione delle riunioni di loggia aperte al pubblico, i messaggi di auguri che arrivano da esponenti istituzionali oppure i parlamentari direttamente presenti. I quali, se interpellati, ovviamente negano un’appartenenza diretta». Che sia più conveniente, magari, celarsi dietro le estenuanti battaglie per la laicità, nella sua declinazione più radicale? «La laicità è sempre stata un cavallo di battaglia massonico, non c’è alcun dubbio – e non stupisce che sia sempre stato un leitmotiv del partito politico più vicino agli ideali massonici, quello dei Radicali –, a partire dalla scuola, che fu ritenuta già da Lemmi un ambito cruciale, tanto che uno storico come Fulvio Conti ha contato 9 massoni succedutisi alla guida del dicastero della Pubblica istruzione nell’800; tra cui Michele Coppino, colui che arrivò a togliere il crocifisso dalle aule scolastiche. Tutto questo perché, come scriveva sempre la Rivista della Massoneria Italiana, 'l’unico mezzo per atterrare la superstizione del confessionale è la scuola'. Ma le campagne per la laicità si concentrarono fin dagli albori dello Stato italiano anche sull’ambito della famiglia, con il tentativo di introdurre il divorzio.

E su ciò che atteneva alla morte e ai suoi riti, con la legalizzazione della cremazione e uno sforzo delle logge nel promuovere i funerali civili». Azioni concentrate sulla libertà di educazione, la famiglia e la vita, insomma. Proprio i tre 'principi non negoziabili' richiamati più volte anche da Benedetto XVI. Almeno su questo, nel ritenerli temi di fondamentale importanza, tra Chiesa e massoneria c’è stata e c’è un’assoluta concordanza.

Andrea Galli - da AVVENIRE
19 Aprile 2009
ANNIVERSARIO

Benedetto XVI, quattro anni al servizio della verità

«Nell’intraprendere il suo ministero il nuovo Papa sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo», scandiva mercoledì 20 aprile 2005 Benedetto XVI nel suo primo messaggio, al termine della Messa nella Cappella Sistina con i cardinali che il giorno prima lo avevano eletto. Sono passati quattro anni da quelle ore memorabili che videro il successore di Karol Wojtyla additare fra i cardini del proprio pontificato l’attuazione del Vaticano II, l’impegno per la «piena e visibile unità» dei cristiani, il «dialogo aperto e sincero» con gli ebrei, con i fedeli di altre religioni, con i non credenti appassionati al «vero bene» dell’uomo e della società. «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore», aveva detto con voce commossa il giorno precedente, martedì 19 aprile 2005, benedicendo i fedeli che affollavano piazza San Pietro. «Mi consola il fatto – aveva aggiunto – che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere». Una richiesta che avrebbe rinnovato pochi giorni dopo, domenica 24 aprile, nella Messa per l’inizio del ministero petrino. Già lunedì 18 aprile l’allora decano del Collegio cardinalizio Joseph Ratzinger, nella Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, aveva chiamato alla preghiera perché la Chiesa potesse ricevere, dopo Wojtyla, com’era stato con Wojtyla, il dono di un pastore «secondo il cuore» del Signore. Per annunciare a tutti che «incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio». E che «quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza». E che di fronte alla crescente «dittatura del relativismo» possiamo trovare nel «Figlio di Dio, il vero uomo», la «misura del vero umanesimo».
Un «apostolo» fra le gentiQuattro anni dopo quelle espressioni possono essere d’aiuto per rileggere – senza pretesa alcuna di esaustività – gli ultimi dodici mesi di pontificato di Ratzinger. Dodici mesi intensissimi. Che hanno intrecciato momenti di vera gioia con altri di prova e di sofferenza. Ma sempre per far risplendere la «luce di Cristo». L’Anno Paolino, aperto il 28 giugno 2008 con Bartolomeo I e gli esponenti di altre Chiese e comunità ecclesiali. Il Sinodo sulla Parola di Dio, nell’ottobre scorso, che ha chiamato in Vaticano al reciproco ascolto non solo vescovi da tutto il mondo ma anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli e un rabbino. I quattro grandi viaggi internazionali: negli Stati Uniti e all’Onu (15-21 aprile 2008); a Sydney, in Australia (12-21 luglio 2008), per la Giornata mondiale della gioventù; in Francia (12-15 settembre), a Parigi e poi a Lourdes, nel 150° delle apparizioni mariane; in Camerun e in Angola (17-23 marzo 2009), la «prima» di papa Ratzinger in Africa. Le quattro visite pastorali in Italia: a Savona e Genova (17-18 maggio 2008), a Santa Maria di Leuca e Brindisi (14-15 giugno 2008), a Cagliari (7 settembre 2008) e a Pompei (19 ottobre 2008).La misericordia e la chiarezzaFra tante occasioni gioiose, una vicenda che voleva essere un «gesto discreto di misericordia», mentre invece è stata accolta, non da pochi, anche dentro la Chiesa, con inquietudine e perplessità: la remissione (con decreto del 21 gennaio 2009) della scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988 dall’arcivescovo Lefebvre. Una vicenda che si è sovrapposta col «caso Williamson», dal nome del presule lefebvriano negazionista, e con precedenti polemiche legate alla preghiera pro Judaeis del Venerdì santo secondo il rito antico. Benedetto XVI, dolorosamente colpito dalle accuse di voler tornare indietro, a prima del Vaticano II, e di rimettere in discussione il dialogo con gli ebrei, ha saputo offrire una «parola chiarificatrice» con un gesto coraggioso e inedito: una Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica (10 marzo 2009) in cui ha spiegato respiro, obiettivi e limiti della remissione della scomunica. Parole lucide e accorate per ribadire la sua sollecitudine verso l’unità e la riconciliazione, assieme alla priorità che interpella il ministero petrino e la Chiesa intera: «rendere Dio presente in questo mondo» e «aprire agli uomini l’accesso a Dio», in tempi in cui «in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento».
La richiesta di preghiera e consiglioA turbare e addolorare il Papa non furono solo talune ostinazioni e opposizioni reiterate dalla Fraternità San Pio X riguardo all’accoglienza del Vaticano II e del successivo magistero dei Pontefici – fin qui poco di nuovo sotto il sole – ma anche alcune aspre reazioni scaturite dall’interno della comunità ecclesiale che Ratzinger stigmatizzò con accorata severità visitando il Seminario Romano Maggiore il 20 febbraio scorso, quando denunciò quegli atteggiamenti di arroganza e superbia che lacerano la Chiesa riducendola a «caricatura» di se stessa. Non meno accorate le parole con cui – all’Angelus del 22 febbraio, festa della Cattedra di San Pietro – chiese ai fedeli di accompagnare nella preghiera il suo servizio alla comunione e all’unità della Chiesa, così come quelle pronunciate il 29 marzo nella parrocchia romana del Santo Volto alla Magliana, quando disse che «il consiglio è un dono dello Spirito Santo e un parroco, tanto più un Papa, ha bisogno di consiglio, di essere aiutato nel trovare le decisioni».
Alla radice del vero umanesimoQuelle parole non sono cadute nel vuoto. Numerose sono state negli ultimi mesi le espressioni di solidarietà giunte da vescovi, associazioni, movimenti, semplici fedeli, oltre che da autorevoli esponenti del mondo ebraico. Accoglienza gioiosa della sua persona e del suo insegnamento, spesso oltre le aspettative, sono emerse proprio durante i viaggi che – spiegò il Papa nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2008 – offrono la possibilità di rendere «pubblicamente percepibile» non solo la Chiesa ma anzitutto «la questione su Dio» e la sua «presenza» nell’«attuale ora della storia». Occasioni per ribadire il fondamento inviolabile della dignità umana che trascende la pluralità delle culture, come fu nel discorso alle Nazioni Unite. Per riscoprire le radici della gioia autentica, dono dello Spirito, come avvenne a Sydney con i giovani di tutto il mondo. Per rilanciare il «messaggio di conversione e di amore che si irradia» da Lourdes e apre le persone e i popoli a relazioni di fraternità; per additare – come fece a Parigi – il senso di una «sana laicità» e il ruolo della religione quale «solido fondamento per la costruzione di una società più giusta e più libera» (discorso agli ambasciatori, 8 gennaio 2009). Per incoraggiare i popoli – come fece in Africa – alla riconciliazione, alla giustizia, alla democrazia, alla tutela della vita, alla scoperta della pienezza e autenticità dell’amore tra l’uomo e la donna. Parole che nemmeno le incomprensioni e le polemiche sulle affermazioni del Papa in materia di prevenzione dell’Aids sono riuscite a spegnere. Ratzinger, si rammenterà, ad una domanda dei giornalisti con lui sull’aereo, aveva detto come per superare il problema dell’Aids non bastano i soldi, «pur necessari», né la «distribuzione di preservativi»; la via è invece l’«umanizzazione della sessualità», insieme alla «vera amicizia» con le «persone sofferenti». Educare. E prendersi cura. Parole che hanno scatenato polemiche, soprattutto in Occidente. E consenso, a partire dall’Africa e da vasti, autorevoli settori della comunità scientifica.
Ora in Abruzzo e in Terra SantaSe nei viaggi si manifesta con maggiore evidenza il respiro universale del suo magistero, vi sono poi le innumerevoli occasioni di magistero «ordinario» offerte nelle udienze, catechesi, omelie, Angelus, lettere, incontri pubblici e privati che strutturano la fitta «agenda» del Papa e che lo hanno visto toccare temi cruciali – dal valore della vita alla salvaguardia del creato, dalla libertà religiosa alla lotta alla povertà; dalla relazione fede-ragione alle sfide della secolarizzazione, del materialismo, del nichilismo; dagli orizzonti della «legge naturale» ai destini della democrazia e alle responsabilità della scienza di fronte all’identità profonda dell’umano... Così è stato con le riflessioni offerte durante l’ultimo Triduo pasquale – la gioia della Risurrezione, la sua «realtà storica», la «luce» del Risorto per un’umanità disorientata... Lontana dallo sguardo dei media c’è poi la quotidianità fatta di preghiera, studio, colloqui, decisioni da prendere, lavoro oscuro e nascosto – com’è la gestazione della terza enciclica dedicata ai temi sociali. Tutto perché possa risplendere «non la propria luce, ma quella di Cristo». Che fra pochi giorni, il 28 aprile, il Papa recherà all’Abruzzo ferito dal sisma. E che a maggio attingerà nella stessa terra del Nazareno, dove sarà pellegrino di pace e di riconciliazione.

Lorenzo Rosoli - da AVVENIRE

lunedì 20 aprile 2009


VIVA DIO, SANTO AMORE!

I Templari, con la loro regola austera e con la loro disciplina, riflettevano le aspirazioni profonde dei loro contemporanei e forse anche quelle di molti nostri contemporanei.

Essere degni di un mantello bianco simboleggiava infatti essere uomini degni di se stessi, degni di quell’universo interiore voluto da Dio, che ognuno di noi riceve in sé nascendo, e che si purifica mediante il Battesimo. Ancora oggi è questo lo spirito del Tempio, uno spirito sopravvissuto alla distruzione, uno spirito che non solo è ancora vivo, ma che non è neanche prossimo a morire.

domenica 19 aprile 2009

II Domenica di Pasqua


IL MISERICORDIOSO

Celebrate il Signore perché è buono
eterna è la sua misericordia
(Sal 117,1)

Risuoni nel mondo il festoso annuncio
della vittoria di Dio sul male del mondo[1],
lacerato dal non-amore che distrugge
ogni uomo nella solitudine della morte[2].

Dio si presenta all’uomo per farsi conoscere[3]
come amore che crea[4], fa crescere, amore
che perdona e che salva[5], amore per sempre
che dona infinitamente tutto e a tutti[6].

Parto difficile dare vita all’uomo nuovo[7]!
Avvolto nell’ombra della morte[8], non conosce
l’amore, perché generato dalla non-vita
e non aspetta altro che non-felicità.

La vera vita ha un altro sapore:
sa di amore perché l’amore fa vivere,
sa di misericordia paterna e materna[9]
perché in essa noi siamo stati concepiti.

La storia canta l’amore di Dio
che mette in cammino uomini e popoli[10];
innalza poveri abbandonati
e li arricchisce dei mirabili doni della fede[11].

L’amore di Dio è fedele a se stesso[12],
si offre per natura, senza pretesi
contraccambi; conquista i cuori degli uomini
con i legami sponsali della sua tenerezza[13].

La Misericordia di Dio dà vita ad ogni essere;
nella sua sviscerata pietà fa rivivere
il peccatore e la sua forza rigenerante
chiama ad aver parte alla fecondità trinitaria[14].

È un amore che non è sentimento,
ma è persona, fatta carne dell’amore[15];
ha un volto di luce[16], un cuore eterno
e un corpo offerto al trionfo dell’amore[17].

Gesù è la divina misericordia del Padre,
cuore trafitto per amore[18], corpo di luce
che vince la morte, spirito effuso che
conquista le anime assetate d’amore[19].

Il cuore del Cristo risorto pulsa
in chi ha sperimentato l’amore del Padre[20]
e si è lasciato animare dallo Spirito del Risorto[21]
per essere annuncio di misericordia al mondo[22].

Gesù, fammi conoscere la Misericordia del Padre!

padrebenedetto 19, iv, 2009


[1] Gv 16,33
[2] Sal 116,3
[3] Dei Verbum 2
[4] Sal 104,24
[5] Sal 103,3ss
[6] Sal 136,1ss
[7] Rm 6,6
[8] Lc 1,78s
[9] Lc 15,11
[10] Gen 12,1
[11] Lc 1,52,53
[12] Es 34,6
[13] Os 11,4
[14] Ef 1,3ss; Mt 28,19
[15] Gv 1,14
[16] Gv ,12
[17] 1 Cor 15,54-55
[18] Gv 19,34
[19] Rm 8,35
[20] 1 Gv 4,8
[21] Rm 8,9
[22] Mt 28,19