sabato 16 aprile 2011

Aborto, ecatombe mondiale

Una ecatombe di dimensioni inimmaginabili. È questa la sensazione immediata – che si accompagna alla naturale difficoltà di reperir dati ufficiali, omogenei e recenti – quando l’intento è mettere assieme le statistiche sull’aborto volontario in tutto il mondo. Complessivamente, i dati mondiali parlano di una stima di ben oltre 30 aborti ogni 100 bambini nati: quasi una gravidanza su quattro interrotta volontariamente, per un totale di  oltre quaranta milioni di aborti all’anno. Oltre ai numeri assoluti, molto significativo è il dato che va sotto il nome di rapporto di abortività, ovvero il numero di aborti ogni 100 nati vivi.

Diocesi Piacenza-Bobbio - Ufficio Documentazione - Cattedrale - Quaresimale


INCONTRI QUARESIMALI

“…Padre liberaci dal male”

Giovedì, 7 aprile 2011

Documento elaborato da Ciani Vittorio x l’Ufficio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio.
Lettura brano evangelico: Matteo 6, 7-15
Attenzione, la punteggiatura segnata corrisponde ai momenti di pausa del Relatore.
Enzo Bianchi

Premessa introduttiva

Carissimo padre e vescovo, carissimi fratelli e sorelle,
siamo tutti impegnati nel cammino quaresimale, il cammino di conversione, di ritorno al Signore. E per questo, in questa assemblea di credenti cerchiamo di ascoltare il Signore in modo più intenso e più attento.
Ascoltare il Signore, e dunque ascoltare la sua Parola contenuta nelle sante Scritture è non solo ciò che ci compete ma ciò che è decisivo nella nostra vita. Dall’ascolto della parola di Dio, infatti, dipende la qualità della nostra fede, la qualità della nostra conoscenza del Signore Gesù Cristo. Dipende la nostra capacità di amore per il Signore, e quindi anche la nostra capacità di amore verso gli uomini, in mezzo ai quali noi viviamo.
Questo ascolto della parola del Signore si concretizza questa sera in un cercare di comprendere maggiormente la preghiera che Gesù stesso ci ha consegnato, il “Padre nostro”. E comprendere maggiormente una domanda di questa preghiera, la settima e ultima del ‘Padre nostro’ secondo Matteo che abbiamo ascoltato: “liberaci dal male”.
Quando il vostro Vescovo, che nella sua amicizia nei miei confronti, mi ha invitato, io ho gioito di questo invito per tornare di nuovo in mezzo a voi. Ma mi sono anche ricordato di aver già meditato qui a Piacenza su questa domanda contenuta nel ‘Padre nostro’. Ma ho pensato di acconsentire ugualmente tornando però sul tema rinnovando la mia meditazione e ricerca in modo da non ripetere quello che già avevo detto in quell’occasione del 2008 [1].
Vi propongo dunque stasera un nuovo itinerario che comprenderà la meditazione di tre anni fa. D'altronde il tema, anche se racchiuso in tre parole, “liberaci dal male”, è un tema inesauribile.
Perché proprio in questa domanda del “Padre nostro” è contenuto il dramma di tutta l’umanità e dell’umanità di tutti i tempi e di tutte le culture. Ma vi è anche contenuta la volontà di Dio, che è liberazione del mondo, liberazione dal male.
E per facilitare il vostro ascolto vi traccio l’itinerario:
1.    Vorrei riflettere sul modo innanzitutto sull’esperienza del male.
2.     Quindi sul grido: il grido che sale dalla sofferenza, il grido che è una preghiera: “Liberaci dal          male”!
3.   Infine, sulla risposta di Dio alla nostra preghiera: la vittoria sul male.

1.      L’esperienza del male.

L’esperienza del male, innanzitutto. Al male! alla presenza del male, non è possibile non credere. Perché del male ogni uomo, ogni donna, fa l’esperienza. È verissimo che noi lottiamo contro il male. È anche vero che noi vorremmo rimuoverlo, e che forse la cultura dominante oggi riesce in parte a rimuovere il male, tenta di non tenerlo presente all’orizzonte della vita, tende a negarlo, cerca di coprirsi gli occhi. Ma il male prima o poi ci appare, e ci appare con tutta la sua forza, che è sempre una forza mortifera, sempre una forza che è una presenza della morte.
Il sogno dell’uomo non è soltanto quello di non conoscere il male, ma il sogno dell’uomo è anche quello di non vedere il male, di non considerarlo. Perché il male è sempre sofferenza, dolore, morte.
Noi non vorremmo fare la domanda, che però siamo obbligati a farla, quando prima o poi la sofferenza, il male, ci coglie. Perché? Perché? Che senso ha? Come è possibile di questa rimozione del male? Rimozione molto umana. Tutte le culture ne danno testimonianza.
Mi permetto solo di ricordarvi molto istruttiva per noi: la storia del Buddha. Okkava Buddha. Sta scritto nella storia di questo grande paziente che suo padre, che era un principe, quando nacque il figlio si preoccupò che potesse crescere veramente felice. Fece costruire una cinta al palazzo in modo che Okkava potesse vedere soltanto la bellezza, conoscere soltanto la gioia, godere in quel giardino e in quel palazzo. E Okkava, ci dice la storia di Buddha, fece la sua crescita in quel recinto felice. Ma un giorno sentì che quel luogo era una prigione, e che anche in quel luogo in cui non si presentava il dolore, lui soffriva. E allora uscì fuori da quel giardino, da quel palazzo. E incontrò subito dopo un malato lebbroso. Poi incontrò un vecchio decrepito. Poi incontrò un morto, un cadavere. E così vide il dolore, vide la realtà, conobbe davvero l’umanità.
La storia di Buddha prosegue dicendo che subito dopo incontrò un monaco, un monaco indù. Ed ecco allora nacque la domanda, una domanda che nasceva dalla adesione alla realtà umana, non dalla falsa situazione di un recinto felice.
Ecco, la nostra società, sembra avere il pensiero del padre di Buddha: impedire di vedere il male! Non chiamare neanche più male ciò che è male.
E così noi tutti siamo indotti a rimuovere il male in mille maniere.
Pensateci bene, ormai siamo sempre più lontani dai morti, il più possibile. Vogliamo stare lontano da quelli che soffrano. Aiutiamo, certo, perché siamo buoni; aiutiamo anche gli altri, ma abbiamo la tendenza ad aiutarli sempre più da lontano, senza avvicinarci troppo alla loro sofferenza. Addirittura noi oggi siamo tentati di vivere la ‘carità’ mandando magari un’offerta attraverso il ‘telefonino’ pur di non incontrare chi soffre.
Si dice che “è morto dio nella nostra società”; è vero! Ma è morto soprattutto il prossimo, e tra il prossimo appaiono perciò i lontani, quelli che del prossimo sono bisognosi. Li teniamo lontani il più possibile. E anche quando vogliamo aiutare gli altri, siamo tentati di aiutarli con la carità presbite, che funziona solo con chi è lontano. E tiene lontano da noi soprattutto la realtà della sofferenza del male.
Non è forse così?
Ma voi sapete che resta la realtà. E per chi aderisce alla realtà, per chi aderisce al presente e al quotidiano, prima o poi noi incontriamo il male operante nella nostra vita. Ci vuol poco per riconoscerlo. La malattia che ci coglie nella mente, e che è sempre più presente nella nostra società. La malattia che ci coglie nel corpo, la malattia che ci porta alla morte.
Ma conosciamo anche la sofferenza causata dagli altri, quando ci abbandonano, quando smentiscono il loro amore, quando ci calunniano; quando magari arrivano alla violenza nei nostri confronti.
Ma conosciamo anche il male attraverso la sofferenza causata dalla natura stessa, la natura che porta la morte, la fame. Come non possiamo pensare in questi giorni al male portato dalla natura attraverso il terremoto in Giappone, con una devastazione di morte che certo ci impressiona.
Questo è il male che noi, ciascuno di noi, soffriamo.
Ma non basta questa ricognizione, perché c’è una dimensione del male che non può essere tralasciata: il male di cui noi siamo protagonisti, il male che noi facciamo con azioni, con parole, con monizioni. Quel male che la nostra tradizione cristiana chiama peccato. Una parola che noi cerchiamo di evitare il più possibile, perché non vogliamo riconoscere il male di cui noi siamo responsabili.
Ma c’è un male, di cui siamo responsabili, che non è mai soltanto rivolta contro la volontà di Dio, ma che conosciamo come contraddizione all’amore, contraddizione alla comunione, caduta e sempre disumana e disumanizzante.
Ecco, questo è il male di cui facciamo esperienza nella nostra vita, per cui soffriamo. E così fatichiamo a vivere. A volte addirittura fatichiamo a causa del male a trovare senso alla nostra vita.
E qui va detto, solo l’uomo ha coscienza del male in tutte le sue dimensioni. Solo l’uomo può dire dove c’è il male e dove c’è il bene. Quell’uomo, che il Salmo 8°, alla domanda: “Che cosa è l’uomo, Signore?” – Risponde: “È poco meno di un Dio”; è la grandezza dell’uomo: poco meno di Dio. Ma è anche l’uomo che nel Salmo 44°, sempre alla domanda: “Che cosa è l’uomo, Signore?” – Risponde: “È un mortale”; è una creatura che va verso la morte, la cui vita è come il fiore, è come l’erba, è come l’ombra che declina. Secondo la Bibbia: l’uomo sta proprio in questa sua dignità, “poco meno di un Dio”; e in questa sua fragilità, è una creatura votata che va verso la morte.
L’uomo, proprio perché ‘poco meno di Dio’, ha una consapevolezza, ha una coscienza del male come nessun altra creatura del mondo. Gli animali soffrono anche loro, ma non hanno consapevolezza di che cosa sia il male; ma gli uomini sì. E gli uomini sanno che il male può venire dalla natura, dalla vita, ma può venire anche dagli altri, può venire dalla storia, e che il male può venire da noi stessi, perché ciascuno di noi può essere soggetto di male. Siamo peccatori, cioè gente che sa che sono sedotti dal male. Non dimenticate mai quella espressione di Paolo, di cui dovremmo avere coscienza quotidiana noi: “Non c’è bene che voglio fare che ho fatto; ma il male che detesto, il male che non voglio fare, in realtà poi io lo faccio” (cf Rm 7, 15 – N.d.R.).
È indubbio che nella fede ebraica, e quindi nella fede cristiana, anche se non si arriva a dare una risposta alla domanda “Un de mago?” – “Da dove viene il male?”, si afferma però anche un’altra qualità del male, che noi oggi proprio dimentichiamo, tralasciamo, anche nello spazio cristiano. Cioè, sia l’Antico che il Nuovo Testamento affermano che il male è anche un’azione di una potenza, di una forza, che viene chiamato ‘demonio’, che il male è anche l’azione di qualcuno che viene chiamato ‘avversario’, ‘satanico’, ‘satana’; che il male è anche qualcosa che è causato da un ‘divisore’ – ‘di-a-volo’ (divisore – diavolo). Ci viene anche detto che il male regna perché c’è “un principe di questo mondo”, dice il quarto Vangelo (Gv 16, 11); e questo principe di questo mondo vuole il male. Paolo addirittura chiama questa presenza il “dio di questo mondo” (cf Ef 6,12). Gesù lo ha chiamato qualche volta il “nemico per eccellenza”, il nemico di Dio, il nemico della Sua opera, il nemico del bene, il nemico anche della Creazione come opera che Dio ha vinto bella e buona. È un nemico dell’uomo. Ed è talmente capace di male che viene anche chiamato “maligno”.
È così che la domanda del “Padre nostro”, “Liberaci dal male”, può essere tradotta in due maniere; e noi non possiamo preferire una maniera all’altra.
Possiamo tradurre dal greco, che è la lingua in cui è scritto il vangelo di Matteo, con “liberaci dal male”, cioè liberaci da tutte le espressioni del male.
Ma possiamo anche tradurre “liberaci dal maligno”. Perché l’espressione greca, poneroù, non ci dice se qui c’è solo l’espressione del male, o “mistificatore” ‑ il responsabile supremo del male. Tanto è vero che all’interno della traduzione della Bibbia, che è stata assunta dalla Conferenza Episcopale italiana, proprio nell’indecisione di tradurre il “Padre nostro” – “liberaci dal male” o “liberaci dal maligno” ‑ , ma scegliendo una espressione o l’altra si sarebbe operato una scelta che tralasciava una comprensione, giustamente i vescovi hanno preferito “liberaci dal Male”, ma mettendo la ”M” maiuscola. Per cui con la “M” maiuscola al “Male” si lascia la possibilità di chiedere a Dio: “liberaci dalle espressioni del male”. Ma il male con “M” maiuscola ci rinvia al maligno, al maligno quello che Gesù chiama il “principe di questo mondo”, il nemico, il diavolo, il divisore, satana.
Notate che tutti questi nomi sono stati dati da Gesù al male operante e che Gesù incontrava in mille situazioni. Di fatto il male appare con una forza che noi subiamo, che poche volte noi riusciamo a vincere, a contenere. Una forza che appare come seduzione alla quale è difficile resistere
Davvero credo che il termine migliore per definire il male è ancora quello di “demonio”, dove questa espressione greca demòn indica una dominanza, qualcosa che si impone. Appunto, come diceva Paolo, “non il bene che voglio fare faccio, ma proprio il male che non voglio fare alla fine io faccio”. E qui credo che ciascuno di voi, come me, constata che questo è la nostra situazione.
E così nel “Padre nostro” noi diciamo, denunciamo, il male e il “maligno” come realtà che conosciamo. In questo senso, permettetemi di dire: è molto sciocco dire se si crede al demonio sì o no. Perché del demonio, di questa sua forza, noi facciamo l’esperienza. Non è proprio il caso di crederci. E questa esperienza la facciamo in modo banale, quotidiano, semplice, sovente senza essere all’altezza del discernimento di chi è all’opera, di chi tenta e ci seduce.
Non a caso noi siamo riusciti nel secolo che sta’ alle spalle a parlare della ‘ banalità del male ’.
Attenzione! Nessuna fantasia sul diavolo-demonio. Nessuna fantasia! Tanto meno nessuna curiosità lussuriosa; ma solo la non negazione della sua presenza, perché certamente c’è una forza che è efficace; c’è una forza nel male che è plurale, ha molte facce, è una forza seducente. Ci tenta… Ed è una forza che prima o poi appare sempre come paura della morte

2. Liberaci dal male.

Secondo momento della nostra riflessione.
Da questa consapevolezza, esperienza del male che ci colpisce, noi allora gridiamo: “liberaci dal male”!. Noi gridiamo, noi invochiamo, noi chiediamo aiuto, ci rivolgiamo a Dio, nella coscienza che da soli non sappiamo liberarci dal male, né totalmente, né definitivamente.
Oggi una cultura dominante ci vorrebbe fare intravedere che andiamo verso una vita personale o collettiva… Ieri l’accento cadeva sulla dimensione collettiva. Oggi la dimensione è piuttosto individualista. Ma si vorrebbe far credere che il male in realtà diminuisce fino a scomparire, perché la scienza e la tecnica vincono il male. Ci viene promessa una vita sempre più longeva… Ma in realtà fin che c’è la morte c’è il male.
E l’avevano già capito bene i credenti dell’Antico Testamento, là dove si afferma “liberazione non c’è se non dalla morte”.
Noi a volte riusciamo a liberarci da un male, ma in realtà subito dopo dobbiamo iniziare un’azione di liberazione da un altro male, e così via… E poi comunque incontriamo la morte la quale ci attende inesorabilmente. Lo dobbiamo ammettere. E chi è capiente tra gli uomini, lo sa. L’uomo non è immortale. L’uomo può allungare di qualche anno la sua vita, ma alla fine c’è il traguardo. È stato così dall’inizio dell’umanità, millenni di umanità. E anche gli scienziati più sapienti ci avvertono che è impossibile per noi uomini sconfiggere la morte.
Alla fine, dunque, noi abbiamo la morte. E prima nella vita abbiamo delle anticipazioni che sono sempre segno della morte. Che cos’è la malattia? Ma che cos’è anche la separazione in una storia d’amore? Che cos’è la situazione di bisogno che ci minaccia nel nostro vivere? Che cos’è la cattivazione degli altri che ci provoca sofferenza? Non c’è liberazione se non dalla morte.
E per questo noi invochiamo Dio: “Liberaci tu dal male”. Perché noi la liberazione dal male non ce la possiamo dare.
Vorrei invitarvi qualche volta a pregare i Salmi. Queste centocinquanta preghiere, che cosa sono? Sono grida! pianti! lamenti! urli! da una situazione di male. Perché quell’uomo, quel credente, che prega nel Salmo, vuole il bene, vuole la felicità, vuole la liberazione, vuole la salvezza.
Questa ultima invocazione del ‘Padre Nostro’, “liberaci dal Male”, dice in tre parole tutto quello che è contenuto nei Salmi. Direi che dice tutto il movimento della preghiera cristiana. Ogni preghiera è un’invocazione al Signore, al Dio in cui si crede, per passare dalla malattia alla salute, dalla morte alla vita, dalla disperazione alla felicità, dal peccato all’amore di Dio.
In tutte le preghiere che noi uomini facciamo c’è sempre esplicito, sottointeso, “liberaci dal male”. E i mali dai quali chiediamo la liberazione sono diversi; mutano anche nella nostra preghiera. Ma ciò che chiediamo è indirizzato sempre allo stesso Destinatario, il Dio in cui abbiamo fiducia, il Signore. E noi vogliamo da Lui sempre la sua presenza, la sua consolazione, il suo amore.
La preghiera del “Padre nostro” inizia con l’invocazione a Dio come Padre: “Padre nostro”. Cioè noi abbiamo la fiducia che da Lui viene la vita. Ecco perché lo chiamiamo “Padre”: perché da Lui viene la vita.
E concludiamo il ‘Padre nostro’ con queste invocazioni contro il male, queste invocazioni di liberazione di salvezza.
E vorrei dirvi di più, come notava un padre della chiesa ‑ che ha commentato bene il ‘Padre nostro’ ‑, un padre della Chiesa antica: Giovanni Crisostomo, il quale diceva: “Quando noi diciamo ‘ liberaci dal male ’, di fatto stiamo dicendo tutto il ‘Padre nostro’”. Tutte le invocazioni ‑ perché le invocazioni precedenti: “venga il tuo regno”, “sia fatta la tua volontà”, “dacci oggi il pane quotidiano”, “rimetti a noi i nostri peccati”, “non abbandonarci alla tentazione” ‑ sono tutte richieste di liberazione dal male. È sempre il male che impedisce che siano realtà: vita degli uomini, le cose che chiediamo nel ‘Padre nostro’, il Regno, la realizzazione della volontà di Dio, il perdono.
Potremmo dire che queste parole sulla bocca del cristiano sono alla fin fine sempre ‘liberaci dalla morte’: sì, dalla morte! “Dalla morte”, come ultima parola per ciascuno di noi. Certo la morte eterna, quella morte che significa “esclusione dalla comunione con Dio”. Ma anche dalla morte che ti raggiunge alla fine della nostra vita. E anche dalla morte che è presente magari in uomini e donne che sembrano vivi, ma che sono “morti” perché incapaci di una vita di comunione, incapaci di speranza.
Dobbiamo pregare, e pregare dunque, chiedendo al Signore ciò che noi non possiamo da soli. Dobbiamo pregare il Padre perché ci dia la forza di resistere al male, perché c’è una resistenza al male che ci spezza, senza la quale Dio non può operare. Resistere a satana, al ‘tentatore’. Lottare contro tutte le forze del male che ci assalgono, è il nostro compito.
E per resistere occorre esser pronti ad una dura e incessante lotta spirituale, ma in questa resistenza occorre che sia presente il Signore.
Nel Salmo 119° c’è un’espressione straordinaria: “Signore, nella mia lotta si tu a lottare”. Quando noi lottiamo contro la tentazione, contro il male, il Signore è lui che lotta in noi.
E come dimenticare le parole di Gesù? che, nella lotta contro il male, aboliva “Questa specie di demoni non la si può scacciare, se non con la preghiera” (Mc 9, 29). E come dimenticare le parole dell’apostolo Paolo?: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rm 12, 21).

3. La vittoria sul male.

Infine, ultimo punto della nostra meditazione, “la vittoria sul male”.
Il male che ti colpisce. Questa azione del demonio che si fa sentire nella nostra vita personale e collettiva, è invincibile? È una realtà ultima? È l’ultima parola sulla vita degli uomini?
Ecco, qui c’è la buona notizia: c’è il Vangelo! Che è davvero la risposta, l’unica risposta al dramma del male. Infatti, la “buona notizia”, l’unica vera buona notizia ‑ che i cristiani dovrebbero non solo ritenere loro speranza, ma sentirlo soprattutto come l’unico vero debito che hanno verso l’umanità, verso i fratelli ‑, questa buona notizia è che Gesù con la sua vita, la sua morte e la sua resurrezione ha vinto il male e il maligno per sempre.
Ci bastino due parole del Nuovo Testamento.
Negli Atti degli Apostoli, Pietro riassume così la vicenda di Gesù: “Gesù, un uomo che passò facendo il bene e risanando tutti quelli che stavano sotto il potere del male, perché Dio era con Lui”, sta’ in Atti 10, 38. Ecco la vita di Gesù: una vita in cui ha fatto il bene, sottraendo al potere del male tutti quelli che erano malati e che Lui guarì.
Ma un’altra affermazione importante si ha sulla bocca di Gesù secondo il quarto Vangelo. Quando Gesù, ormai attraverso la sua passione e morte, la vigilia, a Gerusalemme, Gesù grida: “Ora il principe di questo mondo è buttato fuori” (Gv 12, 31). Cioè ora il demonio, con la mia passione morte e resurrezione, è vinto per sempre! È buttato fuori! Non ha più una vittoria definitiva per gli uomini.
Tutta la vita di Gesù è stata una battaglia contro il male, e contro il Male con la “M” maiuscola, perché Gesù è stato tentato e ha resistito alle tentazioni: ha vinto il demonio. Perché Gesù ogni volta che ha incontrato il Male nelle sue varie forme – i malati, i peccatori – ha dato loro la vita, ha rinnovato la loro vita, ha dato loro il perdono e l’amore. Tutto l’operare di Gesù era togliere terreno e potere al male. E questo Gesù non l’ha fatto interessandosi del male in modo astratto. Gesù ha mai speculato sulla realtà del male, come siamo tentati di fare noi; ma ha voluto incontrare uomini e donne segnate dal male, segnate dalla malattia, segnate dal peccato, segnate dalla morte.
E Gesù ha incontrato noi uomini prendendosi cura di noi, curando le nostre malattie – dicono i Vangeli –, liberandoci dal potere del male.
Tutta la sua dizione, come aveva detto nella sinagoga di Nazaret, era annunciare la buona notizia ai poveri, portare la libertà ai prigionieri, portare ai ciechi la vista, portare la liberazione agli oppressi (cf Lc 4, 16-19).
E questa lotta di Gesù contro il male, era una lotta combattuta soltanto con la voce.
E possiamo anche riassumere la vita di Gesù, non solo come facevano gli Atti degli Apostoli, ma sto facendo del bene, ma come fa il quarto Vangelo: adesso ho amato: ‘amò fino all’estremo’, “amò fino alla fine” (Gv 13,1). Questa è la sintesi di tutta la vita di Gesù.
E se i discepoli potranno arrivare a dire che “Dio è amore” – questa è l’affermazione che fa Giovanni nella sua lettera (1 Gv 4, 8.16) ‑ (e lo sapete) è l’affermazione ultima, l’ultima del Nuovo Testamento, dopo la quale non sono possibili altre definizioni ulteriore di Dio. Ma se sono arrivati a dire che “Dio è amore”, ciò cui non era giusto l’Antico Testamento. L’ha fatto perché avevano visto l’amore di Dio presente nella vita umanissima di Gesù, l’autorevolezza di Gesù, la sua forza, quella che permetteva a Gesù di guarire i malati, di risvegliare una donna in una prostituta, di risvegliare un uomo nuovo in uno strozzino, di mettere vita dove c’è la morte. Era la sua capacità di amare concretamente, umanamente e gratuitamente.
Così Gesù dimostrava che il male può soltanto essere vinto soltanto dal bene, dunque dall’amore che è il bene supremo.
E dopo un’esistenza segnata dall’amore, anche nella Passione. Quando si scaricava su di Lui l’odio dei potenti ‑ la violenza dei persecutori, il tradimento degli amici ‑, Gesù ha continuato ad amare mai contraddicendo l’Amore. Mai cedendo al Male, mai cedendo alla tentazione di opporsi al male con il male.
È andato incontro alla morte come ogni altro uomo, ma è entrato nella morte amando. E questo suo Amore non poteva morire per sempre. Sicché Dio ‑ il Padre – ha dovuto confermare il suo Amore risuscitandolo da morte.
Stiamo attenti a noi cristiani! Quando finiamo per dire che Gesù è risorto solo perché era Figlio di Dio – messaggio troppo breve che agli uomini non interessa nulla! Gesù è risorto perché il suo Amore – che era l’amore di Dio operante in Lui – non poteva morire, e non poteva permettere che l’ultima parola fosse la morte. Per cui, il Padre confermandolo come Figlio ‑ come sua Narrazione, come sua Rivelazione ‑ lo ha resuscitato dai morti: ha mostrato che l’Amore vince la morte. E questa è la Pasqua, questa è la buona notizia pasquale. L’Amore è più forte della morte. L’Amore è capace di vincere il male.
Cari fratelli e care sorelle, in questo cammino quaresimale ci siamo impegnati a lottare contro il male, e abbiamo certamente pregato più volte il Signore “liberaci dal male”. E ormai, ecco, la Pasqua ci sta’ davanti. La Pasqua è vittoria sulla morte, sul Male e sul peccato. La vittoria dell’amore di Dio. La Pasqua è l’evento decisivo per l’umanità.
Vogliamo noi partecipare a questo evento? L’evento del Cristo vincitore del Male e della morte? Vogliamo essere con Cristo nella lotta contro il male, vittoriosi! Grazie soltanto a Lui, alla sua azione, alla sua Grazia, non certo fondando sulle nostre forze? E vogliamo con tutti i nostri limiti essere con Cristo nell’Amore fino alla fine, a prezzo anche della croce?
Così saremo liberati dal Male, e saremo esauditi nella nostra preghiera del ‘Padre nostro’: “Liberaci dal Male”. Questa è l’invocazione. Una invocazione che facciamo però nella fede di Cristo, che ci ha liberati dal male con la sua vita, la sua morte, la sua Passione, cioè con il suo Amore fedele fino alla fine.
Apprestiamoci a celebrare la Pasqua, come vittoria dell’amore di Dio sul Male, che purtroppo regna nel Mondo, e che sovente regna anche in noi: il male che conosciamo, che non possiamo rimuovere, ma che Dio in Gesù Cristo ha vinto per sempre.

Documento rilevato da registrazione audio da Vittorio Ciani, nel linguaggio parlato, ma non rivisto dall’Autore.

[1] File OT160508 ‑ Diocesi Piacenza-Bobbio Ufficio Documentazione Basilica di Sant’Antonino ‑ L’Associazione Teologica di Piacenza, promuove: “Festival della Teologia “…ma liberaci dal male” ‑ Prima edizione 16-17-18 Maggio 2008 ‑ – Lectio magistralis di Enzo Bianchi ‑ 16 Maggio 2008. Relazione totale rilevata dalla registrazione audio da Ciani Vittorio. Enzo Bianchi fondatore e priore della comunità monastica di Bose.

giovedì 14 aprile 2011


Riceviamo e pubblichiamo un interessante contributo, anche per aprire un confronto su questi importanti temi
 

La chiesa di Fuxas a Foligno
 
TERRIBILIS EST LOCUS ISTE
Contro la degradazione dei luoghi sacri
 
Personalismi, ignoranza, egocentrismo e massoneria al vertice dell’imbarbarimento dei luoghi sacri

di Umberto Battini

Si fa tanta pompa, per bocca di taluni cattolici, di inesorabile e definitiva consegna del proprio “io” alla fede ed alla Chiesa. Ci si infila nella bella e semplice propria ‘autoassoluzione’ (nel caso commettessimo qualche defaiance) e poi, come niente detto e fatto si continua nel filone relativista che tutte la magagne copre.
E sì: è più facile vedere la pagliuzza altrui che la trave propria.
Ma non nego della presenza della buonafede ed anche (è dottrina) della Divina Misericordia e (è dottrina) della Provvidenza (vedi senza affanno cosa ne dice il Catechismo della Chiesa cattolica).
Conosco un bravo sacerdote che ha una grande cura dell’edifico sacro lui parrocchialmente affidato, e che a mia memoria, non ha mai permesso in esso profanazioni del sacro, della cultura e dell’arte. Anzi, mantiene questo Locus sempre lindo e consono alla conservazione in esso del SS.mo Corpo di N.S. Gesù Cristo, che dal tabernacolo si offre a nostra consolazione, al ringraziamento ed adorazione!
Ed in questo modo anche le celebrazioni, volenti o nolenti, assumono sempre una bella decenza liturgica e sono a vantaggio della crescita personale del fedele.
Al contrario i luoghi sacri de-sacralizzati non solo sono a detrimento dell’anima dell’edificio ma ancora più dei fedeli. E’ un processo lento e inesorabile che produce nelle anime più semplici un oscuramento della grandiosità della stessa Liturgia e quindi della Dottrina e dei pilastri stessi della nostra fede.
Presentare Chiese, Cattedrali, Basiliche, Santuari e semplici loci sancti (quei luoghi che hanno visto nei secoli in essi svolgersi la vita santa di comunità e/o uomini e donne non poi raramente con taluno dei suoi membri elevato agli onori degli Altari) come naturali aule da concerto, oppure da teatro o per proiezioni varie ossia allestirvi pseudo-mostre al limite del decente, al margine del concetto di cultura e dell’arte, porta ad una barbarie e ad un declassamento di questi Sacri edifizi! Il fedele stesso è smarrito e si pone la domanda: ma per questo tipo di cultura (anche se di marca cattolica) non esistono luoghi e spazi idonei per rappresentarli? Conviene de-sacralizzare l’edifico Sacro, quello stesso che contiene la Casa in Terra di Dio – il Tabernacolo – per usare l’aula e l’altare e l’abside stessa per eventi profani? Un teatro, un cinema, un’arena, un museo hanno allora la stessa valenza della mia Chiesa?. Relativismo massonico che sta infangando e immergendoci tutti quanti noi cattolici, senza che ce ne rendiamo conto: all’erta fratelli cristiani!
Ricordate Gesù quando cacciò mercanti e figuranti vari dal Tempio?
E noi dobbiamo subire silenti, ingoiare amari bocconi che solo con la perseveranza nella preghiera e nell’affidamento alla Provvidenza Divina ed alla Madre Celeste Maria Santissima riusciamo a combattere insieme con le Potenze del Cielo (le Vite dei Santi insegnano!).
Anche la mera desacralizzazione di luoghi ab memoriam risaputi venerabili non giova; così facendo rendiamo vano ciò che altri nei secoli, con o sine traditio, hanno portato avanti in questi loci. E nulla vale ripetere che i tempi son cambiati, che già questo vano desacralizzare è iniziato da tempi nei quali noi oggi non abbiamo colpa d’intento: se si è veramente cattolico nel solco tradizionale, non si vende l’anima al diavolo per pochi soldi, ciò è permesso a chi vive nel mondo e nel mondo nella negazione della cristianità e quindi di cultura, radici e tradizioni!
A noi no, ciò non può e non dovrebbe succedere. Sforzo ce ne vuole, è letteralmente un grande sacrifizio: pensiamo a chi vive – pro grazia sua – in un luogo che nei tempi fu di tradizione cristiana caritatevole. Mantenere integro nel limite del possibile il Loco venerabile, richiede amare esso secondo l’insegnamento evangelico e cioè amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta l’anima, possibilmente senza compromessi, cosa oggi molto, molto difficile da mettere in esercizio.
Diversamente è un tradimento della tradizione e cioé: non si concorre più a tradere a portare con sé quel patrimonio custodito moralmente da quegli edifizi, patrimonio storico che è verificabile non solo nelle carte polverose di archivi e buoni libri. Sempre ricordando che l’uomo vive in debolezza ed è in buona fede nell’agire, “misericordia io voglio” ci dice l’Evangelo.
Però, e per me esiste anche un però, ricordiamoci del libero arbitrio. Ed agire con libero arbitrio significa per di più prendersi le proprie responsabilità – tutte! – siano esse positive o negative in rapporto a noi e agli altri con il mondo che ci circonda.
Dicevo della degradazione dei luoghi sacri, ebbene, è verità certa e riconosciuta che i primi luoghi sacri a dover esser preservati sono appunto le Cattedrali e le chiese in genere tutte. Pensiamo al gusto ed alla riverenza del sacro dei nostri antenati non è certo possibile ascrivere tutte le opere d’arte ed architettoniche conservate nelle nostre chiese alla sola e unica voglia di sfoggio di ricchezza e sfarzo: custodiscono invece la scintilla della fede e dell’elevazione oltre che la non mai appagata riconoscenza verso Dio Creatore cui nessun valore al mondo potrà mai dar lode e ringraziamento.
A dimostrazione dell’importanza del Luogo Sacro, ricordo che già i longobardi (popolo erroneamente definito barbaro) possedevano un tale rispetto di questi luoghi a tal punto che gli ospizi per pellegrini, i brefotrofi, i ricoveri per anziani ed i malati avevano un posto speciale nella legislazione. Oltre alla cura e rispetto per chiese, monasteri ed oratori.
Ma, per esempio nostro, voglio parlare proprio dei luoghi venerabili più semplici, quelli all’ultimo posto e non per questo anch’essi tra i primi ad essere considerati già dall’antichità nella loro caratteristica di sacralità. Anche qui si dispensava ‘Evangelo’ in modo pratico, vivo e visibile, senza nulla pretendere in cambio. Rappresentavano la Parola Sacra emanata ed imparata dentro alle Chiese e trasformata in materia ed atto, attirando non di rado l’apprezzamento delle comunità locali.
Ecco perché i Loci Venerabili non vanno sminuiti, de-tradizionalizzati e tolti dal contesto della cattolicità cristiana, questo andrebbe praticato quantomeno nel limite del possibile! E’ ovvio che concorrono una infinità di fattori affinchè questo grado massimo di rispetto tradizional-storico-culturale possa essere messo in pratica e lascio alla mente del lettore ed alla sua intelligenza l’approfondimento.
In questo articolo io tento solo una introduzione all’argomento, che poi potrà essere con maggior chiarezza e acume da quant’altri approfondito, e ciò m’auguro avvenga davvero!
Nella sottotitolazione del testo mi riferisco a personalismi, ignoranza, egocentrismo e massoneria nell’aver maggiormente contribuito alla non piena e completa sacralità dei Luoghi prettamente liturgici ed anzi magari appunto, come nel caso proprio della massoneria (muratoria) della loro sperata completa scomparsa del sacro cristiano dalla nostra società. E su tal argomento già esistono fior fiore di studi cattolici affidabilissimi circa il barbarico uso di Chiese per usi a-liturgici e peggio ancora, per liturgie de-sacralizzate!! Spiace dover costatare come la diabolica setta massonica sia al lavoro all’interno dell’amata Chiesa Cattolica Romana. Al lettore di queste righe, nella pienezza del proprio arbitrio, la facoltà di approfondire l’argomento, libri e siti internet affidabili non mancano per nostro studio. Comunque sia non praevalebunt!
umbertobattini@gmail.com 

Voi chi dite che io sia ? 
  La Sacra Sindone


dal 7 al 30 aprile
Chiesa di S. Francesco da Paola Veglie - Lecce

mercoledì 13 aprile 2011


"Non vi caricate di troppe devozioni, ma intraprendetene poche, e perseverate in esse. Non tante devozioni, ma tanta devozione"

(San Filippo Neri)
Congregazione Templari di San Bernardo per il
Venerdì Santo
22 aprile 2011
Capitolo della Passione di NSGC
 


  Veglia di venerazione della Sacra Spina della Passione di Nostro Signore 
Gesù Cristo   

  Piacenza Chiesa di San Giuseppe all'Ospedale 
(già Chiesa Templare di Sant'Egidio ed Ospitale della Misericordia) 
  dalle ore 8 alle 24 
  ore 15 Via Crucis
ore 16 Celebrazione della Passione
ore 21 meditazione e Preghiera

DATA IN DONO AI PIACENTINI DA UN PELLEGRINO NEL 1005, FIORÌ DUE VOLTE NEL VENERDÌ SANTO DEL 1490 E DEL 1512

Diocesi Piacenza-Bobbio - Ufficio Documentazione - Cattedrale - Quaresimale

“Padre, non ci abbandonare alla tentazione”

Giovedì, 31 Marzo 2011

Documento elaborato da Ciani Vittorio x l’Ufficio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio.

Lettura: Vangelo di Giovanni 12, 20-28.
Attenzione, la punteggiatura segnata corrisponde ai momenti di pausa del Relatore.
Pierangelo Sequeri

Premessa introduttiva

Abbiamo di nuovo l’occasione, grazie all’amicizia del vostro Vescovo e alla vostra buona accoglienza, di meditare insieme un passaggio della Quaresima. Il nostro passaggio è attraverso la parola della preghiera cristiana per eccellenza, che dice: “non abbandonarci alla tentazione”, non spingerci lì dentro; che vuole dire già spontaneamente: perché non giuriamo su di noi?, non siamo tanto sicuri. Ma, attraverso la parola di Giovanni, che abbiamo ascoltato questa sera, forse possiamo allargare un po’, approfondire un po’, dipanare un po’, il senso certo un po’ enigmatico di queste invocazioni. Apposta vi ho detto questa specie di traduzione: non ci spingere lì dentro perché non siamo sicuri di noi. Ma lì dentro c’è soltanto il male!
Ecco, abbiamo ascoltato questa parola di Gesù, che dice: “E come posso chiedergli di salvarmi da quest’ora? Non è per questo che sono venuto?” Ti deve risuonare qualche cosa di queste invocazioni, tanto più se ti ricordi, e ti ricordi perché l’hai ascoltato tante volte nel Vangelo, che poi viene il momento in cui Gesù nell’Orto dice: “Padre, se è possibile, passi da me…”.
Ecco, lo vedi che ci sono tutte e due le cose: c’è qualcosa di appassionate, di intrigante, di profondo, in n questa esperienza; nella quale chiediamo a Dio di custodirci, nella quale chiediamo a Dio di non spingerci troppo a fondo … ma anche con la sensazione che in certo modo anche Lui ci accompagna lì dentro. Ohibò! … Dio ci accompagna nella tentazione? – nella prova, nella stessa Parola?
Abbiamo l’occasione per correggere un piccolo rimpicciolimento di questa parola: “tentazioni”. Bisogna che non pensiamo subito alla ‘mela’ che ci piacerebbe prendere … e invece non dobbiamo prendere. C’è anche questo, fa parte delle prove della vita: provare attrazione per qualche cosa che non è giusto, che è male.
Ebbene, questa sera abbiamo l’occasione comunque di comprendere che queste non sono le prove più importanti per la nostra vita. Sai perché? Perché queste le riconosciamo ad occhio nudo, perché anche se siamo deboli sappiamo che sono male; sono tentazione del ‘piano terreno’. Forse non siamo abbastanza forti per poter resistere; ma lo sappiamo quando siamo stati deboli delle tentazioni che riguardano ciò che è male.
Ebbene, noi sappiamo praticamente tutto, sappiamo di che cosa si tratta… E non è certo dentro lì che Dio ci accompagna e ci spinge. E dunque, non è prima di tutto da lì che chiediamo di essere liberati. Noi chiediamo di essere liberati da qualche cosa in cui non di meno siamo portati. Da qualche cosa in cui addirittura è necessario che noi accettiamo di essere portati… come dice Gesù. Non posso chiedere di essere sottratto proprio adesso… è per questo che sono venuto!
Ecco, proviamo, in obbedienza alla parola di Dio, a esplorare questa strada, molto più impegnativa, molto più difficile, molto più enigmatica per noi. Perché la tentazione delle cose cattive che non dobbiamo fare è alla nostra portata. Forse non ce la facciamo, siamo deboli, un po’ infingardi… ma se sono cattive le vediamo. Mentre questa ‑ questa ‘prova tentazione’, di cui parla Gesù, che comprende anche tutte le altre –, questa è una prova che mette a rischio la trasparenza della nostra mente, la qualità della nostra vita, il senso dei nostri sforzi migliori, la verità dei nostri affetti più sacri e più cari. Lo capiamo dal fatto, e sempre in questo brano che abbiamo letto, la faccenda della prova nella quale Gesù dice: “Non posso chiedere di essere liberato. È per questo che sono venuto!”. È associata all’immagine conosciutissima del ‘seme’: “Se il seme… non muore…”.
Cominciamo a capire qualche cosa… Sì?. Si tratta di qualche cosa in cui dobbiamo entrare, in cui dobbiamo sentirci un po’ morire… e tuttavia dobbiamo continuare a credere… Ecco la prova: dobbiamo continuare a credere che qui si tocca il meglio della nostra vita, e dunque non dobbiamo semplicemente uscirne.
Dobbiamo chiedere a Dio di resistere il tempo necessario… per non arrivare al peccato mortale di tutti i peccati mortali… che sarebbe questo: Di fronte alla prova dire: Ho vissuto per niente. Se questo è quello che si ricava volendo bene, facendo del bene, facendo sacrifici per il bene… io ripudio la vita che ho vissuto… me ne dissocio… andate avanti voi… non ci credo più… Ecco, sento di averla sprecata.
Capisci dunque, perché noi dobbiamo chiedere a Dio: ‑ che mentre ci accompagna in questa prova, necessaria, inevitabile, dotata persino di una sua bellezza, come vedremo –, abbiamo bisogno insieme di dire: “Però, Signore, ricordati che ci hai tra le mani… non ci ficcare lì dentro più del tempo necessario. È la stessa cosa di cui ci dà testimonianza Gesù, che dice: “Lo so, che è venuta l’ora della mia prova, e non posso sottrarmi. Insieme Signore! Dio, Padre! Se è possibile … che passi”. Quello che chiediamo noi nel ‘Padre nostro’. Quello che ci ha insegnato anche a noi a chiedere: Accompagnaci lì… e che passi! Che non ci restiamo dentro… Guarda che siamo fragili… Accompagnaci e custodiscici…; come dirà al Padre pregando sui suoi discepoli: “Non li tolgo dal mondo… ‑ devono fare la loro vita ‑, ma ti prego che tu li custodisca come io li ho custoditi” (cf. Gv 17, 6-11). Questo chiediamo: accompagnaci dentro lì e custodiscici perché, da soli, noi quella prova la falliremo! noi, tutti noi, tutti gli esseri umani.
E noi, credenti, nel modo più trasparente possibile cadiamo due volte sotto questa prova. Siamo accompagnati da Dio due volte dentro questa tentazione… nella quale c’è una benedizione… che senza essere messi alla prova non salta fuori, non fiorisce, non produce niente, non riempie la nostra vita.

La prima prova

Una prima volta siamo indotti in questa prova proprio come una prima volta Gesù fu indotto nella prova, nella tentazione. Ma adesso abbiamo capito che dobbiamo parlare … ve lo ricordate tutti (cf. Mt 4, 1-11): il diavolo lo sorprese nel deserto… dopo la sua Quaresima … Gesù aveva fame … e il diavolo dice: ebbene, tu sei figlio di Dio di a queste pietre che diventino pane. Dov’è la tentazione, secondo voi? Ti ha detto di svaligiare una panetteria? Ti ha detto di rubarlo di bocca a qualcuno? … Dov’è la tentazione? Ti ha detto: puoi trasformare delle cose inutili, come questi sassi, in buon pane per saziare la tua fame. C’è qualche cosa di fame nella fame? No. C’è qualche cosa di male a trasformare le pietre in pane? No. Viene depredato qualcuno? No. Dov’è la tentazione?
Eppure la tentazione c’è!: profonda, insidiosa e apparentemente invisibile. Ecco perché ti dico: salvi i peccati dai quali lì ci sono tentato, e quelli lì sono già un problema risolto. Si, certo, devi resistere con l’aiuto di Dio, ma … insomma, non sono il nostro problema più grave. Ma qui c’è una tentazione invisibile. E sai perché ti mette a dura prova? Perché ‘è dura chiamarla tentazione’! ma lo devi fare. Allora dove sta’ la tentazione?
La tentazione sta in questo: pensare che il primo gesto della nostra vita ‑ il primo significato della nostra vita, il primo orientamento della nostra vita, la sua base elementare – consista nel soddisfare il nostro bisogno e il nostro desiderio come se fossimo soli.
Incontreremo di nuovo il tema dei ‘pani’, sì. Nel Vangelo di ‘dopo’, lo sapete tutti, c’è l’episodio della ‘moltiplicazione dei pani’ (cf. Gv 6, 1-13). Il primo gesto lì è “qualcuno ha fame”… Allora moltiplichiamo i pani anche per noi. Non sembra neanche una tentazione…
Eppure questa parte del pianeta Terra in cui viviamo ‑ che è la più ingorda, la più egoista e la più infingarda che attualmente esista ‑ sta’ disimparando questo gesto. Guarda non il gesto della carità, il gesto del dono. No! Magari anche quello… Ma non è quello. Ti parla di una cosa più profonda: noi stiamo disimparando, noi non consideriamo più sacro, noi non consideriamo più decisivo … noi non cerchiamo più la nostra felicità nel fatto di lasciarci tirare fuori le nostre cose migliori (anche per noi), le nostre sostanze migliori, i nostri pensieri migliori, le nostre idee migliori, le nostre invenzioni migliori… da qualcun altro che ce li tira fuori. Noi cerchiamo di farle da noi, di provarle da noi.
Noi non conosciamo più la bellezza della fame saziata con un ‘pane’ la cui metà è stata data prima ad un altro… Stiamo per dimenticarla. Ci stiamo trasformando in una colonia operosa di insetti, che cooperano nella produzione dei beni, ma che hanno imparato ciascuno a desiderare e a vere diritto per sé di soddisfare i propri bisogni, e di realizzare i propri desideri.
C’è qualche cosa di cattivo in questo? No!
C’è qualcosa di terribile e di mortale in questo? Sì!
Cambia completamente la nostra vita ‑ cambia completamente la grana della qualità umana della vita ‑ quando nella tuta testolina, nel tuo cuore, nella tua carne, s’è impressa questa cosa.
È degno per l’uomo saziare la propria fame quando ha imparato a farlo nutrendo qualcun  altro.
È degno per l’uomo inventare cose belle della vita, farsi venire idee brillanti e geniali, soltanto quando qualcun altro ha fatto di tutto per tirartene fuori, soltanto quando il pensiero di qualcun altro ha accesso il desiderio di pensare delle cose: inventare degli attrezzi, di produrre del cibo, di sviluppare le nostre capacità di cure.
Sembra niente! Ma il giorno che gli esseri umani tutti impareranno che prima di tutto si tratta di saziare se stessi e così dopo si sarà capaci di saziare gli altri… noi moriremo tutti di fame nella nostra ingordigia … la prova non sarà stata superata, diventeremo superbi, disimpareremo totalmente che cosa significa volere bene, perderemo la felicità delle nostre invenzioni migliori, vivremo tutti a testa bassa con i ‘fili nelle orecchie’, cercando semplicemente di soddisfare noi stessi. E ci illuderemo che in questo modo diventeremo più bravi a volerci bene l’un l’altro, a fare delle cose anche belle per tutti… Non succederà!
Sembra strano ma questa parola del Signore è Lettera per la nostra vita, è letterale.
Quando uno si comporta come il ‘seme’, quando l’essere umano si comporta come il seme, anche lui fiorisce come una pianta bellissima.
E quando si comporta come un predatore per saziare se stesso, diventa una pianta triste, malinconica, avvilita, destinata semplicemente a corrompersi.
Ecco, il primo momento in cui chiede la prova di cui parla il ‘Padre nostro’. La prova di cui parla Gesù. La ‘prova del nove’. “Ho adempiuto tutta la Legge e i Profeti, cosa devo fare adesso?” (cf. Mt 19, 16-22).
Eh, se una volta potessi imparare tu che le parti migliori dell’essere umano si imparano quando uno si dispone a farsele cercare da un altro … e non ha questa fortuna che possono sperimentarlo fisicamente… Che capiscono che cosa significa essere umani e donne precisamente perché il bambino cerca la ‘tettarella’, ed è così che capiscono perché sono al mondo. Perché nel momento in cui impareranno a cercare di procurarsi da sé la soddisfazione del loro essere donna, diventeranno di plastica come molte di quelle che saremo costretti a subire oggi. È infallibile.
Ma tutti possiamo imparare questo, tutti possiamo imparare questa lezione. Le nostre risorse migliori sono il frutto di questa domanda: “Non chi sono io?” – “Ma, per chi sono io?”. Insegnare agli esseri umani ad aprire gli occhi, guardarsi intorno, e domandarsi: “Per chi sono?”. Perché, se trovo ‘ per chi sono ’, da me verranno fuori le parti migliori, e io stesso non patirò di certo la fame.
Se invece la prima domanda che mi faccio è: “Come posso saziare il mio desiderio?”, diventerò un essere avvilito e inutile; e questo… mi mette di traverso fra gli uomini e Dio. E più ci sono questi parassiti, che oggi noi alleviamo scientificamente, sono persino incolpevoli; più ci sono di questi parassiti che nella ricerca di sé si mettono in mezzo fra gli uomini e Dio e più l’avvilimento degli esseri umani diventerà invisibile. E la presenza di Dio per gli esseri umani e per i loro avvilimenti diventerà così lontana, così stinta, così vaga… proprio come sta succedendo adesso.
Se invece di mettersi in mezzo per ostruire questo, noi saremo capaci di dare la nostra buona testimonianza ‑ ridestando questo esercito di rimbambiti, che stiamo generando ‑ alla felicità di farsi succhiare dalla ‘tettarella’ qualcosa di buono, del sentirci di nuovo vivi. Allora in quel momento noi saremo la piccola cortina luminosa come il fuoco del “roveto di Mosè” (cf. Es 3, 1-6). E dietro si intuirà che Dio c’è… E il satana se ne deve andare con la sua ‘coda tra le gambe’, come nelle tentazioni di Gesù (cf. Mt 4, 11).
La nostra prova di inizio, la nostra prova di iniziazione è superata. E la nostra testimonianza cristiana ci renderà belli, trasparenti … più che con le ‘cremine’ … e molto sorridenti, anche un po’ ironici per queste generazioni ‘melancoliche dell’Occidente’ … che ‘ci stanno morendo di benessere come le mosche’
La prima prova dunque è: diventare come il ‘roveto’. E dunque saper affrontare quel momento di mancamento… perché è una tentazione … Che ti viene quando nella sensazione di avere bisogno tu, di avere fame tu, di dover essere sostenuto tu … sei tentato di dimenticarti di questa cosa profonda, enorme, inventata dalla Creazione… sei tentato di dimenticartene… sei tentato di dimenticarti che non c’è mai un momento della tua vita in cui devi mangiare da solo, vestirti da solo, visitarti da solo, parlarti da solo, realizzarti da solo… Perché diventi triste e vecchio e cadente se non superi questa prova… a costo di trattenere la fame.
Devi andare in cerca di qualcuno che renda luminoso, bello, felice… come nel gesto della Creazione dell’inizio: mangiare il Pane, perché il “pane diviso è imbattibile”, e il “pane solitario è mortale”.
La prima prova! Si ripete negli anni. È una prova che accompagna il nostro ingresso nella vita. È una prova che accompagna anche la nostra vita nella fede e nella sequela del Vangelo.
Possiamo noi stessi esseri tentati di accomodare il Vangelo, anche, a quella logica. Se Gesù si butta dalla torre del tempio e atterra senza farsi male – uno scoop, l’indomani i giornali diranno: viva Gesù… Tentazione!
Gesù farà miracoli di ogni genere… Ma ogni volta... la loro evidenza sarà: la gamba rotta di qualcun altro che ricomincia a camminare. Sembra niente: cioè la mia, la tua… No! Differenza abissale! Se il primo gesto è quello… anche la tua non ti farà più male. Se non è quello, siamo morti.
C’è scritto: sono tentazioni del satana. Vedi, non ti sembrano. La prova dell’inizio.
La prova dell’adolescenza verso la quale dovete portare i cuccioli. E li portate…? Non stiamo diventando un po’ deboli genitori e educatori? Una debolezza comprensibile. Non stiamo cercando di evitargli questa prova… e così soccomberanno? Non stiamo raccomandandoli fin dalla più tenera infanzia?: “Mi raccomando. Cogliere tutte le opportunità. Realizzare tutte le possibilità. Non ti perdere niente”. A vent’anni ‘c’hanno già l’occhio incrociato’: Perché hanno capito che: come si fa a raccogliere tutte le opportunità? E soprattutto: come si fa a coglierle se non poi non hai nessuno da allattare? Come si fa a sentirsi creativi, se non hai nessuno da curare? Come si fa a sentirsi geniali, se non hai nessuno che ti ha chiesto di aprirgli la mente e quindi tu ti sei inventato tremila cose pur di arrivare a questo?
“Ecco, ce l’ho fatta! È handicappato, ma gli ho insegnato due parole… E sorride … E io non mi sono mai sentito così geniale, con tutti i libri che ho letto, come quando sono riuscito ha insegnare due parole a questo; e mi sono detto: “Valeva la pena di faticare così tanto a leggere libri?”.

La seconda prova

Ma poi la prova ritorna. È la fase del congedo. Ritorna con una sua durezza speciale. E anche quella si può ripetere molte volte. Noi celebriamo la Quaresima ogni anno perché sappiamo che siamo sempre esposti alla ‘tentazione bis’, quella che … è tra le righe di questa parola di Gesù, che cita se stesso, si fa coraggio a se stesso. Lo vedi che si fa coraggio a se stesso, si fa un dialogo con se stesso, dicendo: “Ma, come posso chiedere che si allontani? Per questo sono venuto”. Ma dopo lo chiederà che si allontani.
Accettate questa cosa, siete più bravi di Gesù? No! Allora… Accettate il segno della potenza di questa prova, che non sembra neanche questa una tentazione. Come ‘tentazione’? Tentazione? Quale tentazione? Questo sta’ per andare in croce. Lo tradiscono! Non è la tentazione, ‘tentazione’ sono i peccati! Quelli ‘bruttarelli’.
La tentazione decisiva… Sapete che nella Tradizione della Chiesa c’era la preghiera per chiedere a Dio la perseveranza finale. Alludeva a questa seconda faccia della prova. Quando si presenta la prima volta hai dei recuperi. Prendi la mira… ci riprovi, a vent’anni/a venticinque, magari ci ritenti, poi finalmente prendi la strada… Ma quando si presenta la seconda volta c’hai più o meno mezz’ora.
Perché la seconda volta questa tentazione si presentò a Gesù così, e cioè: “Con tutto quello che hai fatto” ‑ questo gli ha guarito i bambini, gli ha fatto parlare i muti, ascoltare i sordi, camminare gli zoppi, guarito la nonna, la suocera, levato i demoni, sottratto alla disperazione, ricuperato alla comunità… ‑ “Ma io sono samaritana” – “Fa niente!” – “Ma lui è pubblicano” – E allora?”… Cioè, cose enormi!
E questi gli ‘ vanno sotto il naso ’, e uno dice: “Ha bestemmiato Dio!”. “Non ha osservato il sabato”. “E basta!”. “Va bene anche Barabba”.
E lì c’è indotto nel suo limite: “Allora non valeva la pena”. La tentazione è: “Sono stato stupido, sono stato ingenuo, ho buttato via la vita… Se questo è il risultato… Non doveva essere così! Ma doveva essere tutto un trionfo!: le opere buone che suscitano gratitudine dovunque… se no... Non è così, andate avanti voi. Dio! Lasciamo perdere! Ho già dato, ed è stato una gran disgrazia. Mi sono giocato tutto per niente”.
Cosa terribile quando succede tra gli esseri umani. Perché se anche non lo dite a parole, noi lo sentiamo… i ‘cuccioli’ lo sentono. Se sentono che nella tua età matura hai cominciato a cedere a questa tentazione… Il tuo occhio lo dice: ti comunica, guarda… Se… Mi viene da sorridere… Perché tutta questa fatica la fai per niente. La gente non ti ringrazia. Non gli importerà niente, non succederà niente… Il mondo continua come prima. Il nome di Dio… peggio!
La seconda prova, la seconda forma della prova. Di fronte alla seconda forma della prova anche Gesù sente il peso di questo ritorno della tentazione.
La prima, Gesù è giovane e gagliardo… è con satana, ma lo fa fuori. La seconda invece non è più con satana, è direttamente con Dio. Ecco la tentazione, capito! “Non ci tenere dentro lì!”.
Perché la seconda volta, prima della fine della vita, quando sei chiamato a decidere se hai creduto in questo, o se invece – visto come vanno le cose – non te ne vuoi fare più niente, e vuoi comunicare questo messaggio alla generazione che viene: “Ragazzi, è tempo perso! Pensate a voi stessi! E lì la tentazione è con Dio! La seconda volta hai solo Lui. Non c’è più neanche da combattere con satana, perché ormai… In quella prova lì non si hanno più forze… capisci! C’è solo il respiro per dire: “Ma Dio… perché?”.
Che cosa fa la differenza? La differenza, vedi, nel momento della seconda tentazione, della seconda volta della prova, nel momento del congedo, nel momento in cui bisogna rimanere fedeli dentro a quello che si è vissuto ‑ senza buttarlo via, senza avvilire la generazione che viene, senza dichiarare: “È stata tutta una illusione ‑ La seconda volta si è soli con Dio in questo; e non c’è che Lui.
Guarda che in quel momento non c’è il parroco, non c’è il vescovo, non c’è… Ti possiamo aiutare la prima volta… alla seconda possiamo soltanto pregare gli uni per gli altri… la seconda volta. La seconda volta è una cosa tra te e Dio.
Però possiamo esercitarci ‑ come noi facciamo ogni Quaresima – a concentrarci, a prepararci a questa esperienza della prova, abituandoci a considerare Dio – Quello con il quale siamo tentati di esprimere il nostro risentimento – come la nostra unica certezza di essere compresi e custoditi fino in fondo.
Se non ti eserciti in questo, se non reciti tutti i giorni la preghiera che chiede questo… sarà difficile ‑ la seconda volta che arriva la prova – resistere alla tentazione di buttare via la propria vita, dicendo: “Non è servito a niente!”. Sono qua, vecchio, malato e rimbambito, e mi sopportano anche...
ESERCIZIO DI QUESTO SENSO DELLA CUTODIA.
Per questo c’è la Quaresima. Per questo c’è la recita del “Padre nostro”, che ci fa memoria.
NON CI ABBANDONARE NELLA PROVA”, soprattutto alla seconda: la tentazione del senso di inutilità delle cose buone, senso di illusione della Parola evangelica che apparentemente non ha prodotto il frutto che doveva. In quel momento abbiamo soltanto questa scusa… Ma questa ce l’abbiamo…
Se uno è capace di dire “PADRE”, in quel momento, lo deve a GESU’… non al parroco o al vescovo. Lo deve a GESU’. Per questo insieme col parroco e col vescovo e con tutti i nostri fratelli nella fede… noi viviamo nella CHIESA a dire: “PADRE, nel momento in cui mi resti solo Tu, RESTA”.
Documento rilevato da registrazione audio da Vittorio Ciani, ma non rivisto dall’Autore.
Gesù, guardando Lei e Giovanni dalla croce disse: Donna, ecco il tuo figlio! Ecco la tua Madre! (Giovanni 19,25-27). Maria, sotto la croce, è diventata per noi Madre nell'ordine della grazia. (Lumen Gentium N° 61).
Inno a Maria
 
Gioisci Regina
alla destra del Re eterno Gesù Cristo,
Agnello immortale e dominatore della terra.
Siedi vestita della luce splendente
del sole di giustizia
il Verbo incarnato,
che ti ha cinto di dodici stelle
a corona sul capo.

Regni sul trono di Gerusalemme celeste,
ammantata come sposa
che discende dal Cielo.

Mirabili son le tue luci
che rallegrano la santa città di Dio
posta su salde fondamenta
segnate dai dodici nomi
degli inviati del Messia.

Acclamano i salvati
a Colui che vince la morte
ed esultano con lo stesso tuo cantico di lode
nelle parole che sono spirito e vita.

Ai tuoi piedi la luna segna di luce
il dominio del tuo nome santo, o Maria,
che rinnova il mondo con la forza del tuo cuore
che accoglie il volere del Padre.

Amata e prescelta dal Signore,
di te la Parola ha fatto la sua via,
e su terreno buono
si è stesa l'ombra dell'Altissimo,
facendo germinare il frutto benedetto
del tuo seno, Gesù.

L'autore della vita da te ha preso vita,
e in te gioiscono tutte le creature.
Colui che ha chiamato dal nulla
le cose che sono, te ha creato
prima Stella del mattino
nel firmamento celeste del suo Regno.

Il Padre ti annuncia al mondo
Donna di salvezza,
guerriera forte in battaglia,
che rimedia al peccato di Adamo
con perfetta e nuova armonia.

Donna promessa dopo Eva,
resa immacolata dall'inizio,
stritoli il capo del nemico
con la potenza della Stirpe eletta e santa
dei testimoni di Gesù Cristo
che ti offre a noi come Madre.

Donna Vergine
Sposa e Madre,
santa Maria di Dio e dell'umanità,
ascolta ogni grido e accogli
le richieste della famiglia umana.

Vergine ineffabile e fedele,
Lucerna della Santa luce increata,
Serva del Dio vero che racchiudi in grembo
il mistero nascosto nei secoli.

Vello di rugiada celeste irrorato,
Scrigno inviolato del Regno di Dio
porti nel nome
la perla preziosa dell'Evangelo.

O Maria che dai inizio con la tua fede
all'adempimento di tutte le Scritture
della Legge e dei Profeti e apri all'eterna
Alleanza.

Onore del nostro popolo,
vanto di Gerusalemme,
amore di tutti i tuoi figli,
o tutta bella e sacra a Dio.

Tu vero tesoro da cui traiamo
cose nuove e cose antiche,
tu rete gettata nel mare per comando del Signore,
porti sotto gli occhi stanchi degli apostoli
la sorpresa di miracoli insperati.

Madre del pescatore, del seminatore,
dell'agricoltore e del buon pastore,
al tuo amore cede ogni amore.

Sposata a Giuseppe figlio di Davide,
nel tempio accogli la spada
predetta da Simeone
che colpendo la tua anima
raggiunge d'un colpo
la carne del Figlio di Dio, che è tuo.

Vediamo il tuo più grande dolore sulla via,
lì dove effondi lacrime
di quel Sangue divino
sparso sulla Croce del Signore.

Nuova e vera Madre
dei viventi credenti,
fontana d'amarezza che la brezza dello Spirito
al mattino muta
nella dolce gioia della Pasqua.

Il fuoco dello Spirito tempra i cuori
degli apostoli tuoi figli
intorno a quella mensa di unanime preghiera

dove l'acqua della Legge antica
tu fai cangiare sempre
nel vino buono dell'eterno amore.
Sali e svetti nella luce solare dell'Eterno
all'abbraccio concorde
della santa e beata Trinità
e la spada di dolore che ti è tolta
trafigge ormai sulla terra
il cuore nascente della Chiesa.

Ave Maria,
salutata da Gabriele e dai cori celesti.
Ave Maria vergine e sposa intemerata,
Vigna intatta, fontana sigillata,
agnella immacolata.

Serva del Signore in ascolto,
Vera gioia del Buon Pastore
nel gregge eterno,
spingi a entrare moltitudini di figli

al banchetto della vita.
Mare di tutte le grazie,
apri la porta della casa di Dio
perché possiamo vivere
per sempre nella pace.

Splendi di luce e indica la via a noi,
o Madre e Vergine prudente,
la cui lampada non si è mai esaurita.

Guidaci al porto o Stella del mare
e stringi i tuoi figli a te
che beata acclamano le genti,
alle nozze eterne dello Sposo.

A noi il tuo volto o clemente,
a noi i tuoi occhi o pia,
su noi il tuo manto stendi

o dolce Vergine Maria.
A te si levi un inno nel sacrificio di lode,
o piena di grazia,
a te il pianto dei figli sulla via del ritorno
al tuo rifugio, o Donna fra tutte benedetta,
Santa Maria.

Rivestici dell'abito nuziale
tessuto dal tuo amore
o mistica rosa del roveto ardente,
per il giorno senza fine
dell'eterno convito
nella terra promessa dal Signore.

Ave Figlia del Padre,
salve Madre del Figlio,
gioisci e rallegrati

Sposa e tempio dello Spirito Santo.
Amen.
(Rivista Araldi del Vangelo, Marzo/2006, n. 27, p. 34 - 35)