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domenica 21 agosto 2011



20 AGOSTO
SAN BERNARDO

Abate e Dottore della Chiesa
(1090-1153)
Memoria
 
Nato a Fontaines, in Borgogna, « l’ultimo dei Padri, ma certo non inferiore ai primi » (come lo chiamò Mabillon), reagendo alla dialettica scolastica incipiente, si mantenne saldissimo nella tradizione della Scrittura, dei Padri, della liturgia e della vita monastica. Secondo fondatore dei Cistercensi era entrato a 22 anni nell’abbazia di Cîteaux (Cistercium da cui il nome dell’ordine) presso Digione, seguito dai suoi fratelli e da un folto gruppo di giovani, irresistibilmente attratti dal suo entusiasmo. Fondò in seguito l’abbazia di Chiaravalle dove morì. Unendo lo studio e la contemplazione all’azione più intensa, Bernardo predicò la seconda crociata, intervenne come pacificatore nelle contese che dividevano i cristiani, e fondò ben 68 monasteri dalla Spagna alla Siria, dalla Sicilia alla Svezia. Oltre che centri di vita religiosa erano scuole di agricoltura e di manifattura (industria della lana in Inghilterra). Bernardo scrisse molti commenti alla Scrittura. Il suo principio ascetico: « L’amore è la più grande forza della vita spirituale » lo sperimentò nella sua vita. La dottrina di san Bernardo è proposta a tutta la Chiesa che lo riconosce come « Dottore ». Dante tesse l’elogio della « vivace carità » del grande « cavaliere di Maria » (Paradiso: 31,52-69.94-142; 32,151; 33,1-54). 

martedì 2 agosto 2011

4 agosto Festa di San Giovanni Maria Vianney Santa Messa  Chiesa di San Pietro in Tranquiano (PC) ore 19.00

Giovanni Maria Vianney nacque l'8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell'agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote. Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell'abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi. Giovanni Maria Vianney, appena prete, tornò a Ecully come vicario dell'abbé Balley. Alla morte di Balley, fu mandato ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Giovanni Maria Vianney, noto come il curato d'Ars, si dedicò all'evangelizzazione, attraverso l'esempio della sua bontà e carità. Ma fu sempre tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito. Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi. Morì nel 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925. Verrà indicato modello e patrono del clero parrocchiale.

lunedì 22 novembre 2010

Processo di beatificazione e canonizzazione di don Giuseppe Beotti, martire della carità

Domenica 21 novembre si è ufficialmente aperto, alle ore 16, nella chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo di Gragnano Trebbiense (PC) il processo di beatificazione e canonizzazione di don Giuseppe Beotti, martire della carità.

In questa prima sessione solenne del processo, a partire dal nostro vescovo mons. Gianni Ambrosio, tutti i membri del tribunale da lui stesso nominati hanno prestato giuramento, impegnandosi ad adempiere con serietà e fedeltà l’importantissimo incarico loro assegnato in memoria del servo di Dio don Giuseppe Beotti. Presenti anche le massime autorità provinciali e locali. Già una precedente commissione, nominata dal Vescovo l’8 febbraio 2002 (promotrice la parrocchia di Gragnano), ha provveduto a raccogliere le testimonianze sul sacerdote; vi è stata poi la concessione del nulla osta della Santa Sede per procedere con la causa ed ora il Vescovo ha provveduto a nominare i componenti del tribunale. Sono membri del tribunale: giudice delegato: mons. Renzo Rizzi (rappresenta il Vescovo nell’istruzione della causa)postulatore: mons. Domenico Ponzini (segue la causa in tutte le sue fasi) promotore di giustizia: don Massimo Cassola (vigila che si osservi tutto quanto previsto dalla legge) notaio: Dario Carini (trascrive la dichiarazioni dei testi) notaio aggiunto: Luigino Taramino (assiste alle varie sedute e collabora)

giovedì 23 settembre 2010

Gerusalemme si trova a Chiaravalle 
San Bernardo e i Templari

Antonio SOCCI

Deve essere stato fisicamente duro seguire Bernardo nella continua costruzione di nuove abbazie: al gelo, alla calura o sotto la pioggia, prosciugare terreni malsani, dissodarli, disboscare foreste selvagge, piantare, costruire canali di irrigazione, vivendo intanto in capanne di legno, nutrendosi di zuppa di foglie, costruendo ricoveri per pellegrini e poveri.

Eppure il fascino della sua presenza e la bellezza di quella compagnia erano più forti della fatica. Un giorno, raccontano le cronache, in un momento di pausa del duro lavoro dei monaci, mentre insieme stavano pregando, Bernardo solleva casualmente gli occhi dal libro e vede spuntare dalle colline gruppi di uomini, prima da una parte, poi da un'altra. Sono una moltitudine. Vengono a vivere con loro. Un episodio emblematico della vita di Bernardo. Che ha ragioni semplici e umanissime.

L'incontro con presenze umane come lui scriveva lo stesso Bernardo parlando dei santi «suscita in noi il desiderio di godere della loro compagnia così dolce... Perché la speranza di una felicità incomparabile diventi realtà ci è necessario il loro soccorso». Bernardo è un amante appassionato della felicità degli uomini, si strugge per ciascuno dei suoi, uno per uno. Vorrebbe farsi tutto per tutti.

Ad un giovane, colpito dalla sua presenza, che vorrebbe seguirlo, ma è spaventato dallo «strappo», dalla durezza della vita che lo aspetta e dall'abbandono dello studio, scrive accoratamente: «Credi a chi ne ha esperienza: nelle selve troverai qualcosa di più che non nei libri. La legna e le pietre ti insegneranno ciò che non puoi ascoltare dai maestri». E poi ci dà quasi un flash di una quotidiana e cordiale fraternità: «Oh, se io meritassi d'averti compagno nella scuola della pietà, avendo Gesù come maestro! Come spartirei volentieri con te quelle calde pagnotte che, ancora fumanti, come tratte or ora, per così dire, dal forno, Cristo rapidamente, con la sua divina prodigalità, spezza per i suoi poveri!».

«Oggi leggiamo nel libro dell'esperienza» diceva ancora Bernardo, parlando ai suoi monaci che voleva tener lontano dalle astrusità delle chiacchiere intellettuali e dalla vanità del sapere. Desiderando una cosa sola: «laetitia in corde tuo».

Come era cominciata la sua storia? Degli anni giovanili di Bernardo si sa poco. Il padre e i fratelli facevano tutti il mestiere delle armi. Lui fu mandato a studiare dai chierici. Aveva quattordici anni quando morì sua madre, Aletta, che era profondamente cristiana. Ne fu molto addolorato. Ma che tipo era stato da giovane Berengario che essendo un discepolo di Abelardo scrisse una feroce biografia di Bernardo dice che nell'adolescenza si divertiva a scrivere «canzonette ritmiche e poemi spassosi» e che cercava di prevalere con l'astuzia nelle gare di letteratura. Fonti più attendibili ci parlano di un giovane molto sveglio, con un certo senso dell'umorismo e che era attratto da una parte dalle lodi e dall'ammirazione dall'altra dai piaceri carnali: «un buon test della sua normalità» commenta dom Jean Leclercq.

E aggiunge: «Dai diciotto ai ventidue anni Bernardo fa parte di una di quelle bande di "giovani" nobili oziosi che non avevano altra occupazione se non quella di dedicarsi alla caccia, di guerreggiare in conflitti locali e da castello a castello e di partecipare a tornei, di divertirsi ascoltando qualche romanzo e soprattutto, pare, dei fabliaux (per lo più racconti frivoli, ndr). Ma in questo gruppo di allegri compagni, sembra proprio che egli non sia soddisfatto della sola gaia scienza».

La traccia delle sue inquietudini sta in pensieri come quelli che poi dirà ai suoi monaci: «Chi siamo noi sulla terra se non piccole formiche indaffarate in lavori inutili e vani? Che vantaggio ha un uomo da tutte le opere per le quali si affatica sotto il sole?». La promessa di una felicità più vera e più grande porta questo giovane uomo alla decisione e al destino per cui era stato scelto da Dio come segno per quelle generazioni. Decide di entrare monaco a Citeaux. E vuole portarsi dietro tutti i suoi fratelli. Nei primi mesi del 1112 sono tutti impegnati ad assediare il castello di Grancey. Ma un guerriero ben più forte arriva ad assediare loro: Bernardo. Il fratello maggiore, Guido, è sposato, ma questo non è certo un ostacolo per Bernardo, che vince il cuore della cognata, cosicché è lei a chiedere al marito di permetterle di farsi monaca. Si porta con sé anche gli zii. Il fratello minore, Andrea, è prigioniero: riesce a farlo liberare. Insieme ai suoi fratelli, zii e cugini, si aggregano alla compagnia anche altri amici (anche qui ce n'era qualcuno già sposato), compagni di armi e di studi di Bernardo, e suo padre Tescelino. Una trentina di uomini con cui Bernardo vive in una proprietà familiare a Chatillon per sei mesi, durante i quali li entusiasma alla nuova vita. Una mattina di primavera del 1112 il ventitreenne Bernardo con tutta quell'incredibile compagnia bussa alle porte di Citeaux. E' l'inizio di un ciclone.

Da allora tutta Europa, tutta la Chiesa di Dio, ruoterà attorno a quest'uomo: è decisivo per l'elezione di vescovi, papi e cardinali, quando c'è pericolo di scisma o dove esplodono eresie. Non c'è causa o problema ecclesiastico che non venga sottoposto a «questo fascinatore della gioventù, che sa vincere al suo monastero bande di studenti e cavalieri», come scrive dom Patrice Cousin.

Uno dei problemi che si trovò ad affrontare riguarda l'Ordine dei templari, di cui oggi e dopo tanti secoli si torna a parlare e che molti ritengono fondato dallo stesso Bernardo. [...]

Proprio dalle regioni di Borgogna e di Champagne, particolarmente segnate dall'insediamento di Chiaravalle, era partito il cavaliere Ugo di Payns, che, attorno al 1110, con Goffredo di Saint-Omer, comincia a sorvegliare alcune strade della Palestina per proteggere i pellegrini. Nell'inverno fra 1119 e 1120 si uniscono a loro altri sette cavalieri, che erano andati anch'essi in Palestina per combattere. Il re di Gerusalemme, Baldovino II, è entusiasta di questa specie di fraternitas laicale per il lavoro di polizia che svolge. Dà a questi cavalieri un'ala del suo palazzo reale, nella spianata del tempio. E loro formulano i voti di obbedienza, castità, povertà e di lotta a tutti i nemici di Dio nelle mani del patriarca latino di Gerusalemme. Ma, passati pochi anni, all'entusiasmo iniziale subentra la delusione e la perplessità dovute all'incertezza sul loro status, alla mancanza di nuove vocazioni, alla precarietà della situazione politica e militare in Terrasanta.

E' a questo punto, nel 1127, che il fondatore, Ugo di Payns, viene in Europa a cercare una regolarizzazione dalla Chiesa, ma soprattutto a cercare Bernardo. Non è un caso. Infatti Ugo di Payns viene dal castello di Montigny, vicino a Montbard, culla della famiglia materna di Bernardo è secondo J. Richard (Bernard de Clairvaux, Paris 1953), con cui concorda anche dom Jean Leclercq era parente di Bernardo. Inoltre l'altra vera colonna di questo gruppo di cavalieri era Andrea di Montbard, zio materno di Bernardo e a lui attaccatissimo (Andrea succederà a Ugo a capo dei templari).

Infine, l'altro grosso nome, nel piccolo nucleo dei primi templari, è quello di Ugo di Champagne, il conte della regione di Bernardo, colui che l'aveva sostenuto nella fondazione di Chiaravalle e di Trois-Fontaines, che stava per diventare cistercense con Bernardo, ma poi, nel 1125, decise, essendo cavaliere, di raggiungere Ugo di Payns. [...]

L'insistenza della loro richiesta di aiuto ha lasciato una traccia nello stesso prologo del Liber de laude, dove Bernardo scrive: «Non una volta soltanto, ma due o tre volte, se non sbaglio, mi hai chiesto, carissimo Ugo, che scrivessi per te e per i tuoi compagni d'arme».

tratto da: 30 Giorni, anno XI, marzo 1993, p. 54-57

giovedì 2 settembre 2010

Santo di Piacenza al pari di san Corrado

Gerardo Vescovo il 'gregoriano'

Dimenticato dalla terra d'origine ma non dalla 'piacentinità' cattolica.
Un recupero devozionale da percorrere

Lottò contro sacerdoti concubinarii e dediti al lucro ed alla simonia (il commercio di cariche ecclesiastiche)

un esempio attuale?

E' piacentino San Gerardo il patrono di Potenza

Appartenente alla casata dei Della Porta fu vescovo della città Lucana


di Umberto Battini


Il medioevo piacentino, quello più prossimo all’epoca del Concilio di Piacenza delle crociate, svela un illustre concittadino ricordato come “literis ad plene imbutus” (maestro versato nelle lettere), “ex illustri genti de Porta” (della Nobil Famiglia dei Porta) e come gli storici Ughelli e Campi scrivono: “Gerardus placentinus, illustri loco natus”.

Parliamo di San Gerardo Vescovo piacentino, Patrono di Potenza da ben 891 anni stando al suo dies natalis datato 30 ottobre 1119, Santo originario di Piacenza, in città rimangono segni della Famiglia di discendenza e le sue ramificazioni. La Casata dei Della Porta la ritroviamo a Piacenza investita della carica di Console cittadino; per una ragionata cronologia che possa essere di coronamento agli studi potentini si ricordino i documenti e le pergamene che abbiamo rintracciato a Piacenza e dai quali estraiamo preziose notizie.

Piacenza cercò un legame “storico-artistico” nel 1952 per mano dell’archivista Giulio Dosi e dopo un breve scambio epistolare tra i due comuni quello sforzo non ebbe purtroppo seguito concreto.


La figura di San Gerardo Vescovo di Potenza si affianca degnamente a quella di San Corrado Confalonieri eremita, Patrono di Noto e Calendasco e festeggiato in altri luoghi. La canonizzazione è fatta per mano di Papa Callisto II: “Gerardum civem placentinum episcopum potentinum mortuum in sanctorum numerum retulit”, avvenuta nei primi mesi tra 1123-1124, mentre una lastra marmorea in Duomo a Piacenza ricorda la visita di questo Papa nel 1120. E’ per mezzo di un rapporto epistolare con il Direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Potenza, don Gerardo Messina, apprezzato teologo, saggista e storico che riusciamo ad ottenere utili informazioni complete sul Vescovo piacentino.

Fu il canonico e storico del Duomo di Piacenza Campi a chiedere notizie al Capitolo della Cattedrale di Potenza e così dopo il 1614 riuscì a portare a conoscenza di Piacenza i fatti relativi alla vita ed alla santità di questo insigne concittadino. L’Ufficio Liturgico del Santo fu lo stesso in uso a Potenza e Piacenza per anni anche se oggi sappiamo essere rimasto in uso nella sola cittadina Lucana, oggi Basilicata.

Dal volume interessante di don Gerardo Messina “Dal Po al Basento, Pellegrino di Pace” traiamo notizie precise con dati storici e della tradizione elaborati in modo scientifico, scrive il Messina: “E’ una memoria tenace quella dei potentini per il Patrono S. Gerardo, che merita di essere rinsaldata e rinverdita per le generazioni future” e quindi da trasmettere anche alla terra d’origine, Piacenza.


Certamente già dal XI secolo in Potenza era presente una Famiglia o Colonia piacentina dei Della Porta, sappiamo che fin da allora un altro vescovo piacentino Guglielmo Della Porta era in Potenza ed anche il vescovo di Melfi era di Piacenza. Il Casato dei Della Porta proprio per i suoi trascorsi legami con la terra di Puglia, cui Potenza era compresa nel Ducato, mutò il nome in Porta-Puglia, lo stesso stemma araldico della Famiglia è lo stesso sia in Potenza che a Piacenza.

Probabilmente S. Gerardo era giunto a Potenza già sacerdote, sulla spinta della riforma gregoriana che aveva coltivato nel piacentino nelle aspirazioni spirituali. Potenza è centro di raccolta dei crociati così come Piacenza vede Papa Urbano II riunirvi il Concilio del 1095 che porterà proprio alla indizione della prima crociata. A Piacenza in questo tempo nel monastero di S. Sisto vi erano delle suore scandalose che il Papa sostituisce con i monaci benedettini chiamati da Clearmont e Mantova. Giovanni da Matera nel 1139 fonda il monastero benedettino di Pulsano e parimenti il monastero piacentino di Quartazzola è pulsanense senza scordare che questi monaci avevano proprietà terriere presso la “Puglia” di Calendasco, frazione al ridosso del fiume Trebbia.

Successore immediato di San Gerardo fu il vescovo Manfredi la cui memoria scritta e autentica lo ricorda come uomo pacifico, dotto, prodigo con i poveri e dedito all’insegnamento ai giovani della cultura. E’ doveroso segnalare che appena fuori ai confini provinciali, presso la città di Fidenza, nel portale laterale destro del Duomo, troviamo scolpito S. Raimondino Palmerio di Piacenza e appena sotto la figura di Vescovo benedicente, che è la tipica ed antica immagine tramandata di S Gerardo e che fa supporre quindi possa trattarsi dello stesso Vescovo santo piacentino: infatti la Cattedrale di S. Donnino in Fidenza, mostra la costruzione attuale iniziata verso il 1160 quale Santuario e che quindi porta scolpite figure di santi, fino a che nel 1601 acquistò titolo di Cattedrale con Sede vescovile.

Un documento fatto in Borgo S.Donnino (attuale Fidenza) il 22 agosto 1197 relativo al rinnovo del giuramento di fedeltà a Piacenza ci mostra presenti tra i “consulis communis Placentie” Oberto figlio di Oberto Della Porta, un legame quindi anche con la nostra città.

Segni tangibili della vita del Patrono S .Gerardo li estraiamo dalle letture proprie dell’Ufficio della Festa: “Gerardus, Placentiae ex illustri familia De Porta originem duxit. A pueritia hausta cum literis pietate, clericali militiae se nuncupavit” (Gerardo nacque a Piacenza dall’Illustre famiglia Della Porta. Educato da bambino nelle lettere e nella pietà, entrò nelle file del clero).

Come lo stesso S. Corrado che in Calendasco “originem terreman duxit”, ugualmente S. Gerardo in Piacenza “originem duxit”. Nella Cattedrale piacentina troviamo murata sulla parete destra della prima campata, a sinistra della porta laterale che immette ai chiostri, una lapide sepolcrale del canonico e Diacono del Duomo Nicolò Copallati Della Porta, che fu anche Arciprete di Settima in cui si legge traducendo dal latino: “+1349 11 del mese di luglio – Sepolcro del Signore Nicola dei Copallati – Della Porta canonico – di questa Chiesa Maggiore – di Piacenza e arciprete – della pieve di Settima”. I monumenti di Piacenza riguardano un ramo della Famiglia Della Porta, i Coppalati o Copallati; il Santo piacentino Gerardo fu del ramo dei Della Porta che poi si chiamarono Porta-Puglia in seguito alla presunta origine pugliese. Anche nella Basilica di S.Antonino, all’esterno vi è una arca lapidea del secolo XIV sepoltura di un discendente Coppalati-Porta.

A Potenza, nella Lucania oggi Basilicata, si ingegnò nell’educare ai buoni costumi i giovani inclini al male ed aprì una scuola per tutti in cui gratuitamente insegnava con “singulari humanitate ac patientia”. Eletto Vescovo della città divenne modello per il popolo, già da vivo fece un miracolo straordinario: trovandosi presso il luogo detto di S. Maria, per la calura estiva le genti soffrivano la sete, venne a mancare il vino, Gerardo si fece portare acqua dalla vicina fonte e con un segno di croce la tramutò in vino: gli fu concesso “Cana Galileae renovare miraculum, et ita suos mirabiliter recreare”.

Per otto anni resse la Chiesa potentina fino al giorno della sua morte il 30 ottobre 1119, molti i miracoli succedutesi, tra i quali ciechi che riebbero la vista, guarigione del paralitico.

Il 30 maggio si celebra a Potenza la Festa della Traslazione delle Reliquie alla Cattedrale avvenuta nel 1250, in questa occasione si svolge la famosa manifestazione civico-sacra di San Gerardo e i Turchi. La processione consiste in una nave, con un drappello di cavalieri vestiti alla turca, segue il Carro medioevale di S. Gerardo e in carrozza siede il Gran Turco con valletti seguito da alabardieri cristiani;si ricorda con questo solennissimo evento la vittoria sui Turchi per intercessione del Santo.

Questo insigne piacentino che tanto ha segnato la storia di un territorio della nazione e che riscopriamo con curiosità e affetto, così come auspica don Messina nella sua lettera: “...possa riuscire utile per una migliore conoscenza – e spero devozione – del vostro e del nostro Santo...”. Come San Corrado Confalonieri anche San Gerardo Della Porta Patrono di Potenza possa con iniziative culturali-religiose future essere un nuovo stimolo per la crescita orgogliosa della terra di Piacenza che sempre più spesso mostra d’avere degnissimi avi che segnarono tempi e luoghi lontani e che accrescono l’identità piacentina.

Umberto Battini

articolo tratto dalle pagine della Cultura

del quotidiano di Piacenza "Libertà"

di domenica 25 luglio 2010

giovedì 5 agosto 2010


La Vita di San Galgano

Le notizie biografiche su Galgano si basano sugli atti del processo di canonizzazione: pubblicato per la prima volta dallo storico senese Sigismondo Tizio, nei primi decenni del XVI secolo, nel secondo tomo delle sue monumentali “Historiae Senenses”, e più recentemente da Fedor Schneider, negli anni Venti del Novecento, in “Quellen und Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken”, il processo di canonizzazione di San Galgano è considerato da storici del calibro di André Vauchez (Professore di Storia medievale all'Università di Parigi – Nanterre; Direttore dell’École Française de Rome) e di Règine Pernoud (Conservatore degli Archivi Nazionali Francesi) come il più antico processo di canonizzazione di cui ci siano pervenuti gli atti.

Il processo di canonizzazione si svolse a Montesiepi dal 4 al 7 agosto 1185, ossia quattro anni dopo la morte del sant’uomo, negli atti di esso furono raccolte le deposizioni di venti testimoni, tra cui la madre stessa di Galgano, gli eremiti che lo avevano conosciuto e numerose persone che avevano ricevuto miracoli per sua intercessione.

Accanto agli atti del processo, e in gran parte basate su diesse, si pongono alcune biografie redatte fra gli anni Venti del XIII secolo e la meta del XIV secolo; esse sono, nell’ordine 

• la “Vita Sancti Galgani de Senis”, composta da un anonimo monaco cistercense (metà del XIII sec.), cui è talvolta attribuito il nome di “Orlando” o “Rolando” da Pisa;
• la “Vita beati Galgani”, scritta da un anonimo monaco agostiniano (prima metà del XIV sec.);
• la “Legenda sancti Galgani confexoris”, del monaco vallombrosano Blasius (Biagio; prima metà del XIV sec.);
• la “Leggenda di santo Galgano”, scritta da un anonimo scrittore in lingua volgare.
(Il termine “Leggenda” non deve lasciarci fuorviare: nel medioevo venivano intitolati così i testi che dovevano essere “letti” da parte del sacerdote ai fedeli, in occasione delle varie solennità e feste – in latino “ad legenda”, gerundio del verbo “legere”, “per leggere”).

A queste fonti si aggiungono una ventina di biografie, composte tra la seconda metà del Cinquecento e gli inizi del Novecento, che raccolgono le notizie presenti nei testi precedenti e le tradizioni trasmesse oralmente fra i gli abitanti di Chiusdino.

Nessun dubbio, quindi, possiamo avanzare sull’esistenza storica di San Galgano: oltretutto i primi documenti che citano il nome del Santo sono del 1191 (diploma dell’Imperatore Enrico VI a favore dei monaci di Montesiepi) e del 1196 (diploma di Filippo di Toscana a favore dei monaci suddetti; atto di donazione di Mateldina di Chiusdino all’eremo di Montesiepi), quindi risalgono ad appena dieci / quindici anni dopo la morte del Santo, un periodo troppo breve per una invenzione agiografica.
Galgano vide la luce a Chiusdino – ove esiste ancora la massiccia casa natale, in Via della Cappella – in data incerta intorno al 1150 da una famiglia della piccola nobiltà locale, legata da rapporti di vassallaggio verso il vescovo di Volterra, signore feudale di Chiusdino; è certo il nome della madre, Dionisia, mentre quello del padre, Guido, appare per la prima volta in una biografia del santo datata alla prima metà del XIV secolo.
Il nome “Galgano” è per nulla originale, benché possa richiamare alla mente il nome di Galvano, uno dei cavalieri della Tavola Rotonda, e quindi tutta la cosiddetta “materia di Bretagna”, era abbastanza diffuso nella Toscana del Medio Evo, anche prima della nascita del Nostro; probabilmente i genitori del santo imposero questo nome al proprio figlio, come omaggio a Galgano Pannocchieschi, vescovo di Volterra fra il 1149 o ’50 ed il 1168 o ’69, che ebbe dall’imperatore Federico Barbarossa il dominio temporale sulla città e sul contado con il titolo di conte, ed in quanto tale fu dunque signore di Chiusdino.
Sugli anni della fanciullezza e dell’adolescenza di Galgano o sulla sua educa¬zione e formazione non sappiamo niente. La madre, che fu testimone al processo di canonizzazione del figlio, tacque del tutto su quest’argomento; in realtà la società dell’epoca cercava di abbreviare il più possibile l’infanzia ed ai fanciulli ben presto veniva chiesto di comportarsi come altrettanti piccoli adulti.
È certo che Galgano sia stato cavaliere. Probabilmente l’accesso del giovane alla cavalleria, fu la naturale conseguenza della sua appartenenza ad una famiglia che esercitava tradizionalmente la funzione ufficiale di rappresentanza e di tutela dell’ordine costituito, una sorta di mano armata del principe, nel nostro caso il vescovo di Volterra, per la protezione delle terre e dei beni della patria, da intendersi come il paese ed il distretto di Chiusdino.

Recentemente si è scritto di una presunta appartenenza di Galgano e del padre ad una sorta di confraternita militare dedicata all’arcangelo Michele. Si tratta purtroppo di una delle tante sciocche invenzioni su San Galgano, diffuse negli ultimi venti o trenta anni: non esiste alcuna prova dell’esistenza di questi cavalieri di san Michele né nelle biografie galganiane, né in altro tipo di documenti dell’epoca – e nemmeno di epoca successiva – che interessino Chiusdino o la realtà senese o volterrana o toscana in genere. Né si può portare quale prova, la devozione della famiglia di Galgano a san Michele arcangelo, poiché questa devozione riguarda l’intera comunità chiusdinese: a san Michele infatti, era (ed è) dedicata la chiesa parrocchiale di Chiusdino! È certo anche che il culto michelita era accolto fra le mura del castello di Chiusdino, poiché in tutta la Toscana esisteva una diffusa venerazione per l’arcangelo, impiantata presumibilmente durante la dominazione longobarda; tutta la regione era ed è costellata di chiese dedicate a san Michele
La consapevolezza di appartenere ad un nobile lignaggio, dedito all’esercizio delle armi per antica tradizione, l’agiatezza, l’ozio, la vanità delle proprie leggiadre forme, produssero nel giovane Galgano un carattere altero e pomposo, dedito molto alla soddisfazione delle proprie inclinazioni malgrado gli ammonimenti dei piissimi genitori.
La morte del padre, avvenuta in data incerta ma sembra intorno al 1178; produsse un cambiamento nel carattere del giovane chiusdinese. Sette giorni dopo il luttuoso evento, Galgano, narrò alla madre di aver fatto un sogno: «San Michele arcangelo lo chiedeva a sua madre per farne un soldato; e mentre la madre lo consegnava all’angelo […] lui stesso seguiva l’angelo».
Già questa esperienza aveva prodotto un profondo cambiamento nell’indole di Galgano, un desiderio di mutare vita, che ad essa un’altra se ne aggiunse: «Dopo che furono passati un po’ di anni», disse ancora Dionisia nella sua deposizione, «poiché spesso Galgano si era soffermato a meditare su questa importante visione, Michele, principe degli angeli, gli apparve in sogno, dicendogli: Seguimi. Al che, subito alzatosi [Galgano] lo seguiva con gioia, andando con lui fino ad un certo fiume, sopra il quale era un grandissimo ponte, che non poteva essere attraversato se non con molta difficoltà. Sotto il ponte gli sembrò che vi fosse anche un mulino. [L’arcangelo e Galgano] dopo aver attraversato [il ponte] giunsero in un luogo delizioso, un prato bellissimo, pieno di fiori che spargevano un odore meraviglioso. Ed uscendo dal prato gli sembrò di entrare in una grotta sotterranea, e di giungere al Montesiepi, dove trovò i dodici apostoli che stavano in una casa rotonda piena di profumo e mirabilmente costruita». Nel sogno gli apostoli invitarono Galgano a sedersi in mezzo a loro e gli porsero un libro aperto, invitandolo a leggervi: «portando a lui un libro aperto, affinché leggesse», ma il giovane, non sapendo leggere, garbatamente accantonò il libro: «egli stesso, invece, poiché non sapeva leggere, lo abbandonò. Levati dunque gli occhi al [Galgano] vide un’immagine e, interrogando gli apostoli, chiese che cosa fosse quell’immagine. Rispondendogli, gli dissero che era l’immagine  e la rappresentazione della Maestà Divina. Poiché [Galgano] guardava l’immagine e la casa [gli Apostoli] gli dissero: “A somiglianza di questo [edificio che tu vedi] costruisci qui una casa in onore di Dio, della Beata Maria e dei dodici apostoli e rimarrai qui per molti anni».

Galgano incontrò l’opposizione della madre che tentò di distoglierlo da questa intenzione, addirittura fidanzandolo ad una fanciulla di Civitella, in Maremma, cui a partire dal XVI secolo è attribuito il nome di Polissena. Fu proprio recandosi a conoscere la promessa sposa che Galgano, alla vigilia di Natale del 1180, ebbe una nuova esperienza mistica: sul cammino di Civitella il cavallo di Galgano improvvisamente si fermò: «equus stetit» - disse Dionisia durante il processo per la canonizzazione del figlio – «avendolo [Galgano] spronato con i talloni per farlo andare avanti, senza riuscire a farlo muovere, voltò verso la pieve detta di Luriano e lì vi pernottò. Il giorno seguente – dunque giovedì 25 dicembre 1180, solennità del Natale – come giunse al medesimo luogo [del giorno prima] e come il cavallo non poté andare avanti, lasciò le briglie sciolte sul collo del cavallo e pregò devotamente il Signore perché lo conducesse al luogo in cui avrebbe riposato per sempre», il colle di Montesiepi che il giovane chiusdinese, novello Antonio, avrebbe scelto quale propria Tebaide.
Quale segno di rinuncia perpetua alla guerra, Galgano conficcò il suo spadone di cavaliere nel terreno.
«In terram», è scritto sia nel verbale della deposizione di Dionisia durante il processo di canonizzazione che nelle più antiche biografie, in terra, dunque, non nella roccia. Questo gesto aveva per i cavalieri del Medio Evo un alto significato spirituale: la spada capovolta ricordava la croce! Col suo gesto, Galgano non rifiutava la militia saeculi, ma la superava, la trascendeva, non rinunciava alla spada ma la poneva al servizio di una cavalleria diversa da quella vissuta fino ad allora, diversa e soprattutto più alta, così come la sua conversione esigeva: capovolgere la spada e conficcarla in terra a modo di croce, infatti, significava ribaltare la destinazione dell’arma, da strumento di violenza, ancorché in difesa del diritto, a simbolo e strumento di riconciliazione fra Dio e gli uomini e quindi di salvezza; con questo gesto dunque, il cavaliere Galgano arruolava se stesso nella milizia di un dominus ben più grande di quello terreno, il Signore Gesù Cristo.
C’è chi ha voluto vedere nel gesto di Galgano un legame tra di lui e la Matière de Bretagne, ma in realtà da una parte, nella storia di Galgano, la spada viene, storicamente, piantata, dall’altra, nelle leggende di Artù, la spada viene, o più precisamente verrebbe, estratta, sancendo così il diritto del giovane figlio di Uter Pendragon al trono di Bretagna, e soprattutto se da una parte Galgano ha piantato la spada nella terra, dall’altra Artù ha estratto la spada non dalla roccia ma da un’incudine posta su una roccia.
A nulla valsero a distoglierlo da questa impegnativa decisione le preghiere della madre Dionisia e dei parenti, o gli argomenti degli antichi compagni di bagordi, o la visita dell’avvenente fidanzata, che egli anzi sembra abbia convinto a prendere il velo (Alla fanciulla è attribuita la fondazione del monastero di San Prospero, presso Siena). La notizia della conversione di Galgano si sparse presto nei dintorni, suscitando le reazioni più disparate, dallo stupore alla derisione ma non lasciando nessuno indifferente e presto il giovane vide accorrere al suo eremo nobili e popolani in gran numero. Nel verbale del processo di canonizzazione si leggono almeno cinque testimonianze relative a questi pellegrinaggi presso il santo, mentre lui era in vita, evidentemente per chiedere le sue preghiere o il suo consiglio.

È certo che l’esempio di Galgano trascinasse altre persone: come molte altre esperienze eremitiche, anche quella di Galgano costituì il prodromo per la fondazione di una nuova comunità monastica. Sul Montesiepi, probabilmente Galgano diede vita ad una forma di cenobitismo su scala ridotta, e abbastanza libero e rurale, organizzato intorno ad una regola orale, ispirata a più testi monastici, collocabile all’interno di quel vasto movimento spirituale che dopo il Mille animò gli ambienti popolari, chiericali e monastici, come reazione polemica nei confronti dei mali morali e disciplinari che derivavano alla Chiesa dall’inserimento degli enti ecclesiastici dapprima nel quadro dell’economia curtense e nelle strutture della società feudale e successivamente nel modello economico dei comuni, dominato dall’ansia degli affari e del guadagno; un’altissima tensione spirituale che, se da una parte provocò il sorgere di movimenti eterodossi, dall’altra, in maniera più severa e coerente, condusse al recupero dello stile di vita che era stato proprio dei Padri del deserto, i solitari asceti che sono all’origine del monachesimo cristiano.

Nella primavera del 1181 Galgano si recò dal Papa Alessandro III per ottenere l’approvazione della sua comunità. Galgano non trovò difficoltà a farsi ricevere dal pontefice e si trattenne presso la curia pontificia, il tempo necessario non solo per presentare al papa il suo progetto ma anche per permettere al pontefice di esaudire le sue richieste ed infine ottenne da Alessandro III ciò che più gli stava a cuore, il consenso per continuare la sua esperienza sul Montesiepi e in più il dono di alcune reliquie, cioè quelle dei martiri Fabiano, Sebastiano e Stefano I. Fu forse proprio nell’ambito dell’istituzione di una nuova famiglia religiosa, che il papa consegnò al santo le reliquie da collocare nella chiesa della comunità, una volta che ne fosse stata ultimata la costruzione e fosse stata consacrata.

Contro il santo si mossero alcune persone mosse dal fuoco dell’invidia; esse si portarono sul Montesiepi e lì tentarono di svellere la spada ma non riuscirono ad estrarla, nemmeno scavando tutto intorno, per questo la spezzarono. Queste persone incorsero tuttavia nell’ira divina e due di essi trovarono improvvisamente una morte orribile, infatti uno cadde in un fiumicello d’acqua ed annegò ed un altro fu folgorato da un fulmine; il terzo fu aggredito da un lupo che gli azzannò le braccia, ma fece in tempo a pentirsi e benché mutilato non morì. Fin dalla fine del XIV secolo i nemici di Galgano sono stati identificati nientemeno che nel pievano di Chiusdino, nell’abate di Serena ed in un converso della medesima abbazia; probabilmente i tre volevano impedire a Galgano di insediare sul Montesiepi una nuova famiglia religiosa: i monaci di Serena ed il pievano di Chiusdino potevano avere intuito che Galgano voleva dare una veste istituzionale alla sua comunità e temere che l’incontro col papa avrebbe potuto avere successo (come in effetti ebbe) e costituire il prodromo di una nuova fondazione monastica che avrebbe finito per soppiantare Serena (come in effetti avvenne).  

Ritornato dalla Città Eterna, Galgano si pose in contatto con i monaci di un monastero dell’ordine guglielmita, presumibilmente il monastero di San Salvatore di Giugnano, altrimenti detto di San Guglielmo, fra i castelli di Roccastrada e Montemassi, nella valle del fiume Bruna, assai vicino a Montesiepi.

L’esperienza eremitica sul Montesiepi durò meno di un anno: il 30 novembre 1181 Galgano morì santamente, ed il 3 dicembre successivo fu piamente sepolto accanto alla sua spada.

Negli anni che intercorsero fra la morte di Galgano e la sua canonizzazione, la sua tomba divenne mèta di pellegrinaggi e la convinzione che il sant’uomo fosse un potente ed efficace intercessore presso il trono dell’Altissimo, che si era manifestata lui vivente, andò consolidandosi ed estendendosi: gli atti del processo di canonizzazione infatti riferiscono numerosi miracoli, ovvero guarigioni di persone attratte, o contratte (Un termine molto generico col quale tuttavia potrebbero essere stati indicati dei paralitici o degli artritici,  dei poliomielitici o degli spastici), liberazione di prigionieri, guarigioni da febbri persistenti o addirittura dalla lebbra, liberazione di posseduti dal demonio e così via.
I pellegrinaggi che si compivano verso il Montesiepi e i miracoli che avvenivano per l’intercessione del santo, attirarono l’attenzione del vescovo di Volterra, Ugo, che si recò sul Montesiepi per condurre una prima indagine conoscitiva delle virtù e dei miracoli di Galgano. L’inchiesta ebbe esiti positivi ed egli autorizzò la costruzione di una cappella a custodia della tomba del santo e della sua spada. Dopo Ugo, il suo successore sulla cattedra volterrana, Ildebrando Pannocchieschi, ottenne l’apertura di un processo da parte del sommo pontefice Lucio III. Il papa nominò tre commissari con il compito di verificare la santità del giovane chiusdinese: siamo certi che fra di essi fu Corrado di Wittelsbach, cardinale vescovo della Sabina ed arcivescovo di Magonza; per gli altri due si pensa a Melior, cardinale prete del titolo dei Santi Giovanni e Paolo, e forse allo stesso Ildebrando Pannocchieschi, vescovo di Volterra.

Non sappiamo se ci fu una vera e propria canonizzazione da parte del sommo pontefice o se la commissione avesse ricevuto dal papa la facoltà di procedere alla canonizzazione, attraverso la iurisdictio delegata, comunque Galgano fu iscritto nell’albo dei santi.

Il “Martyrologium Romanum”, catalogo di tutti i Santi cristiani comprendente il sunto della loro vita e l’indicazione dei giorni in cui essi vengono festeggiati e che viene periodicamente aggiornato, contiene ovviamente il nome di San Galgano.
Nell’editio typica promulgata da papa Gregorio XIII nel 1584, e così in ogni edizione fino a quella promulgata da papa Pio XII nel 1956, se ne fissava la festa al 3 dicembre.
La nuova edizione promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 2001, secondo le indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II, così come l’edizione promulgata dalla Conferenza Episcopale Italiana del 2006, ne portano la festa, per la Chiesa universale, al 30 novembre, giorno della sua morte.
La parrocchia-prepositura di San Michele Arcangelo in Chiusdino e la confraternita del santo, continuano a rispettare l’antica tradizione e a celebrare la festa di San Galgano il 3 dicembre.

dal sito: www.confraternita-sangalgano.it

mercoledì 4 agosto 2010


oggi 4 luglio festa di San Giovanni Maria Vianney Sacerdote.

Ore 19 partecipiamo alla Santa Messa celebrata da S.E. mons. Gianni Ambrosio Vescovo di Piacenza-Bobbio, Chiesa di San Pietro in Tranquiano, Agazzano (PC)

C’è sempre qualcosa di nuovo da dire su San Giovanni Maria Vianney (1786-1859), che è stato uno dei più gr...andi santi del XIX secolo. La sua vita presenta così tante diverse sfaccettature che c’è sempre una nuova lezione che possiamo trarne.
Nei primi decenni del XIX secolo è un seminarista povero. Povero non solo di beni ma d’intelligenza: la sua mente è piccola. Deve fare uno sforzo straordinario per seguire gli studi in seminario ed è bocciato per due volte all’esame finale. Le sue deficienze intellettuali preoccupano molto i superiori: lo si deve ordinare sacerdote? Finalmente,a trent’anni ce la fa per un pelo a passare l’esame, ed è ordinato.
Il vescovo manda questo sacerdote poco dotato in un paesino, il villaggio di Ars. Qui inizia una vita sacerdotale che, contro ogni attesa, illuminerà con la sua luce prima tutta l’Europa, poi tutto il mondo. Pio XI lo canonizzerà nel 1925 e sarà proclamato patrono di tutti i parroci cattolici.
Benché negli anni del seminario non avesse mostrato nessuna delle qualità naturali che caratterizzano un sacerdote eccezionale, diventa un magnifico prete, uno straordinario apostolo, un confessore di raro discernimento e un predicatore di profonda influenza sulle anime.
Che cos’era successo perché quel seminarista un po’ ottuso diventasse un sacerdote così straordinario ed efficiente? Risponde Santa Teresa di Lisieux (1873-1897): “Per l’amore non c’è nulla d’impossibile”. Quello che la santa vuole dire è che chi veramente ama Dio, Nostro Signore e Nostra Signora otterrà sempre i mezzi per compiere l’opera cui la Divina Provvidenza lo chiama. Questo si applica perfettamente a San Giovanni Maria Vianney. Per esempio, meditiamo sui suoi sermoni. Siamo di fronte a un predicatore straordinario. Si prepara le prediche meglio che può, poi se le studia. Ma quando le espone, parla con tanta convinzione, con tanto ardente amore per Dio, con parole così benedette che la grazia di questi sermoni si comunica e tocca tutti coloro che li ascoltano.
Non ho ancora citato un altro suo difetto: non ha una voce forte, e a quel tempo non ci sono microfoni, il che significa che le folle che si radunano ad Ars per ascoltarlo e riempiono la chiesa e anche il sagrato spesso non riescono a sentirlo. E tuttavia le cronache riferiscono di conversioni anche fra coloro che sentono qualche frase ma non la predica nella sua interezza. E perfino fra persone che non sentono una parola: basta loro vederlo.
Nella sua opera fondamentale “L’anima di ogni apostolato”, il benedettino dom Jean-Baptiste Chautard (1858-1935) riferisce questo episodio significativo. Un avvocato anticlericale va ad Ars sperando di ridere a spese di “quell’ignorante del parroco”. Ma torna a casa convertito. Agli amici che gli chiedono: “Ma dunque che cos’hai visto ad Ars?”, risponde:”Ho visto Dio in un uomo”. Cioè: la presenza di Dio si vedeva in San Giovanni Maria Vianney. Chiunque poteva accorgersi che Dio era con lui, anzi era in lui. Mi sembra che la testimonianza dell’avvocato anticlericale sul curato d’Ars – “Ho visto Dio in un uomo” – sia uno dei più gloriosi omaggi che si possano rendere a una creatura umana.
Le benedizioni che derivano dalle sue prediche e il carisma della sua parola si estendono per ogni dove, e tutta l’Europa comincia a venire pellegrina ad Ars. Questa è una delle ragioni per cui le conversioni di San Giovanni Maria Vianney sono innumerevoli.
È anche un martire del confessionale: ci passa ore e ore confessando e consigliando. Non ci rendiamo conto di quale martirio sia passare lunghe ore a sentire le sciocchezze morali che le persone commettono ogni giorno. In confessionale, segue il consiglio di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), il quale raccomanda ai confessori di non avere fretta, di essere pazienti, di considerare ogni penitente come se fosse l’unica persona da ascoltare quel giorno e di aiutarlo a vincere i suoi peccati uno per uno. Così San Giovanni Maria Vianney sfida in battaglia tutti i peccati, insiste sulla pratica delle virtù, consiglia il buon comportamento, e spesso nega le assoluzioni. Sì: se non percepisce una seria volontà di correggersi, nega l’assoluzione al penitente.
Sconsiglia ai suoi parrocchiani la danza. Eppure le danze del suo tempo sono meno immorali e scandalose di certe danze di oggi: le sue parrocchiane ci vanno coperte e con le gonne lunghe. Chissà che cosa direbbe di certi balli del nostro secolo! Eppure nega l’assoluzione a chi non promette di astenersi da certi balli. Alcuni gli rispondono che andranno in un’altra chiesa dove non avranno difficoltà a farsi assolvere. A questi risponde: “Se altri preti vi vogliono aiutare ad andare all’Inferno, che se ne prendano la responsabilità”.
Questo santo straordinario passa tutta la sua giornata in Chiesa: sul pulpito, in confessionale o all’altare. Si potrebbe pensare che alla sera, tornato a casa, possa almeno godersi il meritato riposo. Niente affatto: comincia una nuova lotta, questa volta contro il Diavolo. Per decenni quasi ogni notte combatte il Diavolo – che chiama Grappino – che ogni notte lo assale fisicamente e lo tormenta con rumori assordanti e ingiurie. Nelle notti precedenti alla confessione di un peccatore particolarmente dominato dal Demonio, quest’ultimo si scatena particolarmente contro il Santo. Una volta dà perfino fuoco al suo materasso. In risposta, San Giovanni Maria Vianney ricorre sempre di più alla penitenza e alla preghiera per ottenere da Dio le grazie necessarie a convertire i peccatori.
È molto bello meditare su come la Divina Provvidenza, per accrescere ancora il suo apostolato, gli conceda il dono dei miracoli. In effetti, ne compie molti. Ma si guarda bene dall’attribuirli a se stesso. Costruisce nella sua chiesa un altare dedicato a Santa Filomena vergine e martire (secondo la tradizione 291-304, ma incertezze sui dati storici hanno portato alla sua rimozione dal calendario dei santi), cui attribuisce tutti i suoi miracoli.
Citerò solo un fatto straordinario che rivela il suo dono di leggere nelle anime, quello che tecnicamente si chiama il discernimento degli spiriti. Questo fatto è riferito da una sua penitente, una giovane che apparteneva alle Figlie di Maria. Va a confessarsi dal Curato d’Ars. Appena s’inginocchia, il Santo comincia a raccontarle la storia della sua vita.
“Ti ricordi di essere andata a ballare il tal giorno?”.
“Sì, me lo ricordo”.
“Ti ricordi che a un certo punto un bel ragazzo è entrato nella sala da ballo? Era elegante, sicuro di sé e ballava con diverse ragazze…”.
“Sì, me lo ricordo”.
“Ti ricordi che avevi una gran voglia di ballare con lui?”.
“Ricordo anche questo”.
“Ti ricordi di com’eri triste perché non ti ha chiesto di ballare?”.
“Sì”.
“Ti ricordi di avere guardato per caso le sue scarpe e di aver visto una strana luce bluastra che sembrava venire dai suoi piedi?”.
“Sì”.
Fino a questo punto gli eventi che descrive alla ragazza vengono dal suo dono soprannaturale del discernimento degli spiriti, perché umanamente non li poteva conoscere. Ma a questo punto fa una stupefacente rivelazione:
“Questo ragazzo in realtà era il Diavolo, che aveva preso forma umana per tentare diverse ragazze presenti. Non ha potuto avvicinarti perché come Figlia di Maria eri protetta dalla Madonna e avevi indosso la Medaglia Miracolosa”.
Questo episodio, così lontano dalla nostra sensibilità, è in realtà ricco di lezioni. Spiega la fama straordinaria che aveva nella regione, in Francia, in Europa e nel mondo intero come confessore capace di leggere nell’anima dei penitenti che andavano da lui a confessarsi.
Ci sono molti altri fatti straordinari che possiamo leggere nelle vite di San Giovanni Maria Vianney, e che c’inducono a chiedergli aiuto perché guarisca il clero cattolico di cui è il patrono dai mali che lo insidiano in questi tempi tristi e decadenti dominati da quello che molti chiamano “spirito del Concilio Vaticano II”. E perché gli dia il discernimento per evitare ogni lassismo e liberalismo nella morale e nei costumi.

Autore: Plinio Correa de Oliveira

Traduzione di Massino Introvigne

Fonte: www.cescor.org

venerdì 23 luglio 2010

Giovanni Montfort e la caduca di Acri

Rino Cammilleri
Dopo la caduta di San Giovanni d'Acri nel 1291, i cavalieri latini lasciarono la Terrasanta e alcuni si rifugiarono a Cipro. Giovanni Montfort era Maestro dei Templari, i monaci-cavalieri che saranno ingiustamente distrutti da Filippo il Bello nel secolo seguente. Egli in quell'occasione guidò trecento baroni crociati francesi e tedeschi: si stabilirono a Cipro e vi condussero una vita di perfetta santità, distribuiti in vari eremi. Liti intestine alla Cristianità avevano determinato una situazione senza sbocco ed Acri era ormai circondata.
Nottetempo Pisani, Veneziani e Genovesi fuggirono, lasciando gli assediati alla loro sorte. All'alba del venerdì 18 maggio i Mamelucchi sferrarono l'assalto finale provocando una breccia. Il Gran Maestro dei Templari, Guglielmo di Beaujeu, corse con dodici cavalieri e riuscì ad arginare la fiumana nemica. Ancora alle tre del pomeriggio resistevano, quando il Beaujeu si prese una freccia in petto. Ferito a morte, cominciò a ritirarsi da solo. Ma tale era a quel tempo l'autorità morale dei capi che alcuni crociati spoletini gli gridarono disperati: «Signore, non ci abbandonate o la città è perduta!». Ebbe solo la forza di rispondere: «Non fuggo, sono morto». E spirò. A questo punto i Mamelucchi dilagarono e chi poteva fuggì. Il Patriarca di Gerusalemme colò a picco con la sua nave per aver voluto imbarcare quanta più gente poteva. Il Maresciallo degli Ospitalieri fu trovato morto in mezzo a un'incredibile catasta di corpi nemici. Solo la fortezza del Tempio resisteva ancora. Il Sultano offrì una resa onorevole ma la parola non fu mantenuta: le dame vennero oltraggiate e gli ambasciatori decapitati. Allora i Templari ripresero le armi. Solo il 28 maggio i genieri musulmani riuscirono a far crollare le mura. L'urto finale, sotto il peso delle masse di uomini mandati all'assalto, crollò quel che restava seppellendo tutti. Così finiva il più importante insediamento cristiano in Terrasanta. Lo sgomento fu enorme nella Cristianità. Poiché la vita non era più sicura, i latini cominciarono ad abbandonare la zona. Tra questi, quei trecento cavalieri che abbiamo menzionato all'inizio, poi divenuti santi eremiti sotto la guida di Giovanni Montfort, Maestro dei Templari.

tratto da: Rino CAMMILLERI, I Santi militari, Piemme, Casale Monferrato 1992, p. 177-178

martedì 3 novembre 2009


San Martino di Tours

Martino di Tours, (316 o 317 – Candes, 8 novembre 397, funerali l'11 novembre a Tours), era nativo di Sabaria, in Pannonia (l'odierna Ungheria). Suo padre, che era un importante ufficiale dell'esercito dell'Impero Romano, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Con la famiglia si spostò a Pavia, e quindicenne, in quanto figlio di un ufficiale, dovette entrare egli stesso nell'esercito. Venne mandato in Gallia; qui, ancora adolescente, si convertì al cristianesimo e divenne un monaco nella regione di Poitiers.

La leggenda del mantello
Quando Martino era ancora un soldato, ebbe la visione che diverrà l'episodio più narrato della sua vita. Si trovava alle porte della città di Amiens con i suoi soldati quando incontrò un mendicante seminudo. D'impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. Quella notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà di mantello che aveva condiviso. Udì Gesù dire ai suoi angeli: "Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito." Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia, ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

Conversione al cristianesimo
Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che si fece battezzare il giorno seguente e divenne cristiano. Decise di lasciare l'esercito e divenne un monaco nei pressi della città di Tours, sotto la protezione del vescovo Ilario di Poitiers. Martino si adoperò per la conversione alla cristianità della popolazione gallica, facendo molti viaggi per predicare nella Francia centrale ed occidentale, soprattutto nelle aree rurali, demolendo tempietti ed altari pagani. Nel corso di questa opera divenne estremamente popolare, e nel 371 divenne vescovo di Tours. Martino si rifiutò di vivere nella città e invece fondò un monastero a poca distanza dalle mura, che divenne la sua residenza. Il monastero, noto in latino come Maius monasterium (monastero grande), divenne in seguito noto come Marmoutier.Martino lottò contro l'eresia ariana. L'opera di Martino di Tours consentì di vincere l'eresia, creando le premesse per il Concilio di Nicea.

Culto popolare
San Martino di Tours viene ricordato l'11 novembre, sebbene questa non sia la data della sua morte. Nei primi secoli del cristianesimo, il culto reso ai santi spesso si collegava alla data della depositio nella tomba. Questa data è diventata una festa straordinaria in tutto l'Occidente, a causa di un numero notevole di cristiani che portavano il nome di Martino.Molte chiese in Europa sono dedicate a san Martino. L'11 novembre i bambini delle Fiandre e delle aree cattoliche della Germania e dell'Austria, partecipano a una processione di lanterne. Spesso, un uomo vestito come Martino cavalca in testa alla processione. I bambini cantano canzoni sul santo e sulle loro lanterne. Il cibo tradizionale di questo giorno è l'oca. Secondo la leggenda, Martino era riluttante a diventare vescovo, motivo per cui si nascose in una stalla piena di oche. Il rumore fatto da queste rivelò il suo nascondiglio alla gente che lo stava cercando.

martedì 4 agosto 2009

4 agosto festa di

SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY
CURATO D'ARS

ore 19 - Santa Messa - Chiesa Magistrale "San Pietro in Tranquiano", Agazzano (PC)

Nacque a Dardilly, presso Lione nel 1786. Fin da piccolo ama la solitudine ed è timorato di Dio, ma a Parigi a causa della rivoluzione non si può pregare, così i suoi genitori lo portano ad ascoltare Messa in un granaio fuori città. La pena per i preti sorpresi a celebrare Messa è la ghigliottina. Ciò nonostante il desiderio di Giovanni Maria è quello di diventare prete. A dicciasette anni riesce per la prima volta ad andare a scuola, dove con l'aiuto di un prete amico che crede nella sua vocazione, prova a seguire gli studi, ma con scarsi risultati. Le difficoltà divengono insormontabili quando si tratta di affrontare, in seminario, gli studi di filosofia e di teologia. A Grenoble, nel 1815, a ventinove anni, viene finalmente ordinato. Fu parroco di Ars nella diocesi di Belley, per circa quarantadue anni e il suo ascendente è ancora vivo nella parrocchia che ha santificato con il suo apostolato. Là fece rifiorire mirabilmente con l’efficace predicazione, con la mortificazione, la preghiera, la carità. Numerose furono le anime che si rivolsero al santo sacerdote, il quale giunse a trascorrere ore e ore in confessionale. Fu ammirabile nella devozione a Maria, al rosario, all’eucaristia. Estenuato dalle fatiche, macerato dai digiuni e dalle penitenze, nel 1859 terminò i suoi giorni nel bacio del Signore. Prima ancora che Pio XI lo iscrivesse nell’albo dei santi e lo proclamò patrono del clero, Ars era diventata meta di pellegrinaggi.

Dal "Catechismo" di san Giovanni Maria Vianney sacerdote

Fate bene attenzione, miei figlioli: il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov'è il nostro tesoro. Questo è il bel compito dell'uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa è la felicità dell'uomo sulla terra. La preghiera nient'altro è che l'unione con Dio Quando qualcuno ha il cuore puro e unito a Dio, preso da una certa soavità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l'anima sono come due pezzi di cera fusi insieme che nessuno può più separare. Come è bella questa unione di Dio con la sua piccola creatura! E' una felicità questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare. Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con lui. La nostra preghiera è incenso a lui quanto mai gradito. Figlioli miei, il vostro cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nel l'anima e fa che tutto sia dolce. Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole. Anche questo ci dà la preghiera: che il tempo scorra con tanta velocità e tanta felicità dell'uomo che non si avverte più la su lunghezza. Ascoltate: quando ero parroco di Bresse dovendo per un certo tempo sostituire i miei confratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso percorrere lunghi tratti di strada; allora pregava il buon Dio, e il tempo, siatene certi, non mi pareva mai lungo. Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente `nella preghiera come un pesce ne l'onda, perché sono tutte dedite al buon Dio. No c'è divisione alcuna nel loro cuore

mercoledì 29 aprile 2009

NOI TEMPLARI

"Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo"

Sant’Agostino

Da La Trinità, 15, 28, 51

Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. Perché la Verità non avrebbe detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, se Tu non fossi Trinità. Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio. E una voce divina non avrebbe detto: Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio unico, se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù Cristo, e il Vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremmo nelle Sacre Scritture: Dio ha mandato il Figlio suo, né Tu, o Unigenito, diresti dello Spirito Santo: Colui che il Padre manderà in mio nome e: Colui che io manderò da presso il Padre.
Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con l'intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato. Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore. Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta.

Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa' che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato interamente.

So che sta scritto: Quando si parla molto, non manca il peccato, ma potessi parlare soltanto per predicare la tua parola e dire le tue lodi! Non soltanto eviterei allora il peccato, ma acquisterei meriti preziosi, pur parlando molto. Perché quell'uomo di cui Tu fosti la felicità non avrebbe comandato di peccare al suo vero figlio nella fede, quando gli scrisse: Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo. Non si dovrà dire che ha molto parlato colui che non taceva la tua parola, Signore, non solo a tempo, ma anche fuori tempo? Ma non c'erano molte parole, perché c'era solo il necessario. Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell'interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca. Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono i pensieri degli uomini, cioè vani. Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano al sicuro dal loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione.

Parlando di Te un sapiente nel suo libro, che si chiama Ecclesiastico, ha detto: Molto potremmo dire senza giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto. Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te; Tu resterai, solo, tutto in tutti, e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te.

Signore, unico Dio, Dio-Trinità, sappiano essere riconoscenti anche i tuoi per tutto ciò che è tuo di quanto ho scritto in questi libri. Se in essi c'è del mio, siimi indulgente Tu e lo siano i tuoi.

Amen.