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sabato 11 agosto 2012
martedì 7 agosto 2012
lunedì 14 novembre 2011
| Gotti Tedeschi, crisi: Ecco perché le cose ci sono sfuggite di mano | |
| Abbiamo perso l’ansia e la volontà di imitare Cristo e di cercare di incorporare la Sua perfezione in una fede operativa. Nella fede di chi, professionalmente, fa il banchiere, l’industriale, il politico, lo scienziato. Il presidente delle Ior spiega perché «le cose ci sono sfuggite di mano». Pubblichiamo l'articolo che appare sul numero 45 di Tempi in edicola (11 NOVEMBRE 2011). | |
| Di seguito vorrei cercare di spiegare cosa ci è sfuggito di mano e ha prodotto la crisi in corso. Poi vorrei proporre una riflessione sul perché questo è avvenuto, una riflessione che verrà accettata solo da “uomini di buona volontà” che hanno la fede dei figli di Dio. Dobbiamo avere il coraggio di tornare a mettere Dio nelle cose umane, anche se ciò facesse “storcere il naso” a tanti che si sono sforzati di toglierLo. I papi Giovanni Paolo II (in Sollicitudo rei socialis) e il suo successore Benedetto XVI (in Caritas in veritate) avevano ragione quando avevano capito e profetizzato che all’uomo di questi tempi, cresciuto a dismisura nelle capacità tecnologiche e scientifiche, ma rimasto immaturo nella sapienza necessaria del loro uso, queste tecniche sarebbero sfuggite di mano, producendo guai. È vero, questi strumenti sono sfuggiti di mano all’uomo, hanno persino assunto autonomia (morale) e sono loro ora a spiegare e determinare le idee e i comportamenti dell’uomo stesso, limitando la sua capacità di distinguere tra fini e mezzi. Ciò vale in economia come per altre scienze o tecniche. Limitandoci al campo economico vorrei cercare di spiegare cosa è sfuggito di mano all’uomo di questi tempi. Cominciamo dai due fatti prioritari. 1. Decidendo di ignorare il valore intrinseco e sacro della vita umana e conseguentemente delle leggi naturali, l’uomo si è fatto sfuggire di mano l’essenzialità delle nascite per adattare e regolare le leggi economiche. Facendo così vacillare le leggi della crescita economica e confondendole con quella creatività tipica dell’uomo peccatore che negando Dio e le leggi della sua Creazione vuole promuovere leggi tutte sue. Nel caso della crisi attuale, sostituendo (nel dotto e ricco mondo occidentale) la crescita economica, legata a una armonica crescita della popolazione, con una crescita compensativa fatta solo di consumi individuali. 2. Decidendo di ignorare l’unicità della vita dell’uomo, fatto di carne e spirito, l’uomo si è fatto sfuggire di mano la logica e la dinamica stessa dello sviluppo economico, che non è stato voluto e imposto integralmente, bensì solo materialmente, a uso e consumo di un uomo considerato alla stregua di un “animale intelligente”, da soddisfare solo materialmente facendogli consumare di tutto. Altrimenti il Pil non sarebbe cresciuto. E per riuscire in questo intento l’uomo ha persino sconvolto gli equilibri dell’economia globale, gettando le basi per un nuovo ordine mondiale. Che non sarà però solo economico, sarà culturale e spirituale e potrà persino diventare la maggior rivoluzione nella storia dell’umanità. A questo punto, dopo aver perso il controllo delle leggi chiave dell’economia, al nostro supponente uomo sono sfuggiti di mano tanti altri strumenti. Ne ricordo solo alcuni: il controllo dell’inflazione o deflazione; il controllo del debito pubblico e privato nonché dei tassi di interesse; il controllo delle produzioni e perciò della occupazione o disoccupazione; il controllo delle risorse e dei prezzi, soprattutto delle materie prime; il controllo delle tasse necessarie a sostenere i costi dell’invecchiamento artificiale della popolazione; il controllo della produzione di ricchezza da parte delle imprese che mancano di un riferimento di mercato e di crescita; il controllo della produzione di ricchezza dei privati e delle famiglie, e perciò della generazione di risparmio; il controllo dei consumi stessi, non essendo possibile controllare domanda e offerta dei beni e potere di acquisto. Infine è sfuggita di mano persino la possibilità di correggere detti errori con manovre per ridurre il debito, rilanciare le economie, riprodurre un nuovo equilibrio economico soddisfacente. Sembrano esser sfuggiti di mano persino lo strumento politico e la necessaria governance (fra paesi e all’interno dei paesi) per prendere decisioni coerenti di politica economica. Senza verità la logica è opportunismo Ho promesso anche una riflessione sul perché ciò sia potuto succedere. Sempre papa BenedettoXVI lo spiega nella introduzione alla Caritas in veritate. È successo perché l’uomo ha perso il senso della vita, il senso delle sue azioni. Perché il nichilismo dominante, eletto filosofia di pensiero di questo tempo, ha distolto l’uomo da riferimenti di verità. E senza verità all’uomo sfuggono di mano, appunto, gli strumenti. Come si può chiedere a un banchiere di dar senso – vero senso, per il bene comune… – al suo mestiere se la vita non ha senso? Come si può peraltro chiederlo a uno scienziato o a un politico o governante, se appunto la vita non ha senso? Se la vita non ha senso, perché dovrebbero averlo le azioni umane? Avranno semmai una logica opportunistica, legata al pensiero dominante che spiega cosa è opportuno, bene e male, in un certo momento storico. E perché ciò è successo? Avanzo un’ipotesi che farà storcere il naso a molti tiepidi lettori: è successo perché abbiamo perso il legame con Cristo, con Dio. Perché abbiamo perso la contemplazione di Cristo e il senso della Creazione e perciò della nostra vita. Abbiamo perso l’ansia e la volontà di imitare Cristo e di cercare di incorporare la Sua perfezione responsabilizzandoci con convinzione in una fede operativa. Nella fede di chi, professionalmente, fa il banchiere, l’industriale, il politico, lo scienziato, il medico, il docente di storia, eccetera. Paradossalmente (ma mica tanto) solo ritrovando questi legami persi potremo produrre soluzioni per la crisi economica, soluzioni che siano realmente sostenibili e opportune. Dico una cosa che farà saltar sulla sedia qualcuno: non riusciremo a trovare e applicare vere soluzioni se i criteri con cui le elaboriamo sono influenzati dal peccato, se non riconosciamo la potenza nefasta del peccato sul comportamento, sulle riflessioni, sulle decisioni degli esseri umani. Ritorniamo perciò a parlare del peccato e di quanto influenzi il pensiero e le azioni umane. Ogni proposta di soluzione a detta crisi sarà caduca se sarà influenzata dalla confusione che crea l’attitudine a peccare e a negare il peccato stesso e le sue conseguenze. Ogni progetto condito da orgoglio, vanità, concupiscenza, eccetera diverrà un progetto insostenibile perché per forza prescinderà dai veri bisogni della persona, dalla sua unità di vita, dalla sua vocazione all’eternità, dalla sua necessità di potersi santificare su questa terra. Non servono professori ma buoni preti Paradossalmente tutti vogliono escludere, quale soluzione alla crisi, un periodo di “austerità” finalizzato a ricostruire i fondamentali delle nostre economie, dichiarando che penalizzerebbe l’individuo. O forse penalizzerebbe la popolarità di chi dovrebbe deciderlo. Ma se fosse proprio l’“austerità”, per fare un esempio, la vera soluzione, la migliore e la più opportuna anche per la persona? Se è la fede che ci permette di capire i misteri di Cristo, come potrebbe non permetterci di intuire le vere prospettive di soluzione (che sarà naturalmente tecnica) a una crisi economica? Senza questa fede, espressioni pluricitate come “priorità alla centralità della persona” sono e restano vuote di significato (a parte il significato elettorale). Cos’è infatti la centralità della persona per un economista, per un politico, per uno scienziato? È, al peggio, vedere la persona come mezzo sostanziale di produzione, consumo, risparmio? O è, al meglio, riconoscere la transitorietà delle cose possedute, il distacco dai beni, la fragilità della vita umana grazie alle passioni? Ma per riconoscere tutto ciò non c’è bisogno di fede, basta il buon senso. Qualsiasi buon filosofo senza fede può spiegare perché ciò è vero; detta verità si trova in leggi naturali che si deve solo saper osservare. Così una buona economia si fonda su leggi naturali utili all’uomo. Ma un’economia per la persona vuole molto di più, vuole la coscienza della dignità dell’uomo, creatura di Dio, figlio di Dio, erede di Dio. Ecco perché credo che per fare questa buona economia siano essenziali anzitutto buoni preti piuttosto che buoni professori. Preti che confessino e aiutino a odiare il peccato. Il miracolo economico non sta certo nel riuscire a risolvere tutti i problemi in breve tempo tornando a esser tutti ricchi. Sta nel cogliere questa (sgradevole) crisi per darsi obiettivi di vera “ricchezza”, più a lungo termine, con prospettive di eternità. | |
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mercoledì 19 ottobre 2011
Un giorno, conversando con amici, Ratzinger (ancora cardinale) se ne uscì con una battuta: “Per me una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica”.
Se ne sentono infatti di tutti i colori. Non c’è solo il prete che – è notizia di ieri – in una basilica della Brianza diffonde una preghiera islamica in cui si inneggia ad Allah.
Ci sono quelli che consigliano la lettura di Mancuso o Augias… E si trovano “installazioni” di arte contemporanea nelle cattedrali che fanno accapponare la pelle.
D’altra parte pure i cardinali di Milano hanno dato sfogo alla “creatività”.
Leggo dal sito di Sandro Magister: “Nel 2005, l’11 maggio, per introdurre un ciclo dedicato al libro di Giobbe è stato chiamato a parlare in Duomo il professor Massimo Cacciari: oltre che sindaco di Venezia, filosofo ‘non credente’ come altri che in anni precedenti avevano preso parte a incontri promossi dal cardinale Martini col titolo, appunto, di ‘Cattedra dei non credenti’. Cacciari ha tessuto l’elogio del vivere senza fede e senza certezze”.
Insomma nelle chiese si può trovare di tutto. Tranne la centralità di Gesù Cristo.
Infatti – nella disattenzione generale – i vescovi italiani hanno estromesso dalle chiese (o almeno vistosamente allontanato dall’altare centrale e accantonato in qualche angolo) proprio Colui che ne sarebbe il legittimo “proprietario”, cioè il Figlio di Dio, presente nel Santissimo Sacramento.
Non sembri una banale battuta. Al Congresso eucaristico nazionale che si sta aprendo ad Ancona dovrebbero considerare gli effetti devastanti prodotti dall’incredibile documento della Commissione Episcopale per la liturgia del 1996 che è il vademecum in base al quale sono state progettate le nuove chiese italiane e i relativi tabernacoli, o sono state “ripensate” le chiese più antiche.
Non si capisce quale sia lo statuto teologico di cui gode una Commissione della Cei (a mio avviso nessuno). Ma la cosa singolare è questa: che nell’ambiente ecclesiastico – a partire da seminari e facoltà teologiche – trovi legioni di teologi pronti (senza alcuna ragione seria) a mettere in discussione i Vangeli (nella loro attendibilità storica) e le parole del Papa, ma se si tratta di testi partoriti dalle loro sapienti meningi, e firmati da qualche commissione episcopale, ti dicono che quelli devono essere considerati sacri e intoccabili.
Dunque in quel testo del 1996, fra le altre cose discutibili, si “consiglia vivamente” di collocare il tabernacolo non solo lontano dall’altare su cui si celebra, ma pure dalla cosiddetta area presbiterale. Relegandolo “in un luogo a parte”.
Le motivazioni – come sempre – sono apparentemente “devote”. Si dice infatti che il tabernacolo potrebbe distrarre dalla celebrazione eucaristica.
Motivazione ridicola e – nella sua enfasi sull’evento celebrativo a discapito della presenza nel tabernacolo – anche pericolosamente somigliante alle tesi di Lutero.
L’effetto inaudito di queste norme è il seguente: nelle chiese si assiste da qualche anno a un accantonamento progressivo del tabernacolo, cioè del luogo più importante della chiesa, quello in cui è presente il Signore.
Prima lo si è collocato in un posto defilato (una colonna o un altare laterale), quindi in una cappella, parzialmente visibile. Alla fine probabilmente sarà del tutto estromesso dalle chiese.
Come risulta essere nell’incredibile edificio di San Giovanni Rotondo in cui è stato portato il corpo di san Pio.
L’edificio, progettato da Renzo Piano, non ha inginocchiatoi e la figura centrale e incombente è l’enorme e spaventoso drago rosso dell’apocalisse rappresentato trionfante nell’immensa vetrata: ebbene il tabernacolo lì non c’è.
Non so a chi sia venuto in mente questo progressivo occultamento dei tabernacoli nelle chiese (che avrebbe fatto inorridire padre Pio). Esso non corrisponde affatto all’insegnamento del Concilio Vaticano II, visto che l’istruzione post-conciliare “Inter Oecumenici” del 1964 affermava che il luogo ordinario del tabernacolo deve essere l’altare maggiore.
E non piace nemmeno al Papa come si vede nell’Esortazione post sinodale “Sacramentum Caritatis” dove egli sottolinea il legame strettissimo che deve esserci fra celebrazione eucaristica e adorazione.
Sottolineatura emersa dall’XI Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2005 che ha richiesto la centralità ed eminenza del tabernacolo.
Basterà per tornare sulla retta via? Nient’affatto. Come dimostra il comportamento – a volte di aperta contestazione al Papa – tenuto da certi vescovi quando il suo famoso “Motu proprio” ha restaurato la libertà di celebrare anche con l’antico messale.
Purtroppo le idee sbagliate dei liturgisti “creativi” continueranno a prevalere sul papa, sul Concilio e sul Sinodo (forse faranno strada anche altre balordaggini come la “prima comunione” a 13 anni). Fa da corollario a questa estromissione di Gesù eucaristico dalle chiese, la stupefacente pratica del biglietto di ingresso istituito perfino per alcune Cattedrali. Degradate così a musei.
La protestantizzazione o la museizzazione delle chiese è un fenomeno dagli effetti spaventosi per la Chiesa Cattolica. Si dovrebbero prendere subito provvedimenti.
Per capire cosa era – e cosa dovrebbe essere – una chiesa cattolica voglio ricordare la storia di due persone significative.
La prima è Edith Stein, una donna straordinaria, filosofa agnostica, di famiglia ebrea, che divenne cattolica, si fece suora carmelitana ed è morta nel lager nazista di Auschwitz.
E’ stata proclamata santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e nell’anno successivo compatrona d’Europa.
La Stein ha raccontato che un primo episodio che la portò verso la conversione accadde nel 1917 quando lei, giovinetta, vide una popolana, con la cesta della spesa, entrare nel Duomo di Francoforte e fermarsi per una preghiera:
“Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto”.
Lì infatti c’era Gesù eucaristico.
Un altro caso riguarda il famoso intellettuale francese André Frossard. Era il figlio del segretario del Partito comunista francese.
Era ateo, aveva vent’anni e quel giorno aveva un appuntamento con una ragazza. L’amico con cui stava camminando, essendo cattolico, gli chiese di aspettarlo qualche istante mentre entrava in una chiesa.
Dopo alcuni minuti Frossard decise di andare a chiamarlo perché aveva fretta di incontrare “la nuova fiamma”. Lo scrittore sottolinea che lui non aveva proprio nessuno dei tormenti religiosi che hanno tanti altri.
Per loro, giovani comunisti, la religione era un vecchio rottame della storia e Dio un problema “risolto in senso negativo da due o tre secoli”.
Eppure quando entrò in quella chiesa era in corso un’adorazione eucaristica e, racconta, “è allora che è accaduto l’imprevedibile”.
Dice:
“il ragazzo che ero allora non ha dimenticato lo stupore che si impadronì di lui quando, dal fondo di quella cappella, priva di particolare bellezza, vide sorgere all’improvviso davanti a sé un mondo, un altro mondo di splendore insopportabile, di densità pazzesca, la cui luce rivelava e nascondeva a un tempo la presenza di Dio, di quel Dio, di cui, un istante prima, avrebbe giurato che mai era esistito se non nell’immaginazione degli uomini; nello stesso tempo era sommerso da un’onda, da cui dilagavano insieme gioia e dolcezza, un flutto la cui potenza spezzava il cuore e di cui mai ha perso il ricordo”.
La sua vita ne fu capovolta. “Insisto. Fu un’esperienza oggettiva, fu quasi un esperimento di fisica”, ha scritto. Frossard è diventato il più celebre giornalista cattolico. In una chiesa di oggi non avrebbe incontrato il Verbo fatto carne, ma le chiacchiere di carta.
Da Libero, 3 settembre 2011
EDITORIALE: Corrispondenza Romana
CR n. 1211 del 15 ottobre 2011
Cercasi urgentemente vaccino contro i virus mediatici della fede
Il nuovo “pensiero debole” è in realtà più forte di quanto si creda. Si veste di qualunquismo, premessa del relativismo. E si nutre del dubbio metodico. Dismesse le vesti eleganti della filosofia, ha indossato quelle più comode del pamphlet. Non a caso recentemente ben due non credenti si sono pubblicamente proclamati dalla parte del Papa. Uno è stato Walter Veltroni dalle colonne de “Il Foglio” dello scorso 1 ottobre. L’altro, Costanzo Preve, sul sito dell’UCCR-Unione Cristiani Cattolici Razionali.
Ma, mentre il primo definisce le «insegne religiose» come «nuove ideologie autorappresentative», evocando addirittura i fantasmi di Auschwitz e dei gulag sovietici, l’altro definisce la religione come il «deposito del senso complessivo delle cose». Mentre il primo vede nella politica la «via d’uscita» tra ideologie e nichilismo e le attribuisce addirittura il compito «di fornire un senso “laico” alla domanda di ragione dell’esistenza», il secondo bolla col titolo di «Armata Brancaleone mediatica» quel volto superbo dell’ateismo laico, che si pretende proprietario esclusivo «della razionalità e della scienza» e che vuol imporre il proprio «dio idolatrico» fondato su «di una concezione limitativa ed astorica di ragione».
Curioso Veltroni. Fa il filosofo a singhiozzo. Da una parte si dice interpellato dalle «ragioni sociali e psicologiche del dilagare della depressione», dall’altra non ne valuta minimamente quelle umane, filosofiche e spirituali. Invoca una «comunità di destino», destino cui poi però non dà nome, né ne indica la direzione. Parla di «speranza» quale antidoto alla «paura», ma non spiega in chi o in che cosa sperare. Spaesato nel ricercare la fonte del giusto in sé svincolato dal principio di maggioranza, “manipola” come plastilina il pensiero di Benedetto XVI in tema di “diritto naturale”, proponendone un’improbabile rilettura terrena e razionalistica.
Infine l’affondo: l’invito esplicito ai credenti a chiudere la fede nella propria sfera privata, per evitare «il cortocircuito integralista» ed a mettersi bene in testa di confidare solo ed esclusivamente nella «ragione». Insomma, un orizzonte da cui viene programmaticamente escluso qualsiasi riferimento al trascendente. L’intervento di Veltroni è per molti versi paradigmatico. È il lupo, che si veste da agnello, applaudendo il Papa, purché lasci a casa i propri dogmi ed usi solo un imprecisato «metodo critico», per discutere di politica, diritto e ragione.
Anche Preve dice di voler stare col Papa, però riconoscendogli la «superiorità della sua diagnosi filosofica sul presente storico rispetto a quella della tribù laico-postmoderna-ateo-sbeffeggiatrice». Ed aggiunge: «Se Ratzinger è per la legittimazione della categoria filosofica di verità, mentre i cosiddetti “laici” sono di fatto per il fisicalismo e per il relativismo, non ho dubbi. Pur essendo un allievo critico di Spinoza, Hegel e Marx e non un pensatore cristiano e neppure cattolico, sto dalla parte di Ratzinger». Il che è ancora riduzionistico, però è anche intellettualmente onesto…
Ma l’arrembaggio mediatico alla Chiesa non è finito qui, come dimostrano l’articolo del solito Hans Küng, pubblicato su “Repubblica” del primo ottobre, e contemporaneamente il libro Mal di Chiesa scritto da Gian Franco Svidercoschi, che in coro invocano un ritorno al Concilio Vaticano II e pongono in stato d’accusa su più fronti «il sistema di governo romano».
L’uno pretende l’abolizione del celibato per i preti e l’ammissione del sacerdozio femminile; l’altro plaude ad Assisi ed ecumenismo e considera incidenti di percorso Motu Proprio e la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani. Insomma, nulla di realmente nuovo sotto il sole.
Un’altra “stoccata e fuga” è giunta da Alexander Sokurov, il regista insignito del Leone d’Oro a Venezia. Dalle colonne de “La Stampa” dell’8 ottobre riscrive a modo suo tutto il Catechismo, spiegandoci che «il concetto di anima quasi non esiste», che in ogni caso «non viene data alla nascita»; svilisce lo spirito legandolo riduzionisticamente alla sola ragione; afferma che «solo la cultura può allontanare un popolo dallo stato selvaggio, la religione non basta»; assicura che Mefistofele è solo «un usuraio, un bravo giocoliere» e che «non fa nulla di soprannaturale».
Insomma, tranquilli, secondo costoro, finora la Chiesa ha scherzato… La verità è però un’altra. È che queste idee, falsamente propalate come moderne ed all’avanguardia, sono virus intellettualoidi per l’anima. Contro cui sarebbe bene trovare al più presto un vaccino.
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