martedì 20 maggio 2008


San Bernardino da Siena

Questo illustre e degno discepolo di S. Francesco d'Assisi nacque nel 1380 a Massa Marittima, dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi. Rimasto orfano dei genitori in giovane età fu allevato a Siena. Entrò a far parte dei Frati Minori, venne ordinato sacerdote e percorse tutta l'Italia esercitando la predicazione con gran frutto delle anime. Propagò la devozione al santissimo nome di Gesù, in seno all'Ordine divenne uno dei principali propugnatori della riforma dei francescani osservanti e scrisse pure dei trattati teologici. Il Signore lo chiamava alla pace dei beati pieno di meriti nel 1444 a l'Aquila e fu canonizzato nel 1450. San Bernardino è il patrono dei pubblicitari italiani.

Monogramma di san Bernardino "Jesus Hominum Salvator"

Dai "Discorsi" di san Bernardino da Siena, sacerdote

Il nome di Gesù è la luce dei predicatori, perché illumini di splendore l'annunzio e l'ascolto della sue parole. Donde credi si sia diffuse in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù? Non ci ha Dio "chiamati alla sue ammirabile luce" (1 Pt 2, 9) con la luce e il sapore di questo nome? Ha ragione l'Apostolo di dire a coloro che sono stati illuminati e in questa luce vedono la luce: "Se un tempo eravate tenebra, ore siete luce nel Signore: comportatevi perciò come figli della luce" (Ef 5, 8). Perciò si deve annunziare questo nome perché risplenda, non tenerlo nascosto. E tuttavia nella predicazione non lo si deve proclamare con un cuore vile o con una bocca profanata, ma lo si deve custodire e diffondere come da un vaso prezioso. Per questo il Signore dice dell'Apostolo: "Egli è per me un vaso eletto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re e ai figli di Israele" (cfr. At 9,15). Un vaso eletto, dice dove si espone un dolcissimo liquore da vendere, perché rosseggiando e splendendo in vasi preziosi, inviti a bere; per portare, soggiunge, il mio nome. Infatti, come per ripulire i campi si distruggono con il fuoco le spine e i rovi secchi e inutili e come al sorgere del sole, mentre le tenebre vengono respinte, i ladri e i nottambuli e gli scassinatori si dileguano: così quando la bocca di Paolo predicava ai popoli, come per il fragore di un gran tuono, o per l'avvampare irruente di un incendio o per il sorgere luminoso del sole, l'infedeltà era distrutta, la falsità periva, la verità splendeva, come cera liquefatta dalle fiamme di un fuoco veemente. L'Apostolo portava dovunque il nome di Gesù con le parole, con le lettere, con i miracoli e con gli esempi. Infatti lodava sempre il nome di Gesù e gli cantava inni con riconoscenza (cfr. Sir 51, 12; Ef 5, 19-20). E di più, san Paolo presentava questo nome, come una luce, "davanti ai re, ai popoli e ai figli di Israele" (At 9,15) e illuminava le nazioni e proclamava dovunque: "La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno" (Rm 13,12). E mostrava a tutti la lampada ardente e splendente sul candelabro, annunziando in ogni luogo "Gesù, e questo crocifisso" (1 Cor 2, 2). Perciò la Chiesa, sposa di Cristo, sempre appoggiata alla sue testimonianza, giubila con il Profeta, dicendo: "Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza, e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi" (Sal 70,17), cioè sempre. E anche il profeta esorta a questo, dicendo: "Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunziate di giorno in giorno la sua salvezza" (Sal 95,2) cioè Gesù salvatore. (Disc. 49 sul Nome di Gesù)
Magistero della Chiesa sui Carismi


I CARISMI NEI DOCUMENTI
DEL CONCILIO VATICANO II

"Lo Spirito guida la Chiesa per tutta intera la verità (cf Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel mistero, la istruisce e la dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cf Ef4, Il-12; 1 Cor 12,4; Gal 5, 22)" (Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, 4a) .

"Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua ric­chezza e alla necessità dei ministeri (cfl Cor 12,1-11). Fra questi doni eccelle quello degli Apostoli, alla cui autorità lo stesso Spirito sottomette anche i carismatici" (Lumen Gentium, 7c).

"Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il Popolo di Dio e lo guida e lo adorna di virtù, ma «distri­buendo a ciascuno i propri doni come piace a Lui» (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rin­novamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: «A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1 Cor 12, 7). E questi carismi, straordi­nari o anche più semplici e più comuni, poiché sono della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione. I doni straordinari però non si devono chiedere imprudentemente, ne con presunzione si devono da essi sperare i frutti dei lavori apostolici ,. ma il giudizio sulla loro genuinità e ordinato uso appartiene all' Autorità ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf 1 Ts 5, 12.19-21)" (Lumen Gentium, 12b).

"l laici, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costi­tuiti Popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte com­piono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano" (Lumen Gentium, 31a).

" I laici derivano il dovere e il diritto all' apostolato dalla loro stessa unione con Cristo Capo. Infatti, inseriti nel Corpo Mistico di Cristo per mezzo del Battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della Cresima, sono deputati dal Signore stesso all' apostolato. Vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa (cf 1 Pt 2,4-10) onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo. A tutti i cristiani quindi è imposto il nobile impegno di lavorare affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra. Per l' esercizio di tale apostolato lo Spirito Santo, che già opera la santificazione del Popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti, elargisce ai fedeli anche dei doni particolari «distri­buendoli a ciascuno come vuole» (cfl Cor 12,7-11), affinché met­tendo «ciascuno a servizio degli altri il suo dono al fine per cui l' ha ricevuto, contribuiscano anch ' essi come buoni dispensatori delle diverse grazie ricevute da Dio» (1 Pt 4,10) alla edificazione di tutto il corpo nella carità (cf Ef 4,16). Dall' aver ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto dovere di eser­citarli per il bene degli uomini e per l' edificazione nella Chiesa, sia nella Chiesa stessa, che nel mondo, con la libertà dello Spirito, il quale «spira dove vuole» (Gv 3, 8) e al tempo stesso nella comu­nione con i fratelli in Cristo, soprattutto con i pastori, che hanno il compito di giudicare sulla loro genuinità e uso ordinato, non certo per estinguere lo Spirito, ma per esaminare tutto e ritenere ciò che è buono" (Decreto sull' Apostolato dei laici Apostolicam actuositatem, 3a-c-d-e) .

"Ciascuno deve fattivamente prepararsi all' apostolato, cosa che urge maggiormente nell'età adulta. Infatti con il progredire del­l' età, l' animo si apre meglio in modo che ciascuno può scoprire più accuratamente i talenti con cui Dio ha arricchito la sua anima ed esercitare con maggiore efficacia quei carismi che gli sono stati concessi dallo Spirito Santo, a bene dei suoi fratelli" (Apostolicam actuositatem,30).

I CARISMI NELLA ESORTAZIONE APOSTOLICA CHRISTIFIDELES LAICI

"La comunione ecclesiale è un dono, un grande dono dello Spirito Santo, che i fedeli laici sono chiamati ad accogliere con gratitudine e, nello stesso tempo, a vivere con profondo senso di responsabilità. Ciò si attua concretamente mediante la loro partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa, al cui servizio i fedeli laici pongono i loro diversi e complementari ministeri e carismi" (GIOVANNI PAOLO Il Esortazione apostolica post sinodale su vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo Christifzdeles Laici, 20, Sinodo dei Vescovi 1987).

" Il Concilio Vaticano II presenta i ministeri e i carismi come dono dello Spirito Santo per l' edificazione del Corpo di Cristo e per la sua missione di salvezza nel mondo (Lumen Gentium, 4). La Chiesa, infatti, è diretta e guidata dallo Spirito Santo che elargisce diversi doni gerar­chici e carismatici a tutti i battezzati chiamandoli a essere, ciascuno a suo modo, attivi e corresponsabili" (Christifideles Laici, 21).

Lo Spirito Santo, mentre affida alla Chiesa-comunione i diversi ministeri, l' arricchisce di altri particolari doni e impulsi chiamati carismi. Possono assumere le forme più diverse, sia come espressione dell' assoluta libertà dello Spirito che li elargisce, sia come risposta alle esigenze molteplici della storia della Chiesa. Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che hanno, direttamente o indirettamente, un'utilità ecclesiale, ordinati come sono all' edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo. Anche ai nostri tempi non manca la fioritura di diversi carismi tra i fedeli laici, uomini e donne. Sono dati alla persona singola, ma possono anche essere condivisi da altri e in tal modo vengono continuati nel tempo come una preziosa e viva eredità, che genera una particolare affinità spirituale tra le persone. I carismi sono una singolare ricchezza di grazia per la vita apostolica e per la santità dell'intero Corpo di Cristo: purche siano doni che derivino veramente dallo Spirito e vengano esercitati in piena conformità agli impulsi autentici dello Spirito (Christifzdeles Laici, 24).

I CARISMI NEL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

"La Chiesa, comunione vivente nella fede degli Apostoli che essa trasmette, è il luogo della nostra conoscenza dello Spirito Santo: nelle Scritture, che egli ha ispirato, nella Tradizione di cui i Padri della Chiesa sono i testimoni sempre attuali, nel Magistero della Chiesa che egli assiste; nella Liturgia sacramentale, attraverso le sue parole e i suoi simboli, in cui 10 Spirito Santo ci mette in comu­nione con Cristo, nella preghiera, nella quale intercede per noi, nei carismi e nei ministeri che edificano la Chiesa, nei segni di vita apo­stolica e missionaria; nella testimonianza dei santi, in cui egli mani­festa la sua santità e continua I' opera della salvezza" (Catechismo della Chiesa Cattolica 688).

"Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un' utilità ecclesiale, ordinati come sono all' edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo" (CCC 799).

"I carismi devono essere accolti con riconoscenza non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri della Chiesa. Infatti sono una meravigliosa ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il Corpo di Cristo, purché si tratti di doni che pro­vengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito, cioè secondo carità, vera misura dei carismi" (CCC 800).

" «Cristo. . . adempie alla sua funzione profetica. . . non solo per mezzo della gerarchia. . . ma anche per mezzo dei laici, che perciò costitui­sce suoi testimoni» dotandoli «del senso della fede e della grazia della parola» (Lumen Gentium, 33): «istruire qualcuno per condurlo alla fede è il compito di ogni predicatore e anche di ogni credente» (S. TOMMASO, Summa theologiae, III,71,4 ad3)" (CCC 904).

"«1 laici possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a colla­borare con i loro pastori nel servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando i ministeri diver­sissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare» (Evangelii nuntiandi, 73)" (CCC 910).

"Ogni laico, in ragione degli stessi doni ricevuti, è un testimone e insieme uno strumento vivo della missione della Chiesa stessa, «secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4,7)" (CCC 913).

"La comunione dei carismi. Nella comunione della Chiesa, lo Spirito Santo «dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali» (Lumen Gentium, 12) per l' edificazione della Chiesa. Ora «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune» (1 Cor 12, 7)" (C CC 951).

Il Signore risorto conferma questo invio «Nel mio nome... imporranno le mani ai malati e questi guariranno» M c 16,17-18) e lo conferma per mezzo dei segni che la Chiesa compie invocando il suo nome. Questi segni manifestano in modo speciale che Gesù è veramente «Dio che salva»" (C CC 1507).

“Lo Spirito Santo dona ad alcuni un carisma speciale di guarigione per manifestare la forza della grazia del Risorto. Tuttavia, neppure le preghiere più intense ottengono la guarigione di tutte le malattie" (CCC 1508).
" La grazia è innanzitutto e principalmente il dono dello Spirito che ci giustifica e ci santifica. Ma la grazia comprende anche i doni che lo Spirito ci concede per associarci alla sua opera, per renderci capaci di cooperare alla salvezza degli altri e alla crescita del Corpo di Cristo, la Chiesa. Sono le grazie sacramentali, doni propri ai diversi sacramenti. Sono inoltre le grazie speciali chiamate anche «carismi» con il termine greco usato da san Paolo, che significa favore, dono gratuito, beneficio. Qualunque sia la loro natura, a volte straordinaria come il dono dei miracoli o delle lingue, i cari­smi sono ordinati alla grazia santificante e hanno come fine il bene comune della Chiesa. Sono al servizio della carità che edifica la Chiesa" (CCC 2003).
"Il carisma personale di un testimone dell' Amore di Dio per gli uomini si è potuto trasmettere. . . perché alcune persone avessero parte a tale spirito. Una spiritualità è anche confluenza di altre cor­renti, liturgiche e teologiche, e testimonia dell' inculturazione della fede in un contesto umano e nella sua storia. Le spiritualità cristiane partecipano alla tradizione vivente della preghiera e sono guide indispensabili per i fedeli. Esse, nella loro ricca diversità, riflettono l' unica e pura Luce dello Spirito Santo" (CCC 2684).

lunedì 19 maggio 2008


L'argomento del giorno:

per non dimenticare, ma soprattutto per saper fare,
anche noi, come Chiara, impariamo a sentire ...

«Eccomi, manda me!»
(Is 6,8)

«Eccomi, manda me!»

Siamo nell’VIII secolo a.C. Il popolo d’Israele sta attraversando un momento critico. Dio, chiamato JHWH nella tradizione ebraica, cerca un profeta che parli in suo nome a tutto il popolo, che gli annunci la venuta liberatrice dell’Emmanuele, il Dio tra noi. Egli appare allora, nella sua maestà, a Isaia che sta pregando nel tempio.
Davanti alla grandezza di Dio, il profeta avverte la propria nullità e il suo essere peccatore: "Sono un uomo dalle labbra impure!" grida. Ma un angelo, con un carbone ardente preso dal fuoco che sta sull’altare, gli purifica le labbra. Alla domanda che Dio gli rivolge: "Chi manderò? Chi andrà al posto mio?", Isaia, perché interamente rinnovato dall’iniziativa celeste, può ora rispondere con prontezza: "Eccomi, manda me!"
E’ presuntuoso il profeta nel suo offrirsi a Dio? No, perché l’iniziativa non è sua, ma di Dio. Isaia risponde ad una chiamata:

«Eccomi, manda me!»

Come ha chiamato il profeta, così, lungo la storia della salvezza, Dio continua a chiamare uomini e donne per affidare loro una missione particolare. Su ciascuno Egli posa uno sguardo d’amore: nessuno è insignificante ai suoi occhi. A volte possiamo avere l’impressione che la nostra vita sia inutile o senza senso. Essa è pienamente riscattata dalla chiamata di Dio, che si rivolge proprio a me, a te: ci invita a prendere parte al progetto d’amore che ha sull’umanità e sul creato.
Si rivolge a me, a te come si è rivolto a Isaia, a Maria, a Pietro, e ogni volta ci domanda: "Chi manderò?" Lui, che è Dio, ci dà fiducia e ci invita ad essere suoi collaboratori. Con il nostro "sì", che ripete il "sì" di Isaia, di Maria e di una moltitudine di cristiani che ci hanno preceduto, possiamo metterci a sua disposizione.
Dicendo di sì ad ogni suo desiderio - a quello che mi fa capire giorno per giorno -, ogni mia azione, anche la più piccola, anche quella che può sembrare insignificante, acquista valore, diventa importante, contribuisce all’avvento del Regno di Dio, alla fratellanza universale.
Anche per noi nessuna presunzione nel rispondere di "sì". L’iniziativa è sempre sua. E’ suo il primato d’amore. La nostra è soltanto una risposta d’amore ad un amore che ci ha preceduto. Sì, grazie alla sua chiamata, sono pronto ad esaudire ogni suo volere, a lavorare per Lui e a ripetergli:

«Eccomi, manda me!»

Non ci sentiamo all’altezza della missione che Egli ci affida? Ci sembra di non avere le capacità e le forze per portarla a compimento?
Se Isaia si fosse fermato a considerare la propria indegnità o i propri limiti avrebbe continuato a ripetere: "Sono un uomo dalle labbra impure". A Maria sembrava impossibile diventare Madre di Dio, tanto era straordinario l’annuncio che le veniva rivolto. Per l’apostolo Pietro, quando si sentì chiamato da Gesù, fu spontaneo rispondere: "Allontanati da me che sono un peccatore".
Con la sua chiamata, Dio ci dà anche la capacità di attuare la missione che ci affida: "Nulla è impossibile a Dio". A Isaia sono purificate le labbra perché possa parlare a nome di Dio. Maria è colmata dalla presenza dello Spirito Santo e dalla potenza dell’Altissimo. Pietro è sostenuto, nella sua missione di essere "roccia", dalla preghiera stessa di Gesù.
Ad ogni nostro "sì" seguiranno tutte le grazie per compiere qualsiasi compito ci è richiesto dalla volontà di Dio.

«Eccomi, manda me!»

E’ stato così anche per noi nella nostra piccola storia quando, nel 1943, all’inizio della nostra esperienza, avevamo compreso che Dio ci amava immensamente e ci sentimmo spinte a comunicare a tutti questa grande notizia: "Dio ti ama immensamente, Dio ci ama immensamente."
Alcuni mesi dopo era la festa di Cristo Re: siamo rimaste affascinate dalle parole della liturgia di quel giorno: "Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra". E’ l’appello all’unità e alla fratellanza universale.
Inginocchiate attorno all’altare, spinte forse dallo Spirito Santo, abbiamo detto a Gesù: "Tu sai come si possa realizzare l’unità. Eccoci qui. Se vuoi, usa di noi." Era il nostro: "Eccomi, manda me!" Eravamo allora un piccolo gruppo, sette, otto ragazze, ma avevamo già dato la nostra risposta a Gesù.
Da quel tempo, in 60 anni, questo spirito, con la vita di migliaia di persone del Movimento, è giunto in 182 nazioni.
Un’esperienza che conferma la possibilità di quali cose grandi può fare Lui, se trova persone pronte a rispondere al suo invito.

Chiara Lubich
Dall'Ordine e dalla Regola dei Templari
"Cari ed amati fratelli, la maggioranza del Capitolo ha stabilito che il postulante può essere ammesso nella Casa. Se qualcuno di voi ha qualcosa da dire in contrario parli subito davanti a noi."

Mio signore, sono qui venuto, avanti a voi ed all'intero Capitolo, ad implorarvi per la Maestà di Dio Nostro Signore e per la Nostra Signora di accogliermi nella casa, accettandone tutte le regole ed i benefici."

Fratello, voi chiedete molto, poiché del nostro amato Ordine, come di una quercia non vedete che la parte esterna, la corteccia. La corteccia che voi riuscite a vedere sono i nostri cavalli, le nostre armature, i nostri mantelli e i nostri pasti, e perciò credete che tutto ciò sia bello e che starete bene. Ma voi non immaginate nemmeno sotto la corteccia di quest'albero quali durissime regole vigono all'interno del nostro amato Ordine, voi che siete un signore dovrete far da servo agli altri, perché d'ora in avanti non potrete più fare i vostri comodi: se vorrete dormire sarete svegliato, se vorrete mangiare vi dovrete alzare e sarete comandato altrove, se vorrete essere sveglio vi si comanderà di dormire, se volete digiunare vi sarà comandato di mangiare, se vorrete andare in terra di Acri vi si manderà ad Antiochia, se vorrete rientrare a Sion sarete inviato in Francia o in Inghilterra, se vorrete andare da una parte vi si manderà da quella opposta e voi non potrete domandarne il perché, tutte le dure parole di rimprovero che avrete dovrete sopportarle in nome di Dio. Se così volete, alzatevi a fate un passo avanti."

In nome di Dio e della Nostra Signora noi ti ammettiamo a tutti i benefici della casa, promettendoti la nostra fratellanza e il nostro aiuto, ma anche molti combattimenti, molta pena e molto lavoro."

giovedì 15 maggio 2008

Capitolo Generale della Congregazione

Sabato 10 e Domenica 11 maggio 2008
Solennità della Pentecoste
Chiesa Abbaziale dei SS. Salvatore
e S. Gallo di Tolla
I Rabbini di Morfasso (PC)

Durante il Capitolo Generale della nostra Congregazione, è stato siglato un “patto di reciprocità”
con la Congregazione Templari di San Bernardo di Clairvaux

Priorato di Florentia:

Noi


fra Gianni Battini,
Praeceptor della Congregazione
Templari di San Bernardo
Precettoria Lombardo Piacentina – Santa Maria del Tempio

Sr. Raffaella Risuleo
Prior et Magister Congregazione Templari di San Bernardo di Clairvaux
Priorato di Florentia

Ascoltati i Nobili Cavalieri, sentito il parere dei Nostri Consiglieri


Abbiamo Decretato:


di stabilire rapporti di reciprocità e di collaborazione tra le Nostre Congregazioni i cui cavalieri e dame, oltre al “Giuramento d’Onore” saranno vincolati, ancora di più dall’impegno cristiano di fraterno amore in Cristo Gesù Nostro Signore.
A solenne testimonianza Noi qui oggi firmiamo e apponiamo i Nostri sigilli.

Dio non ha forse scelto i poveri?
Voi invece avete disprezzato il povero!

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 2,1-9)

Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria.

Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: "Tu siediti qui comodamente", e al povero dite: "Tu mettiti in piedi lì", oppure: "Siediti qui ai piedi del mio sgabello", non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?

Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso aquelli che lo amano?

Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi?

Certo se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: "Amerai il prossimo tuo come te stesso", fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori.

mercoledì 14 maggio 2008


MARCIA PER LA PACE

Medjugorje 17 maggio 2008

La seconda “Maratona per la Pace” si terrà il 17 maggio 2008.
È organizzata dall'associazione cristiana Kup-Karmel.
La Maratona inizia alle 9 e va da Grude, attraversando Ljubuški,
fino a Medjugorje (42 km).
I comuni cittadini sono liberi di partecipare alla corsa distesa da Ljubuški a Medjugorje, che comincia nello stesso momento in cui partono.
Difendiamo la vita con il Santo Padre

Benedetto XVI al Movimento per la vita:

«La difesa della vita umana è diventata oggi più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo»

«Il rispetto della vita, è la prima giustizia»

Il Papa: la legge sull’aborto non ha risolto i problemi,
ma aperto ulteriori ferite nelle società

Pubblichiamo il testo inte­grale del discorso pronun­ciato ieri
da Benedetto XVI ai rappresentanti del Movi­mento per la vita

Cari fratelli e sorelle, con vivo piacere vi accolgo quest’oggi, e a ciascuno di voi rivolgo il mio cordiale saluto. In primo luogo, saluto monsignor Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, e i sacerdoti presenti. Un saluto speciale indirizzo all’onorevole Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita, e sentitamente lo ringrazio per le gentili parole che mi ha indirizzato a nome vostro. Saluto i membri del Direttivo nazionale e della Giunta esecutiva del Movimento per la vita, i presidenti dei Centri di aiuto alla vita e i responsabili dei vari servizi, del Progetto Gemma, di Telefono verde, Sos Vita e Telefono rosso. Saluto, inoltre, i rappresentanti dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e di alcuni Movimenti per la vita europei. Attraverso di voi, qui presenti, il mio pensiero affettuoso si estende a coloro che, pur non potendo intervenire di persona, sono spiritualmente a noi uniti. Penso specialmente ai tanti volontari che, con abnegazione e generosità, condividono con voi il nobile ideale della promozione e della difesa della vita umana fin dal suo concepimento. La vostra visita cade a trent’anni da quando in Italia venne legalizzato l’aborto ed è vostra intenzione suggerire una riflessione approfondita sugli effetti umani e sociali che la legge ha prodotto nella comunità civile e cristiana durante questo periodo. Guardando ai passati tre decenni e considerando l’attuale situazione, non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa. Certamente molte e complesse sono le cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto. Se da una parte la Chiesa, fedele al comando del suo Signore, non si stanca di ribadire che il valore sacro dell’esistenza di ogni uomo affonda le sue radici nel disegno del Creatore, dall’altra stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita, e alla tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna. L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze. Tanto impegno, in verità, in questi anni è stato profuso, e da parte non solo della Chiesa, per venire incontro ai bisogni e alle difficoltà delle famiglie. Non possiamo però nasconderci che diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro. È necessario per questo unire gli sforzi perché le diverse Istituzioni pongano di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l’attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa. Occorre aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno. Per i cristiani resta sempre aperto, in questo ambito fondamentale della società, un urgente e indispensabile campo di apostolato e di testimonianza evangelica: proteggere la vita con coraggio e amore in tutte le sue fasi. Per questo, cari fratelli e sorelle, domando al Signore di benedire l’azione che, come Centro di Aiuto alla Vita e come Movimento per la Vita, voi svolgete per evitare l’aborto anche in caso di gravidanze difficili, operando nel contempo sul piano dell’educazione, della cultura e del dibattito politico. È necessario testimoniare in maniera concreta che il rispetto della vita è la prima giustizia da applicare. Per chi ha il dono della fede questo diventa un imperativo inderogabile, perché il seguace di Cristo è chiamato ad essere sempre più 'profeta' di una verità che mai potrà essere eliminata: Dio solo è Signore della vita. Ogni uomo è da Lui conosciuto e amato, voluto e guidato. Qui soltanto sta l’unità più profonda e grande dell’umanità, nel fatto che ogni essere umano realizza l’unico progetto di Dio, ognuno ha origine dalla medesima idea creatrice di Dio. Si comprende pertanto perché la Bibbia afferma: chi profana l’uomo, profana la proprietà di Dio (cfr Gn 9,5). Quest’anno ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo il cui merito è stato quello di aver permesso a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali, di convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti. Come ho recentemente ricordato, nella mia visita all’Onu, ai membri delle Nazioni Unite, «i diritti umani debbono essere rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori. La promozione dei diritti umani rimane quindi la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza». Per questo è oltremodo lodevole anche il vostro impegno nell’ambito politico come aiuto e stimolo alle istituzioni, perché venga dato il giusto riconoscimento alla parola «dignità umana». La vostra iniziativa presso la Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo, nella quale affermate i valori fondamentali del diritto alla vita fin dal concepimento, della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, del diritto di ogni essere umano concepito a nascere e ad essere educato in una famiglia di genitori, conferma ulteriormente la solidità del vostro impegno e la piena comunione con il Magistero della Chiesa, che da sempre proclama e difende tali valori come 'non negoziabili'. Cari fratelli e sorelle, incontrandovi il 22 maggio del 1998, Giovanni Paolo II vi esortava a perseverare nel vostro impegno di amore e difesa della vita umana, e ricordava che, grazie a voi, tanti bambini potevano sperimentare la gioia del dono inestimabile della vita. Dieci anni dopo, sono io a ringraziarvi per il servizio che avete reso alla Chiesa e alla società. Quante vite umane avete salvato dalla morte! Proseguite su questo cammino e non abbiate paura, perché il sorriso della vita trionfi sulle labbra di tutti i bambini e delle loro mamme. Affido ognuno di voi, e le tante persone che incontrate nei Centri di aiuto alla vita, alla materna protezione della Vergine Maria, regina della famiglia, e mentre vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, di cuore benedico voi e quanti fanno parte dei Movimenti per la Vita in Italia, in Europa e nel mondo.

Benedetto XVI «La Chiesa non si stanca di ribadire il valore sacro dell’esistenza di ogni uomo e promuove iniziative a sostegno delle donne e delle famiglie» «Occorre aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno».

Da Avvenire del 13 maggio 2008


martedì 13 maggio 2008

Con il Santo Padre, per difendere la vita

CITTA' DEL VATICANO, 12 MAGGIO

Il Papa: la Legge 194,
ferita per la società

"Occorre aiutare con ogni strumento legislativo
la famiglia per facilitare la sua formazione e
opera educativa, nel non facile contesto sociale..."


L'anatema di Benedetto XVI contro l'aborto.
"L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze". Lo ha detto il Papa agli esponenti del Movimento per la vita ricevuti a 30 anni dalla approvazione in Italia della legge 194 sulla interruzione di gravidanza. "Guardando ai passati tre decenni" successivi alla approvazione in Italia della legge 194 sull’aborto "e considerando l’attuale situazione, non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo" ha continuato il Pontefice.

Aiutare la famiglia "Occorre aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno". Lo ha chiesto il Papa. E le Istituzioni devono "di nuovo porre vita e famiglia al centro. Certamente - ha ricordato Bendetto XVI - molte e complesse sono le cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto. Se da una parte la Chiesa, fedele al comando del suo Signore, non si stanca di ribadire che il valore sacro dell’esistenza di ogni uomo affonda le sue radici nel disegno del Creatore, dall’altra stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita, e alla tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna". Ma, ha osservato ancora Benedetto XVI, "diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro".

Da il Giornale.it del 13 maggio 2008
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L’ENCICLICA DI PAOLO VI
«Il progresso scientifico conferma la lungimiranza dell’Humanae vitae»
Matrimonio e procreazione,
quelle parole di verità

«Il gravissimo compito di trasmettere la vita umana, per la quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio Creatore è sempre stato per essi fonte di grandi gioie, seppur talvolta accompagnate da non poche difficoltà e angustie. In tutti i tempi l’adempimento di questo dovere ha posto alla coscienza dei coniugi seri problemi, ma col recente evolversi della società, si sono prodotti mutamenti tali da far sorgere nuove questioni, che la Chiesa non poteva ignorare, trattandosi di materia che tanto da vicino tocca la vita e la felicità degli uomini». Sono le parole iniziali dell’Humanae vitae, l’enciclica di Paolo VI dedicata alle sfide che venivano poste già quarant’anni fa, nel 1968, dalle politiche demografiche. Nella lettera enciclica (pubblicata il 25 luglio di quell’anno) si ribadivano concetti cardine della morale cattolica, come paternità e maternità responsabile, inscindibilità dell’unione tra gli sposi e la procreazione. Di conseguenza venivano ritenuti illeciti l’aborto, la sterilizzazione e «ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione». Si riteneva, invece, lecito il ricorso ai periodi infecondi rispetto all’uso degli anticoncezionali. «Infatti – si legge nel testo – i due casi differiscono completamente tra di loro: nel primo caso i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell’altro caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali». In questi quarant’anni il dibattito sulla sessualità si è intrecciato alle evoluzioni del costume. È diventato “rivoluzione”, simbolo, mito, “liberazione”. È stato frainteso e strumentalizzato. Ma quel documento così contestato offre ancora lo spunto per rileggere i principi della morale cristiana in tema di sessualità coniugale e di regolazione delle nascite, con la promozione dei 'metodi naturali' che, secondo l’enciclica, sono la prova di «amore vero e integralmente onesto». Un messaggio che non ha perso la sua attualità.
Da Avvenire del 13 maggio 2008

mercoledì 7 maggio 2008


Capitolo Generale della Congregazione

Sabato 10 e domenica 11 maggio Pentecoste - 2008

per partecipare e informazioni: templaritaliani@g.mail.com


I Doni e le Virtù dello
SPIRITO SANTO

Per attuare in pienezza la vita nuova nello Spirito e rimanere fedele alla sua realtà di figlio, il cristiano viene munito di molteplici aiuti divini che gli sono comunicati dallo Spirito Santo, come i doni infusi al battesimo, le virtù teologali e cardinali, i carismi e i frutti. In questa sede consideriamo i doni e le virtù. Secondo la tradizione cristiana sono sette i doni dello Spirito Santo, conformemente al testo di Isaia 11,2-3 nella versione greca dei LXX. Tuttavia non è tanto importante determinare il numero dei doni, quanto capirne il significato. Nella Scrittura il numero sette indica la pienezza o la perfezione dello Spirito che viene riversato sul Messia, il quale raccoglie in sé e porta a compimento le virtù degli antenati. Questi medesimi doni sono comunicati al cristiano il giorno del suo battesimo e confermati con il sacramento della cresima. Essi sono il patrimonio spirituale che lo accompagna per tutta la vita e ogni battezzato ne può liberamente usufruire. Tommaso d’Aquino definisce l’essenza e la funzione dei doni dello Spirito Santo in questi termini: «I doni sono perfezioni dell’uomo, con i quali l’uomo è disposto ad assecondare benevolmente l’istinto divino». I doni perciò sono delle disposizioni interiori che lo Spirito Santo infonde nell’animo per predisporlo a seguire prontamente e docilmente le sue ispirazioni. Infatti l’uomo, pur avendo la grazia santificante, non possiede in modo perfetto la natura divina e quindi necessita di altri aiuti spirituali che lo rendano abile e pronto a compiere quegli atti che sono conformi alla volontà divina e alla sua verità. Con i doni dello Spirito Santo il cristiano acquista una certa connaturalità con la sfera divina ovvero un istinto divino, con il quale vive e agisce secondo Dio e non più secondo le sole capacità umane. In ciò sta la differenza tra i doni e le virtù teologali e cardinali, in quanto queste dispongono l’uomo a muovere se stesso verso il fine soprannaturale secondo il modo umano di conoscere ed amare; mentre i doni dello Spirito sono dati affinché l’uomo sia pronto ad agire in conformità al modo di vedere e di pensare di Dio, cioè sia totalmente mosso dallo Spirito di Dio. Secondo tale prospettiva alcuni doni sono dati per perfezionare l’intelligenza umana (intelletto, scienza, sapienza e consiglio); altri per muovere la volontà umana (pietà, fortezza, timore di Dio). Ad essi corrispondono armonicamente le sette virtù cristiane: tre teologali (fede, speranza e carità) e quattro cardinali (giustizia, fortezza, prudenza, temperanza).

DONI INTELLETTIVI

I doni intellettivi sono rapportati alle verità proposte dalla fede, in modo che siano capite e vissute con profonda chiarezza interiore, sia le verità che riguardano il mistero di Dio sia quelle che si riferiscono alla cose create e agli uomini. Il dono dell’intelletto ha il compito di penetrare intimamente (“intus legere” = leggere dentro), cioè di leggere dentro le verità accolte mediante la fede e capirle nella loro profondità e nel loro autentico valore. La virtù della fede è una semplice adesione alla verità rivelata, mentre il dono dell’intelletto dà una percezione viva e una retta comprensione di essa sia nell’aspetto teorico che pratico. Pertanto con il dono dell’intelletto non sono date all’uomo nuove verità o nuove concezioni, ma semplicemente è data l’intelligenza o percezione delle verità di fede, con la giusta valutazione del loro significato vitale e con l’esatta distinzione della verità dagli errori. Il dono dell’intelletto perciò perfeziona e approfondisce la virtù della fede.
L'intelletto è una luce soprannaturale, che illumina l'occhio dell'anima fortificandola e donandole una più estesa vista sulle cose divine.

L'intelligenza ci fa apparire le cose spirituali come nuda Verità. (S. Tommaso)

Si rivela la bellezza piena d'incanto dei misteri di Dio ed appaiono armonie nuove che portano ad una dolcezza infinita. Tutto sembra nuovo all'anima, la Verità è colta in maniera più completa.

La condizione indispensabile per il dono dell'intelletto è la purezza di cuore: un cuore puro è un cuore sincero, limpido, leale, trasparente, libero da ogni male. "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti ed agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli." (Mt.5,8)

Bisogna essere piccoli, lasciarsi purificare, spogliarsi di tutto, anche delle certezze più assolute. Il dono dell'intelletto dona all'anima una conoscenza profonda della propria vita, le fa capire i disegni di Dio facendola raggiungere lo scopo della sua esistenza.

Il dono della scienza riguarda il giudizio nei confronti delle verità di fede, per mezzo del quale l’uomo riesce a distinguere ciò che si deve credere ovvero che è conforme alla volontà di Dio e alla sua verità da ciò che si oppone ad essa od ostacola e ottenebra la sua attuazione. Il suo oggetto proprio non è il mistero di Dio in se stesso, come per il dono dell’intelletto, ma tutte le realtà create che sono collegate con Dio e da lui dipendono. In tal modo il dono della scienza fa capire all’uomo che le creature non sono il bene ultimo e assoluto, sono invece rapportate al bene sommo e ad esso sottomesse. Pertanto il cristiano, con il dono della scienza, può ordinare se stesso e l’uso delle cose create al bene divino e non scambiare i beni creati con l’unico vero bene che è Dio. A questo scopo mette a disposizione la virtù della temperanza, con il cui esercizio sa disporre giustamente di tutto quello che possiede, senza eccedere nell’abuso o nel disprezzo né delle cose né di se stesso. La temperanza prepara e accompagna l’attuazione del dono della scienza, il quale, a sua volta, ne diventa il rafforzamento e il perfezionamento.
"Grazie al dono della scienza ci è dato conoscere il vero valore delle creature nel loro rapporto col Creatore.

Grazie ad essa - scrive S. Tommaso - l'uomo non stima le creature più di quello che valgono e non pone in esse, ma in Dio, il fine della propria vita."(Giovanni Paolo II).

Il dono della scienza insegna a fare ringraziamento e offerta di ogni cosa creata perché ci è stata data per aiutarci nel cammino verso Dio. La scienza suggerisce un ordinato e illuminato distacco dalle creature per entrare in armonia e in profonda comunione con esse e assaporarne tutta la bellezza come riflesso della bellezza di Dio.Nel Siracide leggiamo: "...pose lo sguardo nel cuore degli uomini per mostrare loro la grandezza delle sue opere", "I loro occhi contemplarono la grandezza della sua gloria e i loro orecchi sentirono la magnificenza della sua voce".

Il dono della scienza è sorgente di lode, di canto ed è fonte di libertà interiore che porta alla contemplazione di Dio.

Il dono della sapienza consente all’uomo la contemplazione delle verità rivelate con amore, cioè con l’adesione del cuore. Nel rapporto con Dio non basta conoscere intellettivamente il suo mistero, ma occorre aderirvi con tutto il proprio essere, con tutto l’amore. Infatti, mediante l’amore l’uomo si unisce a Dio formando un solo Spirito con Lui ed effondendosi in una profonda comunione affettiva. Sotto questo aspetto il dono della sapienza completa il dono dell’intelletto e pone in esso uno slancio sempre più intenso di desiderare la conoscenza diretta di Dio e la piena unione con lui, che si avrà alla fine della vita nella visione beatifica. Questo desiderio è sorretto dalla virtù della speranza, che consiste precisamente nel coltivare nel cuore umano l’anelito alla vita eterna come all’unico proprio bene, che diventa luce e nutrimento salutare lungo il cammino cristiano. Il dono del consiglio abilita l’uomo a compiere le proprie azioni in ordine al fine ultimo voluto da Dio. Ciò comporta che il cristiano, con il dono del consiglio, accoglie dentro di sé la ragione stessa di Dio, le sue motivazioni, i suoi pensieri, le sue prospettive, le quali dirigono l’intelletto umano a comprendere le cose e gli avvenimenti nel senso giusto, quello voluto da Dio, soprattutto in alcuni casi particolari in cui si può avere incertezza o dubbio. Alle volte il dono del Consiglio illumina l’uomo ad attuare delle scelte che vanno al di là della semplice concezione o saggezza umana o anche al di là della stessa legge, ponendolo in uno stato di interiore illuminazione e libertà. Tale dono si accompagna ed è sorretto dalla virtù della prudenza, che rende l’uomo capace di vagliare il momento in cui deve agire con decisione senza lasciarsi condizionare da situazioni o da atteggiamenti puramente terreni, ma con la forza di seguire il disegno divino qualunque siano gli effetti, con la consapevolezza che la sapienza di Dio oltrepassa i progetti umani e conduce sempre al bene per se stesso e per gli altri.
"Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto." (Rm. 12,2)

Il dono del consiglio ci fa attuare il proposito di vivere secondo il Vangelo nelle situazioni concrete: ci ispira scelte conforme alla volontà di Dio, ci aiuta a risolvere i problemi della condotta personale.

E' una specie d'intuizione soprannaturale che aiuta a giudicare prontamente e sicuramente ciò che conviene fare e decidere, senza esitazioni e dubbi, anche nei casi difficili.Lo Spirito ci mette in piena sintonia con Dio e ci fa realizzare il proposito di vivere secondo la sua volontà, e viene in aiuto della nostra debolezza perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare.

Occorre essere docili, sottomessi alla mozione dello Spirito, cioè non ostacolarne l'azione: il dono del consiglio richiede alcune disposizioni fondamentali tra cui un profondo sentimento della nostra impotenza ed incapacità, che solo può attirare lo Spirito di Dio ad agire in noi. E' necessaria anche la semplicità e la retta intenzione che ci libera da riguardi e considerazioni umane e ci indirizza con purezza di cuore a Dio.

DONI VOLITIVI

I doni volitivi perfezionano la volontà umana in modo che si ponga in perfetta sintonia e disponibilità alla volontà divina e al suo amore. Il dono della pietà ha la funzione di offrire a Dio un culto autentico e appropriato alla sua realtà di Padre e Signore. Tale culto è dato dall’amore filiale verso di lui e dal riconoscimento della sua sovranità. Il cristiano, mosso dallo Spirito, onora e prega Dio in quanto lo considera Padre e Signore ed ha verso di lui un affetto filiale e una sottomissione obbediente. Tale dono completa la virtù della giustizia intesa nel senso religioso di dare a Dio ciò che a lui compete quale Creatore di tutte le cose e di rivolgersi a lui quale unico vero Dio, il quale vuole la salvezza di tutti i suoi figli. Con il dono della pietà e la virtù della giustizia l’uomo si allontana dall’idolatria o dai culti esoterici e pagani, per orientare tutta la sua vita al culto di adorazione dovuto al Signore rivelatosi in Cristo suo Figlio.
La pietà, come dono dello Spirito Santo, ci rende capaci di rispondere all'amore misericordioso di Dio con un attaccamento filiale fatto di vigilanza e tenerezza, che si traduce in un'obbedienza pronta e gioiosa verso Dio e un'attenta misericordia verso il prossimo. (A. Doneda)

La consapevolezza dell'amore di Dio permette all'anima di volgere lo sguardo a Lui. Ci sentiamo figli protetti, custoditi in mani sicure, perché sappiamo che il suo perdono è amore, non giustizia.

Consapevole della propria povertà, la creatura si abbandona al suo Creatore per riceverne consolazione.

Dio ama e attende da ciascuno una risposta al suo amore.

Negli avvenimenti di ogni giorno e nelle prove più difficili, questo dono ci fa essere pronti ad ogni sacrificio, per amore di un Padre così tenero che in tutti gli eventi opera solo per il bene dei suoi figli. E' il dono della pietà che trasforma il nostro cuore e vi infonde gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù.

Il dono della fortezza comporta la fermezza d’animo richiesta sia nel fare il bene sia nel sopportare il male, in particolare quei beni e quei mali che si presentano molto ardui e impegnativi. Con questo dono il cristiano viene rafforzato in modo tale che non deve lasciare di fare il bene a causa delle difficoltà, né deve essere sopraffatto dal male a motivo delle grandi sofferenze da affrontare. Lo Spirito Santo viene in soccorso dell’uomo aiutandolo a superare tutte le contrarietà e restare fedele alla volontà di Dio, fino al punto estremo di vivere le prove più difficili come fossero le più amabili e persino dilettevoli. È naturale vedere come il dono della fortezza si unisca alla virtù della fortezza per formare un unico robusto baluardo contro qualsiasi ostacolo che si voglia opporre sul cammino che conduce alla vita eterna e alla totale comunione con Dio.

La fortezza è l'espressione della fede matura, provata da tutto quello che il maligno può scatenare dentro di noi e intorno a noi per vincere la debolezza umana.A sostegno della fortezza Dio ci offre se stesso e la sua parola."

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui." (Gv. 14,23)

L'impegno perseverante delle virtù morali, porta come frutto il gaudio spirituale.

La fortezza è dono della bontà di Dio e frutto della redenzione: Maria, la Madre di Dio, è donna forte nei disagi, nei pericoli, nel silenzioso servizio quotidiano nella famiglia, più ancora ai piedi della croce, ed è oggi modello di fortezza per tutti.

Gesù, l'Emmanuele, "Dio con noi" può trasformare la debolezza dell'uomo in fortezza, la croce nella gloria della resurrezione. Per quanto riguarda il dono del timore di Dio, occorre precisare che non si tratta della paura servile di chi non accetta la signoria divina e si chiude in se stesso, e ciò è sempre un dato negativo, piuttosto esso indica l’atteggiamento di colui che vuole aderire a Dio per timore del peccato quale offesa di Dio Padre e separazione dal suo amore salvifico. In tal senso il dono del timore è mosso e animato dalla virtù della carità , che spinge l’uomo ad allontanarsi dal male per non offendere il Signore e ad obbedire a Dio unicamente per amore, trovando in ciò la piena soddisfazione e il compimento della propria felicità. Il timore di Dio va capito in unione con la carità, che ne è come l’anima e il dinamismo interiore che gli offre gioia e freschezza.

I sette doni e le sette virtù costituiscono un tesoro spirituale immenso, che ogni cristiano porta dentro di sé, ma che purtroppo non viene sempre sufficientemente valorizzato e compreso. Da qui l’urgenza e l’importanza di riscoprirne e riviverne il significato e il valore, affinché esso rifiorisca nell’animo e sia utilizzato per la propria santificazione."

Venite, figli, ascoltatemi; vi insegnerò il timore del Signore"(Sal. 34,12)

Mentre l'amore ci fa accelerate il passo, il timore ci induce a guardare dove posiamo il passo per non cadere.

Il timore servile induce a fuggire il peccato per evitare le pene eterne dell'inferno: è un timore buono, che per molti uomini lontani da Dio rappresenta il primo passo verso la conversione e l'inizio dell'amore, è una grande difesa contro le tentazioni e le attrattive del male.

Il cristiano è mosso dall'amore divino ed è chiamato ad amare: quando l'amore elimina ogni timore, questo si trasforma tutto in amore.

Il cristiano dunque deve coltivare il santo timore di Dio, per avere una percezione forte del senso del peccato, per non avere paura " di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima" ma avere santo timore di "Colui che può far perire e l'anima e il corpo...".

Il dono del timore è per eccellenza il dono della lotta contro il peccato.

lunedì 5 maggio 2008


MAGGIO MARIANO

Cari fratelli, stiamo alla scuola di Maria
per apprendere da essa come dimorare
quotidianamente dentro il Mistero

"Allora Maria disse:
L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio,
mio salvatore"

Omelia del Card. Carlo Caffarra
nella Solennità della B.V.di S. Luca
Cattedrale di San Pietro, 1 maggio 2008


1. "Allora Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore". Cari fratelli, dobbiamo essere grati all’evangelista Luca di aver messo sulle labbra di Maria il cantico del Magnificat. In questo modo il divino autore delle Scritture ci fa il privilegio di entrare nel segreto di Maria, di conoscere il suo mondo intimo.

Siamo spinti a questa conoscenza non da empia curiosità, ma dal desiderio di ricevere da Maria un’intelligenza più profonda del Mistero ed il modo giusto di dimorarvi. "Infatti" scrive il venerabile Beda "nella Chiesa è invalsa la buona e salutare abitudine di cantare l’inno … poiché grazie a questa pratica il continuo ricordo dell’Incarnazione del Signore accenda ad ardente devozione l’anima dei fedeli" [Omelie sul Vangelo – Nell’Avvento 1,4, CN ed., Roma 1990, 65].

È necessario in primo luogo considerare attentamente il contesto in cui Maria elevò il suo cantico. Questo accade nell’incontro fra Elisabetta e Maria, al quale partecipa in modo mirabile anche il bambino non ancora nato e concepito nel grembo di Elisabetta. È il primo evento messianico, questo incontro, poiché Elisabetta e Giovanni sono i primi a sapere che Dio ha visitato il suo popolo, ed ha compiuto le promesse. Maria di Nazareth entra nella casa di Elisabetta e Zaccaria come madre del Figlio di Dio: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?".

Ma le parole più importanti, dal nostro punto di vista, dette da Elisabetta a Maria sono le seguenti: "E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore". Queste parole ci rivelano come Maria è entrata dentro al Mistero.

Il Concilio Vaticano II insegna: "A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede (Rom 16,26; cfr. Rom 1,5; 2Cor 10,5-6), per la quale l’uomo si abbandona a Dio tutto intero [se totum committit] liberamente" [Cost. dogm. Dei Verbum 5; EV 1/877]. Maria nel momento dell’annuncio dell’angelo si è abbandonata tutta intera a Dio che le rivelava il suo disegno di amore. La rivelazione riguardava il suo Figlio, ma – come insegna ancora il Concilio – "volle il Padre delle misericordie che l’accettazione della predestinata madre precedesse l’incarnazione"" [Cost. dogm. Lumen gentium 56; EV 1/430]. L’accettazione, il consenso mariano all’opera del Padre fu dato mediante la fede, così che – come amavano dire i Padri della Chiesa – Maria prima di concepire l’Unigenito nel suo corpo, l’aveva concepito nella mente.

Maria dunque nel momento in cui visita la cugina è già "coinvolta" dentro al Mistero; vi è già entrata e ne comincia a vedere, nella casa di Zaccaria, i gioiosi primordi. Come vi resta? come, con quali pensieri ed attitudini ella vi dimora? il cantico del Magnificat ce lo rivela. Esso in un certo senso ci dona la "teologia di Maria". Al riguardo mi limito solamente ad alcuni suggerimenti per la vostra meditazione e preghiera.

L’opera della salvezza è contemplata e magnificata come l’atto della misericordia: l’incontro del mistero della Gloria coll’abisso della miseria. Di questo evento Maria sente di farne esperienza.
L’atto di fede che l’ha introdotta nel Mistero, ora le dona un’intelligenza straordinaria del medesimo. La misericordia si estende di generazione in generazione, poiché l’amore del Padre per l’uomo accompagna questi lungo tutta la sua storia. Ed è un amore più potente di ogni male, di ogni deturpazione della dignità, in cui l’uomo, l’umanità, il mondo è coinvolto. È la potenza di una grazia che sovrabbonda là dove abbonda il male, il modo specifico in cui si rivela il Mistero e prende posizione nei confronti del mondo.

2. Cari fratelli, stiamo alla scuola di Maria per apprendere da essa come dimorare quotidianamente dentro il Mistero.

L’imposizione sacramentale delle mani ci ha introdotti nel dramma della redenzione dell’uomo, come segni efficaci della misericordia che "si estende di generazione in generazione". Come dobbiamo rimanervi? Come vi rimase Maria.

Ella vi rimase perché si è abbandonata tutta intera al Padre mediante l’obbedienza della fede. Tutto nella Chiesa, e dunque anche nel nostro ministero apostolico, è radicato nell’obbedienza mariana di fede. Cari fratelli, fuori di una "visione di una fede", la nostra vita sacerdotale perde ogni senso, anche se producesse frutti che il mondo legittima ed approva. Se l’occhio della fede si appanna, la coscienza che ciascuno ha di se stesso come sacerdote si oscura e si smarrisce.

Radicati e fondati nell’obbedienza della fede, ci collocheremo col nostro ministero nel posto giusto, come già vi dissi nell’omelia della Messa crismale. Nel punto cioè in cui la misericordia si incontra colla miseria; nel punto in cui "gli umili sono innalzati, gli affamati sono ricolmati di beni". Maria ha visto nella fede questo evento di grazia che, accaduto nel suo grembo, si riversava su ogni generazione, ed ha magnificato il Signore. Ciascuno di noi vede che in se stesso prima di tutto la misericordia ha sollevato la miseria e si stupisce quotidianamente di essere lo "strumento" di quella misericordia: "Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, ad esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" [1Tim 1,16].

L’uomo ha bisogno di sentire nel nostro sacerdozio la vicinanza misericordiosa di Dio alla sua miseria. Solo in questo modo, possiamo parlare in maniera sensata di "salvezza" all’uomo di oggi, cui diventa sempre più difficile comprendere tale annuncio. Ma esso è il "centro" del Vangelo.È in questo "centro" che Maria ci educa a rimanere col suo Magnificat. Amen.

tratto dal sito: www.caffarra.it/omelia010508.php