mercoledì 15 aprile 2009

FATTI PER PENSARE
SULLA ALIMENTAZIONE E IDRATAZIONE ARTIFICIALE

(documento della Sezione di Milano dei Medici Cattolici Italiani)

Parlare di «alimentazione e idratazione artificiali» nel nostro Paese oggi evoca, senza ombra di dubbio, precomprensioni legate alle vicende dalle quali siamo usciti recentemente, con la conseguente assunzione dello «stato vegetativo permanente» a paradigma interpretativo della questione, con lo stile della contrapposizione ideologica a cui assistiamo a livello politico e con uno sfondo culturale che oppone fautori della vita a chi sembrerebbe ad essa contrario. Tutto ciò non permette un confronto sereno, animato da una reale necessità di dialogo per il bene comune, ma soprattutto astrae la questione, facendola uscire dai normali contesti di assistenza dove comunemente viene vissuta e dove il linguaggio ha una sua valenza tecnica, e questo crea non pochi equivoci. Occorre, pertanto, assumere questa situazione e cercare di impostare la questione in modo più ampio evitando semplificazioni.

Per far questo ci sembrano adeguate due considerazioni preliminari:

1) Occorre riconoscere l’alleanza terapeutica tra paziente e personale sanitario come l’alveo naturale di riferimento per una comprensione adeguata della questione, oltre che elemento fondante la relazione di cura. Infatti, come reazione al «paternalismo medico» un tempo diffuso, nel pendolarismo che spesso caratterizza la storia, oggi frange della società civile spingono per un’autonomia assoluta del paziente, che quasi prescinda dal medico o ne faccia un semplice esecutore testamentario. Entrambe le visioni — quella del «paternalismo medico» e quella dell’autonomia assoluta — rischiano di dimenticare l’imprescindibile relazionalità nel processo del prendersi cura, dove la fiducia è un elemento irrinunciabile.

2) Nella dialettica tra curare (to cure) e prendersi cura (to care) occorre non sottovalutare come i progressi della medicina hanno fatto in modo che, tecnologie sempre nuove e che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, riguardino sempre più esplicitamente l’ambito del prendersi cura. Questo porta con sé da una parte il problema di un’eccessiva medicalizzazione della vita e del processo del morire e dall’altra la difficoltà di distinguere, relativamente alle tecniche a disposizione, l’ambito del curare e del prendersi cura.

«Alimentazione e idratazione artificiali» ci offrirebbero l’occasione per ribadire la necessità di una relazionalità dialogante nel rapporto paziente-medico e la necessaria continuità tra il processo della cura e del prendersi cura.

L’alleanza terapeutica è altro rispetto a un contratto tra due parti che devono tutelarsi l’una dall’altra: chiama in causa la responsabilità dialogica di entrambi i soggetti coinvolti, delle loro coscienze, nel rispetto delle competenze del medico (e dell’équipe sanitaria) e dell’autonomia non assoluta (ab-soluta) del paziente, frutto di una relazione che da sempre lo costituisce.
Questo è l'appropriato contesto anche per una corretta valutazione delle pratiche di alimentazione e idratazione artificiale. Fatta salva la dignità della persona del malato, di cui sempre occorre prendersi cura qualunque sia la sua condizione clinica, non si può tuttavia ignorare la diversità delle situazioni con le loro molteplici variabili e con la necessità caso per caso di compiere un discernimento prudente della proporzionalità (da parte del medico e in generale del personale sanitario, tenendo in debita considerazione la volontà del malato) circa i modi e i tempi del procedere, perché il paziente possa continuare a vivere con dignità o con dignità sia accompagnato nel processo del morire. Occorre, infatti, prendere atto e riconoscere con onestà (pur fuggendo, nel complesso, ogni idea latente o manifesta di eutanasia) che questi interventi a volte non ottengono il fine per cui sono istaurati o sono troppo gravosi per il paziente. Tale gravosità è necessario che tenga conto delle condizioni peculiari di ogni ammalato, delle sue forze fisiche e morali perché non si rischi, in alcune situazioni, in modo poco prudente, di richiedere comportamenti che risultino eroici. In queste circostanze, tali interventi, ci sembra, non sarebbero più forma concreta del prendersi cura dell’altro.

Ribadiamo pertanto l’importanza, per una comprensione adeguata della questione, di intendere «alimentazione e idratazione artificiali» nell’ambito della relazione terapeutica, che si configuri quale alleanza terapeutica tra paziente e personale sanitario e dove l’agire con prudenza potrebbe essere garantito dalla pluralità delle voci in una decisione partecipata.

NB: Il documento è stato presentato nella conferenza stampa di Mercoledì 15 Aprile presso la Fondazione Ospedale Maggiore di Milano (aula Pad Marcora) dal Presidente Prof. Giorgio Lambertenghi Deliliers a nome di tutto il Consiglio direttivo dell’AMCI milanese

Da venti secoli la Chiesa è in cammino per proclamare a tutti questa sconvolgente notizia

Carissimi!

1. Da venti secoli la Chiesa è in cammino per proclamare a tutti questa sconvolgente notizia. Da venti secoli non teme persecuzioni, difficoltà, fatiche per comunicare il segreto della vita, la perla preziosa, la ragione della sua incontenibile gioia: Gesù, il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa!La pesante pietra ribaltata non ha aperto solo il sepolcro di Cristo, ma ha spalancato anche le porte della vita eterna. Il varco del Cielo è Cristo che si è fatto porta delle pecore, e quel varco nessuno potrà più chiuderlo, neppure la morte.

Forse nasce spontanea una domanda: ma sarà proprio così? Gesù è veramente risorto? La nostra fede si fonda sull'esperienza degli Apostoli: essi hanno vissuto con Lui, ne hanno amato la voce, ascoltato le parole, diviso il pane e la fatica, gioie e dolori, fino al dramma della croce e poi – totalmente inattesa – la tomba vuota e le apparizioni che hanno sfidato la loro stessa incredulità.

Ma la fede ha anche un'altra prova: è la personale esperienza del Vangelo, l'intima corrispondenza tra il messaggio di Gesù e le aspettative più profonde del nostro cuore di uomini, degli uomini di tutti i tempi e di ogni cultura. Sì, Lui, Lui solo conosce ciò che è nel cuore umano e sa dire le parole della vita. Non è dunque una favola che illude mentre consola, ma semplicemente risponde a ciò che siamo. Oh se l'uomo ascoltasse di più se stesso, ciò che è in profondità! Tutto gli sarebbe così chiaro e bello!

2. Quanto vuoto dilaga oggi! Quanta banalità umilia la ragione! Quanti falsi miti illudono la libertà! Quale vortice di emozioni domina: tanto più imperiose quanto più sono forti e create ad arte. Cosa possiamo fare noi? Come gli Apostoli anche noi diciamo: "Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato" (Atti4,20). Anche noi vediamo il Signore Risorto, anche noi ascoltiamo la sua parola. Per questo al mondo intero, attento o sordo che sia, gridiamo oggi il nostro gaudio vivissimo: Gesù, nostra Pasqua, è risorto! Sì, egli vive. Noi, alunni della fede, siamo alla scuola della vera felicità. Alleluia!

Cari Amici, al mondo, che sembra sempre più tormentato dal desiderio della gioia e sempre più è inseguito dai morsi della disperazione, dell'ansia e dell'angoscia, perché non annunciare la gioia, la pace dell'anima che il mondo non può dare e che nessuno può togliere? Spesso l'uomo s'illude: cerca la gioia e insegue il piacere. Non di rado le cose non coincidono. Perché non offrire ai fratelli la testimonianza che noi, figli della Chiesa, siamo felici quando siamo umili e fedeli, affidati e benevoli? E' questo stile di vita, questo volto riconciliato e sereno che può interrogare e contagiare il mondo.

Sia Cristo risorto la vera nostra gioia. Tutto il resto è così fragile, non ha consistenza rocciosa per l'edificio esigente della gioia. Assomiglia piuttosto alla sabbia. Solo Colui che è risorto e vivo può essere fonte perenne di quella pace che diventa letizia e responsabilità nella storia. Diventa cultura, cioè un modo nuovo di pensare, di giudicare, di essere nel nostro tempo e di costruire una società veramente umana.

Carissimi, da queste mie parole avete compreso l'affetto e il senso del mio augurio pasquale. Augurando a voi e alla Diocesi la buona Pasqua, auguro la gioia del Risorto, una gioia personale e fraterna insieme, intima e partecipata, profonda e solidale con chi si trova nel bisogno e nella sofferenza. Come non pensare a tanti fratelli e sorelle colpiti dal terremoto in Abruzzo? Per questo vi invito a far vedere a tutti l'invisibile sole di Cristo.Facciamo nostre le parole di Paolo VI: "Debole è la nostra voce, ma fa eco a quella dei secoli. O voi tutti che ci ascoltate: la nostra gioia è la più grande di tutte!" (1968).

Angelo Card. Bagnasco

martedì 14 aprile 2009

SULLA DELUSIONE

L'amore è il mezzo per non restar delusi

Non disperate fratelli e sorelle. La disperazione non è da cavaliere o Dama. L'uomo è una delusione, in quanto fallibile ed imperfetto. Per non avere delusioni occorre fare, senza avere aspettative. Dice un caro fratello e compagno di cammino che se non si sopporta l'ingratitudine non si deve fare del bene.
C'è un nemico astuto, ma falso, che vuole toglierci la fede, la speranza e l’amore, ma c'è anche un Dio che si è fatto uomo, che è stato ucciso dai suoi figli, ma li ha perdonati e, risorgendo, ha sconfitto la morte e ci ha spalancato la porta sulla vita eterna.
L’amore è la misura con cui saremo misurati. Il Signore (nostro unico maestro), ha detto che tanto si perdona a chi tanto ama. Questa è la verità. Il resto non è verità!
DIO (che è amore) NON DELUDE!

Fra' Gianni Battini

domenica 12 aprile 2009

Domenica di Risurrezione


LA TOMBA DEL VIVENTE

Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino,
quand’era ancora buio, e vide che la pietra
era stata ribaltata dal sepolcro
(Gv 20,1)

Pietra tombale davanti al cuore
masso informe che oscura la fede
e non permette di cantare vittoria
per la sconfitta della morte.

Eppure il sepolcro è vuoto e io
continuo a piangere senza speranza;
talmente la morte è conficcata
nella mia natura, che la porto nel cuore.

Non spero la vita, conosco solo il dolore;
fuggo lontano dai sepolcri sigillati
e mi trovo a vagare in mezzo ad essi.
Tutti sono morti, ben dentro la tomba.

Sepolcri imbiancati, giardino dei morti,
tombe monumentali che contengono
i cadaveri di quelli che non sono più amati
oltre la barriera della morte.

Eppure la tomba di Cristo è vuota,
spalancata dalla forza dirompente
della vita che nessuna fossa
può trattenere nella fredda terra.

E Gesù risorge dalla morte per me,
abbatte i muri della mia disperazione,
infrange il cuore sigillao, apre all’uomo
un nuovo orizzonte di eternità.

Ora mi sento amato da Dio
di un amore che attraversa il sepolcro
per entrare dentro di me, facendomi
rialzare dalla prostrazione mortale.

È l’amore che rimuove la pietra,
l’amore che trasforma il cuore;
è l’amore che vince la morte,
l’amore che mi fa finalmente amare.

Da questo saprò che sono vivo per sempre:
se porto in me la radice dell’amore;
Cristo risorto abbatte i muri,
rotola via con forza l’inutile masso

perché ormai la tomba è vuota
ed ha riempito il mio cuore
della luce sfolgorante dell’amore
che risuscita i morti Alleluia!


padrebenedetto 12, iv, 2009


giovedì 9 aprile 2009

FATTI PER PENSARE
IMMIGRAZIONE ED ANTICRISTO

di PAOLO DEL PRETE

Se è vero che la Carità Cristiana, una delle imprescindibili e Sacre Virtù Teologali, ci spinge ad andare incontro ai fratelli senza alcun tipo di discriminazione e all'accoglienza amorevole nei confronti di tutti coloro che si trovano nel bisogno, è altrettanto vero che il fatto che il fenomeno dell'immigrazione selvaggia in Italia, sbarchi di clandestini inclusi, sia un fenomeno tutt'altro che casuale è ormai evidente anche al più sprovveduto degli individui. E' palese infatti come, aldilà della propagazione ideologica di trend socio-politici come la globalizzazione, tale situazione non sarebbe possibile se a tirare i fili dietro le quinte non ci fossero i "soliti" noti, ovvero i cosidetti "poteri forti", detti anche "poteri occulti". Le motivazioni relative l'attuazione di tale progetto sono innumerevoli, e spaziano dal reperimento di manodopera a buon prezzo alla manovalanza delinquenziale, dallo sfruttamento umano a tutti i livelli (non ultimo quello alloggiativo / abitativo, con affitti alle stelle per locali in cui spesso si ammucchiano anche più di 30 persone) allo stesso caos sociale creato da tale situazione: in ogni caso, nella stragrande maggioranza dei casi, niente a che vedere con l'accoglienza solidale o la filantropia multiculturale. Ma c'è un altro, sottile quanto non evidente motivo che spinge certi poteri a favorire tale confusa situazione. Un motivo che sfugge ai più, ma che è ed è sempre stato uno degli obiettivi primari, se non il leit motiv, di questi poteri prevalentemente di radice giudaico-massonica: l'annientamento della Chiesa Cattolica Romana. Infatti, è proprio da quando il numero di immigrati in Italia ha raggiunto una certa consistenza che sempre più persone accampano la pretesa, in nome di un presunto rispetto per lo straniero, che vengano nascosti se non eliminati del tutto proprio quei simboli religiosi, espressione della nostra Fede, che per secoli hanno fatto parte del nostro quotidiano e che da secoli fanno parte della nostra Tradizione, dai Crocifissi presenti nelle aule istituzionali ai Presepi costruiti nei luoghi pubblici, fino alle festose recite scolastiche ed ai canti natalizi. Il vero, grosso problema è che tali, incredibili ed insulse pretese provengono esclusivamente da soggetti, e molto spesso da figure istituzionali, di cittadinanza italiana! C'è inoltre da aggiungere che, da parte loro, gli stranieri non hanno mai fatto richieste in questo senso, a parte rari casi palesemente costruiti e manovrati. La stragrande maggioranza degli immigrati ha sempre rispettato le nostre Tradizioni socio-religiose, pur continuando ad essere fedeli alle proprie. Ed è logico che sia così, in quanto nessuno di loro si sognerebbe mai di togliere nei propri luoghi di origine quei simboli religiosi e culturali che per loro sono così importanti, magari solo per non "mancare di rispetto" ai turisti o a stranieri magari diventati concittadini acquisiti (e nemmeno questi lo pretenderebbero). E allora parliamoci chiaro: qui si vuole lentamente emarginare la Chiesa ma soprattutto eliminare le radici Cristiane, le nostre Sacre, Millenarie, profonde Radici Cristiane, altrochè rispetto e amore verso il "diverso" ed i più deboli. E' la solita storia: dietro ad una menzogna mascherata di altruismo e rivendicazione dei diritti umani si nasconde un progetto infame e malvagio. Classico per certi individui che non solo non hanno neanche il coraggio di prendersi le proprie responsabiltà apertamente e di rendere chiare le proprie intenzioni, ma che hanno anche la presunzione di voler passare per "buoni" (la storia è piena zeppa di tali esempi). Ma, purtroppo per loro, questi ipocriti illusi signori non hanno fatto i conti con la Verità, quella stessa Verità che nostro Signore Gesù Cristo ci raccomanda per essere veramente Liberi e Vincitori, e che è l'unica unica vera Signora della Storia (anche se a volte sembra essere un po'.......... ritardataria). Una Verità secondo la quale le Radici profonde non gelano, soprattutto se nei secoli hanno generato fonti di acqua viva a cui hanno attinto milioni di Fedeli, dando loro la forza di vincere il Male, tra innumerevoli tipi di difficoltà, cataclismi e guerre. E tanto meno si estirpano.

PAOLO DEL PRETE

domenica 5 aprile 2009

FATTI PER PENSARE
Tornare al voto di obbedienza al Papa?

Non avevo mai capito il voto di obbedienza al Papa. Per i Gesuiti è un quarto voto, oltre a povertà, castità e obbedienza (a Dio e ai loro superiori). Altri, come la Società San Paolo, hanno un impegno di fedeltà al Pontefice e al suo Magistero nel loro apostolato. Questo voto mi sembrava una cosa scontata, dovuta. Oggi, però, guardando alla Chiesa nel suo insieme, sembra non essere più così. Di obbedienza al Papa ha parlato il card. Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, nella sua recente prolusione al Consiglio permanente della Cei. Le sue parole non lasciano dubbi: “Molto meglio identificarsi in quella che è la migliore tradizione del nostro cattolicesimo: stare con il Papa, sempre e incondizionatamente. [...] E pregare intensamente per lui e con lui, ossia con le sue stesse intenzioni”.I fatti li conosciamo bene. Due settimane fa il Papa aveva diffuso una lettera per fare chiarezza sulla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Era, tra l’altro, un accorato appello all’unità della Chiesa. Poi è venuto il viaggio in Africa e la fatale domanda posta ad arte da un giornalista di France2 sull’aereo papale: cosa fare per combattere l’Aids in Africa? che, tradotto, suona così: la Chiesa darà finalmente il suo assenso a una campagna per la distribuzione massiccia di preservativi? Benedetto XVI è stato chiaro: i preservativi non risolveranno mai il problema. La vera battaglia, e la Chiesa lo fa da tempo, è sull’educazione. Sono le persone a dover capire che è in gioco la loro vita; solo da persone “nuove” vengono scelte diverse. Occorre spiegare, far crescere, formare le coscienze. Il tranello però era riuscito: fatta la domanda, il Papa ha risposto e la giungla dell’informazione si è scatenata. I temi toccati dal Papa nel suo viaggio (la giustizia sociale ed economica, le scelte della classe politica, il perdono per superare le lotte tra etnie diverse - solo per citarne alcuni) sono passati in secondo piano. Che cosa pensare? Da un lato, non dobbiamo lasciarci travolgere dal complesso di assedio per il quale “tutti sono contro la Chiesa, quindi, difendiamoci”. Anche il cristianesimo e con lui la difesa del Papa può a volte diventare un’ideologia. è un rischio che sempre corriamo. Per chi crede, ciò che veramente è in questione, anche nel difendere la ragionevolezza e il “candore”, cioè l’onestà (sono parole di Bagnasco) del Papa, è la mia vita. Come io mi pongo davanti a questi fatti? Che cosa è per me la Chiesa? Un’organizzazione che sotto sotto fa politica, oppure è una comunità a cui appartengo, una realtà viva nella quale vedo cambiare e crescere la mia vita ogni giorno attraverso l’incontro con Cristo? E se la Chiesa è per me una Madre grazie alla quale rinasco, le vorrò bene, avrò anche cura di difenderla e di smontare le accuse che senza ragionevolezza le vengono fatte. Non temiamo di perdere la nostra libertà perché seguiamo il Papa. La libertà è sempre un appartenere.

Davide Maloberti - Il Nuovo Giornale - settimanale della Diocesi di Piacenza n. 12 - 2009

mercoledì 1 aprile 2009

Ai fratelli ed alle sorelle della
Commanderia Santa Croce di Cremona

Sulla strada verso il tempio

Fratelli, da tempo si incontrano le cose più strane sulla strada che unendoci in Congregazione vogliamo percorrere verso il Tempio nel pieno Spirito Templare che corrobora la nostra scelta di essere milites Christi, non tanto a fianco della Chiesa ma dentro la Chiesa a pieno titolo senza ricercare, come altri mostrano di voler fare, strumenti di ogni genere per avere una chiave che non serve.
Non dobbiamo criticare ma, semplicemente, ignorare questi atteggiamenti dei quali già abbiamo parlato.
La strada verso il Tempio non è un terreno di gara dove c’è chi vuole arrivare primo, magari al fotofinish. E’ un percorso di Fede che non ha bisogno di essere suffragata da qualsivoglia iniziativa a sfondo pubblicitario che trasforma le processioni in sfilate e le preghiere in cori. La nostra strada è aperta a tutti coloro che vogliono camminare con noi alla luce della Verità, senza riti che richiamano, ahimè l’esoterismo o sgradevoli impressioni quasi che il mantello possa essere un finto grembiule.
Nemmeno dobbiamo usare lungo la nostra strada lo strumento del dire e del mostrare per far credere ciò che non è. Noi dobbiamo essere sempre legati alla nostra ispirazione che fa della spiritualità templare lo strumento per avvicinarsi a Gesù Cristo e null’altro.
Il folclore e l’immagine sono strumenti che nessuno di noi deve privilegiare e che lasciamo ad altri. Dobbiamo essere noi stessi e nulla di più.
I nostri mantelli devono essere un simbolo non da mostrare ma da vivere dal momento in cui lo si indossa. Li indossiamo per noi e non per metterli in mostra. Perché racchiudano in loro la nostra Fede, che non è e non deve mai essere qualche cosa da esibire, ma da vivere. Una testimonianza!
Preghiamo fratelli, perché sia sempre così e preghiamo per tutti coloro che fanno del mettersi in mostra la loro finalità.
La spiritualità templare sia sempre con noi mentre ci poniamo, senza atteggiamenti da farisei, a servizio della Chiesa di cui facciamo parte e, per la Chiesa tutta, a servizio del Santo Padre che non riceverà da noi altro che l’ubbidienza che gli dobbiamo. Al Suo fianco davvero, senza far finta di esserci. Non vogliamo che i Vescovi vengano a noi ma dobbiamo essere noi ad andare da Loro, con quello spirito di servizio che fa di ognuno di noi un Templare secondo la regola che non viene da alcun capo, più o meno carismatico, ma direttamente dal nostro Padre S. Bernardo, la cui regola abbiamo liberamente scelto.
Questo ci interessa conoscere e non c’è, e mai ci sarà, alcuna conoscenza primordiale o di quel genere che ci porti su ben altre strade. Preghiamo fratelli, perché il nostro passo sia ben saldo e fermo sulla strada verso il Tempio e bando alle ciance.

Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam

Fra’ Gianpaolo Leani - Legatus loci, Commanderia Santa Croce - Cremona

domenica 29 marzo 2009

V DOMENICA DI QUARESIMA
1 Lettura: Ger 31,31-34
Salmo Resp: 50,3-15
2 Lettura: Eb 5,7-9
Vangelo: Gv 12,20-33


il Vangelo di questa domenica ci annuncia che il chicco di grano sa morire per portare frutto: è il nostro prepararci alla Pasqua di quest'anno, per sperimentare che la felicità consiste nell'offrire la propria vita per farla sbocciare e crescere nei fratelli. Questa è la fecondità della morte e risurrezione di Gesù che ora agisce in ciascuno di noi.

Buona domenica padrebenedetto.

FRUTTI DI VITA

Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo;
se invece muore produce molto frutto
(Gv 12,24)

Barriera murale tra l’uomo e Dio[1],
tra il fratello e l’altro uomo[2]
e tutto per un solo e unico motivo:
io non voglio, non posso morire a me stesso[3].

Vocazione divina in noi è l’amore[4],
uscire dal proprio cosmo, da se stessi,
lasciare la propria casa con le sue sicurezze[5],
per portare nel mondo frutti di vita[6].

Non il possesso di sé, per realizzarsi
nel migliore dei modi, sovente a spese
altrui[7], ma una vita donata, offerta
perché io stesso l’ho ricevuta in dono[8].

Quali i frutti dell’amore[9]?
Il frutto della vita che sboccia nel fratello,
perché l’amore genera sempre amore[10]
quando è liberato dall’io intransigente[11].

Amare vuol dire conoscere se stessi[12],
sapere di essere spesso di impedimento
alla crescita armoniosa del fratello,
quando ci si pone dietro uno schermo protettivo[13]

tra la propria sicurezza e benessere
e il bisogno impellente dell’altro[14]
di vivere, crescere ed essere amato,
senza ritrovarsi con le ali tarpate.

Portare frutto è far crescere il fratello
nella libertà dei figli di Dio[15].
Il seme non nuore per se stesso,
ma si apre come dono, per generare amore[16].

Esso cade in terra per innalzare l’uomo
verso il cielo della vita piena[17]
dove si trova l’Amore che si è fatto Chicco
di grano, per diventare pane corporeo[18].

Il Chicco è pronto per essere seminato[19]
per offrirsi spontaneamente al mondo[20];
pronto nella macina del croce
per diventare pane che nutre l’amore[21].

Questo è Dio, ricco di misericordia
fedele e grande nell’amore[22]: seme che muore
sulla croce dei nostri peccati, affondato
nel cuore di coloro che credono alla vita.

L’amore ci fa risorgere con Cristo[23],
rende nuove le creature[24], facendo esplodere
nei cuori di coloro che credono
schegge di speranza e frutti di vita[25].


padrebenedetto 29, iii, 2009


[1] Cfr Lc 16,26
[2] Cfr Sal 50,20
[3] Cfr Lc 9,23
[4] Cfr Gv 13,34-35
[5] Cfr Lc 9,61-62
[6] Cfr Gv 15,16
[7] Cfr Sap 2,6ss
[8] Cfr Gv 15,13
[9] Cfr Gal 5,22
[10] Cfr 1 Pt 1,23
[11] Cfr Mt 5,43-45
[12] Cfr Fil 2,3s
[13] Cfr Sir 29,8ss
[14] Cfr Lc 6,38
[15] Cfr Rm 8,21; Ef 4,23-24
[16] Cfr Gv 12,24
[17] Cfr Gv 10,10
[18] Cfr Gv 6,33
[19] Cfr Gv 12,23
[20] Cfr Lc 22,15
[21] Cfr Sant’Ignazio d’Antiochia ai Romani
[22] Cfr Es 34,6
[23] Cfr Col 3,1
[24] Cfr Ap 21,5
[25] Cfr Rm 5,5

venerdì 27 marzo 2009


GRANDI MANOVRE TRA I PATACCARI

Dopo le ostentazioni delle solite superbe vanaglorie, diffidati, gli pseudo “templari” pataccari, hanno rimosso dalle prime posizioni i riferimenti fraudolenti e vanagloriosi, nella speranza che, nascosti nelle retrovie - meno osservate - possano ancora incuriosire gli sprovveduti e permetter loro di mantenere la solita squallida e ambigua posizione, che li ha tenuti, e li tiene, in prima fila tra i ridicoli.

Ma questa volta chi doveva vedere ha visto, chi doveva leggere ha letto, chi doveva fare a fatto.

Se non fosse che c’è da piangere si potrebbe perfino ridere, ma cristianamente preghiamo.
Ricordandoci che...

Dalla Prima lettera di
San Paolo ai Corinzi

«Desiderate ardentemente i doni maggiori. E ora vi mostrerò una via che é la via per eccellenza:

Quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho carità, divento un rame risonante o uno squillante cembalo. E quando avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e avessi tutta la fede in modo da trasportare i monti, se non ho carità non sono nulla. E quando distribuissi tutte le mie facoltà per nutrire i poveri, e quando dessi il mio corpo ad essere arso, se non ho carità, ciò niente mi giova. La carità é paziente, é benigna; la carità non invidia; la carità non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non si inasprisce, non sospetta il male, non gode della ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa»

(Corinzi 12, 31 - 13, 1-7)
Aperto un nuovo spazio culturale nell'antica Chiesa Templare di San Bevignate a Perugia

Note sulla Chiesa di S. Bevignate

La chiesa di San Bevignate, posta lungo la via etrusca che da Perugia conduceva ad Arna e Gubbio, fu iniziata intorno al 1256 per opera dei monaci-cavalieri Templari.Venne dedicata a un eremita locale del V secolo, emblematica figura attorno alla quale, alla metà del Duecento, si concentrarono anche le attenzioni dei seguaci di Raniero Fasani, ispiratore del movimento religioso riformatore dei Disciplinati, ritenuti i fondatori nonché i primi "occupanti" del sito.

Sul finire del XIII secolo, sempre ad opera dei Templari, alla chiesa fu annesso un convento che testimonia il rilievo via via assunto dal sito.Nel 1312, soppresso l'Ordine dei Templari, San Bevignate passò ai cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, sotto il cui controllo, nel 1324, venne istituito un monastero femminile, che vi restò insediato fino al secondo decennio del Cinquecento.L'austero e vasto edificio in pietra arenaria presenta una pianta rettangolare, con l'abside rialzata sulla cripta.

L'interno, a navata unica, è rivestito da intonaci originali, decorati da affreschi eseguiti in diverse epoche, in cui compaiono numerosi motivi simbolici collegabili all'Ordine templare.La rilevanza storico-artistica che questo complesso riveste, ha fatto del monumento il cardine di "Milites Templi", un progetto internazionale di studio volto alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio templare in Europa.

Il restauro dell'edificio è stato avviato grazie ai fondi regionali per la ricostruzione post sisma del 1997, poi integrati da fondi del Ministero dell'Economia e Finanza, cui ha contribuito anche l'Amministrazione Comunale con risorse proprie.

L'intervento di consolidamento delle strutture - che ha tra l'altro portato in luce un ampio tratto di pavimentazione in mosaico di età romana, oltre ai resti di un impianto produttivo per il tinteggio dei tessuti databile tra I secolo a.C. e I sec. d.C. e il successivo recupero conservativo degli affreschi, sono stati indispensabile premessa alla realizzazione di una prestigiosa sede destinata ad accogliere iniziative ed eventi culturali.Oltre alla principale funzione scientifica del "Centro di Documentazione sull'Ordine dei Templari", con la realizzazione di una vera e propria banca dati in grado di mettere in rete siti architettonici, musei, archivi e istituti di ricerca, riferibili alla storia templare, l'ampio spazio della chiesa offrirà, infatti, anche la possibilità di ospitare attività legate alla convegnistica tradizionale, alle esposizioni temporanee, alla didattica, alla musica e a innumerevoli altre attività artistiche.

Comune di Perugia - Martedì 10 Marzo 2009

giovedì 26 marzo 2009

SUPERBIA, PATACCHE E VANAGLORIA

L'Evangelo, l'umiltà e la fraternità erano e sono alla base della spiritualità e dell'azione dei veri Milites Christi.

Con questo contributo, frutto di una sentita sofferenza e di una rinnovata spiritualità, il fratello Giampaolo, fa sua la nostra Regola, donandoci una riflessione che vi invito a meditare e a fare propria.

Fratelli non fatevi intimidire se qualcuno vi insegue sulla strada del Tempio mostrando curiosità ed invidia che nulla hanno a che vedere con la nostra Fede. Semplicemente ignorateli perché essi non sono nulla che valga la pena di essere inseguito. Chi percorre una strada lastricata di patacche spinto dal vento malefico della vanagloria non serve al Tempio e nemmeno può Servire il Tempio. La Santa Croce è il nostro simbolo ma diffidiamo di chi vuole la Croce grossa. I cavalieri della croce grossa vogliono mostrarsi superiori senza capire che in un mondo di fratelli la grande croce non esiste. Esiste solo la Croce, quella del Cristo.

Il termine supernus, o ordine, non serve a far vivere ciò che non c’è (perché non può esserci), e che si regge solo sulla tecnica della conoscenza primordiale, unita alla “pataccheria” diffusa ed alla vanagloria. Chi fa questo è costretto ad inventarsi ogni volta in associazioni varie, che nulla hanno a che vedere con la Fede, ma solo con la burocrazia, per riuscire a trovare una chiave che non serve se non a chi non è nella Chiesa, perché se ne sta al di fuori.

Noi, fratelli, siamo nella chiesa a pieno titolo, hic manemus et manebimus optime, perché è il luogo che il Santo Battesimo ci ha dato. Mentre Milites Christi lo siamo perché è la Santa Cresima che ci ha reso tali e pauperes vogliamo sentirci per essere più vicini alla spiritualità della Congregazione, che non discende da chi non c’è più, ma che vuole rivivere lo spirito che un tempo è stato dato, agli allora soldati di Cristo, da S. Bernardo, del quale assumiamo nel nostro quotidiano la Regola e non solo il nome.

Non disperiamo mai quando qualcuno ci insegue nel nostro impegno e nelle nostre attività e cerca di colpire tutti noi con il pettegolezzo. Queste sono le loro patacche che mostrano il limite di chi crede di contare più di ogni altro mostrando ciò che non è, oppure mostrandosi diversamente da ciò che è.

Il maligno non si mostra mai nella tenebra. Il maligno si mostra nella luce che può venire dalla superbia, madre della vanagloria così come dai lampeggi dei flash dei fotografi. Oppure da chi parla di Mantelli splendenti quando i mantelli sono stati e saranno sempre i nostri bianchi mantelli, mai indossati come li indossavano, gli scribi ed i farisei.

Noi stiamo con il Papa. E con lui saremo sempre, ubbidendo ai nostri Vescovi senza nulla chiedere, ma solo per metterci al servizio della Chiesa.

Fratelli, riflettiamo insieme su queste parole di un fratello che, soffrendo intimamente ha capito che la strada vera verso il Tempio sta, per noi che l’abbiamo scelta, nella nostra Congregazione. E che, la Gerusalemme Celeste, non la si conquista con le patacche o col mettersi in mostra. Noi non dobbiamo essere né belli né splendenti. Noi vogliamo indossare i nostri mantelli come indossiamo Dio secondo l’invito di S. Paolo.

Preghiamo per il Santo Padre che sta guidando la Chiesa in un mare tempestoso. E Preghiamo per tutti noi e per le anime dei fratelli di un tempo, che hanno pagato cari gli errori, per l’arroganza di un re ingordo, ma anche per la debolezza, in una terra di esilio, per il Papa di allora.
Preghiamo e rivendichiamo lo spirito, ma non la discendenza come altri fanno. E preghiamo per l’anima di chi ci insegue dall’alto della loro arroganza e supponenza, vivendo senza patacche e vanagloria.

Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam.

fra Giampaolo Leani

mercoledì 25 marzo 2009

"L'ANIMA MIA MAGNIFICA IL SIGNORE..."
grazie Dio Padre per il dono di Maria,
Mamma Tua e Mamma Nostra!!!



Solennità dell'Annunciazione
25 marzo 2009
Eccomi sono la serva del Signore,
avvenga di me quello che hai detto

Maria di Nazaret aveva scelto una vita di dono totale a Dio, come vergine. Ma Dio decise altrimenti. Ciò che colpisce, nell’Annunciazione, è che una “religione pura” esige un dialogo vivente e costante fra Dio e ogni uomo. Qui Dio ha pronunciato la sua ultima Parola a Maria, perché si compissero le parole che, nella storia di Israele, erano state dette ad Abramo, a Mosé e ai profeti. Essi avevano ascoltato e obbedito; lasciarono entrare nella loro vita la Parola di Dio, la fecero parlare nelle loro azioni e la resero feconda nel loro destino. I profeti sostituirono alle loro proprie idee la Parola di Dio; anche Maria lasciò che la Parola di Dio si sostituisse a quelle che erano le sue convinzioni religiose. Di fronte alla profondità e all’estensione di questa nuova Parola, Maria “rimase turbata”. L’avvicinarsi del Dio infinito deve sempre turbare profondamente la creatura, anche se, come Maria, è “piena di grazia”. Assolutamente straordinario è poi che questo Dio non solo si avvicina a Maria, ma le offre il proprio Figlio eterno perché divenga il suo Figlio. Come è possibile che il “Figlio dell’Altissimo” diventi suo Figlio? “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Come scese sul caos, in occasione della creazione, lo Spirito Santo scenderà su Maria e il risultato sarà una nuova creazione. L’albero appassito della storia fiorirà di nuovo. “Maria disse: Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Nell’Annunciazione si ha il tipo di dialogo che il Padre del nostro Signore Gesù Cristo vorrebbe avere con ciascuno di noi. L’esperienza di Maria a Nazaret sottolinea questa verità per tutto il popolo di Dio. Il suo “sì” in risposta all’offerta divina e il cambiamento drammatico di vita che ne sarebbe seguito, mostrano che la venuta di Dio in mezzo a noi esige un cambiamento radicale. Ma, cosa più importante, l’Annunciazione a Maria ci pone di fronte ad una grande verità: ognuno di noi ha avuto un’“annunciazione” personale. Sto esagerando? No di certo. Se esaminate la vostra vita passata, troverete un’esperienza che è stata decisiva; forse non ebbe allora conseguenze immediate, o almeno non vi sembrò, ma, ripensandoci adesso, vi accorgete che è stata fondamentale, sia essa la scuola che avete frequentato, un libro che avete letto, un discorso che avete ascoltato, una frase delle Scritture che vi ha colpito, gli amici a cui vi siete sentiti uniti o un ritiro che avete fatto. Era il Dio di Maria di Nazaret che si annunciava a voi. Voi avete dunque avuto una “vostra” annunciazione. E se non avete risposto “sì”, o se avete pronunciato soltanto un “sì” timido? Basta riconoscere l’annunciazione ora e cercare di recuperare il tempo perduto vivendo per Dio e per gli altri. “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

Fonte: La Chiesa