giovedì 29 novembre 2007

Pietre che cantano
Autore: Alessandro MASSOBRIO

Il mistero della cattedrale continua ad affascinare le diverse generazioni. È la bellezza che attira l’uomo verso l’Assoluto. Romaniche e gotiche, sono la testimonianza di un’epoca e di una cultura che mettevano Dio al primo posto.
«Mi rifiuto di affermare che esista, in ultima analisi, un elemento decisivo: io ritengo che tutto sia determinato da tutto e che tutto determini tutto». Queste parole dello storico del Medioevo francese, Georges Duby, che l’architetto Roland Bechmann pone ad epigrafe del suo libro su Le radici delle cattedrali, la dice lunga sulla complessità della spiegazione di un fenomeno. Quello della fioritura nell’Europa occidentale di quelle grandi chiese episcopali, a cui noi moderni siamo soliti attribuire, per l’appunto, il nome di cattedrali. Cattedrale da cathedra, il sedile destinato, in occasione delle solenni festività, ad accogliere il vescovo o il dignitario di primaria importanza. Sopra il capo del quale la volta – spesso, a ogiva – s’impenna come se volesse dissolversi nello spazio, mentre intorno a lui le pareti perdono di spessore, trasformandosi, grazie alle finestre istoriate, in muraglie di luce.Che cosa ne ha prodotto la nascita? Che cosa ne ha determinato la graduale scomparsa? Sono interrogativi che non possono essere soddisfatti da una sola risposta. Noi sappiamo soltanto che tra il 500 e il 1500 d.C. l’Europa conosce due grandi stagioni dell’arte sacra. La romanica prima, la gotica poi. La seconda soprattutto lascia sbalorditi per la perentorietà con cui si afferma, per le soluzioni architettoniche che propone, per la densa simbologia di cui si ammanta. La cattedrale romanica, in fondo, è una ripresa dei motivi della basilica paleocristiana e pagana. La pianta a croce latina prevede una copertura dello spazio interno in cui le spinte centrifughe siano compensate da pesanti armature murarie. Nascono così i contrafforti, che bilanciano il peso della volta cosiddetta a tutto sesto. Le cattedrali romaniche – quella di Modena, di Parma, di Sant’Ambrogio a Milano, considerata l’autentica madre di questo stile architettonico – sono strutture massicce, su cui si alza il campanile come un pilum, una lancia, piantata nel terreno. Paiono macchine da guerra, che si apprestano, sotto i rispettivi gonfaloni, all’assedio di quella cittadella che si chiama Gerusalemme celeste. Alla conquista della quale è chiamata l’intera Chiesa militante. Poi, d’improvviso, tutto questo cambia. A partire dai primi decenni dopo il Mille, nell’Ile-de-France e poi in Borgogna, Germania, Inghilterra, Fiandra e solo più tardi in Italia, il panorama subisce una radicale trasformazione. L’arco ogivale, detto a sesto acuto, imprime alla struttura una spinta verso l’alto. L’illuminazione diventa elemento imprescindibile, tanto è vero che i muri perimetrali subiscono una sorta di “smaterializzazione”, ad opera delle vetrate e del rosone, che troneggia al centro della facciata. La spinta delle volte viene ulteriormente alleggerita dagli archi rampanti, grazie ai quali le forze in gioco vengono suddivise in più componenti. È nata quella che i francesi chiamano art gotique. L’arte della Vergine, di san Bernardo, di Dante. Ma quali ne sono le cause? Come si è detto, sarebbe difficile individuarne una a scapito delle altre. Certamente concorrono condizioni materiali ed economiche non indifferenti: il disboscamento, che riduce il legname delle impalcature; la necessità di collocare queste stesse impalcature sempre più in alto onde evitare il diffondersi di incendi; la crescente impennata dei prezzi della pietra, il cui costo sale vertiginosamente nel corso del trasporto e della quale quindi si impone una economizzazione. Ma c’è anche altro. C’è, per esempio – come già si è detto – il richiamo che la Vergine e il suo culto esercitano sugli uomini dell’XI, XII, XIII secolo. La Madonna che, prima del Mille, si limitava a costituire uno degli elementi del quadro della Redenzione e Incarnazione di Nostro Signore, diviene ora il vertice di una piramide devozionale che, per usare un’espressione paolina, attira a sé tutte le cose. Nella sola Francia, le cattedrali dedicate a Maria si moltiplicano a vista d’occhio, tanto che i devoti le chiamano, tout court, le Notre-Dame. Ce ne sono a Reims, a Digione, a Rouen, a Strasburgo, a Chartres, a Parigi. Un ateo dichiarato come lo scrittore Henry Adams riconosce che Maria esercita su tutto il tardo Medioevo un’enorme forza attrattiva. La gara consiste nell’issare sul pinnacolo più alto della propria cattedrale l’immagine della Madre del Salvatore e senza dubbio non si tratta di una gara economicamente agevole. Alla spesa concorrono offerte di corporazioni e donazioni episcopali, regalie di principi, risparmi di gente povera e dimenticata. Poi, quando tutto è stato predisposto, giungono loro: i Maestri Comacini. Che provengano da Como è soltanto una delle tante spiegazioni etimologiche che tentano di diradarne la leggenda. Certo è che si tratta di corporazioni di lapicidi, di architetti, di capomastri e muratori che in pochi anni, come a Troyes e Montpellier, sono in grado di aggiungere nuove meraviglie a quelle del mondo antico. Sulle loro tecniche Roland Bechmann ha osservato: «Se noi dovessimo costruire le cattedrali dei gotici con i mezzi di cui essi disponevano, non ne saremmo capaci». Da qui l’idea di un sapere esoterico, segretamente tramandato, che farebbe di queste maestranze i detentori di conoscenze ereticali o addirittura gli antenati dei moderni frammassoni. In realtà, la cattedrale è un prodigio di forze in equilibrio statico, che contengono e custodiscono un altrettanto grande prodigio di simboli in equilibrio dinamico. Si riferiva probabilmente alle cattedrali Charles Baudelaire quando parlava di «foreste di simboli dagli occhi familiari». È il simbolo, infatti, il pensiero che si riveste di immagini e l’immagine che rimanda ad altro da sé, a costituire il mistero delle cattedrali del Medioevo. Un mistero che il mondo moderno, deciso a rifiutare all’arte qualsiasi valore che non sia puramente estetico, ha disimparato a decifrare. Limitandosi così ad elevare a Dio case che sembrano destinate a tutto. Meno che a contenere quello stesso Dio cui sono destinate. Un centro polifunzionale L’Italia, paese saldamente legato alla classicità, assiste tardi all’affermazione del gotico. Solo nel secolo XIII qualche grande cattedrale, ad imitazione di quelle francesi, incomincia a svettare in un panorama cittadino caratterizzato dalla linea curva e dall’arco a tutto sesto. Tradizionalmente si ritiene che siano stati prima i cistercensi e poi i francescani, con la Basilica del Santo, ad Assisi, ad introdurre presso di noi lo stile dell’ogiva. In realtà, san Francesco – come afferma lo Speculum perfectionis – prescriveva ai suoi di «rifiutare i templi di grandi dimensioni e riccamente ornati». Fu semmai il suo successore nel governo dell’ordine, san Bonaventura, a imprimere anche all’architettura quel senso di amore per il creato che caratterizza la dottrina del fondatore. Un amore per il creato che si esprime bene in chiese le cui selve di colonne di pietra richiamano quelle vegetali, create dalla mano paterna di Dio. Per tutto il Duecento assistiamo così ad una fioritura di cattedrali gotiche italiane – a Siena, a Firenze, ad Orvieto e poi più tardi anche a Milano, il cui duomo risente comunque già di quello stile flamboyant, fiammeggiante, che si rivela come una più marcata eredità nordica – alla cui realizzazione spesso vengono chiamate maestranze straniere. La cattedrale, anche in Italia, mantiene quella sua caratteristica di ambiente polifunzionale che fa di essa il centro non soltanto religioso della vita cittadina. In primo luogo, naturalmente, il duomo è deputato alle solenni funzioni liturgiche. È lì che il vescovo ha la sua cattedra e lì sono custodite le reliquie che richiamano, anche da assai lontano, la devozione dei fedeli. Ma alla cattedrale non mancano anche funzioni più strettamente civili. Grazie al campanile, da cui si propaga ovunque la gran voce delle campane, essa diffonde messaggi urgenti e chiama la popolazione in assemblea. Ma la centralità della cattedrale diventa anche per i cittadini un comodo spazio di incontro e di scambio. Sotto gli archi a sesto acuto accade di discutere di affari, sotto le finestre istoriate si stipulano contratti e si assume manovalanza. Alcuni documenti attestano addirittura l’utilizzazione del sacro recinto per fiere di cavalli. A conferma di quanto fragili fossero le transenne che, nell’Evo Medio, separavano, per l’appunto, il sacro dal cosiddetto profano. Anche la cultura non viene dimenticata. Spesso il transetto si trasforma, infatti, in palcoscenico per rappresentazioni di soggetto religioso, i cosiddetti misteri. La cattedrale, insomma, svolge le funzioni del foro romano e dell’agorà greca. Un luogo di incontro, un contenitore chiuso, un monumento nel senso che in essa si conserva la memoria della comunità.Ma trascureremmo un elemento estremamente importante se non citassimo un’ulteriore funzione che il tempio viene a svolgere tra i cittadini di un centro urbano medioevale. Esso è anche infatti un potente agente didascalico ed educativo. In secoli nei quali l’analfabetismo è endemico, in cui l’unica forma di istruzione è quella orale, la cattedrale si rivela, con le finestre istoriate, con i frontoni animati da bassorilievi, con i doccioni in pietra, una sorta di muta enciclopedia, che si esprime tramite l’immagine. Non a caso si è parlato a suo proposito di “Bibbia dei poveri”. Attraverso un linguaggio accessibile a tutti, infatti, le storie vetero e neotestamentarie sono rese di pubblica fruizione. E questo, in un tempo, in cui, come si è visto, tempo sacro e tempo profano venivano ad intersecarsi, non era davvero poco.

Bibliografia: Angela Cerinotti, Le cattedrali del mistero, Demetra, 1997.Roland Bechmann, Le radici delle cattedrali, trad. it. di G. Amoretti, Marietti, 1984. Jacques Le Goff, Gli intellettuali nel Medioevo, trad. it. di C. Giardini, Mondadori, 1979. Dominique Macaulay, La cattedrale, trad. it di A. Dolci, Nuove Edizioni Romane, 1981.
da IL TIMONE - Gennaio 2006 (pag. 22-24)
Crociate
Autore: Vittorio MESSORI

Frugando nel mio archivio, trovo una cartellina di appunti che presi in un’estate lontana, in cui decisi di concentrare sulle crociate le letture vacanziere. Volevo trarne una serie di puntate per il “primo” Vivaio, quello su Avvenire, ma poco dopo decisi di sospendere la rubrica e il materiale accumulato restò lì, dimenticato. Con quella ricerca, intendevo rispondere alle richieste di molti lettori che mi ricordavano come alle crociate avessi dedicato qualche cenno qua e là ma non una trattazione organica. Trattazione che non farò neppure qua, ci mancherebbe: mi limiterò a estrarre qualche nota. Per esempio questa di uno specialista, il medievista cattolico Franco Cardini. Il quale, quando Giovanni Paolo II si profondeva nelle ben note scuse, un giorno fu preso da malumore per quello che, a lui storico, sembrava un inaccettabile anacronismo e scrisse: «Volendo essere più papista del papa, potrei aggiungere alla lunga lista di delitti attribuiti ai crociati («fanatici, violenti, intolleranti, ladri, superstiziosi...»), anche un’accusa ulteriore: erano stupidi. Non si spiegherebbe altrimenti che abbiano impiegato tanto tempo per arrivare a Gerusalemme attraverso montagne e deserti, quando avrebbero potuto organizzare un bel ponte aereo, impiegando così poche ore». Continua Cardini: «Credete che sia ammattito o che lo dica per celia? Neppure per idea, sono serissimo. In effetti, se risulta chiaro ad ognuno che i crociati non potevano disporre di aerei, non essendo ancora inventati, non meno grave è l’errore di chi pretende che essi potessero ragionare secondo i parametri di tolleranza e di rispetto della vita umana che l’Occidente ha faticosamente elaboratotra Seicento e Novecento». Per concludere: «Qualcuno ribatterà che tali princìpi ci sono già nei vangeli e che i crociati erano pur cristiani. Senza dubbio: ma la fede cristiana non era affatto, tra XI e XII secolo, compresa e vissuta come lo può essere oggi».Insomma, dice lo storico: «Che Dio mi perdoni. Ma le scuse fatte ai pronipoti a nome degli antenati sarebbero roba da sorridere, se non fossero una violazione dei doveri dello storico (che deve capire e non condannare in modo ingenuamente anacronistico) e una grave ingiustizia per quei credenti che ci hanno preceduti».

È lo stesso Cardini che ha ricordato più volte come l’Occidente moderno abbia contribuito a creare con le sue mani la reazione islamica di cui è ora bersaglio. Nel mondo musulmano, ciò che viene da Europa, da Israele, dall’America è qualificato con odio, invariabilmente, come “crociata”. “Crociati” sono gli israeliani che distruggono case ed elevano muri, “crociati” sono gli americani che bombardano e che occupano, “crociati” sono gli europei, anche se giungono tra loro con organizzazioni umanitarie.In realtà, come ha documentato lo storico fiorentino, la memoria delle spedizioni dei due primi secoli del Mille era praticamente scomparsa tra i musulmani se non, forse, nelle zone del Medio Oriente che avevano visto quel confronto. In effetti, sul piano oggettivo, le crociate – che avevano mobilitato poche migliaia di uomini – erano state un colpo di spillo in un mondo islamico sconfinato, che andava dal Portogallo sino all’Asia Centrale. Venne, però, l’era del colonialismo e i governi europei, a cominciare da quello francese – composti da massoni e funzionanti come bracci politici delle Grandi Logge – si inquietarono perché al seguito delle truppe che conquistavano territori in Africa e in Asia giungevano i missionari. Bisognava neutralizzarli: da qui, il gran daffare per installare anche in quei luoghi la contro-chiesa, la massoneria, nella quale educare i notabili locali. A quelle logge fu affidata la propaganda anticattolica: come prendere sul serio i preti, i cui predecessori avevano organizzato e gestito campagne di guerra contro l’Islam, avevano massacrato bambini, violentato donne, rubati i tesori e tutto questo l’avevano chiamato “crociata”? La memoria di quegli eventi, travestita con i panni della più plateale leggenda nera, fu richiamata in vita, annunciata alle plebi, che spesso non ne avevano mai sentito parlare e sempre più radicalizzata. Il colonialismo finì, ma il seme gettato aveva ormai vigoreggiato: l’odio destinato alla Chiesa ha finito, così, per coinvolgere l’intero Occidente, con i risultati che ora vediamo bene.

La crociata non fu aggressione e non fu guerra santa, fu legittima difesa: è una verità che sembra non si riesca a far passare. Eppure, basterebbe un piccolo atlante storico per capire. Quando Costantinopoli fece pervenire in Europa il suo grido di aiuto, il già estesissimo Impero Romano d’Oriente era ridotto alle dimensioni dell’attuale, piccola Grecia, inferiore alla metà dell’Italia. Dopo la conquista del Medio Oriente e di tutta l’Africa del Nord, ai guerrieri di Allah bastava solo un passo ulteriore ed era finita anche per quell’ultimo lembo di cristianità. Andare in soccorso dei fratelli nella fede era un sacro dovere.Certo, la storia è misteriosa e, ad occhi umani, talvolta crudele. Nate anche come impresa di solidarietà tra cristianità orientale e occidentale, le crociate finirono col creare tra le due comunità un muro che non si è ancora riusciti a sgretolare. Quella Costantinopoli che i turchi non erano riusciti ancora ad espugnare, fu presa e saccheggiata, nel 1204, da un esercito che era partito dall’Europa con le insegne della crociata e che, invece che contro gli infedeli, finì coll’accanirsi contro i fratelli nella fede.

Se la crociata non fu aggressione, non fu neppure, dicevamo, guerra di religione. Ciò che importava era riaprire ai cristiani la via del pellegrinaggio verso il santo Sepolcro, nessuno aveva intenzione di convertire al Vangelo i seguaci del Corano. Non ci furono sforzi missionari. A parte qualche atto isolato di gruppetti fanatici, nessun musulmano fu infastidito per la sua fede. La Chiesa, comunque, non mise mai questo tra gli obiettivi della crociata. Come mostrano le fonti, a Gerusalemme i Templari stessi, pur sempre pronti a dar battaglia, se necessario, avevano a fianco della loro chiesa una moschea e ciascuno lasciava che l’altro pregasse il suo Dio. I primi tentativi di conversione in quei luoghi risalgono al XIII secolo, ad opera dei Francescani, quando ormai tutto era finito per i Regni cristiani e l’Islam aveva ridisteso ovunque la sua coltre. Non a caso, quei frati finirono quasi tutti martiri. Quanto al rapporto con gli ebrei, riporto qui quanto scrive uno storico americano di oggi, Thomas F. Madden. Mi sembra significativo, visto che si tratta di uno studioso protestante: «Certo, come in ogni conflitto, ci furono sventure, errori e crimini. Cose sin troppo ricordate, oggi! All’inizio della prima Crociata, nel 1095, un gruppo, condotto dal conte Emicho di Leiningen, si aprì la strada lungo il Reno derubando e talvolta assassinando gli ebrei incontrati. Senza successo, i vescovi locali tentarono di fermare la strage. Agli occhi di quei guerrieri, gli ebrei erano i nemici di Cristo. Depredarli ed ucciderli, pertanto, non era peccato. Effettivamente, credevano trattarsi di un atto retto, potendo i soldi degli israeliti essere usati per finanziare la crociata verso Gerusalemme. Ma avevano torto, e la Chiesa condannò fermamente le ostilità contro gli ebrei. Cinquant’anni dopo, quando la seconda crociata stava già per muoversi, san Bernardo proclamava che gli ebrei non sarebbero stati toccati: «Chiedete a chiunque conosca le Sacre Scritture cosa si auspica, per gli ebrei, nel Salmo. “Non per la loro distruzione io prego” sta scritto. Gli ebrei sono per noi le parole viventi della Scrittura, ci ricordano ciò di cui sempre soffrì il nostro Dio [...]. Sotto i prìncipi cristiani sopportano una prigionia dura, ma “aspettano solamente il tempo della loro liberazione”.«Ciononostante, un certo Radulf, un monaco cistercense, aizzò parecchia gente contro gli ebrei della Renania, malgrado le numerose lettere inviategli da Bernardo per fermarlo. Infine, il Santo fu costretto a recarsi personalmente in Germania, dove prese Radulf, lo spedì di nuovo nel suo convento e fece finire i massacri. «Spesso si dice che le radici dell’Olocausto possono essere rintracciate in questi pogrom medievali. In realtà, le radici affondano molto più indietro nel tempo, sono più profonde e più estese dei tempi delle crociate. Ebrei perirono, ma lo scopo non era certo quello di uccidere ebrei. È vero esattamente il contrario: papi, vescovi e predicatori assicurarono che gli israeliti non sarebbero stati molestati. Nella guerra moderna chiamiamo le morti tragiche come queste “danno collaterale”. Gli Stati Uniti hanno ucciso, con le tecnologie “intelligenti”, molti più innocenti di quanti i crociati avrebbero mai potuto uccidere. Ma nessuno oserebbe dire seriamente che lo scopo delle guerre americane è di massacrare donne e bambini».

È singolare: i credenti della mia età hanno passato buona parte della vita a confrontarsi con coloro, i comunisti, che non avevano religione. E adesso, ci tocca fare i conti con coloro, i musulmani, che di religione ne hanno troppa.

Le vie del mondo furono aperte dalla forza e dall’entusiasmo di quell’ideale struggente, non soffocato dal termine delle spedizioni e vivo sin quasi alle soglie dell’età contemporanea. Le vele delle caravelle di Colombo portavano la grande croce rossa della crociata: si cercava di raggiungere le Indie navigando verso Occidente per trovare oro ed argento che servissero a finanziare la ripresa della lotta. Con la Spagna che, varcato lo stretto di Gibilterra, avrebbe raggiunto la pur remota Gerusalemme con una marcia vittoriosa attraverso il Nord Africa. Questo il sogno de los Reyes catòlicos. Ma già nel 1245 era stata aperta ad Oriente la via dell’Asia: il francescano Giovanni da Pian del Carpine mandato, dieci anni prima di Marco Polo, presso i Mongoli per ottenere la loro alleanza, prendere l’Islam tra due fuochi e ricominciare la Crociata. Con lo stesso obiettivo, nel 1253, le ambascerie che san Luigi di Francia invia in Persia (il domenicano Ivo il Bretone) e in Cina (il francescano Gugliemo di Rubruck). Chi ricorda, poi, che a salvare l’Europa contribuirà una realtà che senza le crociate non sarebbe esistita? Come l’ordine del Tempio, i Templari, anche l’ordine dell’Ospedale, gli Ospitalieri, nacque per sorreggere lo sforzo di tenere la Terra Santa. Espulso da questa, poi da Cipro, poi da Rodi, l’Ordine, installato a Malta, diverrà la maggiore potenza navale nel Mediterraneo, la sola in grado di tenere a bada le flotte ottomane e ripulire il mare dalle imbarcazioni dei pirati in caccia di cristiani da vendere come schiavi ad Algeri o a Tunisi.

La “Garzantina”, la piccola Enciclopedia Universale, lo strumento di prima informazione più diffuso in Italia, ormai da decenni. Io pur la tengo sulla scrivania, come pronto intervento. Voce Crociate: «Quelle spedizioni ebbero alla base ragioni sociali, economiche e politiche». Queste; e queste soltanto, secondo il manuale.La fede, dunque, non è una ragione da mettere in campo, per spiegare perché, per secoli, migliaia di ricchi e di poveri, di giovani e di vecchi, di uomini ma anche di donne (quante famiglie partirono al completo!) abbiano affrontato fatica, miseria, morte inseguendo il sogno di liberare, per sempre, i luoghi santificati dal Cristo. Nella primavera del 1097, quando i capi diedero il segnale di partenza da Costantinopoli, erano in più di centomila. Allorché, due anni dopo, nel giugno del 1099, giunsero sotto le mura di Gerusalemme erano meno di ventimila: gli altri erano morti lungo il cammino o erano stati catturati, per essere venduti come schiavi, da incursioni di predoni. Ma non tirate in ballo la fede, per spiegare una simile ostinazione di raggiungere a ogni costo la meta. A chi volete darla a bere, voi cristiani? Noi sappiamo bene che i motivi erano soltanto sociali, economici, politici. Parola di enciclopedia.
Dicevamo di Franco Cardini. Gli dobbiamo anche una biografia di san Francesco in cui fa giustizia del santino tutto dialogo, tolleranza, ecologismo, costruito prima dal romanticismo e poi dalle ideologie attuali, che lo strumentalizzano per la loro propaganda.In realtà, il Francesco “vero” si aggregò alla quinta crociata e non solo non disse mai una parola di condanna o di critica, ma arrivò a dare consigli ai capi della spedizione sui modi e i tempi per affrontare la battaglia sotto Damietta. Molto addolorandosi, poi, perché l’esito fu infausto per i cristiani.Cardini rileva come molti biografi moderni abbiano rivestito di panni politicamente corretti quell’esperienza del Santo, che mal si concilia con la caricatura da “scemo del villaggio” che predica agli uccellini, parla con i lupi e abbraccia giulivo tutti quelli che incontra.Compreso il sultano: dal quale il Francesco della storia, non quello del mito, andò non per dialogare ma per convertirlo, sfidandolo anche a un’ordalia per vedere se fosse più potente il Dio di Gesù o quello di Maometto. Ma riprendiamo da Cardini: «Per sostenere l’immagine “corretta” del Santo, si sono allineati argomenti che sfiorano il ridicolo. Si è osservato, ad esempio, che egli non portava armi, fingendo di ignorare che la sua condizione di chierico gli vietava comunque di portarne. Si sono forzate le fonti per leggere – in un episodio in cui Francesco sconsiglia i crociati di dar battaglia, avendo avuta la visione della sconfitta – una specie di astuzia cui sarebbe ricorso per impedire il combattimento. Si è addirittura sostenuto – e senza giustificazione alcuna! – che avrebbe predicato ai crociati di gettare le armi. Francesco, si è concluso alla fine di questa galleria di sciocchezze, ha dimostrato di volere convertire gli infedeli con l’amore, non con la spada».
da IL TIMONE - Gennaio 2006 (pag. 64-66)
Religiosi e cavalieri
Autore: Alberto TORRESANI

Nati durante le crociate, i monaci-guerrieri svolsero compiti decisivi per la difesa della Cristianità. E ancora oggi compiono opere di autentica carità, spesso offerta nel segreto e nel nascondimento. L’odio dell’incipiente laicismo verso i templari. Il Sacro Romano Impero, fondato la notte di Natale dell’anno 800 con l’incoronazione di Carlo Magno, durò fino alla deposizione di Carlo il Grosso nell’887 per la sua manifesta incapacità di difendere l’Impero dalle incursioni dei Vichinghi. In seguito, come spesso è avvenuto nella storia della Chiesa, i Vescovi dovettero esercitare una funzione vicaria, spettante al potere centrale, ossia provvedere alla difesa locale delle città e delle campagne dalle incursioni di pirati di terra e di mare. Gli storici definiscono Età feudale i due secoli successivi per indicare il decentramento dei poteri sovrani dello Stato, comprendenti la facoltà di coniare monete, di arruolare soldati e di amministrare la giustizia in prima istanza, esercitati da vescovi-conti che operavano come autorità religiose e anche come autorità civili, avendo ricevuto in beneficio un feudo che permetteva di organizzare la difesaarmata contro Magiari, Saraceni e Vichinghi, in grado di razziare ogni estate gran parte d’Europa. La morale cristiana ha sempre giudicato lecita la guerra contro un ingiusto aggressore. Nel caso ricordato c’era anche la difesa della società cristiana aggredita da incursori pagani. Ma chi era in grado di fare la guerra a quei tempi? La società feudale è caratterizzata dalla sua semplicità. Esistevano solamente tre ceti: guerrieri, sacerdoti e contadini. I primi dovevano garantire la difesa di tutti; i secondi dovevano pregare per tutti; i contadini dovevano procurare il cibo necessario ad ognuno. Perciò le armi erano possedute e usate solamente dai nobili, per lo più discendenti delle popolazioni germaniche che avevano invaso l’antico Impero romano nel V e VI secolo. I nobili combattevano come cavalieri armati pesantemente. Avevano al proprio servizio almeno sei sergenti che combattevano a piedi e uno scudiero che doveva prendersi cura dei cavalli. Solamente i nobili potevano praticare la caccia, intesa come allenamento e fonte di proteine animali necessarie per praticare quel duro lavoro. Avendo nelle armi l’unica occupazione, i nobili erano convinti d’aver diritto a fare guerre private, intese come duelli allargati al proprio clan famigliare. Spesso anche i vescovi erano uomini d’arme, nominati dagli imperatori per accorrere sul campo di battaglia in caso di necessità. Dopo il Mille diminuirono le incursioni dei popoli accennati, ma rimase ben vivo il flagello delle guerre private, con danno per i commerci, la sicurezza delle strade, il lavoro nei campi. Per iniziativa dei monaci di Cluny e degli imperatori della casa di Franconia, furono lanciati due movimenti abbastanza simili tra loro, la Tregua Dei e la Pax Dei, miranti a impedire le guerre private nei tempi forti dell’anno liturgico (Avvento, Quaresima) e nei giorni della settimana santificati dalla passione di Cristo (dal mercoledì sera alla domenica). Chi si ostinava a far guerre private nei giorni proibiti era scomunicato. Tutti sanno che per far rispettare un divieto occorre una forza in grado di opporsi ai trasgressori. Fu trovato anche il motto per giustificare quel compito: “far guerra alla guerra”. Le Crociate furono provocate dalle richieste giunte dall’imperatore bizantino Alessio II, dopo la sconfitta subita per opera dei Turchi Selgiukidi a Manzikert in Armenia nel 1071 e un successivo massacro di pellegrini cristiani in Terrasanta. L’occidente rispose con quell’impetuoso movimento di cavalieri verso l’oriente, vissuto allora come un meritorio pellegrinaggio armato. Realizzata con successo la Prima crociata e costituito il Regno di Gerusalemme, si poneva il problema di dare continuità alla difesa di quel regno quando i crociati tornavano in occidente. È noto che la funzione produce l’organo, ossia la creazione degli Ordini cavallereschi, essenzialmente gli Ospitalieri e i Templari. I primi nacquero per dare alloggio e assistenza medica ai pellegrini in Terrasanta. I fondatori furono un gruppo di mercanti di Amalfi che misero una casa a disposizione dei malati sotto l’invocazione di san Giovanni elemosiniere, sostituito più tardi da san Giovanni Battista. Nei porti di partenza e di arrivo usati dai crociati si moltiplicarono istituzioni simili rette dai Giovanniti. Più tardi, imitando i Templari, anche i Giovanniti crearono gruppi di monaci guerrieri col compito di scortare i pellegrini dalla costa a Gerusalemme e ritorno. Così nacquero i Cavalieri di San Giovanni, più tardi conosciuti come Cavalieri di Rodi e, infine, come Cavalieri di Malta, ancora attivi ai giorni nostri alla guida di ospedali.Più noti i Cavalieri Templari per via della loro storia tragica. L’idea di formare un Ordine di monaci combattenti venne a sette cavalieri crociati verso l’anno 1119. Essi decisero di inviare in occidente uno di loro, Ugo di Payns, per ottenere l’approvazione ecclesiastica del nuovo Ordine religioso. Ugo di Payns ebbe la ventura di incontrare Bernardo di Chiaravalle, già famoso perché a sua volta aveva dato impulso al rinnovamento monastico con la diffusione eccezionale dell’Ordine dei Cistercensi, divenuto protagonista dell’espansione agraria d’Europa. L’ormai famoso abate di Chiaravalle compose la regola del nuovo Ordine cavalleresco (essenzialmente quella dei Canonici regolari), premettendo l’Elogio della cavalleria nuova, che non manca di affascinare anche i lettori d’oggi. La nuova istituzione comprendeva tre categorie di membri: i cavalieri che dovevano possedere i quattro quarti di nobiltà; i serventi al servizio dei cavalieri in battaglia; e i cappellani che espletavano i compiti propriamente religiosi. Solamente questi ultimi potevano accedere al sacerdozio, perché Ecclesia abhorret a sanguine (anche oggi i cappellani militari non possono impugnare le armi). Consta che san Bernardo non si sia accinto al compito di scrivere gli Statuti del nuovo Ordine con entusiasmo. Lo fece per obbedienza, così come per obbedienza compì un largo giro di prediche per proclamare la Seconda crociata realizzata tra il 1146 e il 1147, peraltro con infinito dispendio di forze e con poco costrutto per la difesa del Regno di Gerusalemme. Quando Ugo di Payns tornò in Terrasanta con le debite approvazioni, il re di Gerusalemme Baldovino II si affrettò a concedergli un convento-caserma posto sulla spianata del tempio di Gerusalemme e perciò quei cavalieri furono denominati “Templari”. Dal punto di vista della storia degli Ordini religiosi, i Templari sono significativi perché con loro si interrompeva la tradizione benedettina della stabilitas loci, ossia la prassi di esser assegnati a un determinato monastero per tutta la vita, per favorire il nuovo ideale di cristianizzare l’uso delle armi, ponendole al servizio di Dio e dei deboli, a protezione di pellegrini e viandanti minacciati dai predoni: insomma, far guerra alla guerra. Il reclutamento dei Templari avveniva in occidente, dove si formarono Commende dotate di beni patrimoniali per sostenerle. Quando il cavaliere aveva ultimato il noviziato dimostrando di possedere adeguata capacità tecnica per combattere, veniva trasferito oltremare, per dare il cambio ai cavalieri divenuti inabili al servizio attivo. Poiché tali trasferimenti avvenivano con l’equipaggiamento militare, divenne molto conveniente per i mercanti versare in occidente il loro oro, ricevere una lettera di credito da presentare presso le commende orientali dei Templari, che ricevevano una piccola percentuale per questo servizio, ma espletando in questo modo un vero e proprio servizio di sportello bancario, divenuto ben presto fonte di accumulo capitalistico, richiamando sull’Ordine attenzioni pericolose.L’ideale cavalleresco, in un’epoca che identificava nobiltà ed esercizio delle armi, ebbe grande diffusione. Nel XII secolo furono fondati anche i Cavalieri Teutonici, i Portaspada, e un poco più tardi i Cavalieri di Santa Maria in Germania; gli Ordini di Santiago e di Calatrava in Spagna; i Cavalieri dell’Ordine del Cristo in Portogallo. In Francia, nei confronti di Ordini religioso-cavallereschi, con reclutamento internazionale e perciò sottratti al controllo immediato del re di Francia, si sviluppò un’avversione che condusse allo scioglimento dell’Ordine dei Templari, ottenuto dal re Filippo IV nel 1311, durante il Concilio di Vienne. Il papa Clemente V (1305- 1314) indicò nella bolla di scioglimento i reali motivi di quel provvedimento, affermando che esso «era divenuto inutile in Terrasanta e inviso al re di Francia». Nel 1314 avvenne il supplizio del Gran Maestro Jacques de Molay e degli altri templari, sopravvissuti a sette anni di processi e di torture, mediante il bruciamento a fuoco lento. Essi morirono citando il Papa e il re davanti al tribunale di Dio. È un fatto che nel 1314 morirono, a pochi mesi di distanza, sia Filippo IV sia il papa Clemente V.
Bibliografia Alain Demurger, Vita e morte dell’Ordine dei Templari, Garzanti, 2005. AA. VV, Storia della Chiesa. La riforma gregoriana e la riconquista cristiana (1057-1125), vol. VIII, San Paolo, 1995. Mario Arturo Iannaccone, Templari, il martirio della memoria, Sugarco, 2005. Régine Pernoud, I Templari, Effedieffe, 1993.
da IL TIMONE - Marzo 2006 (pag. 22-24)

martedì 27 novembre 2007

PAOLO VI

CREDO DEL POPOLO DI DIO

SOLENNE PROFESSIONE DI FEDE
Pronunciata dal Papa Paolo VI davanti alla Basilica di San Pietro il 30 giugno 1968 alla chiusura dell'Anno della fede e nel diciannovesimo secolo del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo.

...Noi siamo coscienti dell'inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all'influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell'adempimento dell'indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire - come purtroppo oggi spesso avviene - ingenerare turbamento e perplessità in molte anime fedeli...

PROFESSIONE DI FEDE

8. Νοi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, Creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (Cf CONC. VAT. I, Cost. dogm. Dei Filius: Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell'anima spirituale e immortale (Cf Encicl. Humani Generis, AAS 42 (1950), p. 575; CONC. LATERAN. V, Dz. Sch. 1440-1441).
9. Νοi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni: nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, com'egli stesso ha rivelato a Mosè (Cf Es 3,14); e egli è Amore, come ci insegna l'Apostolo Giovanni (Cf 1 Gv 4, 8): cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa realtà divina di colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che abitando in una luce inaccessibile (Cf 1 Tm 6, 16) è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita nοi siamo chiamati per grazia di lui a partecipare, quaggiù nell'oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l'eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le Tre Persone, le quali sono ciascuna l'unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che nοi possiamo concepire secondo l'umana misura (Cf CONC. VAT. I, Cost. dogm. Dei Filius: Dz.-Sch. 3016). Intanto rendiamo grazie alla bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con nοi, davanti agli uomini, l'Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.
10. Νοi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coeterne e coeguali (Symbolum Quicumque: Dz.-Sch. 75), sovrabbondano e si consumano, nella sovreccellenza e nella gloria proprie dell'Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre deve essere venerata l'Unità nella Trinità e la Trinità nell'Unità (Ibid.).
11. Noi crediamo in nostro signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri; e per mezzo di lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l'umanità (Ibid., n. 76), ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l'unità della persona (Ibid.).
12. Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri cοm'egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all'Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all'ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine.
13. Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei Profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua Risurrezione e la sua Ascensione al Padre; egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell'intimo dell'anima, rende l'uomo capace di rispondere all'invito di Gesù: Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste (Cf Mt 5, 48).
14. Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristο (Cf CONC. DI EFESO: Dz.-Sch. 251-252), e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente (Cf CONG. VAT. II, Cost. dogm.Lumen gentium, n. 53), preservata da ogni macchia del peccato originale (Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus, Acta, parte I, vol. I, 616) e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature (Cf Lumen gentium, n. 53).
15. Associata ai misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile (Cf Ibid., nn. 53, 58, 61), la Vergine Santissima, l'Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste (Cf Cost. ap. Munificentissimus Deus: AAS 42 (1950), p. 770) e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa (Cf Lumen gentium, nn. 53, 56, 61, 63; PAOLO VI, Discorso per la chiusura del terzo periodo del Concilio Vaticano II: AAS 56 (1964), p. 1016; Esort. Ap.Signum Magnum: AAS 59 (1967), p. 465 e 467), continua in cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti (Cf Lumen gentium, n. 62; PAOLO VI, Esort. Ap. Signum Magnum: AAS 59 (1967), p. 468).
16. Νοi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l'uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Νοi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione, e che esso è proprio a ciascuno (Cf CONC. DI TRENTO, Sess. V, Decr. De pecc. orig.: Dz.-Sch. 1513).
17. Νοi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che, secondo la parola dell'Apostolo, là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5, 20).
18. Noi crediamo in un solo battesimo, istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che nοn hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano dall'acqua e dallo Spirito santo alla vita divina in Gesù Cristo (Cf CONC. Dl TRENTO, ibid.: Dz.-Sch. 1514).
19. Νοi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l'opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria (Cf Lumen gentium, nn. 8 e 5). Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza (Cf Ibid., nn. 7, 11). E con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione (Cf CONC. VAT. II, Cost. Sacrosanctum Concilium nn. 5, 6; Lumen gentium, nn. 7, 12, 50). Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della Sua Santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo.
20. Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo Spirito, per mezzo di quell'Israele di cui custodisce con amore le sacre Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinarlo e universale (Cf CONC. VAT. I, Cost. Dei Filius: Dz.-Sch. 3011). Νοi crediamo nell'infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra (Cf Ibid., Cost. Pastor Aeternus: Dz.-Sch. 3074) come Pastore e Dottore di tutti i fedeli, e di cui è dotato altresì il Collegio dei Vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo (Cf Lumen gentium, n. 25).
21. Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica (Cf Ibid., nn. 8, 18-23; Decr. Unitatis Redintegratio, n. 2). Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza (Cf Lumen gentium, n. 23; Decr. Orientalium Ecclesiarum, nn. 2, 3, 5, 6).
22. Riconoscendo poi, al di fuori dell'organismo della Chiesa di Cristo, l'esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all'unità cattolica (Cf Lumen gentium, n. 8), e credendo all'azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l'amore per tale unità (Cf Ibid. n. 15), noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l'unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.
23. Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa (Cf Ibid. n. 14). Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l'influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch'essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza (Cf Ibid. n. 16).
24. Νοi crediamo che la Messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell'Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e di membri del suo Corpo Mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell'ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (Cf CONC. DI TRENTO, Sess. XIII, Decr. De Eucharistia: Dz.-Sch. 1651).
25. Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino (Cf Ibid.: Dz.-Sch. 1642, 1651; PAOLO VI, Encicl.Mysterium Fidei: AAS 57 (1965), p. 766), proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutri-mento e per associarci all'unità del suo Corpo Mistico (Cf Summa Theologiae, III, q. 73, a. 3).
26. L'unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell'Ostia Santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo incarnato, che essi non posso no vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi.
27. Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo (Cf Gv 18, 36), la cui figura passa (Cf 1 Cor 7, 31); e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all'amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora (Cf Εb 13, 14), essa li spinge anche a contribuire - ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi - al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L'intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l'ardore dell'attesa del suo Signore e del Regno eterno.
28. Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime dl tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell'aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.
29. Νοi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e (Cf 1 Gv 3, 2; BENEDETTO XII, Cost. Benedictus Deus: Dz.-Sch. 1000) dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine (Cf Cost. dogm. Lumen gentium, n. 49).
30. Noi crediamo alla comunione tra tutti i Fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù: Chiedete e riceverete (Cf Lc 10, 9-10; Gv 16, 24. ). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.
Sia benedetto Dio santo, santo, santo. Amen.

Pronunciata davanti alla Basilica di San Pietro, il 30 giugno dell'anno 1968, sesto del Nostro Pontificato.

PAOLO PP. VI
dal sito amarelachiesa.blogspot.com

lunedì 26 novembre 2007

Dal sito una-vox.it proponiamo questa interessante e ponderata riflessione di don Ivo Cisar. Da questa associazione tradizionalista cattolica vengono delle ottime indicazioni da non trascurare

La santa Comunione sulla lingua.
Ragioni teologiche

di don Ivo Cisar

I sacramenti sono "segni e strumenti" o "segni pieni". Lo è soprattutto l’eucaristia, Corpo e Sangue di Gesù Cristo, "pieno di grazia" (Gv 1,14), nel quale "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9), "perché piacque a Dio di fare abitare in Lui ogni pienezza" (Col 1,19). Fa parte della ratio signi anche il rito.
I sacramenti "non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali (rebus) la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono, perciò vengono chiamati sacramenti della fede - fidei sacramenta" (Conc. Vaticano II, const. Sacrosanctum concilium 59, EV I 107).
Ora, la Comunione, data e ricevuta sulla lingua, è rito significativo che esprime la fede (e deve nutrirla e irrobustirla) sia nella divinità di Gesù Cristo, realmente e sostanzialmente presente sotto le specie eucaristiche, da distinguere dal cibo comune (che si prende con le proprie mani), sia nel sacerdozio ministeriale, essenzialmente differente da quello comune dei fedeli (Conc. Vaticano II, const. Lumen gentium 10b, EV I 312), significativamente espressa nella consacrazione (unzione) delle mani del sacerdote. Il sacerdozio ministeriale e l’eucaristia sono strettamente e intimamente collegati (cfr. Conc. Vaticano II, Presb. ordinis 5a-b, EV I 1252 s.).
Il rito deve essere aderente al mysterium fidei, e non deve essere lasciato all’arbitrio individuale e alla moda collettiva. Deve esserne garante il sacerdote, ministro dell’eucaristia, responsabile tanto dell’eucaristia, quanto della fede dei battezzati; egli è l’educatore dei fedeli (Conc. Vaticano II, Presb. ordinis 6).
Come il sacerdote (sacra dans), "amico dello Sposo" (Gv 3,29), agendo in persona Christi capitis (Ecclesiae), "partecipando alla funzione dell’unico Mediatore Cristo" (Conc. Vaticano II, Lumen gentium, 28, EV I 354), offre l’eucaristia, a nome della Chiesa (cfr. Offertorio e Canone Romano), a Dio Padre, così egli, minister Christi et dispensator mysteriorum Dei (1Cor 4,1), la distribuisce, quale fidelis dispensator ac prudens, quem constituit Dominus supra familiam suam ut det illis in tempore opportuno (en kairo) tritici mensuram (cibum) (Lc 12,42; Mt 24,45), cioè la "manna celeste", "pane vivo" (Gv 6,31.51), quindi, per mantenere la ratio signi, sulla lingua (cibo!) che Cristo dà oggi come quando "spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla" (Mt 14,19; 15,36) solo agli apostoli li diede direttamente, dicendo, "prendete, mangiate": Mt 26,26).
"Nel distribuire la santa comunione, si conservi la consuetudine di deporre la particola del pane consacrato sulla lingua dei comunicandi, consuetudine che poggia su una tradizione plurisecolare", Congregazione per il Culto Divino, Eucharistiae sacramentum: De sacra communione et de cultu mysterii eucharistici extra missam, 21 giugno 1973: EV IV 2531.

dal sito unavox.it e amarelachiesa.blogspot.com

giovedì 22 novembre 2007

RIFLESSIONE DEL CARD. JOSÉ SARAIVA MARTINS
Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi

Il significato dei santi oggi
in un mondo che cambia

1. "Per fare di un uomo un santo occorre solo la Grazia. Chi dubita di questo non sa cosa sia un santo né cosa sia un uomo", ha osservato con la sua caratteristica lapidarietà Pascal nei Pensieri.
Prendo questa osservazione per accennare alle due prospettive di queste riflessioni: nel santo si congiungono la celebrazione di Dio (della sua Grazia appunto) e la celebrazione dell'uomo, nelle sue potenzialità e nei suoi limiti, nelle sue aspirazioni e nelle sue realizzazioni.
Sono note le tante obiezioni che oggi si muovono al concetto di "santità" e di "santo". Non poche critiche sono rivolte anche alla tradizionale e ininterrotta pratica della Chiesa di riconoscere e proclamare "santi" alcuni suoi figli più esemplari. Nel grande risalto, anche numerico, dato da Giovanni Paolo II alle beatificazioni e canonizzazioni durante il suo pontificato, qualcuno ha insinuato esservi una strategia espansionistica della Chiesa cattolica. Per altri, la proposta di nuovi beati e santi, così diversificati per categorie, nazionalità e culture, sarebbe solo un'operazione di marketing della santità con scopi di leadership del Papato nella società civile attuale. C'è, infine, chi vede nelle canonizzazioni e nel culto dei santi un residuo anacronistico di trionfalismo religioso, estraneo o persino contrario allo spirito e al dettato del Concilio Vaticano II che tanto ha evidenziato la vocazione alla santità di tutti i cristiani.
Evidentemente, una lettura esclusivamente sociologica del nostro tema rischia di essere non solo riduttiva ma anche fuorviante dalla comprensione di questo fenomeno tanto caratteristico della Chiesa cattolica.
2. Nella Lettera Apostolica Novo Millennio ineunte, la lettera che il Papa ha consegnato alla Chiesa a conclusione del Giubileo dell'anno 2000, si parla con accenti profondi del tema della santità. Nella "grande schiera di santi e di martiri" che include "Pontefici ben noti alla storia o umili figure di laici e religiosi, da un continente all'altro del globo - ha osservato Giovanni Paolo II al n. 7 della Lettera - la santità è apparsa più che mai la dimensione che meglio esprime il mistero della Chiesa. Messaggio eloquente che non ha bisogno di parole, essa rappresenta al vivo il volto di Cristo".
Per capire la Chiesa occorre conoscere i santi che ne sono il segno e il frutto più maturo ed eloquente. Per contemplare il volto di Cristo nelle mutevoli e diversificate situazioni del mondo moderno occorre guardare ai santi che "rappresentano al vivo il volto di Cristo", come ci ricorda il Papa. La Chiesa deve proclamare dei santi e lo deve fare in nome di quell'annuncio della santità che la riempie e la fa essere appunto, strumento di santità nel mondo.
"Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia trasformati nell'immagine di Cristo (Cfr 2 Cor 3, 18), Dio manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto. In loro è egli stesso che ci parla e ci mostra il segno del suo regno, verso il quale, avendo davanti a noi un tal nugolo di testimoni (Cfr Ebr 12, 1) e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati" (LG, 50). In questo passaggio della Lumen Gentium troviamo la ragione profonda del culto di beati e santi.
3. La Chiesa compie la missione affidatale dal Divin Maestro di essere strumento di santità attraverso le vie dell'evangelizzazione, dei sacramenti e della pratica della carità. Tale missione riceve un notevole contributo di contenuti e di stimoli spirituali anche dalla proclamazione dei beati e santi, perché essi mostrano che la santità è accessibile alle moltitudini, che la santità è imitabile. Con la loro concretezza personale e storica fanno sperimentare che il Vangelo e la vita nuova in Cristo non sono un'utopia o un mero sistema di valori, ma sono "lievito" e "sale" capaci di far vivere la fede cristiana all'interno e dall'interno delle diverse culture, aree geografiche ed epoche storiche.
"L'avvenire degli uomini - ha osservato il compianto Card. Giuseppe Siri - non è mai chiaro, perché tutti i loro peccati corrodono tutti i sentieri della storia e inducono una dialettica intricata di cause e di effetti, di errori e di nemesi, di esplosioni e di interruzioni. La certezza che i santi continueranno ad accompagnare gli uomini è una delle poche garanzie dell'avvenire" (Il primato della verità, 154).
4. Il fenomeno dei santi e della santità cristiana, crea uno stupore che non è mai venuto meno nella vita della Chiesa e che non può non sorprendere anche un osservatore laico attento, soprattutto oggi, in un mondo che cambia continuamente e rapidamente, in un mondo frammentato culturalmente sia a livello di valori che di costumi. Dallo stupore nasce la domanda: cosa fa sì che la fede si incarni in tutte le latitudini, nei diversi contesti storici, tra le più variate categorie e stati di vita? Come è possibile che senza dinamismi di potere, impositivi o persuasivi che siano, e senza dinamismi di uniformità, ci siano tanti santi così diversi e così consonanti con Cristo e con la Chiesa? Cosa spinge alla libera assunzione del nucleo germinativo cristiano che poi sviluppa tanta diversità e bellezza nell'unità della santità? Quanto è diversa la globalizzazione, di cui oggi tanto si parla, dalla cattolicità o universalità della fede cristiana e della Chiesa che quella fede vive, custodisce e diffonde!
Quell'internazionalismo del cattolicesimo, che non è ricercato per mire di potere ma di servizio e di salvezza, viene confermato dai santi e dalle sante che appartengono ai più diversi quadri di riferimento storico, ma hanno vissuto la stessa fede. Tale internazionalismo conferma che la santità non ha confini e che essa non è morta nella Chiesa e, anzi, continua ad essere di viva attualità. Il mondo cambia, ma i santi, pur cambiando essi stessi con il mondo che cambia, ripresentano sempre il medesimo volto vivo di Cristo. Non vi è in questo un indizio inconfondibile della vitalità unica, meta-culturale e meta-storica - "soprannaturale" è per noi cattolici la parola giusta - dell'annuncio e della Grazia cristiana?
5. In questo contesto di pensieri è interessante fare un'osservazione su come la Chiesa cattolica riconosce e proclama i beati e santi. Mi riferisco in particolare al lavoro della Congregazione delle Cause dei Santi, chiamata a studiare e riconoscere la santità e i santi attraverso un procedura minuziosa e saggia, consolidata, rinnovata e rinnovabile nel tempo.
I santi e la santità sono riconosciuti con un movimento dal basso verso l'alto. Ancor oggi, è il popolo cristiano stesso che, riconoscendo per intuito della fede la "fama di santità", segnala i candidati alla canonizzazione al proprio Vescovo - titolare della prima fase del processo di canonizzazione - e successivamente al Dicastero della Santa Sede competente. Né la Congregazione delle Cause dei Santi e né il Papa "inventano" o "fabbricano" i santi. Ci pensa già, come sanno bene tutti i credenti, lo Spirito Santo. Che poi questo stesso Spirito - come dice il Vangelo - "spiri dove vuole" è una constatazione a cui siamo abituati da secoli, e tanto più oggi, essendo la Chiesa diffusa in ogni parte del mondo e in ogni strato sociale.
Ciò detto, va riconosciuto che Papa Giovanni Paolo II ha fatto della proclamazione di nuovi beati e santi una autentica e costante forma di evangelizzazione e di magistero. Ha voluto accompagnare la predicazione delle verità e dei valori evangelici con la presentazione di santi che hanno vissuto quelle verità e quei valori in modo esemplare. Nel corso del suo pontificato, e dunque dal 1978 ad oggi, Giovanni Paolo II ha beatificato 1.299 persone di cui 1.029 sono martiri, mentre ne ha canonizzate 464 di cui 401 hanno incontrato il martirio. I laici elevati agli onori degli altari sono anche molti di più di quanto si pensi, di solito: si tratta infatti di 268 beati e 246 santi, in tutto sono ben 514 laici.
Sono tanti per alcuni; sono pochi per altri.
Per quanto riguarda il numero dei Santi, Giovanni Paolo II non ignora il parere di chi ritiene che essi siano troppi. Anzi, ne parla esplicitamente. Ecco la risposta del Papa in proposito: "Si dice talora che oggi ci sono troppe beatificazioni. Ma questo, oltre a rispecchiare la realtà, che per grazia di Dio è quella che è, corrisponde anche al desiderio espresso dal Concilio. Il Vangelo si è talmente diffuso nel mondo e il suo messaggio ha messo così profonde radici, che proprio il grande numero di beatificazioni rispecchia vividamente l'azione dello Spirito Santo e la vitalità che da Lui scaturisce nel campo più essenziale per la Chiesa, quello della santità. È stato infatti il Concilio a mettere in particolare rilievo la chiamata universale alla santità" (13-VI- 1994, in apertura del Concistoro straordinario in preparazione al Giubileo del 2000).
Nella Tertio Millennio adveniente Giovanni Paolo II scrive: "In questi anni si sono moltiplicate le canonizzazioni e le beatificazioni. Esse manifestano la vivacità delle Chiese locali, molto più numerose oggi che nei primi secoli e nel primo millennio. Il più grande omaggio, che tutte le Chiese renderanno a Cristo alla soglia del terzo millennio, sarà la dimostrazione dell'onnipotente presenza del Redentore mediante i frutti di fede, di speranza e di carità in uomini e donne di tante lingue e razze, che hanno seguito Cristo nelle varie forme della vocazione cristiana" (TMA, 37).
Nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, il Papa osserva inoltre: "Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di beatificare e canonizzare, in questi anni, tanti cristiani, e tra loro molti laici che si sono santificati nelle condizioni più ordinarie della vita" (NMI 31).
Certamente, tante beatificazioni e canonizzazioni sono anche un segno della capacità di inculturazione della vita della fede cristiana e della Chiesa.
6. Vorrei infine soffermarmi sul contributo culturale dato dai santi, dal loro culto e dal fervoroso e serio lavoro di studio che precede e segue la loro canonizzazione.
Il Concilio Vaticano II chiese che un'"accurata investigazione storica, teologica e pastorale" circondasse la proposta del culto dei santi (Sacrosanctum Concilium n.23). Tale indicazione trovava già preparata, e oggi pienamente sperimentata, la Congregazione delle Cause dei Santi.
La cura della verità storica fu sempre presente nel lavoro della Congregazione delle Cause dei Santi. Già in un "Decreto" di Pio X del 26.8.1913, poi recepito nel "Codice di Diritto Canonico" del 1917, chiedeva la raccolta e lo studio di tutti i documenti storici relativi alle cause. Ma la fondamentale novità fu apportata dal Motu Proprio "Già da qualche tempo" del 6.2.1930, con il quale Pio XI istituiva presso la Congregazione dei Riti la "Sezione storica", con il compito di portare il suo efficace contributo per la trattazione delle cause "storiche", cioè di quelle senza testimoni contemporanei ai fatti in causa. Il servizio reso dalla "Sezione storica", poi denominata dal 1969 "Ufficio storico-agiografico", fu esteso a tutte le cause, anche a quelle "recenti", accrescendo la sensibilità storico-critica a tutti i livelli e in tutte le fasi del processo. Finalmente, la Costituzione Apostolica "Divinus perfectionis Magister", del 25.1.1983, seguita dalle "Normae servandae" del 7.2.1983, sancì definitivamente il determinante apporto del metodo e della qualità storica nella trattazione delle cause dei santi.
La verità storica, tanto diligentemente ricercata per motivi teologici e pastorali, porta molti benefìci anche alla presentazione culturale dei santi. I nuovi beati e santi sono "usciti di sacrestia" per essere studiati e presentati anche come personaggi storicamente significativi, ben dentro alla vita della loro Chiesa, della loro società, del loro tempo. Così non interessano più solo alla Chiesa e ai credenti, ma a tutti coloro che si occupano di storia, di cultura, di vita civile, di politica, di pedagogia ecc. In tale maniera, la missione di questi straordinari uomini di Dio continua in modo diverso, ma comunque efficace per il bene di tutta la società. Significativo al riguardo è il fatto che l'Archivio della Congregazione delle Cause dei Santi non è più soltanto frequentato da "addetti al lavoro ecclesiastici", ma anche da studiosi laici che vi attingono per tesi di laurea, per studi storici, di pedagogia, di sociologia, ecc. perché vi trovano materiale copioso e storicamente attendibile.
7. La santità tocca, dunque, con una sua valenza particolare anche la cultura. I santi hanno permesso che si creassero dei nuovi modelli culturali, nuove risposte ai problemi e alle grandi sfide dei popoli, nuovi sviluppi di umanità nel cammino della storia. Quella dei santi "è un'eredità da non disperdere - ha più volte insistito il Santo Padre -, ma da consegnare a un perenne dovere di gratitudine e a un rinnovato proposito di imitazione" (Novo Millennio Ineunte n. 7).
I santi sono come dei fari; hanno indicato agli uomini le possibilità di cui l'essere umano dispone. Per questo sono interessanti anche culturalmente, indipendentemente dall'approccio culturale, religioso e di studio con cui li si avvicini. Un grande filosofo francese del XX secolo, Henry Bergson, ha osservato che "i più grandi personaggi della storia non sono i conquistatori ma i santi".
Mentre Jean Delumeau, uno storico del cattolicesimo del Cinquecento ha invitato a verificare come i grandi risvegli nella storia della cristianità siano stati caratterizzati da un ritorno alle fonti, cioè alla santità del Vangelo, provocata dai santi e dai movimenti di santità nella Chiesa.
In tempi più recenti, il Card. Joseph Ratzinger ha giustamente affermato che "Non sono le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e nostro cammino. Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essa noi ci atteniamo! Essi traducono il divino nell'umano, l'eterno nel tempo".
8. In un mondo che cambia, i santi non solo non restano spiazzati storicamente o culturalmente, ma - mi pare di dover concludere - stanno diventando un soggetto ancor più interessante e attendibile. In un'epoca di caduta delle utopie collettive, in un'epoca di diffidenza e di inappetenza di quanto è teorico e ideologico sta sorgendo una nuova attenzione verso i santi, figure singolari nelle quali si incontra non una teoria e neanche semplicemente una morale, ma un disegno di vita da narrare, da scoprire con lo studio, da amare con la devozione, da attuare con la imitazione.
Di questo risveglio di attenzione verso i santi non c'è che da rallegrarsi perché i santi sono di tutti, sono un patrimonio dell'umanità che si sporge oltre se stessa in uno sviluppo che mentre onora l'uomo rende anche gloria a Dio, perché "gloria di Dio è l'uomo vivente" (s. Ireneo di Lione).
Tutto quanto fin qui considerato, mi piace leggerlo alla luce di un messaggio, davvero avvincente, del Santo Padre Giovanni Paolo II, che mi pare possa dare, a chi riflette su questo tema, almeno un'idea della visione del Sommo Pontefice circa la santità, inscindibilmente legata alla dignità battesimale di ogni cristiano, e quindi spiegare meglio anche il ruolo delle beatificazioni e canonizzazioni nel cammino pastorale della Chiesa, in questi XXV anni di pontificato di Karol Wojtyla. Il messaggio è quello inviato per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni del 2002: "Compito primario della Chiesa è accompagnare i cristiani sulle vie della santità. (...) La Chiesa è "la casa della santità", e la carità di Cristo, effusa dallo Spirito Santo, ne costituisce l'anima" (AAS, vol. XCIV, 3 maggio 2002, n. 5).
Nella Chiesa dunque tutto, ed ogni vocazione in particolare è a servizio della santità! Ed è indubbiamente in questo senso che quando guardiamo alla Chiesa, non dobbiamo mai dimenticare di vedere in essa il volto della "madre dei santi", che genera santità con feconda e magnanima sovrabbondanza.

tratto da: amarelachiesa.blogspot.com

mercoledì 21 novembre 2007

Dichiarazione del Concilio vaticano II°
sulla libertà religiosa

DIGNITATIS HUMANAE SULLA
LIBERTA' RELIGIOSA
IL DIRITTO DELLA PERSONA UMANA E DELLE COMUNITÀ ALLA LIBERTÀ SOCIALE E CIVILE IN MATERIA DI RELIGIONE

PROEMIO


1. Nell'età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà, mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive. Parimenti, gli stessi esseri umani postulano una giuridica delimitazione del potere delle autorità pubbliche, affinché non siano troppo circoscritti i confini alla onesta libertà, tanto delle singole persone, quanto delle associazioni. Questa esigenza di libertà nella convivenza umana riguarda soprattutto i valori dello spirito, e in primo luogo il libero esercizio della religione nella società. Considerando diligentemente tali aspirazioni, e proponendosi di dichiarare quanto e come siano conformi alla verità e alla giustizia, questo Concilio Vaticano rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi in costante armonia con quelli già posseduti. Anzitutto, il sacro Concilio professa che Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo trovare salvezza e pervenire alla beatitudine. Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini, dicendo agli apostoli:”Andate dunque, istruite tutte le genti battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quello che io vi ho comandato” (Mt 28,19-20). E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli. Il sacro Concilio professa pure che questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore. E poiché la libertà religiosa, che gli esseri umani esigono nell'adempiere il dovere di onorare Iddio, riguarda l'immunità dalla coercizione nella società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo. Inoltre il sacro Concilio, trattando di questa libertà religiosa, si propone di sviluppare la dottrina dei sommi Pontefici più recenti intorno ai diritti inviolabili della persona umana e all'ordinamento giuridico della società.

I. ASPETTI GENERALI DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA
Oggetto e fondamento della libertà religiosa2. Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell'ordinamento giuridico della società.A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo, però, gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell'immunità dalla coercizione esterna. Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l'obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito. Libertà religiosa e rapporto dell'uomo con Dio3. Quanto sopra esposto appare con maggiore chiarezza qualora si consideri che norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio con sapienza e amore ordina, dirige e governa l'universo e le vie della comunità umana. E Dio rende partecipe l'essere umano della sua legge, cosicché l'uomo, sotto la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l'immutabile verità. Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza. La verità, però, va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l'aiuto dell'insegnamento o dell'educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta; inoltre, una volta conosciuta la verità, occorre aderirvi fermamente con assenso personale. L'uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso. Infatti l'esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l'essere umano si dirige immediatamente verso Dio: e tali atti da un'autorità meramente umana non possono essere né comandati, né proibiti. Però la stessa natura sociale dell'essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa e professi la propria religione in modo comunitario. Si fa quindi ingiuria alla persona umana e allo stesso ordine stabilito da Dio per gli esseri umani, quando si nega ad essi il libero esercizio della religione nella società, una volta rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia. Inoltre gli atti religiosi, con i quali in forma privata e pubblica gli esseri umani con decisione interiore si dirigono a Dio, trascendono per loro natura l'ordine terrestre e temporale delle cose. Quindi la potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini, però evade dal campo della sua competenza se presume di dirigere o di impedire gli atti religiosi.La libertà dei gruppi religiosi4. La libertà religiosa che compete alle singole persone, compete ovviamente ad esse anche quando agiscono in forma comunitaria. I gruppi religiosi, infatti, sono postulati dalla natura sociale tanto degli esseri umani, quanto della stessa religione. A tali gruppi, pertanto, posto che le giuste esigenze dell'ordine pubblico non siano violate, deve essere riconosciuto il diritto di essere immuni da ogni misura coercitiva nel reggersi secondo norme proprie, nel prestare alla suprema divinità il culto pubblico, nell'aiutare i propri membri ad esercitare la vita religiosa, nel sostenerli con il proprio insegnamento e nel promuovere quelle istituzioni nelle quali i loro membri cooperino gli uni con gli altri ad informare la vita secondo i principi della propria religione. Parimenti ai gruppi religiosi compete il diritto di non essere impediti con leggi o con atti amministrativi del potere civile di scegliere, educare, nominare e trasferire i propri ministri, di comunicare con le autorità e con le comunità religiose che vivono in altre regioni della terra, di costruire edifici religiosi, di acquistare e di godere di beni adeguati. I gruppi religiosi hanno anche il diritto di non essere impediti di insegnare e di testimoniare pubblicamente la propria fede, a voce e per scritto. Però, nel diffondere la fede religiosa e nell'introdurre pratiche religiose, si deve evitare ogni modo di procedere in cui ci siano spinte coercitive o sollecitazioni disoneste o stimoli meno retti, specialmente nei confronti di persone prive di cultura o senza risorse: un tale modo di agire va considerato come abuso del proprio diritto e come lesione del diritto altrui. Inoltre la libertà religiosa comporta pure che i gruppi religiosi non siano impediti di manifestare liberamente la virtù singolare della propria dottrina nell'ordinare la società e nel vivificare ogni umana attività. Infine, nel carattere sociale della natura umana e della stessa religione si fonda il diritto in virtù del quale gli esseri umani, mossi dalla propria convinzione religiosa, possano liberamente riunirsi e dar vita ad associazioni educative, culturali, caritative e sociali.La libertà religiosa della famiglia5. Ad ogni famiglia - società che gode di un diritto proprio e primordiale - compete il diritto di ordinare liberamente la propria vita religiosa domestica sotto la direzione dei genitori. A questi spetta il diritto di determinare l'educazione religiosa da impartire ai propri figli secondo la propria persuasione religiosa. Quindi deve essere dalla potestà civile riconosciuto ai genitori il diritto di scegliere, con vera libertà, le scuole e gli altri mezzi di educazione, e per una tale libertà di scelta non debbono essere gravati, né direttamente né indirettamente, da oneri ingiusti. Inoltre i diritti dei genitori sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori, o se viene imposta un'unica forma di educazione dalla quale sia esclusa ogni formazione religiosa. Cura della libertà religiosa6. Poiché il bene comune della società - che si concreta nell'insieme delle condizioni sociali, grazie alle quali gli uomini possono perseguire il loro perfezionamento più riccamente o con maggiore facilità - consiste soprattutto nella salvaguardia dei diritti della persona umana e nell'adempimento dei rispettivi doveri, adoperarsi positivamente per il diritto alla libertà religiosa spetta tanto ai cittadini quanto ai gruppi sociali, ai poteri civili, alla Chiesa e agli altri gruppi religiosi: a ciascuno nel modo ad esso proprio, tenuto conto del loro specifico dovere verso il bene comune. Tutelare e promuovere gli inviolabili diritti dell'uomo è dovere essenziale di ogni potere civile. Questo deve quindi assicurare a tutti i cittadini, con leggi giuste e con mezzi idonei, l'efficace tutela della libertà religiosa, e creare condizioni propizie allo sviluppo della vita religiosa, cosicché i cittadini siano realmente in grado di esercitare i loro diritti attinenti la religione e adempiere i rispettivi doveri, e la società goda dei beni di giustizia e di pace che provengono dalla fedeltà degli uomini verso Dio e verso la sua santa volontà. Se, considerate le circostanze peculiari dei popoli nell'ordinamento giuridico di una società viene attribuita ad un determinato gruppo religioso una speciale posizione civile, è necessario che nello stesso tempo a tutti i cittadini e a tutti i gruppi religiosi venga riconosciuto e sia rispettato il diritto alla libertà in materia religiosa. Infine il potere civile deve provvedere che l'eguaglianza giuridica dei cittadini, che appartiene essa pure al bene comune della società, per motivi religiosi non sia mai lesa, apertamente o in forma occulta, e che non si facciano fra essi discriminazioni. Da ciò segue che non è permesso al pubblico potere imporre ai cittadini con la violenza o con il timore o con altri mezzi la professione di una religione qualsivoglia oppure la sua negazione, o di impedire che aderiscano ad un gruppo religioso o che se ne allontanino. Tanto più poi si agisce contro la volontà di Dio e i sacri diritti della persona e il diritto delle genti quando si usa, in qualunque modo, la violenza per distruggere o per comprimere la stessa religione o in tutto il genere umano oppure in qualche regione o in un determinato gruppo. I limiti della libertà religiosa7. Il diritto alla libertà in materia religiosa viene esercitato nella società umana; di conseguenza il suo esercizio è regolato da alcune norme. Nell'esercizio di ogni libertà si deve osservare il principio morale della responsabilità personale e sociale: nell'esercitare i propri diritti i singoli esseri umani e i gruppi sociali, in virtù della legge morale, sono tenuti ad avere riguardo tanto ai diritti altrui, quanto ai propri doveri verso gli altri e verso il bene comune. Con tutti si è tenuti ad agire secondo giustizia ed umanità. Inoltre, poiché la società civile ha il diritto di proteggersi contro i disordini che si possono verificare sotto pretesto della libertà religiosa, spetta soprattutto al potere civile prestare una tale protezione; ciò però va compiuto non in modo arbitrario o favorendo iniquamente una delle parti, ma secondo norme giuridiche, conformi all'ordine morale obiettivo: norme giuridiche postulate dall'efficace difesa dei diritti e dalla loro pacifica armonizzazione a vantaggio di tutti i cittadini, da una sufficiente tutela di quella autentica pace pubblica che consiste in una vita vissuta in comune sulla base di una onesta giustizia, nonché dalla debita custodia della pubblica moralità. Questi sono elementi che costituiscono la parte fondamentale del bene comune e sono compresi sotto il nome di ordine pubblico. Per il resto nella società va rispettata la norma secondo la quale agli esseri umani va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e la loro libertà non deve essere limitata, se non quando e in quanto è necessario. Educazione all'esercizio della libertà8. Nella nostra età gli esseri umani, a motivo di molteplici fattori, vivono in un'atmosfera di pressioni e corrono il pericolo di essere privati della facoltà di agire liberamente e responsabilmente. D'altra parte non sembrano pochi quelli che, sotto il pretesto della libertà, respingono ogni dipendenza e apprezzano poco la dovuta obbedienza. Ragione per cui questo Concilio Vaticano esorta tutti, ma soprattutto coloro che sono impegnati in compiti educativi, ad adoperarsi per formare esseri umani i quali, nel pieno riconoscimento dell'ordine morale, sappiano obbedire alla legittima autorità e siano amanti della genuina libertà, esseri umani cioè che siano capaci di emettere giudizi personali nella luce della verità, di svolgere le proprie attività con senso di responsabilità, e che si impegnano a perseguire tutto ciò che è vero e buono, generosamente disposti a collaborare a tale scopo con gli altri. La libertà religiosa, quindi, deve pure essere ordinata e contribuire a che gli esseri umani adempiano con maggiore responsabilità i loro doveri nella vita sociale.

II. LA LIBERTÀ RELIGIOSA ALLA LUCE DELLA RIVELAZIONE
La dottrina della libertà religiosa affonda le radici nella Rivelazione9. Quanto questo Concilio Vaticano dichiara sul diritto degli esseri umani alla libertà religiosa ha il suo fondamento nella dignità della persona, le cui esigenze la ragione umana venne conoscendo sempre più chiaramente attraverso l'esperienza dei secoli. Anzi, una tale dottrina sulla libertà affonda le sue radici nella Rivelazione divina, per cui tanto più va rispettata con sacro impegno dai cristiani. Quantunque, infatti, la Rivelazione non affermi esplicitamente il diritto all'immunità dalla coercizione esterna in materia religiosa, fa tuttavia conoscere la dignità della persona umana in tutta la sua ampiezza, mostra il rispetto di Cristo verso la libertà umana degli esseri umani nell'adempimento del dovere di credere alla parola di Dio, e ci insegna lo spirito che i discepoli di una tale Maestro devono assimilare e manifestare in ogni loro azione. Tutto ciò illustra i principi generali sopra cui si fonda la dottrina della presente dichiarazione sulla libertà religiosa. E anzitutto, la libertà religiosa nella società è in piena rispondenza con la libertà propria dell'atto di fede cristiana.Libertà dell'atto di fede10. Un elemento fondamentale della dottrina cattolica, contenuto nella parola di Dio e costantemente predicato dai Padri, è che gli esseri umani sono tenuti a rispondere a Dio credendo volontariamente; nessuno, quindi, può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti, l'atto di fede è per sua stessa natura un atto volontario, giacché gli essere umani, redenti da Cristo Salvatore e chiamati in Cristo Gesù ad essere figli adottivi, non possono aderire a Dio che ad essi si rivela, se il Padre non li trae e se non prestano a Dio un ossequio di fede ragionevole e libero. È quindi pienamente rispondente alla natura della fede che in materia religiosa si escluda ogni forma di coercizione da parte degli esseri umani. E perciò un regime di libertà religiosa contribuisce non poco a creare quell'ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana, e possono abbracciarla liberamente e professarla con vigore in tutte le manifestazioni della vita. Modo di agire di Cristo e degli apostoli11. Dio chiama gli esseri umani al suo servizio in spirito e verità; per cui essi sono vincolati in coscienza a rispondere alla loro vocazione, ma non coartati. Egli, infatti, ha riguardo della dignità della persona umana da lui creata, che deve godere di libertà e agire con responsabilità. Ciò è apparso in grado sommo in Cristo Gesù, nel quale Dio ha manifestato se stesso e le sue vie in modo perfetto. Infatti Cristo, che è Maestro e Signore nostro, mite ed umile di cuore ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. Certo, ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare su di essi alcuna coercizione Ha pure rimproverato l'incredulità degli uditori, lasciando però la punizione a Dio nel giorno del giudizio. Mandando gli apostoli nel mondo, disse loro:” Chi avrà creduto e sarà battezzato, sarà salvo. Chi invece non avrà creduto sarà condannato”(Mc 16,16). ma conoscendo che la zizzania è stata seminata con il grano, comandò di lasciarli crescere tutti e due fino alla mietitura che avverrà alla fine del tempo. Non volendo essere un messia politico e dominatore con la forza preferì essere chiamato Figlio dell'uomo che viene”per servire e dare la sua vita in redenzione di molti” (Mc 10,45). Si presentò come il perfetto servo di Dio che” non rompe la canna incrinata e non smorza il lucignolo che fuma” (Mt 12,20). Riconobbe la potestà civile e i suoi diritti, comandando di versare il tributo a Cesare, ammonì però chiaramente di rispettare i superiori diritti di Dio:” Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). Finalmente ha ultimato la sua rivelazione compiendo nella croce l'opera della redenzione, con cui ha acquistato agli esseri umani la salvezza e la vera libertà. Infatti rese testimonianza alla verità, però non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano. Il suo regno non si erige con la spada ma si costituisce ascoltando la verità e rendendo ad essa testimonianza, e cresce in virtù dell'amore con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli esseri umani. Gli apostoli, istruiti dalla parola e dall'esempio di Cristo, hanno seguito la stessa via. Fin dal primo costituirsi della Chiesa i discepoli di Cristo si sono adoperati per convertire gli esseri umani a confessare Cristo Signore, non però con un'azione coercitiva né con artifizi indegni del Vangelo, ma anzitutto con la forza della parola di Dio, Con coraggio annunziavano a tutti il proposito di Dio salvatore,” il quale vuole che tutti gli uomini si salvino ed arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4); nello stesso tempo, però, avevano riguardo per i deboli, sebbene fossero nell'errore, mostrando in tal modo come” ognuno di noi renderà conto di sé a Dio” (Rm 14,12) e sia tenuto ad obbedire soltanto alla propria coscienza. Come Cristo, gli apostoli hanno sempre cercato di rendere testimonianza alla verità di Dio, arditamente osando dinanzi al popolo e ai principi di” annunziare con fiducia la parola di Dio” (At 4,31). Con ferma fede ritenevano che lo stesso Vangelo fosse realmente la forza di Dio per la salvezza di ogni credente. Sprezzando quindi tutte”le armi carnali” seguendo l'esempio di mansuetudine e di modestia di Cristo, hanno predicato la parola di Dio pienamente fiduciosi nella divina virtù di tale parola del distruggere le forze avverse a Dio e nell'avviare gli esseri umani alla fede e all'ossequio di Cristo, Come il Maestro, così anche gli apostoli hanno riconosciuto la legittima autorità civile:” Non vi è infatti potestà se non da Dio”, insegna l'Apostolo, il quale perciò comanda:”Ognuno sia soggetto alle autorità in carica... Chi si oppone alla potestà, resiste all'ordine stabilito da Dio” (Rm 13,1-5). Nello stesso tempo, però, non hanno avuto timore di resistere al pubblico potere che si opponeva alla santa volontà di Dio:” È necessario obbedire a Dio prima che agli uomini” (At 5,29). La stessa via hanno seguito innumerevoli martiri e fedeli attraverso i secoli e in tutta la terra.La Chiesa segue le tracce di Cristo e degli apostoli12. La Chiesa pertanto, fedele alla verità evangelica, segue la via di Cristo e degli apostoli quando riconosce come rispondente alla dignità dell'uomo e alla rivelazione di Dio il principio della libertà religiosa e la favorisce. Essa ha custodito e tramandato nel decorso dei secoli la dottrina ricevuta da Cristo e dagli apostoli. E quantunque nella vita del popolo di Dio, pellegrinante attraverso le vicissitudini della storia umana, di quando in quando si siano avuti modi di agire meno conformi allo spirito evangelico, anzi ad esso contrari, tuttavia la dottrina della Chiesa, secondo la quale nessuno può essere costretto con la forza ad abbracciare la fede, non è mai venuta meno. Il fermento evangelico ha pure lungamente operato nell'animo degli esseri umani e molto ha contribuito perché gli uomini lungo i tempi riconoscessero più largamente e meglio la dignità della propria persona e maturasse la convinzione che la persona nella società deve essere immune da ogni umana coercizione in materia religiosa. La libertà della Chiesa13. Fra le cose che appartengono al bene della Chiesa, anzi al bene della stessa città terrena, e che vanno ovunque e sempre conservate e difese da ogni ingiuria, è certamente di altissimo valore la seguente: che la Chiesa nell'agire goda di tanta libertà quanta le è necessaria per provvedere alla salvezza degli esseri umani. È questa, infatti, la libertà sacra, di cui l'unigenito Figlio di Dio ha arricchito la Chiesa acquistata con il suo sangue. Ed è propria della Chiesa, tanto che quanti l'impugnano agiscono contro la volontà di Dio. La libertà della Chiesa è principio fondamentale nelle relazioni fra la Chiesa e i poteri pubblici e tutto l'ordinamento giuridico della società Civile. Nella società umana e dinanzi a qualsivoglia pubblico potere, la Chiesa rivendica a sé la libertà come autorità spirituale, fondata da Cristo Signore, alla quale per mandato divino incombe l'obbligo di andare nel mondo universo a predicare il Vangelo ad ogni creatura. Parimenti, la Chiesa rivendica a sé la libertà in quanto è una comunità di esseri umani che hanno il diritto di vivere nella società civile secondo i precetti della fede cristiana. Ora, se vige un regime di libertà religiosa non solo proclamato a parole né solo sancito nelle leggi, ma con sincerità tradotto realmente nella vita, in tal caso la Chiesa, di diritto e di fatto, usufruisce di una condizione stabile per l'indipendenza necessaria all'adempimento della sua divina missione: indipendenza nella società, che le autorità ecclesiastiche hanno sempre più vigorosamente rivendicato. Nello stesso tempo i cristiani, come gli altri uomini godono del diritto civile di non essere impediti di vivere secondo la propria coscienza. Vi è quindi concordia fra la libertà della Chiesa e la libertà religiosa che deve essere riconosciuta come un diritto a tutti gli esseri umani e a tutte le comunità e che deve essere sancita nell'ordinamento giuridico delle società civili.La missione della Chiesa14. La Chiesa cattolica per obbedire al divino mandato:” Istruite tutte le genti (Mt 28,19), è tenuta ad operare instancabilmente” affinché la parola di Dio corra e sia glorificata” (2 Ts 3,1). La Chiesa esorta quindi ardentemente i suoi figli affinché” anzitutto si facciano suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti per tutti gli uomini... Ciò infatti è bene e gradito al cospetto del Salvatore e Dio nostro, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino ed arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 1-4). I cristiani, però, nella formazione della loro coscienza, devono considerare diligentemente la dottrina sacra e certa della Chiesa. Infatti per volontà di Cristo la Chiesa cattolica è maestra di verità e sua missione è di annunziare e di insegnare autenticamente la verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare autoritativamente i principi dell'ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana. Inoltre i cristiani, comportandosi sapientemente con coloro che non hanno la fede, s'adoperino a diffondere la luce della vita con ogni fiducia e con fortezza apostolica, fino all'effusione del sangue,” nello Spirito Santo, con la carità non simulata, con la parola di verità” (2 Cor 6,6-7). Infatti il discepolo ha verso Cristo Maestro il dovere grave di conoscere sempre meglio la verità da lui ricevuta, di annunciarla fedelmente e di difenderla con fierezza, non utilizzando mai mezzi contrari allo spirito evangelico. Nello stesso tempo, però, la carità di Cristo lo spinge a trattare con amore, con prudenza e con pazienza gli esseri umani che sono nell'errore o nell'ignoranza circa la fede. Si deve quindi aver riguardo sia ai doveri verso Cristo, il Verbo vivificante che deve essere annunciato, sia ai diritti della persona umana, sia alla misura secondo la quale Dio attraverso il Cristo distribuisce la sua grazia agli esseri umani che vengono invitati ad accettare e a professare la fede liberamente.
CONCLUSIONE
15. È manifesto che oggi gli esseri umani aspirano di poter professare liberamente la religione sia in forma privata che pubblica; anzi la libertà religiosa nella maggior parte delle costituzioni è già dichiarata diritto civile ed è solennemente proclamata in documenti internazionali. Non mancano però regimi i quali, anche se nelle loro costituzioni riconoscono la libertà del culto religioso, si sforzano di stornare i cittadini dalla professione della religione e di rendere assai difficile e pericolosa la vita alle comunità religiose. Il sacro Sinodo, mentre saluta con lieto animo quei segni propizi di questo tempo e denuncia con amarezza questi fatti deplorevoli, esorta i cattolici e invita tutti gli esseri umani a considerare con la più grande attenzione quanto la libertà religiosa sia necessaria, soprattutto nella presente situazione della famiglia umana. È infatti manifesto che tutte le genti si vanno sempre più unificando, che si fanno sempre più stretti i rapporti fra gli esseri umani di cultura e religione diverse, mentre si fa ognora più viva in ognuno la coscienza della propria responsabilità personale. Per cui, affinché nella famiglia umana si instaurino e si consolidino relazioni di concordia e di pace, si richiede che ovunque la libertà religiosa sia munita di una efficace tutela giuridica e che siano osservati i doveri e i diritti supremi degli esseri umani attinenti la libera espressione della vita religiosa nella società. Faccia Dio, Padre di tutti, che la famiglia umana, diligentemente elevando a metodo nei rapporti sociali l'esercizio della libertà religiosa, in virtù della grazia di Cristo e per l'azione dello Spirito Santo pervenga alla sublime e perenne” libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).
7 dicembre 1965