
martedì 17 marzo 2009
lunedì 16 marzo 2009
PAOLO DI TARSO 01
(Nell’Anno Giubilare della nascita 8 D.C. – 2008)
Vi rendo noto, fratelli,il vangelo che vi ho annunziatoe che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi.Vi ho trasmesso dunque, anzitutto,quello che anch’io ho ricevuto:che cioè Cristo morì per i nostri peccatisecondo le Scritture, fu sepoltoed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture,che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.Ultimo fra tutti, apparve anche a mecome a un aborto. (1 Cor 15,1-8)
INTRODUZIONE GENERALE
1.1 – LA VITA.
Nato a Tarso, in Cilicia, sulle coste meridionali dell’attuale Turchia (At 9,11) da una famiglia di ebrei emigrata dalla Palestina, benestante e radicata nell’osservanza della Legge e nello stesso tempo cittadino romano (At 16,37s). Una buona formazione culturale sia ebraica che greca: parla e scrive correttamente il greco corrente che gli permetterà di comunicare la fede cristiana nel mondo greco-romano.
1.2 – Recatosi giovanissimo a Gerusalemme, si mette alla scuola di Gamaliele, ricevendo una profonda educazione religiosa secondo la dottrina dei farisei. Persecutore convinto della giovane chiesa cristiana (Gal 1,13), e coinvolto nell’assassinio di Stefano (si ricorda che Saulo custodiva le vesti dei lapidatori (At 7,58), ha ricevuto una profonda e radicale trasformazione da Gesù risorto che gli è apparso sulla via di Damasco (At 9,3.19), consacrandolo alla speciale missione di apostolo dei pagani (Ef 3,2ss).
1.3 – Nel 49 d.C., a 14 anni dalla sua conversione, sale a Gerusalemme per partecipare al concilio apostolico, dove si sancisce che la legge giudaica non obbliga i cristiani convertiti dal paganesimo (cfr At 15); nello stesso tempo viene riconosciuta la sua missione di apostolo dei pagani (Gal 2,7-9). Paolo riprende i suoi viaggi missionari, in varie fasi (negli anni 50-52 e 53-58), fino a che viene arrestato a Gerusalemme (At 21,27s) e tenuto prigioniero a Cesarea fino all’anno 60. Condotto a Roma sotto scorta, vi dimora due anni 61-63 (At 28,30). La sua vita si conclude con il martirio, attestato dalla più antica tradizione nell’anno 67, nel luogo dove ora sorge il monastero delle Tre Fontane a Roma.
– 2.1 PAOLO APOSTOLO E EVANGELIZZATORE.
Paolo è un’anima di fuoco, consacrato senza riserve a Dio che serve con assoluta lealtà, prima perseguitando i cristiani (1 Tm1,13), poi predicando Cristo in cui solo c’è salvezza. Animato da uno zelo incondizionato, affronta ogni sorta di prove per amore di Colui che ama e serve: travagli, fatiche, sofferenze,pericoli (1 Cor 4,9s); nulla lo potrà separare dall’amore di Dio e del Cristo (Rm 8,35s).
2.2 – La sua predicazione è anzitutto il KERYGMA APOSTOLICO (At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (1 Cor 15,3). Il suo Vangelo è quello della fede comune della chiesa ed è solidale con le tradizioni apostoliche; ha solo la speciale applicazione riguardante la conversione dei pagani (Gal 1,16), nella apertura universalistica del messaggio evangelico.
2.3 – Paolo ha saputo rivestire il kerygma di meravigliosi sviluppi teologici (Ef 3,1ss), offrendoci una dottrina profonda sul mistero di Cristo, superando i metodi esegetici dei rabbini., Nelle sue lettere esprime un pensiero molto elevato, espresso in modo ardente e offrendo al lettore varie difficoltà (2 Pt 3,16), me nello stesso tempo gli offre testi di tale potenza religiosa e letteraria senza uguali nella storia della letteratura.
2.4 – Le Lettere che san Paolo ci ha lasciato sono scritti occasionali, non trattati di teologia, ma risposte a situazioni concrete che si erano create nelle comunità che aveva fondato. Non sono lettere private, ma esposizioni destinate a lettori concreti e a tutti i fedeli del Cristo. Non si deve cercare in esse un enunciato sistematico e completo del suo pensiero: esse tuttavia ci permettono di trovare l’essenziale del messaggio paolino, centrato intorno alla persona del Cristo morto e risorto che si sviluppa e si adatta nel corso di tutta la vita.
2.5 – Nel dialogo epistolare con le sua comunità cristiane, Paolo sviluppa la riflessione sulla fede in Gesù Cristo, Signore e Figlio di Dio, sul significato e valore della morte in croce, sull’azione dello Spirito Santo, fonte della libertà cristiana. Paolo, alla luce del Vangelo ripensa l’identità e la dignità dell’essere umano, salvato e redento da Cristo: ne scaturisce l’UOMO NUOVO, essere ormai destinato al cielo perché rivestito di Cristo.
– 3.1 PAOLO DA RISCOPRIRE.
La conoscenza di Paolo e della sua personalità anche sotto il profilo umano, acquisendo una certa familiarità con il suo ambiente religioso e culturale. Il valore della personalità risulta dall’insieme della nostra conoscenza della vita della chiesa primitiva, delle sue lettere, dell’approfondimento della comprensione attraverso la lettura dei Padri della chiesa, per uscire dal pericolo di ridurre il cristianesimo a un moralismo e a un ritualismo superficiale. L’insieme ci fa scoprire una chiesa concreta, fatta di uomini e donne in cammino nella fatica del credere, viva perché stretta attorno a Cristo, il centro della fede.
3.2 – Paolo ci aiuta a riscoprire il “fondamento teologale” (cfr Rinaldo Fabris) della vita cristiana, centrata sulle FEDE in Dio Padre che si manifesta per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, nello Spirito Santo. Gesù non è un personaggio del passato da studiare e ricordare; egli è la PRESENZA DEL PADRE che opera oggi per mezzo dello Spirito Santo nella storia e in ogni persona che lo riconosce e lo accoglie nella fede.
3.3 – L’amore di Dio che si dona, ha un forte potere liberante per le persone, facendole uscire dal loro egoismo e rendendole disponibile ad accogliere il dono dell’altro. La dimensione teologica si accorda con quella relazionale della vita cristiana. Il dono dello Spirito Santo comunica ai credenti l’amore che illumina e costruisce nuove relazioni umane. L’amore reciproco è la diretta conseguenza dell’esperienza di fede che diventa operativa nell’esercizio della carità, caritas, amore.
3.4 – Paolo ci induce alla riscoperta della LIBERTA’ CRISTIANA. Il Figlio di Dio, Signore, liberandoci dal peccato e dalla morte, fa agire nel credente lo Spirito Santo che comunica la capacità di amare come Cristo ama. L’amore porta a scegliere e a agire sempre secondo la volontà di Dio. Qui riposa la MATURITA’ CRISTIANA, che porta a fare delle scelte secondo la logica della fede e dell’amore. È la SAPIENZA cristiana che porta a creare l’unità tra le persone, nella coerenza tra fede e vita pratica, proprio in un’epoca dove si accusa moltissimo questa fatale dicotomia tra fede e vita.
LA PAROLA DELLA CHIESA 1. Vi mostrerò una via eminente. Il progetto di vita per i credenti battezzati deriva dal loro rapporto con Cristo Gesù. L’impegno etico dei cristiani come risposta all’iniziativa salvifica di Dio, si radica nel dono interiore dello Spirito Santo, comunicato dal Signore risorto. Lo Spirito è la fonte interiore e permanente dell’amore di Dio (Rm 5,5). Da questo momenti i credenti battezzati sono in grado di attuare la loro fede nell’amore fraterno (Gal 5,6). Tutte le sue esortazioni pratiche partono dall’amore e in esso si concentrano. La maturità dei cristiani si misura dalla qualità delle loro relazioni definite dall’amore. Il loro statuto della libertà trova nell’attuazione dell’amore la sua verifica (Gal 5,13). L’unità dei credenti si alimenta dall’amore (Fil 2,1-4).Il criterio ultimo per valutare i carismi o doni suscitati dallo Spirito nella comunità è l’agàpe. Paolo arriva a dire che anche le esperienze estatiche o mistiche più prestigiose, e perfino gli atti di eroismo a favore del prossimo, sono privi di valore senza l’agàpe. Egli non è in grado di dire cos’è l’amore. In un brano di stile ritmico elenca quindici caratteristiche o segni distintivi dell’amore. Alla fine sa dire che l’amore è un’esperienza che anticipa nel tempo la realtà definitiva dell’incontro a tu per tu con Dio (1 Cor 13,1-13).
tratto da: http://dalgrandesilenzio.blogspot.com/ P. Benedetto M. Tosolini
venerdì 13 marzo 2009

Cari Confratelli nel ministero episcopale!
giovedì 12 marzo 2009

«...[Gesù] Disse loro: "Voi chi dite che io sia?". Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli"...» (Matteo 16;15-19)
mercoledì 11 marzo 2009
venerdì 6 marzo 2009
La seconda domenica di quaresima ci prepara a riconosce il Cristo nella trasfigurazione di Gesù avvenuta sul monte Tabor, davanti a tre apostoli, Mosè e Elia, testimoni dell'Antico Testamento.
Cercando il suo volto luminoso nell'amore ai fratelli, siamo trasfigurati anche noi per la grazia dei sacramenti pasquali che il Signore ha preparato per la nostra santificazione.
SUL MONTE
Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco,
e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò
(Gn 22,1-2)
Dio si manifesta sul monte della fede
mettendola continuamente alla prova[1].
Il più grande sacrificio dell’uomo sul monte
è l’offerta in olocausto del suo proprio volere[2].
Lassù, dice Abramo, vedo una luce splendente[3],
verità del disegno di Dio per la mia vita[4]
che si svela nelle altezze dell’amore sapiente
di Dio che si china sulla incertezza dell’uomo[5].
Abramo sale col figlio portando l’angoscia
della propria miseria e scorgendo lassù
la Provvidenza divina che lo accoglie
nel silenzio e con le braccia aperte[6].
Ritorna redento dall’ombra del dubbio,
consapevole di avere tra le braccia
un nuovo e il vero Isacco, nuova generazione
di figli rinati e trasfigurati sulla montagna[7].
Mosè sale lassù sulla vetta anche lui, avvolto
da lampi di fuoco e tra tuoni assordanti[8].
Un faccia a faccia ardito e rivelatore
con un Dio che si rivela e si nasconde[9].
Scende dal monte con le tavole della Legge,
con il volto sfolgorante di gloria solo perché
aveva visto la luce dell’amore che si rivela,
presenza amante di Dio tra gli uomini[10].
Elia contempla sul monte il Dio silente,
dolce brezza che rassicura il fuggiasco[11].
Nella grotta viene rigenerato e guarito dal male
per annunciare con zelo bruciante il Messia[12].
Gesù incomincia il suo olocausto
sul monte della trasfigurazione, dove
diventa Cristo, annuncio di incorruttibilità,
passando per la necessaria offerta di sé[13].
Sale il calvario nell’anteprima della fede,
Mosè ed Elia lo accompagnano sul monte
dove anche loro erano stati trasfigurati,
per attestare che le promesse sono in atto[14].
Il monte della fede, dove viene crocifissa
la volontà propria per ricevere,
in contraccambio, la natura perduta di figli[15],
non pieno di me stesso, ma offerta d’amore[16].
L’amore fedele di Dio si manifesta sul monte
per annunciare al mondo che sta
ai piedi della montagna infuocata[17]
che Cristo è il Figlio prediletto del Padre.
padrebenedetto 8, iii, 2009
NOTE
giovedì 5 marzo 2009
Dalla prima Lettera di Pietro
Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede.
Dalla seconda Lettera di Pietro
Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose. [...] Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna è già da tempo all'opera e la loro rovina è in agguato. Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell'inferno, serbandoli per il giudizio.
Dalla prima Lettera di Giovanni
Figlioli, nessuno vi inganni. [...] Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio. Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo. Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio. Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello. Poiché questo è il messaggio che avete udito fin dal principio: che ci amiamo gli uni e gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise suo fratello. Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva sé stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre il mondo giace sotto il potere del maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio. [...] Figlioli, guardatevi dai falsi dei!.
mercoledì 4 marzo 2009
celebrerà, mercoledì 4 marzo alle ore 18 una
venerdì 27 febbraio 2009
sabato 21 febbraio 2009
AMORE LIBERATO
Il Figlio dell’uomo ha il potere
di rimettere i peccati sulla terra
(Mc 2,11)
Paralisi dell’amore, blocco dell’anima sono
il frutto della separazione dell’uomo da Dio.
È il peccato oscura il sole della vita
e leva la gioia di amare i fratelli.
Mendicanti d’amore, affamati di
considerazione e assetati di stima.
La malattia risiede nel fondo dell’anima
e per guarire bisogna andare alle radici.
Non ci sono terapie per guarire i nostri mali
se non si è convinti che qualsiasi sofferenza
ferisce anche l’anima che rimane
appesantita dal male oscuro, l’angoscia.
Quanti paralitici nella mente e nel cuore,
quanti affetti spezzati e persone
ridotte alla passività davanti alla vita,
senza sapere di che male si tratta.
Ansia, angoscia, solitudine, disperazione
sono le malattie dell’amore ferito
che rifiuta la vita come dono di sé.
Anima e corpo, malattia e disgregazione.
Non abbiamo bisogno di un guaritore,
ma di qualcuno che ci riscatti
dal pungiglione della morte, di un salvatore
che risani la radice profonda dell’essere.
Il Signore conosce la verità sull’uomo
afflitto e paralizzato, inchiodato al lettino:
interviene direttamente rimettendo
i peccati, sì, i peccati dell’anima.
Alzati, sei perdonato, ora puoi amare
perché sei amato da Dio che è tuo Padre.
Ama i fratelli, porta le loro pene e annuncia
il miracolo dell’amore fedele di Dio.
Dimentica te stesso, non sei infermo
ma solo incollato alla sbarra dell’egoismo;
và col cuore aperto e gioioso verso i fratelli
che hanno bisogno, come te, di perdono.
E il paralitico si scuote, si alza da terra
e, prendendo lo scomodo giaciglio,
se ne va per farsi carico delle sofferenze
di chi non è ancora stato perdonato.
Mistero della guarigione dell’anima
che risana anche ogni corpo malato d’amore.
La carità di Cristo preme dentro di noi
ed esplode nel dono generoso di sé.
Siamo guariti per amare, perdonati
per annunciare il perdono ai fratelli;
l’amore ricompone l’identità ferita, perché
Dio è santo, vivo, presente in Gesù Salvatore.
padrebenedetto 22, ii, 2009
mercoledì 18 febbraio 2009
IMMONDO!
Lo supplicava in ginocchio:
se vuoi, puoi guarirmi!
(Mc 1,40)
Immondo! Dichiara l’antica legge,
che vuole preservare l’intera comunità
dal contagio del malato di lebbra;
senza cure lo invia nella solitudine.
Ogni situazione umana è un evento
che tocca l’intera comunità:
una solidarietà piena e universale
che preserva il singolo e rispetta gli altri.
La vita fragile è protetta, quella forte
diventa sostegno di tutto il corpo umano,
che è individuo e comunità, membra
disparate, ma in armonica azione.
Anche il peccatore, come il lebbroso,
veniva reciso: il violento, l’incapace
di relazione, colui che vive per se stesso,
rimane fuori, solo, lontano dagli altri.
L’imbellettamento mostra il malvagio
ilare, giocoso, in mezzo a tutti;
ma non c’è pace nelle relazioni, non c’è
amore né pietà con la lebbra nel cuore.
Il dramma delle relazioni umane,
ingestibili, quando sono malate;
quando incalza il non amore
tutto si sgretola, come da lebbra.
La comunità umana soffre
per le malattie dei suoi membri, tutto
diventa incerto se si lascia che uno solo
vada alla deriva, una falla aperta per tutti.
Primo passo per guarire: riconoscersi
lebbrosi, incurabili, inguaribili senza
il tocco della mano compassionevole
di chi ci guarisce dalla morte.
Il ricorso supplicante a Cristo
mi fa umile davanti a Dio e ai fratelli;
mi fa vedere il male che porto dentro,
non accuso più nessuno se non me stesso.
La speranza riaccende l’amore spento
dal male implacabile; imparo a vedere
il male attorno a me e ricevo
energie nuove di amore e di servizio.
Chi è guarito, guarisce il fratello;
il peccatore esce dalla solitudine odiosa
per costituire una comunità di fratelli
che sono stati guariti dall’amore.
padrebenedetto 15, ii, 2009


