martedì 17 marzo 2009

lunedì 16 marzo 2009

PAOLO DI TARSO


PAOLO DI TARSO 01

(Nell’Anno Giubilare della nascita 8 D.C. – 2008)

Vi rendo noto, fratelli,il vangelo che vi ho annunziatoe che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi.Vi ho trasmesso dunque, anzitutto,quello che anch’io ho ricevuto:che cioè Cristo morì per i nostri peccatisecondo le Scritture, fu sepoltoed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture,che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.Ultimo fra tutti, apparve anche a mecome a un aborto. (1 Cor 15,1-8)

INTRODUZIONE GENERALE

1.1 – LA VITA.

Nato a Tarso, in Cilicia, sulle coste meridionali dell’attuale Turchia (At 9,11) da una famiglia di ebrei emigrata dalla Palestina, benestante e radicata nell’osservanza della Legge e nello stesso tempo cittadino romano (At 16,37s). Una buona formazione culturale sia ebraica che greca: parla e scrive correttamente il greco corrente che gli permetterà di comunicare la fede cristiana nel mondo greco-romano.

1.2 – Recatosi giovanissimo a Gerusalemme, si mette alla scuola di Gamaliele, ricevendo una profonda educazione religiosa secondo la dottrina dei farisei. Persecutore convinto della giovane chiesa cristiana (Gal 1,13), e coinvolto nell’assassinio di Stefano (si ricorda che Saulo custodiva le vesti dei lapidatori (At 7,58), ha ricevuto una profonda e radicale trasformazione da Gesù risorto che gli è apparso sulla via di Damasco (At 9,3.19), consacrandolo alla speciale missione di apostolo dei pagani (Ef 3,2ss).

1.3 – Nel 49 d.C., a 14 anni dalla sua conversione, sale a Gerusalemme per partecipare al concilio apostolico, dove si sancisce che la legge giudaica non obbliga i cristiani convertiti dal paganesimo (cfr At 15); nello stesso tempo viene riconosciuta la sua missione di apostolo dei pagani (Gal 2,7-9). Paolo riprende i suoi viaggi missionari, in varie fasi (negli anni 50-52 e 53-58), fino a che viene arrestato a Gerusalemme (At 21,27s) e tenuto prigioniero a Cesarea fino all’anno 60. Condotto a Roma sotto scorta, vi dimora due anni 61-63 (At 28,30). La sua vita si conclude con il martirio, attestato dalla più antica tradizione nell’anno 67, nel luogo dove ora sorge il monastero delle Tre Fontane a Roma.

– 2.1 PAOLO APOSTOLO E EVANGELIZZATORE.

Paolo è un’anima di fuoco, consacrato senza riserve a Dio che serve con assoluta lealtà, prima perseguitando i cristiani (1 Tm1,13), poi predicando Cristo in cui solo c’è salvezza. Animato da uno zelo incondizionato, affronta ogni sorta di prove per amore di Colui che ama e serve: travagli, fatiche, sofferenze,pericoli (1 Cor 4,9s); nulla lo potrà separare dall’amore di Dio e del Cristo (Rm 8,35s).

2.2 – La sua predicazione è anzitutto il KERYGMA APOSTOLICO (At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (1 Cor 15,3). Il suo Vangelo è quello della fede comune della chiesa ed è solidale con le tradizioni apostoliche; ha solo la speciale applicazione riguardante la conversione dei pagani (Gal 1,16), nella apertura universalistica del messaggio evangelico.

2.3 – Paolo ha saputo rivestire il kerygma di meravigliosi sviluppi teologici (Ef 3,1ss), offrendoci una dottrina profonda sul mistero di Cristo, superando i metodi esegetici dei rabbini., Nelle sue lettere esprime un pensiero molto elevato, espresso in modo ardente e offrendo al lettore varie difficoltà (2 Pt 3,16), me nello stesso tempo gli offre testi di tale potenza religiosa e letteraria senza uguali nella storia della letteratura.

2.4 – Le Lettere che san Paolo ci ha lasciato sono scritti occasionali, non trattati di teologia, ma risposte a situazioni concrete che si erano create nelle comunità che aveva fondato. Non sono lettere private, ma esposizioni destinate a lettori concreti e a tutti i fedeli del Cristo. Non si deve cercare in esse un enunciato sistematico e completo del suo pensiero: esse tuttavia ci permettono di trovare l’essenziale del messaggio paolino, centrato intorno alla persona del Cristo morto e risorto che si sviluppa e si adatta nel corso di tutta la vita.

2.5 – Nel dialogo epistolare con le sua comunità cristiane, Paolo sviluppa la riflessione sulla fede in Gesù Cristo, Signore e Figlio di Dio, sul significato e valore della morte in croce, sull’azione dello Spirito Santo, fonte della libertà cristiana. Paolo, alla luce del Vangelo ripensa l’identità e la dignità dell’essere umano, salvato e redento da Cristo: ne scaturisce l’UOMO NUOVO, essere ormai destinato al cielo perché rivestito di Cristo.

– 3.1 PAOLO DA RISCOPRIRE.

La conoscenza di Paolo e della sua personalità anche sotto il profilo umano, acquisendo una certa familiarità con il suo ambiente religioso e culturale. Il valore della personalità risulta dall’insieme della nostra conoscenza della vita della chiesa primitiva, delle sue lettere, dell’approfondimento della comprensione attraverso la lettura dei Padri della chiesa, per uscire dal pericolo di ridurre il cristianesimo a un moralismo e a un ritualismo superficiale. L’insieme ci fa scoprire una chiesa concreta, fatta di uomini e donne in cammino nella fatica del credere, viva perché stretta attorno a Cristo, il centro della fede.

3.2 – Paolo ci aiuta a riscoprire il “fondamento teologale” (cfr Rinaldo Fabris) della vita cristiana, centrata sulle FEDE in Dio Padre che si manifesta per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, nello Spirito Santo. Gesù non è un personaggio del passato da studiare e ricordare; egli è la PRESENZA DEL PADRE che opera oggi per mezzo dello Spirito Santo nella storia e in ogni persona che lo riconosce e lo accoglie nella fede.

3.3 – L’amore di Dio che si dona, ha un forte potere liberante per le persone, facendole uscire dal loro egoismo e rendendole disponibile ad accogliere il dono dell’altro. La dimensione teologica si accorda con quella relazionale della vita cristiana. Il dono dello Spirito Santo comunica ai credenti l’amore che illumina e costruisce nuove relazioni umane. L’amore reciproco è la diretta conseguenza dell’esperienza di fede che diventa operativa nell’esercizio della carità, caritas, amore.

3.4 – Paolo ci induce alla riscoperta della LIBERTA’ CRISTIANA. Il Figlio di Dio, Signore, liberandoci dal peccato e dalla morte, fa agire nel credente lo Spirito Santo che comunica la capacità di amare come Cristo ama. L’amore porta a scegliere e a agire sempre secondo la volontà di Dio. Qui riposa la MATURITA’ CRISTIANA, che porta a fare delle scelte secondo la logica della fede e dell’amore. È la SAPIENZA cristiana che porta a creare l’unità tra le persone, nella coerenza tra fede e vita pratica, proprio in un’epoca dove si accusa moltissimo questa fatale dicotomia tra fede e vita.

LA PAROLA DELLA CHIESA 1. Vi mostrerò una via eminente. Il progetto di vita per i credenti battezzati deriva dal loro rapporto con Cristo Gesù. L’impegno etico dei cristiani come risposta all’iniziativa salvifica di Dio, si radica nel dono interiore dello Spirito Santo, comunicato dal Signore risorto. Lo Spirito è la fonte interiore e permanente dell’amore di Dio (Rm 5,5). Da questo momenti i credenti battezzati sono in grado di attuare la loro fede nell’amore fraterno (Gal 5,6). Tutte le sue esortazioni pratiche partono dall’amore e in esso si concentrano. La maturità dei cristiani si misura dalla qualità delle loro relazioni definite dall’amore. Il loro statuto della libertà trova nell’attuazione dell’amore la sua verifica (Gal 5,13). L’unità dei credenti si alimenta dall’amore (Fil 2,1-4).Il criterio ultimo per valutare i carismi o doni suscitati dallo Spirito nella comunità è l’agàpe. Paolo arriva a dire che anche le esperienze estatiche o mistiche più prestigiose, e perfino gli atti di eroismo a favore del prossimo, sono privi di valore senza l’agàpe. Egli non è in grado di dire cos’è l’amore. In un brano di stile ritmico elenca quindici caratteristiche o segni distintivi dell’amore. Alla fine sa dire che l’amore è un’esperienza che anticipa nel tempo la realtà definitiva dell’incontro a tu per tu con Dio (1 Cor 13,1-13).

tratto da: http://dalgrandesilenzio.blogspot.com/ P. Benedetto M. Tosolini

venerdì 13 marzo 2009


LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA RIGUARDO ALLA REMISSIONE DELLA SCOMUNICA DEI 4 VESCOVI CONSACRATI DALL'ARCIVESCOVO LEFEBVRE

Cari Confratelli nel ministero episcopale!

La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell'anno 1988 dall'Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all'interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.

Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all'improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio - passi la cui condivisione e promozione fin dall'inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all'interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilità pronta all'attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l'atmosfera di amicizia e di fiducia, che - come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II - anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.

Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un'Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l'unità del collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all'unità. A vent'anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell'ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall'ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l'istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri - anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.

Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" - istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa - con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell'Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non si può congelare l'autorità magisteriale della Chiesa all'anno 1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l'intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l'albero vive.
Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu . conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) - in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.

Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l'unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani - per l'ecumenismo - è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce - è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell'amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l'odio e l'inimicizia - è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell'Enciclica Deus caritas est.Se dunque l'impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l'amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti - per quanto possibile - nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può essere totalmente errato l'impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l'insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l'insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l'intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l'amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell'unità? Che ne sarà poi?

Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest'occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un'apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell'ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l'impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcunoosa avvicinarglisi - in questo caso il Papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.
Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 - 15. Ho notato con sorpresa l'immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l'uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l'amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà - anche in tempi turbolenti. Vorrei così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.

Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo
Vostro nel Signore

BENEDETTO PP. XVI

giovedì 12 marzo 2009


La Chiesa è già la nostra Casa!


Non serve alcun riconoscimento particolare per entrarvi. I Cristiani sono riconosciuti in quanto Battezzati e Credenti.

Non ci saranno inganni che permetteranno ad alcuno di entrare a saccheggiare la Casa di Dio con eresie e vendette.


Fedeli della Santa Chiesa Cattolica

«...[Gesù] Disse loro: "Voi chi dite che io sia?". Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli"...» (Matteo 16;15-19)

mercoledì 11 marzo 2009



"Madonna del Santissimo Sacramento"
Sacrestia Papale della Basilica di Santa Maria Maggiore, Roma
Non lasciar passare un solo giorno senza ricevere Gesù Eucaristico per mezzo di Colei che lo ha portato all'Incarnazione: Maria Santissima
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venerdì 6 marzo 2009

II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

La seconda domenica di quaresima ci prepara a riconosce il Cristo nella trasfigurazione di Gesù avvenuta sul monte Tabor, davanti a tre apostoli, Mosè e Elia, testimoni dell'Antico Testamento.
Cercando il suo volto luminoso nell'amore ai fratelli, siamo trasfigurati anche noi per la grazia dei sacramenti pasquali che il Signore ha preparato per la nostra santificazione.

Buona domenica - Padre Benedetto

SUL MONTE

Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco,
e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò

(Gn 22,1-2)

Dio si manifesta sul monte della fede
mettendola continuamente alla prova[1].
Il più grande sacrificio dell’uomo sul monte
è l’offerta in olocausto del suo proprio volere[2].

Lassù, dice Abramo, vedo una luce splendente[3],
verità del disegno di Dio per la mia vita[4]
che si svela nelle altezze dell’amore sapiente
di Dio che si china sulla incertezza dell’uomo[5].

Abramo sale col figlio portando l’angoscia
della propria miseria e scorgendo lassù
la Provvidenza divina che lo accoglie
nel silenzio e con le braccia aperte[6].

Ritorna redento dall’ombra del dubbio,
consapevole di avere tra le braccia
un nuovo e il vero Isacco, nuova generazione
di figli rinati e trasfigurati sulla montagna[7].

Mosè sale lassù sulla vetta anche lui, avvolto
da lampi di fuoco e tra tuoni assordanti[8].
Un faccia a faccia ardito e rivelatore
con un Dio che si rivela e si nasconde[9].

Scende dal monte con le tavole della Legge,
con il volto sfolgorante di gloria solo perché
aveva visto la luce dell’amore che si rivela,
presenza amante di Dio tra gli uomini[10].

Elia contempla sul monte il Dio silente,
dolce brezza che rassicura il fuggiasco[11].
Nella grotta viene rigenerato e guarito dal male
per annunciare con zelo bruciante il Messia[12].

Gesù incomincia il suo olocausto
sul monte della trasfigurazione, dove
diventa Cristo, annuncio di incorruttibilità,
passando per la necessaria offerta di sé[13].

Sale il calvario nell’anteprima della fede,
Mosè ed Elia lo accompagnano sul monte
dove anche loro erano stati trasfigurati,
per attestare che le promesse sono in atto[14].

Il monte della fede, dove viene crocifissa
la volontà propria per ricevere,
in contraccambio, la natura perduta di figli[15],
non pieno di me stesso, ma offerta d’amore[16].

L’amore fedele di Dio si manifesta sul monte
per annunciare al mondo che sta
ai piedi della montagna infuocata[17]
che Cristo è il Figlio prediletto del Padre.

padrebenedetto 8, iii, 2009
____________________
NOTE
[1] Sap 10,8
[2] 1 Sam 15,22
[3] Midrash
[4] Gen 17,1-5
[5] Es 3,7
[6] Gen 22,14
[7] vv. 16-18
[8] Es 19,20
[9] Es 34,5-8
[10] Es 34,29
[11] I Re 19,13
[12] v. 14
[13] Sal 40,7-9
[14] Lc 9,30-31
[15] Gv 3,16-17; Rm 8,32
[16] Rm 12,1
[17] Es 19,16-17

giovedì 5 marzo 2009

La fede dei Temlpari

Dalla prima Lettera di Pietro

Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede.

Dalla seconda Lettera di Pietro

Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose. [...] Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna è già da tempo all'opera e la loro rovina è in agguato. Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell'inferno, serbandoli per il giudizio.

Dalla prima Lettera di Giovanni

Figlioli, nessuno vi inganni. [...] Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio. Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo. Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio. Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello. Poiché questo è il messaggio che avete udito fin dal principio: che ci amiamo gli uni e gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise suo fratello. Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio pre­serva sé stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre il mondo giace sotto il potere del maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio. [...] Figlioli, guardatevi dai falsi dei!.

mercoledì 4 marzo 2009

CREMONA
SANTA MESSA DI RIPARAZIONE

A seguito della profanazione della statua di Maria, avvenuta
a Cremona nela notte tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio 2009
il Vescovo mons. Dante Lanfranconi

celebrerà, mercoledì 4 marzo alle ore 18 una
Santa Messa di Riparazione
presso la Chiesa di Borgo Loreto - Cremona

venerdì 27 febbraio 2009

La croce

La croce di Gesù è un ponte fra la terra e il cielo, fra gli uomini e Dio. Senza la sua croce, la terra è tenebre e morte, perché il cielo è chiuso, con la sua croce, la terra si illumina, perché il cielo si apre. Il Crocefisso è luce e salvezza...

don Rosario

sabato 21 febbraio 2009

7 DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO B

AMORE LIBERATO

Il Figlio dell’uomo ha il potere
di rimettere i peccati sulla terra

(Mc 2,11)

Paralisi dell’amore, blocco dell’anima sono
il frutto della separazione dell’uomo da Dio.
È il peccato oscura il sole della vita
e leva la gioia di amare i fratelli.

Mendicanti d’amore, affamati di
considerazione e assetati di stima.
La malattia risiede nel fondo dell’anima
e per guarire bisogna andare alle radici.

Non ci sono terapie per guarire i nostri mali
se non si è convinti che qualsiasi sofferenza
ferisce anche l’anima che rimane
appesantita dal male oscuro, l’angoscia.

Quanti paralitici nella mente e nel cuore,
quanti affetti spezzati e persone
ridotte alla passività davanti alla vita,
senza sapere di che male si tratta.

Ansia, angoscia, solitudine, disperazione
sono le malattie dell’amore ferito
che rifiuta la vita come dono di sé.
Anima e corpo, malattia e disgregazione.

Non abbiamo bisogno di un guaritore,
ma di qualcuno che ci riscatti
dal pungiglione della morte, di un salvatore
che risani la radice profonda dell’essere.

Il Signore conosce la verità sull’uomo
afflitto e paralizzato, inchiodato al lettino:
interviene direttamente rimettendo
i peccati, sì, i peccati dell’anima.

Alzati, sei perdonato, ora puoi amare
perché sei amato da Dio che è tuo Padre.
Ama i fratelli, porta le loro pene e annuncia
il miracolo dell’amore fedele di Dio.

Dimentica te stesso, non sei infermo
ma solo incollato alla sbarra dell’egoismo;
và col cuore aperto e gioioso verso i fratelli
che hanno bisogno, come te, di perdono.

E il paralitico si scuote, si alza da terra
e, prendendo lo scomodo giaciglio,
se ne va per farsi carico delle sofferenze
di chi non è ancora stato perdonato.

Mistero della guarigione dell’anima
che risana anche ogni corpo malato d’amore.
La carità di Cristo preme dentro di noi
ed esplode nel dono generoso di sé.

Siamo guariti per amare, perdonati
per annunciare il perdono ai fratelli;
l’amore ricompone l’identità ferita, perché
Dio è santo, vivo, presente in Gesù Salvatore.

padrebenedetto 22, ii, 2009

mercoledì 18 febbraio 2009

6 DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO B

IMMONDO!

Lo supplicava in ginocchio:
se vuoi, puoi guarirmi!
(Mc 1,40)

Immondo! Dichiara l’antica legge,
che vuole preservare l’intera comunità
dal contagio del malato di lebbra;
senza cure lo invia nella solitudine.

Ogni situazione umana è un evento
che tocca l’intera comunità:
una solidarietà piena e universale
che preserva il singolo e rispetta gli altri.

La vita fragile è protetta, quella forte
diventa sostegno di tutto il corpo umano,
che è individuo e comunità, membra
disparate, ma in armonica azione.

Anche il peccatore, come il lebbroso,
veniva reciso: il violento, l’incapace
di relazione, colui che vive per se stesso,
rimane fuori, solo, lontano dagli altri.

L’imbellettamento mostra il malvagio
ilare, giocoso, in mezzo a tutti;
ma non c’è pace nelle relazioni, non c’è
amore né pietà con la lebbra nel cuore.

Il dramma delle relazioni umane,
ingestibili, quando sono malate;
quando incalza il non amore
tutto si sgretola, come da lebbra.

La comunità umana soffre
per le malattie dei suoi membri, tutto
diventa incerto se si lascia che uno solo
vada alla deriva, una falla aperta per tutti.

Primo passo per guarire: riconoscersi
lebbrosi, incurabili, inguaribili senza
il tocco della mano compassionevole
di chi ci guarisce dalla morte.

Il ricorso supplicante a Cristo
mi fa umile davanti a Dio e ai fratelli;
mi fa vedere il male che porto dentro,
non accuso più nessuno se non me stesso.

La speranza riaccende l’amore spento
dal male implacabile; imparo a vedere
il male attorno a me e ricevo
energie nuove di amore e di servizio.

Chi è guarito, guarisce il fratello;
il peccatore esce dalla solitudine odiosa
per costituire una comunità di fratelli
che sono stati guariti dall’amore.

padrebenedetto 15, ii, 2009