venerdì 1 ottobre 2010
giovedì 23 settembre 2010
2598 L'evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi. Cercare di comprendere la sua preghiera, attraverso ciò che i suoi testimoni ci dicono di essa nel Vangelo, è avvicinarci al santo Signore Gesù come al roveto ardente: dapprima contemplarlo mentre prega, poi ascoltare come ci insegna a pregare, infine conoscere come egli esaudisce la nostra preghiera.
Gesù prega
2599 Il Figlio di Dio diventato Figlio della Vergine ha anche imparato a pregare secondo il suo cuore d'uomo. Egli apprende le formule di preghiera da sua Madre, che serbava e meditava nel suo cuore tutte le « grandi cose » fatte dall'Onnipotente.51 Egli prega nelle parole e nei ritmi di preghiera del suo popolo, nella sinagoga di Nazaret e al Tempio. Ma la sua preghiera sgorga da una sorgente ben più segreta, come lascia presagire già all'età di dodici anni: « Io devo occuparmi delle cose del Padre mio » (Lc 2,49). Qui comincia a rivelarsi la novità della preghiera nella pienezza dei tempi: la preghiera filiale, che il Padre aspettava dai suoi figli, viene finalmente vissuta dallo stesso Figlio unigenito nella sua umanità, con gli uomini e per gli uomini.
2600 Il Vangelo secondo san Luca sottolinea l'azione dello Spirito Santo e il senso della preghiera nel ministero di Cristo. Gesù prega prima dei momenti decisivi della sua missione: prima che il Padre gli renda testimonianza, al momento del suo battesimo52 e della trasfigurazione,53 e prima di realizzare, mediante la sua passione, il disegno di amore del Padre.54 Egli prega anche prima dei momenti decisivi che danno inizio alla missione dei suoi Apostoli: prima di scegliere e chiamare i Dodici,55 prima che Pietro lo confessi come « il Cristo di Dio »56 e affinché la fede del capo degli Apostoli non venga meno nella tentazione.57 La preghiera di Gesù prima delle azioni salvifiche che il Padre gli chiede di compiere, è un'adesione umile e fiduciosa della sua volontà umana alla volontà piena d'amore del Padre.
2601 « Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e, quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare" » (Lc 11,1). Non è forse anzitutto contemplando il suo Maestro orante che nel discepolo di Cristo nasce il desiderio di pregare? Può allora impararlo dal Maestro della preghiera. È contemplando ed ascoltando il Figlio che i figli apprendono a pregare il Padre.
2602 Gesù si ritira spesso in disparte, nella solitudine, sulla montagna, generalmente di notte, per pregare.58 Egli porta gli uomini nella sua preghiera, poiché egli ha pienamente assunto l'umanità nella sua incarnazione, e li offre al Padre offrendo se stesso. Egli, il Verbo che « si è fatto carne », nella sua preghiera umana partecipa a tutto ciò che vivono i « suoi fratelli »;59 compatisce le loro infermità per liberarli da esse.60 Proprio per questo il Padre l'ha mandato. Le sue parole e le sue azioni appaiono allora come la manifestazione visibile della sua preghiera « nel segreto ».
2603 Gli evangelisti hanno riportato in modo esplicito due preghiere pronunciate da Gesù durante il suo ministero. Ognuna comincia con il rendimento di grazie. Nella prima,61 Gesù confessa il Padre, lo riconosce e lo benedice perché ha nascosto i misteri del Regno a coloro che si credono dotti e li ha rivelati ai « piccoli » (i poveri delle beatitudini). Il suo trasalire: « Sì, Padre! » esprime la profondità del suo cuore, la sua adesione al « beneplacito » del Padre, come eco al « Fiat » di sua Madre al momento del suo concepimento e come preludio a quello che egli dirà al Padre durante la sua agonia. Tutta la preghiera di Gesù è in questa amorosa adesione del suo cuore di uomo al « mistero della volontà » del Padre.62
2604 La seconda preghiera è riferita da san Giovanni63 prima della risurrezione di Lazzaro. L'azione di grazie precede l'evento: « Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato », il che implica che il Padre ascolta sempre la sua supplica; e Gesù subito aggiunge: « Io sapevo che sempre mi dai ascolto », il che implica che Gesù, dal canto suo, domanda in modo costante. Così, introdotta dal rendimento di grazie, la preghiera di Gesù ci rivela come chiedere: prima che il dono venga concesso, Gesù aderisce a colui che dona e che nei suoi doni dona se stesso. Il Donatore è più prezioso del dono accordato; è il « Tesoro », ed il cuore del Figlio suo è in lui; il dono viene concesso « in aggiunta ».64
La « preghiera sacerdotale » di Gesù65 occupa un posto unico nell'Economia della salvezza. Su di essa si mediterà nella parte conclusiva della sezione prima. In realtà essa rivela la preghiera sempre attuale del nostro Sommo Sacerdote, e, al tempo stesso, è intessuta di ciò che Gesù ci insegna nella nostra preghiera al Padre, che sarà commentata nella sezione seconda.
2605 Quando giunge l'Ora in cui porta a compimento il disegno di amore del Padre, Gesù lascia intravvedere l'insondabile profondità della sua preghiera filiale, non soltanto prima di consegnarsi volontariamente (« Padre,... non... la mia, ma la tua volontà »: Lc 22,42), ma anche nelle ultime sue parole sulla croce, là dove pregare e donarsi si identificano: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno » (Lc 23,34); « In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso » (Lc 23,43); « Donna, ecco il tuo figlio. [...] Ecco la tua Madre » (Gv 19,26-27); « Ho sete! » (Gv 19,28); « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mc 15,34);66 « Tutto è compiuto! » (Gv 19,30); « Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito » (Lc 23,46), fino a quel « forte grido » con il quale muore, rendendo lo spirito.67
2606 Tutte le angosce dell'umanità di ogni tempo, schiava del peccato e della morte, tutte le implorazioni e le intercessioni della storia della salvezza confluiscono in questo grido del Verbo incarnato. Ed ecco che il Padre le accoglie e, al di là di ogni speranza, le esaudisce risuscitando il Figlio suo. Così si compie e si consuma l'evento della preghiera nell'Economia della creazione e della salvezza. Il Salterio ce ne offre la chiave in Cristo. È nell'oggi della risurrezione che il Padre dice: « Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra! » (Sal 2,7-8).68
La lettera agli Ebrei esprime in termini drammatici come la preghiera di Gesù operi la vittoria della salvezza: « Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono » (Eb 5,7-9).
Gesù insegna a pregare
2607 Quando Gesù prega, già ci insegna a pregare. Il cammino teologale della nostra preghiera è la sua preghiera al Padre. Ma il Vangelo ci offre un esplicito insegnamento di Gesù sulla preghiera. Come un pedagogo, egli ci prende là dove siamo e, progressivamente, ci conduce al Padre. Rivolgendosi alle folle che lo seguono, Gesù prende le mosse da ciò che queste già conoscono della preghiera secondo l'Antica Alleanza e le apre alla novità del Regno che viene. Poi rivela loro tale novità con parabole. Infine, ai suoi discepoli, che dovranno essere pedagoghi della preghiera nella sua Chiesa, parlerà apertamente del Padre e dello Spirito Santo.
2608 Fin dal discorso della montagna, Gesù insiste sulla conversione del cuore: la riconciliazione con il fratello prima di presentare un'offerta sull'altare,69 l'amore per i nemici e la preghiera per i persecutori,70 la preghiera al Padre « nel segreto » (Mt 6,6), senza sprecare molte parole,71 il perdono dal profondo del cuore nella preghiera,72 la purezza del cuore e la ricerca del Regno.73 Tale conversione è tutta orientata al Padre: è filiale.
2609 Il cuore, deciso così a convertirsi, apprende a pregare nella fede. La fede è un'adesione filiale a Dio, al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo. È diventata possibile perché il Figlio diletto ci apre l'accesso al Padre. Egli può chiederci di « cercare » e di « bussare », perché egli stesso è la porta e la via.74
2610 Come Gesù prega il Padre e rende grazie prima di ricevere i suoi doni, così egli ci insegna questa audacia filiale: « Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto » (Mc 11,24). Tale è la forza della preghiera: « Tutto è possibile per chi crede » (Mc 9,23), con una fede che non dubita.75 Quanto Gesù è rattristato dalla « incredulità » (Mc 6,6) dei suoi compaesani e dalla poca fede dei suoi discepoli,76 tanto si mostra pieno di ammirazione davanti alla fede davvero grande del centurione romano77 e della Cananea.78
2611 La preghiera di fede non consiste soltanto nel dire: « Signore, Signore », ma nel disporre il cuore a fare la volontà del Padre.79 Gesù esorta i suoi discepoli a portare nella preghiera questa passione di collaborare al disegno divino.80
2612 In Gesù « il regno di Dio è vicino » (Mc 1,15); egli chiama alla conversione e alla fede, ma anche alla vigilanza. Nella preghiera, il discepolo veglia attento a colui che è e che viene, nella memoria della sua prima venuta nell'umiltà della carne e nella speranza del suo secondo avvento nella gloria.81 La preghiera dei discepoli, in comunione con il loro Maestro, è un combattimento, ed è vegliando nella preghiera che non si entra in tentazione.82
2613 Tre parabole sulla preghiera di particolare importanza ci sono tramandate da san Luca:
La prima, « l'amico importuno »,83 esorta ad una preghiera fatta con insistenza: « Bussate e vi sarà aperto ». A colui che prega così, il Padre del cielo « darà tutto ciò di cui ha bisogno », e principalmente lo Spirito Santo che contiene tutti i doni.
La seconda, « la vedova importuna »,84 è centrata su una delle qualità della preghiera: si deve pregare sempre, senza stancarsi, con la pazienza della fede. « Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? ».
La terza parabola, « il fariseo e il pubblicano »,85 riguarda l'umiltà del cuore che prega: « O Dio, abbi pietà di me, peccatore ». La Chiesa non cessa di fare sua questa preghiera: « Kyrie eleison! ».
2614 Quando Gesù confida apertamente ai suoi discepoli il mistero della preghiera al Padre, svela ad essi quale dovrà essere la loro preghiera, e la nostra, allorquando egli, nella sua umanità glorificata, sarà tornato presso il Padre. La novità, attualmente, è di « chiedere nel suo nome ».86 La fede in lui introduce i discepoli nella conoscenza del Padre, perché Gesù è « la via, la verità e la vita » (Gv 14,6). La fede porta il suo frutto nell'amore: osservare la sua parola, i suoi comandamenti, dimorare con lui nel Padre, che in lui ci ama fino a prendere dimora in noi. In questa nuova Alleanza, la certezza di essere esauditi nelle nostre suppliche è fondata sulla preghiera di Gesù.87
2615 Ancor più, quando la nostra preghiera è unita a quella di Gesù, il Padre ci dà un « altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità » (Gv 14,16-17). Questa novità della preghiera e delle sue condizioni appare attraverso il discorso di addio.88 Nello Spirito Santo, la preghiera cristiana è comunione di amore con il Padre, non solamente per mezzo di Cristo, ma anche in lui: « Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena » (Gv 16,24).
Gesù esaudisce la preghiera
2616 La preghiera a Gesù è già esaudita da lui durante il suo ministero, mediante segni che anticipano la potenza della sua morte e della sua risurrezione: Gesù esaudisce la preghiera di fede, espressa a parole (dal lebbroso;89 da Giairo;90 dalla Cananea;91 dal buon ladrone92) oppure in silenzio (da coloro che portano il paralitico;93 dall'emoroissa che tocca il suo mantello;94 dalle lacrime e dall'olio profumato della peccatrice95). La supplica accorata dei ciechi: « Figlio di Davide, abbi pietà di noi » (Mt 9,27) o: « Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me » (Mc 10,47) è stata ripresa nella tradizione della Preghiera a Gesù: « Gesù, Cristo, Figlio di Dio, Signore, abbi pietà di me peccatore! ». Si tratti di guarire le malattie o di rimettere i peccati, alla preghiera che implora con fede Gesù risponde sempre: « Va' in pace, la tua fede ti ha salvato! ».
Sant'Agostino riassume in modo mirabile le tre dimensioni della preghiera di Gesù: « Prega per noi come nostro Sacerdote; prega in noi come nostro Capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo, dunque, in lui la nostra voce, e in noi la sua voce ».96
La preghiera della Vergine Maria
2617 La preghiera di Maria ci è rivelata all'aurora della pienezza dei tempi. Prima dell'incarnazione del Figlio di Dio e prima dell'effusione dello Spirito Santo, la sua preghiera coopera in una maniera unica al disegno benevolo del Padre: al momento dell'annunciazione per il concepimento di Cristo,97 e in attesa della pentecoste per la formazione della Chiesa, corpo di Cristo.98 Nella fede della sua umile serva il dono di Dio trova l'accoglienza che fin dall'inizio dei tempi aspettava. Colei che l'Onnipotente ha fatto « piena di grazia », risponde con l'offerta di tutto il proprio essere: « Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto ». « Fiat », è la preghiera cristiana: essere interamente per lui, dal momento che egli è interamente per noi.
2618 Il Vangelo ci rivela come Maria preghi e interceda nella fede: a Cana99 la Madre di Gesù prega il Figlio suo per le necessità di un banchetto di nozze, segno di un altro Banchetto, quello delle nozze dell'Agnello che, alla richiesta della Chiesa, sua Sposa, offre il proprio Corpo e il proprio Sangue. Ed è nell'ora della Nuova Alleanza, ai piedi della croce, 100 che Maria viene esaudita come la Donna, la nuova Eva, la vera « Madre dei viventi ».
2619 È per questo che il cantico di Maria, 101 il « Magnificat » latino, il 9,("8L
In sintesi
2620 Nel Nuovo Testamento il modello perfetto della preghiera si trova nella preghiera filiale di Gesù. Fatta spesso nella solitudine, nel silenzio, la preghiera di Gesù comporta un'adesione piena d'amore alla volontà del Padre fino alla croce e un'assoluta fiducia di essere esaudito.
2621 Nel suo insegnamento, Gesù educa i suoi discepoli a pregare con un cuore purificato, con una fede viva e perseverante, con un'audacia filiale. Li esorta alla vigilanza e li invita a rivolgere le loro domande a Dio nel suo nome. Gesù Cristo stesso esaudisce le preghiere che gli vengono rivolte.
2622 La preghiera della Vergine Maria, nel suo « Fiat » e nel suo Magnificat, è caratterizzata dalla generosa offerta di tutto il suo essere nella fede.
(51) Cf Lc 1,49; 2,19; 2,51.
(52) Cf Lc 3,21.
(53) Cf Lc 9,28.
(54) Cf Lc 22,41-44.
(55) Cf Lc 6,12.
(56) Cf Lc 9,18-20.
(57) Cf Lc 22,32.
(58) Cf Mc 1,35; 6,46; Lc 5,16.
(59) Cf Eb 2,12.
(60) Cf Eb 2,15; 4,15.
(61) Cf Mt 11,25-27 e Lc 10,21-22.
(62) Cf Ef 1,9.
(63) Cf Gv 11,41-42.
(64) Cf Mt 6,21.33.
(65) Cf Gv 17.
(66) Cf Sal 22,2.
(67) Cf Mc 15,37; Gv 19,30.
(68) Cf At 13,33.
(69) Cf Mt 5,23-24.
(70) Cf Mt 5,44-45.
(71) Cf Mt 6,7.
(72) Cf Mt 6,14-15.
(73) Cf Mt 6,21.25.33.
(74) Cf Mt 7,7-11.13-14.
(75) Cf Mt 21,21.
(76) Cf Mt 8,26.
(77) Cf Mt 8,10.
(78) Cf Mt 15,28.
(79) Cf Mt 7,21.
(80) Cf Mt 9,38; Lc 10,2; Gv 4,34.
(81) Cf Mc 13; Lc 21,34-36.
(82) Cf Lc 22,40.46.
(83) Cf Lc 11,5-13.
(84) Cf Lc 18,1-8.
(85) Cf Lc 18,9-14.
(86) Cf Gv 14,13.
(87) Cf Gv 14,13-14.
(88) Cf Gv 14,23-26; 15,7.16; 16,13-15.23-27.
(89) Cf Mc 1,40-41.
(90) Cf Mc 5,36.
(91) Cf Mc 7,29.
(92) Cf Lc 23,39-43.
(93) Cf Mc 2,5.
(94) Cf Mc 5,28.
(95) Cf Lc 7,37-38.
(96) Sant'Agostino, Enarratio in Psalmum 85, 1: CCL 39, 1176 (PL 36, 1081); cf Principi e norme per la Liturgia delle Ore, 7: Liturgia delle Ore, v. 1 (Libreria Editrice Vaticana 1981) p. 30.
(97) Cf Lc 1,38.
(98) Cf At 1,14.
(99) Cf Gv 2,1-12.
(100) Cf Gv 19,25-27.
(101) Cf Lc 1,46-55.
martedì 21 settembre 2010
L’Amore di Dio, quando è accolto, inonda, penetra nel più intimo dell’animo umano.
Non si può restarne digiuni anche per un solo attimo dopo averlo assaporato.
Questo Amore esige Amore perché il cuore dell’uomo tutto preso, tutto avvolto e immerso in esso non vuole uscirne più, vuole rimanervi, e l’unico modo per rimanervi è quello di amare altrettanto quanto Dio ama, e sapendo che non si può eguagliarlo e nell’intensità e nella quantità, l’unico modo di amare nella sua stessa misura e nel suo stesso grado è quello di chiedergliene ancora e di più al punto tale da essere trasformato, conformato ad esso, in modo da essere uno con Lui, da essere uno con l’infinito Amore di Dio.
Da ciò si può capire il gran mistero, il fascino di Maria, perché tutto quello che è stato detto finora è avvenuto in Lei in maniera perfetta e completa, in Lei si realizza il capolavoro di Dio.
Come si può perciò non amare Maria, oggetto dell’amore di Dio?
Chi ama Dio, non può non amare quel che Lui ama infinitamente.
Conformarsi all’amore di Dio significa amare Maria, e amare Maria significa amare Dio che ha posto la sua dimora in Lei.
A Maria Dio ha affidato questa missione eterna: far conoscere il suo stesso Amore agli uomini che Lui ama.
Ogni uomo che vuole vivere come Maria non può non conoscere e sperimentare nella propria vita questa sublime presenza divina.
Ma c’è di più; si può penetrare ancora di più nel mistero di Maria entrando maggiormente nel mistero di quell’Amore divino che si perpetua, si rinnova continuamente tra Maria e il suo Signore.
Come è possibile questo?
La Sacra Scrittura ci dice che "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19).
Abbiamo, quindi, un punto di riferimento nel Cuore di Maria.
Ma cos’è questo Cuore? Come difendere questa dimensione intima di Maria, che taluni riducono a puro e svenevole sentimentalismo e ad un’ulteriore e inutile interposizione fra l’uomo e Dio?
In verità, la stessa Sacra Scrittura ci dice che Dio sa quel che c’è nel cuore di ogni uomo (cfr. 1Gv 3,20). Ed è la stessa Sacra Scrittura a dirci quel che Maria serbava nel suo Cuore: serbava la realizzazione di tutti quei misteri divini che la circondavano e la coinvolgevano, ma in più li meditava, li elaborava, ne faceva un motivo di ulteriore riflessione su Dio, sul suo Amore e su se stessa, sul proprio ruolo di Madre all’interno della storia della salvezza che si realizzava con l’incarnazione, la passione, la morte e la resurrezione del suo Figlio Gesù.
Inoltre, la Chiesa riconosce nel Magnificat di Maria una missione che continua ancora nella gloria dei beati, per l’eternità Ella ripete: "L’anima mia magnifica il Signore…" (Lc 1,46 e ss.).
Chi può più perfettamente cantare la grandezza di Dio se non colei che è stata ricolmata da tale grandezza ed è il ricettacolo prediletto dell’Amore divino?
L’amore cerca l’amore, l’amore vuole specchiarsi in se stesso, e questo è ciò che avviene tra Dio e la creatura che si apre a Lui. In Maria abbiamo l’esempio massimo di questo rapporto tra Dio e la creatura.
Quali obiezioni si possono, dunque, muovere dinanzi a questa realtà oggettiva?
E’ ancora la Sacra Scrittura a parlarci del cuore, e con esso spesso indica la cattiva o la buona disposizione dell’uomo, la sua volontà, le sue inclinazioni, le mozioni del suo spirito.
Ora, consapevoli di questo, non ci resta altro che entrare nel Cuore di Maria.
Ma come si fa ad entrare nel Cuore di Maria?
E’ la stessa S. Vergine a darci la risposta; nel messaggio del 1-1-1987 ci dice così: "Desidero che entriate nel mio Cuore con tanta umiltà e tanto amore, desidero che recitiate ogni giorno il Rosario, desidero che vi comunichiate, che vi confessiate in modo da essere sempre più degni dell’amore di Cristo".
Innanzi tutto, ci vengono richieste due fondamentali disposizioni dell’anima: l’umiltà e tutto l’amore che sappiamo esprimere.
Ci viene richiesta l’umiltà perché Maria non solo è l’umile ancella del Signore alla quale tutti noi cerchiamo di assomigliare e conformarci, ma anche perché il suo Cuore Immacolato è il santuario in cui Dio ha preso stabile dimora. Maria, infatti, è chiamata Casa di Dio, Santuario di Dio.
Ci viene richiesto tutto l’amore di cui siamo capaci perché il motivo principale per cui si entra nel Cuore di Maria è quello di trasformare e uniformare il nostro amore a quello di Dio.
L’espressione "…in modo da essere sempre più degni dell’amore di Cristo", non significa altro che cercare tutti quei mezzi per continuare a rimanere nel suo Amore - tornano a proposito le parole di Gesù: "Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore." (Gv 15,9-10) – in modo tale che il nostro amore diventi sempre più simile al suo, degno di essere paragonato al suo, così da poter dire con S. Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me." (Gal 2,20).
Ma questa unione ha bisogno di una continua comunione. Infatti, come si può sostenere che due persone sono unite se non vi è una certa assiduità tra di loro? E come vi può essere assiduità se non vi è dialogo, condivisione?
Per questo la S. Vergine ci indica tutti quei mezzi che rinnovano e continuano il dialogo con Dio, ci esorta a pregare ogni giorno con il S. Rosario, ci invita ad incontrare Gesù nell’Eucaristia, ci spinge a rinsaldare questa unione nel sacramento della Riconciliazione.
Con il S. Rosario teniamo presente quel mistero divino che ha la sua eccellenza nella vera presenza divina che è l’Eucaristia. Il S. Rosario, perciò, si può dire che abbia due funzioni: una è quello di prepararci e introdurci all’incontro con Gesù Eucaristia, l’altra è quello di rendere quanto più fruttuoso questo incontro e di tenere viva nella nostra coscienza questa comunione con il Signore.
L’Eucaristia è, come si è detto, l’incontro, la comunione per eccellenza. Non è il caso qui di parlare dell’assoluto valore della comunione eucaristica che necessita di una trattazione particolare, ma diamo qualche piccolo suggerimento per chi vuole entrare nell’ottica dell’offerta di sé per diventare un tutt’uno con l’Amore.
Innanzi tutto, è necessario un atteggiamento di ascolto; osserviamo il silenzio nel nostro intimo, accogliamo il Signore che viene nei nostri cuori solo con queste parole: "Parla Signore, il tuo servo ti ascolta." (1Sam 3,10).
Un’altra disposizione d’animo è quello della massima fiducia, dell’assoluto abbandono, come si diceva prima, infatti, "Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa." (1Gv 3,20), perciò è superfluo affannarci per presentargli le nostre pene, le nostre preoccupazioni, Egli sa già tutto e sa che abbiamo bisogno del suo aiuto, chiede solo di fidarci di Lui essendo consapevoli che ci soccorrerà.
Infine, è necessario farsi attrarre dal suo Amore, e non c’è nulla di più attraente se non quello di farsi dono. Gesù Amore si dona a noi e noi ci doniamo all’Amore, uniti in questa offerta, e avendo la pienezza dello Spirito Santo, sale al Padre un sacrificio perenne a Lui gradito per la salvezza del mondo (cfr. Messale Romano).
In questa offerta sublime vi è naturalmente la presenza di Maria: come ai piedi della Croce, Maria si univa all’offerta del Figlio a Dio Padre, così nella comunione eucaristica Maria si unisce a ciascuno di noi.
Alla luce di queste riflessioni, non è difficile comprendere l’atto di offerta durante la S. Comunione per la salvezza dei nostri fratelli insegnataci dalla S. Vergine.
O Gesù, è dolce averti nel mio cuore, desidero ardentemente il tuo Amore.
Il tuo Sacro Cuore misericordioso supplico, adoro, prego ed amo chiedendo per le sue Sante virtù, lo scioglimento di quei cuori ormai impietriti, la purificazione e l’infervoramento per accostarli così al Ss. Sacramento di cui tu, o Gesù mio, ci fai parte. (1-8-1987).
Un altro mezzo per essere in comunione è l’accoglienza e l’offerta a Gesù della malattia, dei sacrifici, delle umiliazioni e di tutto quello che comporta una sofferenza nella nostra vita, applicando le stesse intenzioni che sono state evidenziate prima, cioè la conversione dei nostri fratelli.
Anche in questo caso vale lo stesso principio che è stato detto sopra a proposito della comunione eucaristica. Con la propria sofferenza ognuno partecipa alla sofferenza redentiva del Cristo (cfr. Giovanni Paolo II, Salvifici doloris), ma nella sofferenza vi è anche la presenza costante di Maria che rinnova il suo stare presso la croce dei suoi figli così come ha fatto con il Figlio Gesù.
Il suo stare presso la Croce, poi, non è un semplice assistere, ma un partecipare nella comunione d’amore che si fa dono sublime ed estremo in unione al sacrificio del Figlio per la salvezza dell’uomo.
Allo stesso modo Ella partecipa alla nostra sofferenza in virtù della sua missione eterna di Madre. D’altronde, non potrebbe esser altrimenti dal momento che Gesù ce l’ha affidata per Madre proprio dalla Croce (cfr. Gv 19,26-27).
Per le sue mani, noi possiamo offrire noi stessi a Dio per la salvezza di tutti gli uomini sparsi nel mondo, offerta che si realizza in unione al sacrificio perfetto che Gesù fece una volta per tutte donando se stesso sulla Croce per la salvezza dell’umanità.
Il sacramento della Riconciliazione serve a ricongiungere quel filo che ci mantiene in comunione con Dio e che talvolta noi spezziamo tirandolo con troppa veemenza. Ci riconcilia, in Cristo, con il Padre, con i nostri fratelli, con noi stessi, in modo tale da restare pienamente nella comunione d’Amore che da Dio si comunica a noi, e da noi ai nostri fratelli.
Anche in questo sacramento si può sperimentare la presenza di Maria. Ella che è Signora del perdono e Madre di misericordia ci spinge con amorevole incoraggiamento verso l’abbraccio del Padre.
Abbiamo, dunque, parlato dell’entrare in comunione con Maria e, in Lei, con Dio. Tutto questo è l’essenza della consacrazione di noi stessi al Cuore Immacolato della Madre del Cielo, e fa sì che diventiamo autentici testimoni della grandezza di Dio e cooperatori di quel regno di giustizia, di carità e di Pace che il Signore tramite sua Madre vuole edificare.
Sappiamo che la consacrazione per eccellenza è quella battesimale, ma il farsi dono consapevolmente per entrare in più stretta comunione con Dio nel Cuore Immacolato di Maria, lascia libero spazio all’opera incominciata in noi con il Battesimo dallo Spirito Santo Amore fino al perfetto compimento con l’eterna visione di Dio.
Luigi Maria
Tratto da: http://www.rocciadibelpasso.it/luigimaria1.htm

« Si chiamano sacramentali i sacri segni istituiti dalla Chiesa il cui scopo è di preparare gli uomini a ricevere il frutto dei sacramenti e di santificare le varie circostanze della vita. »
Articolo 1677 (sintesi) del Catechismo Chiesa Cattolica
Racconta Santa Teresa nel suo Libro della vita come, una volta, il demonio per due volte le apparve e subito fuggì, non appena lei fece il Segno della Croce, ma ritornò poco dopo. Quando lei aggiunse l'Acqua Benedetta al Segno della Croce, lui scomparve definitivamente. Per questo, molte volte, al fine di fare le sue orazioni in pace, la Santa riformatrice del Carmelo chiedeva alle sue suore che la aspergessero ripetutamente.
L'uso dell'Acqua Santa è antichissimo. S. Giustino infatti ci fa sapere nella sua II apologetica che fin dai suoi tempi, cioè al principio del II secolo, ogni domenica si poneva gran cura perché, dovunque si adunavano i fedeli, non mancasse l'acqua benedetta, colla quale il sacerdote li aspergeva perché fossero sempre meglio purificati. E prima ancora di san Giustino il papa s. Alessandro comandò ai sacerdoti di benedir tutto il popolo con l'Acqua Santa: e dalle parole del suo decreto rilevasi che questa pratica era già in uso fin dai tempi apostolici. Il primo autore di questa istituzione si crede essere l'apostolo s. Matteo.
L'acqua Santa si fa dai Sacerdoti in cotta e stola, mischiando il sale coll'acqua, recitando sopra do essa le orazioni prescritte dalla Chiesa. Si mischia il sale coll'acqua affinché, essendo il sale simbolo di purezza e dell'incorruzione, e l'acqua simbolo di semplicità e purità, tutti coloro che di essa si aspergono restino purificati da ogni immondezza, e premuniti contro le insidie diaboliche; e coll'aiuto divino divengano prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Questo mescolamento rappresenta inoltre:
-
la incarnazione del Verbo: perocché se nell'acqua che scorre sopra la terra si rappresenta la natura umana, nel sale che tutto condisce e rende incorruttibile, si rappresenta la natura divina che in unità di persona si trova in Gesù Cristo;
- l'unione del popolo con Gesù Cristo, perocché, come del'acqua che è tutta semplicità e del sale che è tutto sapore, si fa una cosa sola, così del popolo fedele si fa un solo corpo mistico con Gesù Cristo per mezzo della sapienza evangelica che ce lo fa conoscere ed amare, e quindi strettissimamente ci unisce a lui per mezzo della Grazia in questa vita e per mezzo della gloria nell'altra.
L'acqua benedetta si pone all'ingresso della chiesa, affinché il popolo che vi entra, mondato delle colpe veniali, preghi con maggiore purità di coscienza, e più facilmente impetri ciò che chiede. Il che tanto più conviene ai cristiani al primo metter piede entro le chiese, in quanto che gli Ebrei erano soliti purificarsi prima di entrare nel tempio; ed è perciò che al suo ingresso si trovano capacissime vasche espressamente ordinate a questo scopo.
Si costuma inoltre di portarla alle proprie abitazioni, ed ivi conservarla con decenza presso il letto onde usarla per farsi il segno della Santa Croce nel coricarsi, nel levarsi, in tempo di gravi tentazioni, di procelle, di malattie, non che di qualunque altro bisogno, e così chiamare sopra di se la benedizione del Cielo, e sempre più rinvigorirsi contro gli assalti dei propri nemici. Si aspergono ancora:
- le case, le stalle, le mandrie, onde tener lontane le infestazioni degli spiriti maligni;
- Le suppellettili, le vesti, i cibi, affinché il loro uso riesca profittevole sia all'anima che al corpo;
- il cimitero e i cadaveri dei fedeli, onde rendere sempre più efficaci i suffragi che si fanno alle anime dei defunti;
- finalmente tutti i luoghi Sacri e gli oggetti di culto, affinché santificati con questa aspersione riesca di maggiore gradimento al Signore l'uso che se ne fa, e ispirino i fedeli la venerazione che si meritano.
Per godere poi tutti i vantaggi a cui è ordinata l'Acqua Santa, bisogna usarla con sentimenti di fede, di umiltà e di contrizione, giacché quest'Acqua non opera se non per via di impetrazione, e sempre a misura delle disposizioni di chi se ne serve. E' dunque interesse di ogni cristiano d'adoperarla frequentemente, ma sempre con grande rispetto, e di tenerne sempre provveduta la propria casa.
tratto dal manuale di Filotea di Giuseppe Riva.
martedì 7 settembre 2010
La storia e le emergenze del Paese nella preghiera alla patrona del continente
Il Messico e la
Madonna di Guadalupe
Città del Messico, 7 settembre. - Povertà, immigrazione, violenza, narcotraffico. L'8 settembre, festa della Natività di Maria, è l'occasione per porre ai piedi della Vergine di Guadalupe, patrona del continente americano, i gravi problemi che pesantemente angosciano la società messicana. Una supplica che trova nella contestuale celebrazione del bicentenario dell'indipendenza nazionale un motivo in più per riproporre all'attenzione dei fedeli il senso dell'impegno per una società più giusta e lontana da quella violenza legata al traffico della droga che solo negli ultimi quattro anni ha mietuto la vita di ben venticinquemila persone.
Un'opportunità colta dall'arcivescovo di Morelia, Alberto Suárez Inda, che ha proposto una riflessione sulla situazione della società messicana. In primo luogo, il presule è tornato su alcune sue affermazioni precedenti. "A qualcuno hanno causato sorpresa le mie parole sul "peccato di omissione" della Chiesa se fosse rimasta ai margini o se tacesse in questa celebrazione del bicentenario". Ma un popolo senza memoria - ha osservato - corre il rischio di perdere la sua identità. E i cristiani hanno il compito di scoprire "il dito di Dio che scrive la storia". Nella luce della fede, pertanto, è Dio che guida gli eventi in un percorso del progetto di salvezza. Prima dei cosiddetti "Padri della Patria" - ha ricordato ancora il presule - c'è stato l'evento guadalupano, in cui la Madonna ha ispirato e accompagnato il Messico in tutti i momenti.
La Madonna di Guadalupe non solo è protettrice della nazione, ma artigiana di un Paese indipendente. "Per un cattolico è necessario rendere grazie a Dio per questi duecento anni, specie per la libertà, che è un dono di Dio e una meta da riconquistare con sforzo e generosità. La situazione dolorosa che vive il Messico - prosegue l'arcivescovo - ci spinge ad agire con sapienza e responsabilità dinanzi alle sfide della povertà, al deterioramento sociale e agli scontri. Noi ci fidiamo del Signore e della protezione della Madonna di Guadalupe per continuare a lavorare a favore della giustizia e della pace".
Parole che si ricollegano a quelle contenute nella recente lettera pastorale dei presuli messicani per il bicentenario dell'indipendenza intitolata Commemorare la nostra storia della fede, per impegnarci oggi con il nostro Paese. Un documento che in cinquanta pagine ripropone la ricca storia di fede di un popolo sofferente ma credente, un esempio di devozione mariana e missionaria valida non solo per il Messico ma anche per tutto il continente americano.
La festività dell'8 settembre sarà proprio l'occasione per unire le speranze di tutti i popoli del continente nella preghiera alla vergine di Guadalupe. Alle ore 20, infatti, milioni di fedeli americani si uniranno in comunione spirituale per partecipare alla recita del "Rosario d'Amore Guadalupano", che per la prima volta si svolgerà di sera e in forma comunitaria.
Tutti porteranno in mano delle candele e compiranno a piedi il percorso dalla collina del Tepeyac fino all'atrio della basilica di Guadalupe. A guidare la processione sarà l'arcivescovo di México e primate della nazione, il cardinale Norberto Rivera Carrera.
L'evento - organizzato dall'arcidiocesi di México in collaborazione con l'Istituto superiore di ricerca Guadalupe e i Cavalieri di Colombo - fa parte del programma di attività della Giornata universale "Santa María de Guadalupe, scudo e patrona della nostra libertà", organizzata in occasione della celebrazione del bicentenario dell'indipendenza del Messico.
La data dell'8 settembre è stata scelta proprio perché la Chiesa vi celebra la festa della nascita della Vergine Maria. Il canonico della basilica di Guadalupe, padre Eduardo Chávez Sánchez, incaricato del rosario guadalupano, ha anticipato che si pregherà "perché i messicani possano trovare la vera libertà che è l'indipendenza dal peccato, dalla morte, dall'egoismo, dalla superbia del dio denaro, che fa tanto male al nostro Paese".
Nel programma della Giornata, oltre al saluto del cardinale Rivera Carrera, figurano un intervento dal titolo "Nostra Signora di Guadalupe, Madre della civiltà dell'amore" tenuto da uno dei responsabili dei Cavalieri di Colombo, e una conferenza di padre Chávez Sánchez sul tema "Santa Maria di Guadalupe, scudo e patrona della nostra libertà - il significato della Vergine nera nella lotta per l'indipendenza del Messico".
Secondo quanto previsto da padre Chávez Sánchez, al rosario si uniranno più di tre milioni di persone negli Stati Uniti, oltre alle centinaia di migliaia di persone in tutto il continente che seguiranno l'evento attraverso il sito www.rosarioguadalupano.com, le diverse catene radiotelevisive e tutte le emittenti cattoliche che ritrasmetteranno il segnale satellitare che verrà offerto in modo gratuito.
(©L'Osservatore Romano - 8 settembre 2010)
venerdì 3 settembre 2010
Se si legge con attenzione l’enciclica …
C’è un personaggio inquietante e apocalittico che Benedetto XVI evoca, a sorpresa, nella recente enciclica “Spe salvi”: l’Anticristo. Per la verità il papa non cita direttamente questo oscuro soggetto che è drammaticamente preannunciato fin dal Nuovo Testamento, ma lo chiama in causa attraverso una citazione di Immanuel Kant che fa una certa impressione rileggere in questi tempi in cui l’Europa sembra in guerra contro la Chiesa, spesso strumentalizzando alcuni gruppi sociali (come gli immigrati musulmani o le donne o gli omosessuali) per sradicare le radici cristiane e per limitare la libertà dei cattolici e della Chiesa. Scriveva Kant: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose”.
Il Papa sottolinea proprio questa possibilità apocalititca che viene affacciata da Kant secondo cui l’abbandono del cristianesimo e la guerra al cristianesimo potrebbero portare a una fine non naturale, “perversa”, dell’umanità, a una sorta di autodistruzione planetaria, sia in senso morale che in senso materiale (e un tale orrore, peraltro, è oggi nelle possibilità teniche dell’umanità). Essendo l’enciclica un testo molto rigoroso e ponderato, è da escludere che Benedetto XVI abbia evocato l’Anticristo e la “fine dell’umanità” a caso.
Il suo pensiero peraltro è del tutto lontano da suggestioni millenaristiche, c’è dunque da credere che se richiama questi temi scorga veramente nel nostro tempo un confronto drammatico e mortale fra Bene e Male. Oltretutto già in un’altra recente occasione è stata evocata e ben meditata, in Vaticano, la figura dell’Anticristo. E’ accaduto quest’anno, il 27 febbraio, negli esercizi spirituali predicati al Papa dal cardinale Biffi (immagino che i temi siano stati concordati): si è meditato proprio sulla profezia dell’Anticristo (vedi “Le cose di lassù”, ed. Cantagalli). Biffi ha citato infatti il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev scritto nella primavera 1900, come avvertimento al XX secolo che era agli albori. In quelle pagine il personaggio apocalittico veniva eletto “Presidente degli Stati Uniti d’Europa” e poi acclamato imperatore romano.
“Dove l’esposizione di Solovev si dimostra particolarmente originale e sorprendente e merita più approfondita riflessione” spiega Biffi “è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista”. Praticamente un campione perfetto del politically correct. Ecco le parole di Solovev: “Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano… Era un convinto spiritualista”, credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”.
In sostanza questa figura – l’antagonista di Gesù Cristo – si presenterebbe, secondo un’antica tradizione, con gli aspetti più seducenti, una contraffazione dei “valori cristiani”, in realtà rovesciati contro Gesù Cristo, quelli che oggi carezzano il senso comune. L’Anticristo di questo racconto infatti tuona: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. Parole in cui molti sentono echeggiare quell’accusa al cristianesimo (che sarebbe causa di intolleranza e conflitti) oggi tanto diffusa. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che il Papa stigmatizzi solo e semplicemente l’anticristianesimo dilagante a causa del laicismo, sebbene così aggressivo e pericoloso. C’è molto di più nei suoi pensieri. Proprio Ratzinger, da cardinale, in una memorabile conferenza a New York, il 27 gennaio 1988, davanti a un uditorio ecumenico, soprattutto di teologi, citò lo stesso racconto di Solovev esordendo così: “Nel ‘Racconto dell’Anticristo’ di Vladimir Solovev, il nemico escatologico del Redentore raccomandava se stesso ai credenti, tra le altre cose per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un lavoro esegetico che era stato riconosciuto come pionieristico in quel campo. L’Anticristo un famoso esegeta!”.
Questo discorso fu ripetuto dal cardinale anche a Roma, davanti a una platea di teologi cattolici. Molti, in quelle platee, trovarono sicuramente “provocatoria” questa citazione, sia pure espressa con la pacatezza tipica di Ratzinger che esorta tutti, sempre, a riflettere. Essa però esprime la consapevolezza dell’attuale pontefice – e prima di lui di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – che il pericolo non viene solo dall’esterno, da una cultura avversa e da forze anticristiane, ma anche dall’interno, da “un pensiero non cattolico” che dilaga nella stessa cristianità, come denunciò con parole drammatiche Paolo VI quando arrivò a parlare del “fumo di Satana” dentro il tempio di Dio.
Che nella Chiesa, specialmente negli ultimi pontefici, sia diffusa la sensazione di vivere tempi apocalittici (non necessariamente “la fine dei tempi”, ma forse i tempi dell’Anticristo) appare evidente da tanti loro pronunciamenti. Inoltre fa riflettere, anche in Vaticano, la gran quantità di “avvertimenti” soprannaturali, che vanno in tal senso, contenuti in “rivelazioni private” a santi e mistici e in apparizioni di quesi decenni: in qualcuna di esse si afferma addirittura che l’Anticristo sarebbe un ecclesiastico di questo tempo (un “pastore idolo” che sconvolgerà la vita della Chiesa), ma è un’immagine che molti interpretano come riferita a un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa, fenomeno che in effetti è ben disastrosamente visibile. Dà un quadro ragionato e illuminante di tutto questo padre Livio Fanzaga nel volume, appena uscito, “Profezie sull’Anticristo” (Sugarco). Un quadro prezioso per comprendere il senso e la preoccupazione di tanti interventi pontifici. Angosciati sia per le sorti della fede che per le sorti dell’umanità.
La particolare attenzione della Santa Sede all’Italia è dovuta al fatto che qui il peso dei cattolici ha dato – come ha sottolineato il Papa stesso – il segnale di una inversione di tendenza rispetto alle devastazioni anticristiane e nichiliste del resto d’Europa. La Chiesa cioè scommette sull’Italia per riportare l’Europa alle sue radici cristiane e alla fede. Per questo allarma fortemente che in questi giorni, nel Palazzo della politica, si tenti di soppiatto – con la connivenza di alcuni cattolici – di reintrodurre un “reato di opinione riferito alla tendenza sessuale” (come lo definisce “Avvenire”) che apre la strada alla “demoralizzazione” del Paese e domani potrebbe fortemente minacciare la stessa libertà della Chiesa di insegnare la sua morale. Oltretutto tale limitazione alla libertà di pensiero e di parola viene pretesa in nome di un’ideologia libertaria, paradosso che fa riflettere amaramente oltretevere, dove questi scricchiolii sono percepiti come pericolosi avvertimenti prima di un possibile crollo.
Antonio Socci
Da “Libero, 8 dicembre 2007
giovedì 2 settembre 2010
Gerardo Vescovo il 'gregoriano'
Dimenticato dalla terra d'origine ma non dalla 'piacentinità' cattolica. Un recupero devozionale da percorrere
Lottò contro sacerdoti concubinarii e dediti al lucro ed alla simonia (il commercio di cariche ecclesiastiche)
un esempio attuale?
| E' piacentino San Gerardo il patrono di Potenza Appartenente alla casata dei Della Porta fu vescovo della città Lucana Parliamo di San Gerardo Vescovo piacentino, Patrono di Potenza da ben 891 anni stando al suo dies natalis datato 30 ottobre 1119, Santo originario di Piacenza, in città rimangono segni della Famiglia di discendenza e le sue ramificazioni. La Casata dei Della Porta la ritroviamo a Piacenza investita della carica di Console cittadino; per una ragionata cronologia che possa essere di coronamento agli studi potentini si ricordino i documenti e le pergamene che abbiamo rintracciato a Piacenza e dai quali estraiamo preziose notizie. Piacenza cercò un legame “storico-artistico” nel 1952 per mano dell’archivista Giulio Dosi e dopo un breve scambio epistolare tra i due comuni quello sforzo non ebbe purtroppo seguito concreto. Fu il canonico e storico del Duomo di Piacenza Campi a chiedere notizie al Capitolo della Cattedrale di Potenza e così dopo il 1614 riuscì a portare a conoscenza di Piacenza i fatti relativi alla vita ed alla santità di questo insigne concittadino. L’Ufficio Liturgico del Santo fu lo stesso in uso a Potenza e Piacenza per anni anche se oggi sappiamo essere rimasto in uso nella sola cittadina Lucana, oggi Basilicata. Dal volume interessante di don Gerardo Messina “Dal Po al Basento, Pellegrino di Pace” traiamo notizie precise con dati storici e della tradizione elaborati in modo scientifico, scrive il Messina: “E’ una memoria tenace quella dei potentini per il Patrono S. Gerardo, che merita di essere rinsaldata e rinverdita per le generazioni future” e quindi da trasmettere anche alla terra d’origine, Piacenza. Certamente già dal XI secolo in Potenza era presente una Famiglia o Colonia piacentina dei Della Porta, sappiamo che fin da allora un altro vescovo piacentino Guglielmo Della Porta era in Potenza ed anche il vescovo di Melfi era di Piacenza. Il Casato dei Della Porta proprio per i suoi trascorsi legami con la terra di Puglia, cui Potenza era compresa nel Ducato, mutò il nome in Porta-Puglia, lo stesso stemma araldico della Famiglia è lo stesso sia in Potenza che a Piacenza. Probabilmente S. Gerardo era giunto a Potenza già sacerdote, sulla spinta della riforma gregoriana che aveva coltivato nel piacentino nelle aspirazioni spirituali. Potenza è centro di raccolta dei crociati così come Piacenza vede Papa Urbano II riunirvi il Concilio del 1095 che porterà proprio alla indizione della prima crociata. A Piacenza in questo tempo nel monastero di S. Sisto vi erano delle suore scandalose che il Papa sostituisce con i monaci benedettini chiamati da Clearmont e Mantova. Giovanni da Matera nel 1139 fonda il monastero benedettino di Pulsano e parimenti il monastero piacentino di Quartazzola è pulsanense senza scordare che questi monaci avevano proprietà terriere presso la “Puglia” di Calendasco, frazione al ridosso del fiume Trebbia. Successore immediato di San Gerardo fu il vescovo Manfredi la cui memoria scritta e autentica lo ricorda come uomo pacifico, dotto, prodigo con i poveri e dedito all’insegnamento ai giovani della cultura. E’ doveroso segnalare che appena fuori ai confini provinciali, presso la città di Fidenza, nel portale laterale destro del Duomo, troviamo scolpito S. Raimondino Palmerio di Piacenza e appena sotto la figura di Vescovo benedicente, che è la tipica ed antica immagine tramandata di S Gerardo e che fa supporre quindi possa trattarsi dello stesso Vescovo santo piacentino: infatti la Cattedrale di S. Donnino in Fidenza, mostra la costruzione attuale iniziata verso il 1160 quale Santuario e che quindi porta scolpite figure di santi, fino a che nel 1601 acquistò titolo di Cattedrale con Sede vescovile. Un documento fatto in Borgo S.Donnino (attuale Fidenza) il 22 agosto 1197 relativo al rinnovo del giuramento di fedeltà a Piacenza ci mostra presenti tra i “consulis communis Placentie” Oberto figlio di Oberto Della Porta, un legame quindi anche con la nostra città. Segni tangibili della vita del Patrono S .Gerardo li estraiamo dalle letture proprie dell’Ufficio della Festa: “Gerardus, Placentiae ex illustri familia De Porta originem duxit. A pueritia hausta cum literis pietate, clericali militiae se nuncupavit” (Gerardo nacque a Piacenza dall’Illustre famiglia Della Porta. Educato da bambino nelle lettere e nella pietà, entrò nelle file del clero). Come lo stesso S. Corrado che in Calendasco “originem terreman duxit”, ugualmente S. Gerardo in Piacenza “originem duxit”. Nella Cattedrale piacentina troviamo murata sulla parete destra della prima campata, a sinistra della porta laterale che immette ai chiostri, una lapide sepolcrale del canonico e Diacono del Duomo Nicolò Copallati Della Porta, che fu anche Arciprete di Settima in cui si legge traducendo dal latino: “+1349 11 del mese di luglio – Sepolcro del Signore Nicola dei Copallati – Della Porta canonico – di questa Chiesa Maggiore – di Piacenza e arciprete – della pieve di Settima”. I monumenti di Piacenza riguardano un ramo della Famiglia Della Porta, i Coppalati o Copallati; il Santo piacentino Gerardo fu del ramo dei Della Porta che poi si chiamarono Porta-Puglia in seguito alla presunta origine pugliese. Anche nella Basilica di S.Antonino, all’esterno vi è una arca lapidea del secolo XIV sepoltura di un discendente Coppalati-Porta. A Potenza, nella Lucania oggi Basilicata, si ingegnò nell’educare ai buoni costumi i giovani inclini al male ed aprì una scuola per tutti in cui gratuitamente insegnava con “singulari humanitate ac patientia”. Eletto Vescovo della città divenne modello per il popolo, già da vivo fece un miracolo straordinario: trovandosi presso il luogo detto di S. Maria, per la calura estiva le genti soffrivano la sete, venne a mancare il vino, Gerardo si fece portare acqua dalla vicina fonte e con un segno di croce la tramutò in vino: gli fu concesso “Cana Galileae renovare miraculum, et ita suos mirabiliter recreare”. Per otto anni resse la Chiesa potentina fino al giorno della sua morte il 30 ottobre 1119, molti i miracoli succedutesi, tra i quali ciechi che riebbero la vista, guarigione del paralitico. Il 30 maggio si celebra a Potenza la Festa della Traslazione delle Reliquie alla Cattedrale avvenuta nel 1250, in questa occasione si svolge la famosa manifestazione civico-sacra di San Gerardo e i Turchi. La processione consiste in una nave, con un drappello di cavalieri vestiti alla turca, segue il Carro medioevale di S. Gerardo e in carrozza siede il Gran Turco con valletti seguito da alabardieri cristiani;si ricorda con questo solennissimo evento la vittoria sui Turchi per intercessione del Santo. Questo insigne piacentino che tanto ha segnato la storia di un territorio della nazione e che riscopriamo con curiosità e affetto, così come auspica don Messina nella sua lettera: “...possa riuscire utile per una migliore conoscenza – e spero devozione – del vostro e del nostro Santo...”. Come San Corrado Confalonieri anche San Gerardo Della Porta Patrono di Potenza possa con iniziative culturali-religiose future essere un nuovo stimolo per la crescita orgogliosa della terra di Piacenza che sempre più spesso mostra d’avere degnissimi avi che segnarono tempi e luoghi lontani e che accrescono l’identità piacentina. Umberto Battini articolo tratto dalle pagine della Cultura del quotidiano di Piacenza "Libertà" di domenica 25 luglio 2010 |
mercoledì 11 agosto 2010

E' on line sul sito della Santa Sede il testo integrale del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa
... 7 Il cristiano sa di poter trovare nella dottrina sociale della Chiesa i principi di riflessione, i criteri di giudizio e le direttive di azione da cui partire per promuovere un umanesimo integrale e solidale. Diffondere tale dottrina costituisce, pertanto, un'autentica priorità pastorale, affinché le persone, da essa illuminate, si rendano capaci di interpretare la realtà di oggi e di cercare appropriate vie per l'azione: « L'insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa »5. ... |

