martedì 6 aprile 2010

mercoledì 10 febbraio 2010

Comitato
"Piacenza pro Sindone 2010"

Centro di Accoglienza e Spiritualità “E. Manfredini”
Cappellania Ospedale di Piacenza
Parrocchia di San Sisto Piacenza
Congregazione Templari di San Bernardo
Identità Europea - Area Emilia
Compagnia di Sigerico

In collaborazione con
Collegamento pro Sindone

VOI CHI DITE
CHE IO SIA?

LA SACRA SINDONE

MOSTRA FOTOGRAFICA PER LA
RICERCA DEL VERO VOLTO DI GESU':
LA SUA PASSIONE, MORTE E
RISURREZIONE

Chiesa Abbaziale di San Sisto

20 marzo - 21 aprile 2010

giovedì 24 dicembre 2009

BUON NATALE !!!


Rallegriamoci tutti nel Signore
perché è nato nel mondo il Salvatore.
Oggi la vera pace è scesa a noi dal cielo

sabato 19 dicembre 2009

L'Avvento dei Templari
CON GESU' E CON LA SUA CHIESA

...Cari fratelli e sorelle, non dimentichiamo il dono immenso ricevuto il giorno in cui siamo stati battezzati! In quel momento Cristo ci ha legati per sempre a sé, ma, da parte nostra, continuiamo a restare uniti a Lui attraverso scelte coerenti con il Vangelo?
Non è facile essere cristiani! Ci vuole coraggio e tenacia per non conformarsi alla mentalità del mondo, per non lasciarsi sedurre dai richiami talvolta potenti dell'edonismo e del consumismo, per affrontare, se necessario, anche incomprensioni e talora persino vere persecuzioni.
Vivere il Battesimo comporta restare saldamente uniti alla Chiesa, pure quando vediamo nel suo volto qualche ombra e qualche macchia. È lei che ci ha rigenerati alla vita divina e ci accompagna in tutto il nostro cammino: amiamola, amiamola come nostra vera madre! Amiamola e serviamola con un amore fedele, che si traduca in gesti concreti all'interno delle nostre comunità, non cedendo alla tentazione dell'individualismo e del pregiudizio, e superando ogni rivalità e divisione. Così saremo veri discepoli di Cristo!

(tratto dal discorso del Santo Padre Benedetto XVI durante la visita alla Parrocchia Sant'Antonino, dove fu battezzato Giovanni Battista Montini. Concesio 8/11/2009 )

martedì 17 novembre 2009

NOI STIAMO CON GESU'
E CON IL PAPA
La speranza cristiana si fonda sul Crocefisso risorto

La sentenza della Corte Europea di Strasburgo, che vieta l’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici, è segno evidente di un grave sconvolgimento morale, spirituale e sociale che ci ha infettati e ci vuole annientare.

Ma la speranza non può e non deve venire meno.

Scrive Charles Péguy: «La piccola speranza avanza tra le due sorelle grandi [la fede e la carità] e non si nota neanche». Quasi invisibile, la «piccola» sorella sembra condotta per mano dalle due più grandi, ma col suo cuore di bimba vede ciò che le altre non vedono e trascina con la sua gioia fresca e innocente la fede e l’amore nel mattino di Pasqua. «È lei, quella piccina, che trascina tutto». È la speranza che vede il regno, che vede il Signore veniente, che vede l’invisibile, e che narra questo nell’oggi.

Ora e sempre, a Dio piacendo, siamo con il Santo Padre e la Chiesa di Cristo Gesu’.
Io, musulmana, difendo il crocifisso

di Randa Ghazy

Una giovane scrittrice di origini egiziane interviene nel dibattito sulla contestata decisione di Strasburgo

«Il crocifisso, in ogni classe che ricordo (dalle elementari fino al liceo) è sempre stato per me un simbolo rassicurante, una proiezione della grandezza di cuore di Cristo». Parola di Randa Ghazy, giovane scrittrice musulmana, di origine egiziana ma nata in Italia. Lo scrive nella sua rubrica «Biutiful Cauntry» che apparirà sul numero di dicembre prossimo di Mondo e Missione, mensile del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere). Un’affermazione che fa riflettere, mentre ancora non si placano le polemiche dopo la sconcertante sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.Di seguito il testo della rubrica di Randa Ghazy.Uno dei ricordi più belli della mia infanzia e prima adolescenza è don Bruno. Frequentavo l’oratorio feriale con il mio fratellino, e le suore ci trattavano con una gentilezza e premurosità impareggiabili. Ma don Bruno, lui ci faceva davvero ridere. Arrivava il momento della Messa, e noi due ci rifugiavamo al bar a giocare a calcio balilla e a strafogarci di caramelle. Don Bruno, ogni giorno, ci chiedeva di aggregarci a tutti gli altri bambini che andavano in chiesa. E noi declinavamo, con un po’ di vergogna. Un giorno ci disse: «E perché non venite e non dite le vostre preghierine?». E così fu. A Messa, io e mio fratello recitammo sommessamente le sure del Corano. Sicché il crocifisso, in ogni classe che ricordo (dalle elementari fino al liceo) è sempre stato per me un simbolo rassicurante, una proiezione della grandezza di cuore di Cristo e, in piccolo, di don Bruno.Appoggio e incoraggio ogni possibile dibattito tra cittadini musulmani e cristiani, ogni discussione sulla laicità dello Stato, ma nel rispetto dei grandi modelli di umiltà che ognuno può trovare nel suo passato e nel suo vissuto. Nel rispetto reciproco, quindi. Spengo la televisione, per non sentire le aggressioni verbali continue, ripenso a don Bruno, e mi viene da sorridere, pensando a quei due bambinetti musulmani che si guardavano intorno, in quella bella chiesa. Nostalgia, quasi, degli anni Novanta. Chi è Randa GhazyRanda Ghazy è nata in Lombardia, a Saronno, nel 1987, da genitori egiziani. Studia Relazioni internazionali a Milano e scrive. Nonostante la giovane età ha al suo attivo tre libri, tutti editi da Fabbri. Nel 2002, appena quindicenne, ha pubblicato Sognando Palestina, storia dell’amicizia tra un gruppo di ragazzi nei Territori occupati: un grande successo con oltre ventimila copie vendute e traduzioni in quindici Paesi. Il suo secondo libro, Prova a sanguinare, è uscito nel 2005. Il terzo, Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una mussulmana stranamente non terrorista, è del 2007. Nei suoi scritti Randa Ghazy (che collabora anche a «Yalla Italia», inserto sull’immigrazione del settimanale Vita /www.yallaitalia.it) propone una visione ironica sugli degli immigrati di seconda generazione, alla ricerca di un’identità riconosciuta.

martedì 3 novembre 2009


San Martino di Tours

Martino di Tours, (316 o 317 – Candes, 8 novembre 397, funerali l'11 novembre a Tours), era nativo di Sabaria, in Pannonia (l'odierna Ungheria). Suo padre, che era un importante ufficiale dell'esercito dell'Impero Romano, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Con la famiglia si spostò a Pavia, e quindicenne, in quanto figlio di un ufficiale, dovette entrare egli stesso nell'esercito. Venne mandato in Gallia; qui, ancora adolescente, si convertì al cristianesimo e divenne un monaco nella regione di Poitiers.

La leggenda del mantello
Quando Martino era ancora un soldato, ebbe la visione che diverrà l'episodio più narrato della sua vita. Si trovava alle porte della città di Amiens con i suoi soldati quando incontrò un mendicante seminudo. D'impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. Quella notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà di mantello che aveva condiviso. Udì Gesù dire ai suoi angeli: "Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito." Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia, ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

Conversione al cristianesimo
Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che si fece battezzare il giorno seguente e divenne cristiano. Decise di lasciare l'esercito e divenne un monaco nei pressi della città di Tours, sotto la protezione del vescovo Ilario di Poitiers. Martino si adoperò per la conversione alla cristianità della popolazione gallica, facendo molti viaggi per predicare nella Francia centrale ed occidentale, soprattutto nelle aree rurali, demolendo tempietti ed altari pagani. Nel corso di questa opera divenne estremamente popolare, e nel 371 divenne vescovo di Tours. Martino si rifiutò di vivere nella città e invece fondò un monastero a poca distanza dalle mura, che divenne la sua residenza. Il monastero, noto in latino come Maius monasterium (monastero grande), divenne in seguito noto come Marmoutier.Martino lottò contro l'eresia ariana. L'opera di Martino di Tours consentì di vincere l'eresia, creando le premesse per il Concilio di Nicea.

Culto popolare
San Martino di Tours viene ricordato l'11 novembre, sebbene questa non sia la data della sua morte. Nei primi secoli del cristianesimo, il culto reso ai santi spesso si collegava alla data della depositio nella tomba. Questa data è diventata una festa straordinaria in tutto l'Occidente, a causa di un numero notevole di cristiani che portavano il nome di Martino.Molte chiese in Europa sono dedicate a san Martino. L'11 novembre i bambini delle Fiandre e delle aree cattoliche della Germania e dell'Austria, partecipano a una processione di lanterne. Spesso, un uomo vestito come Martino cavalca in testa alla processione. I bambini cantano canzoni sul santo e sulle loro lanterne. Il cibo tradizionale di questo giorno è l'oca. Secondo la leggenda, Martino era riluttante a diventare vescovo, motivo per cui si nascose in una stalla piena di oche. Il rumore fatto da queste rivelò il suo nascondiglio alla gente che lo stava cercando.
Capitolo Generale di Tutti i Santi

sabato 31 ottobre e domenica 1 novembre 2009

Casa Sacro Cuore - Torreglia (PD)

Chiesa Parrochiale di San Martino - Luvigliano (PD)

Basilica Santuario di Sant'Antonio - Padova

P R O G R A M M A

Sabato 31 ottobre

ore 11 Accoglienza
ore 12 Apertura del Capitolo: Preghiera e Benedizione della Sede Magistrale
ore 13 Agape fraterna
ore 15,30 La Congregazione dei Templari di San Bernardo: - azione e Carismi - riflessione sullo Spirito Santo - attività
ore 17,30 Meditazione silenziosa
ore 18 Pausa
ore 18,30 Santa Messa
ore 20 Agape fraterna
ore 23 Preparazione Veglia d'Armi

Domenica 1 novembre

ore 24 - 3 Veglia d'Armi di meditazione e preghiera per i candidati ai vari passaggi ed in opposizione al male e ad Halloween
ore 3,15 Riposo notturno
ore 8,30 Colazione
ore 9,30 Preparazione alla vestizione dei candidati ai vari passaggi
ore 10 Santa Messa
ore 11 Rito della Vestizione Cavalleresca ed investiture
ore 12 Fondazione della Domus dei SS. Apostoli in Padova
ore 12,30 Sottoscrizione del Codice e della Regola
ore 13 Agape fraterna
ore 16 Chiusura del Capitolo presso il Santuario di Sant'Antonio - Padova

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"Sarà considerato perfetto colui nel quale opportunamente si incontreranno queste tre cose: il pianto per i propri peccati, la gioia in Dio, nonché la disponibilità a venire in soccorso ai fratelli; in questo modo piace a Dio, è prudente nei suoi riguardi, è utile al prossimo".

(S. Bernardo: Sul cantico 57, 11)

venerdì 23 ottobre 2009

SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Udienza GeneralePiazza San PietroMercoledì, 21 ottobre 2009

San Bernardo di Chiaravalle
"...per Mariam ad Iesum"

Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlare su san Bernardo di Chiaravalle, chiamato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa, perché nel XII secolo, ancora una volta, rinnovò e rese presente la grande teologia dei Padri. Non conosciamo in dettaglio gli anni della sua fanciullezza; sappiamo comunque che egli nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici. Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.
In quegli stessi anni, prima del 1130, Bernardo avviò una vasta corrispondenza con molte persone, sia importanti che di modeste condizioni sociali. Alle tante Lettere di questo periodo bisogna aggiungere numerosi Sermoni, come anche Sentenze e Trattati. Sempre a questo tempo risale la grande amicizia di Bernardo con Guglielmo, Abate di Saint-Thierry, e con Guglielmo di Champeaux, figure tra le più importanti del XII secolo. Dal 1130 in poi, iniziò a occuparsi di non pochi e gravi questioni della Santa Sede e della Chiesa. Per tale motivo dovette sempre più spesso uscire dal suo monastero, e talvolta fuori dalla Francia. Fondò anche alcuni monasteri femminili, e fu protagonista di un vivace epistolario con Pietro il Venerabile, Abate di Cluny, sul quale ho parlato mercoledì scorso. Diresse soprattutto i suoi scritti polemici contro Abelardo, un grande pensatore che ha iniziato un nuovo modo di fare teologia, introducendo soprattutto il metodo dialettico-filosofico nella costruzione del pensiero teologico. Un altro fronte contro il quale Bernardo ha lottato è stata l’eresia dei Catari, che disprezzavano la materia e il corpo umano, disprezzando, di conseguenza, il Creatore. Egli, invece, si sentì in dovere di prendere le difese degli ebrei, condannando i sempre più diffusi rigurgiti di antisemitismo. Per quest’ultimo aspetto della sua azione apostolica, alcune decine di anni più tardi, Ephraim, rabbino di Bonn, indirizzò a Bernardo un vibrante omaggio. In quel medesimo periodo il santo Abate scrisse le sue opere più famose, come i celeberrimi Sermoni sul Cantico dei Cantici. Negli ultimi anni della sua vita – la sua morte sopravvenne nel 1153 – Bernardo dovette limitare i viaggi, senza peraltro interromperli del tutto. Ne approfittò per rivedere definitivamente il complesso delle Lettere, dei Sermoni e dei Trattati. Merita di essere menzionato un libro abbastanza particolare, che egli terminò proprio in questo periodo, nel 1145, quando un suo allievo, Bernardo Pignatelli, fu eletto Papa col nome di Eugenio III. In questa circostanza, Bernardo, in qualità di Padre spirituale, scrisse a questo suo figlio spirituale il testo De Consideratione, che contiene insegnamenti per poter essere un buon Papa. In questo libro, che rimane una lettura conveniente per i Papi di tutti i tempi, Bernardo non indica soltanto come fare bene il Papa, ma esprime anche una profonda visione del mistero della Chiesa e del mistero di Cristo, che si risolve, alla fine, nella contemplazione del mistero di Dio trino e uno: “Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato”, scrive il santo Abate “ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca” (XIV, 32: PL 182, 808), all’essere in cammino verso Dio.
Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è “miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)”. Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, “scorre come il miele”. Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca - l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!
In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. “O santa Madre, - egli esclama - veramente una spada ha trapassato la tua anima!... A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio” (14: PL 183,437-438). Bernardo non ha dubbi: “per Mariam ad Iesum”, attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale. Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del “Dottore mellifluo” la sublime preghiera a Maria: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …” (Paradiso 33, vv. 1ss.).
Queste riflessioni, caratteristiche di un innamorato di Gesù e di Maria come san Bernardo, provocano ancor oggi in maniera salutare non solo i teologi, ma tutti i credenti. A volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione. San Bernardo, invece, solidamente fondato sulla Bibbia e sui Padri della Chiesa, ci ricorda che senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità. La teologia rinvia alla “scienza dei santi”, alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico. Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio “con la preghiera che con la discussione”. Alla fine, la figura più vera del teologo e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro.
Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, - egli dice - pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l'esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta...” (Hom. II super «Missus est», 17: PL 183, 70-71).