martedì 5 maggio 2009

FATTI PER PENSARE


IL GRANDE INGANNO

Schiavitù, nient'altro che schiavitù, mascherata da libertà

di Paolo Del Prete

Sono sempre di più le persone che, soprattutto nell'ambito delle varie conferenze da me condotte un po' in tutt'Italia contro il proliferare del satanismo, mi chiedono che cos'è che può spingere un numero sicuramente anche troppo alto di persone a fare la scelta scellerata di vendersi o votarsi alla "bestia". La risposta, per quanto assurda, è relativamente semplice, e rientra nella prolissa ed anche un po' noiosa strategia propria del demonio: la menzogna diffusa e ripetuta. Infatti, l'arma principale del grande nemico è sempre la stessa: l'inganno, la menzogna continuata, l'ipocrisia, la vigliaccheria. E se tutto questo contribuisce a rendere l'idea di quanto, tutto sommato, satana sia di molto inferiore e meno potente rispetto a quanto invece vorrebbe far credere di essere (chi è forte è anche sincero e responsabile delle proprie azioni, che compie alla luce del sole) nello stesso tempo bisogna ammettere che riesce comunque a confondere le idee dei comuni mortali, soprattutto in quanto è supportato in questo dai vari suoi servi insidiatisi tra i gestori, se non i fautori, dell'informazione omologata a questo sistema corrotto, demenziale e materialista. Nel caso specifico il grande inganno è quello secondo il quale rinnegare ogni Fede religiosa, ma in particolare nostro Signore Gesù Cristo, rende l'individuo libero di vivere pienamente la sua vita e di ottenergli conseguentemente la licenza di godere in abbondanza di esperienze di ogni tipo. Secondo "La bibbia satanica", scritta dal padre del satanismo moderno Anton LaVey, tra l'altro facilmente reperibile in qualsiasi libreria (e questo la dice lunga riguardo l'attuale sistema politico sociale e chi lo gestisce), non è Dio che ha creato l'uomo, ma al contrario è l'uomo che si è inventato Dio per poter gestire le masse fino al punto di schiavizzarle per poter far si che le oligarchie possano spassarsela in modo direttamente proporzionale a quello con cui impediscono gli stessi loro vizi alle masse. Peccato che sia esattamente il contrario, e che tali oligarchie hanno da sempre considerato Gesù un pericoloso rivoluzionario proprio perché il suo è un messaggio di liberazione, di dignità spirituale ed umana contrapposto al potere materiale e secolare (e questo è dimostrato dalla Storia!). Nel libro in questione si trova la più grande accozzaglia di luoghi comuni e di idiozie mai viste e lette tutte insieme in un unico libro, ad iniziare dal presunto ribrezzo dell'autore per la "sconfitta della croce" alle supersfruttate (in tali ambiti) storielle di ipocrisie da parte di persone che "la domenica si battono il petto in chiesa e poi mettono le corna alla moglie". Il tutto condito con ulteriori idiozie del tipo "satana offre il pieno godimento senza complessi, al di fuori di tutti i falsi principi morali inventati da chi fa peggio di ciò che vieta" ed altre penose "perle" dello stesso genere... Se non ci fosse da piangere, soprattutto per il fatto che è inspiegabile come una persona mediocre, umanamente parlando, ed ignorante sotto il profilo culturale, abbia trascinato nel baratro così tante persone, ci sarebbe da ridere per la faccia tosta con cui vengono esposti tali puerili principi a cui obiettivamente non abboccherebbe neanche un cucciolo di trota affamato alla sua prima uscita. E comunque: quella che satana ed i suoi servi vorrebbero spacciare per "libertà" è in realtà vizio, depravazione, caos, sporcizia, alienazione, disordine, ingiustizia, rovina. Lo è come tutto ciò che, a prescindere da coloro che coscientemente aderiscono all'ideologia satanica, viene proposto da questa società asservita al cosiddetto "laicismo", nuovo termine coniato per descrivere con vezzo intellettualoide un "modus vivendi", ed operandi, il cui vero scopo è quello di sopprimere e soffocare l'essenza Spirituale della vita, insita da sempre nell'uomo ma soprattutto, come dimostrato dalla Storia, da sempre fautrice di eventi che hanno concretizzato e costruito attraverso i secoli il vero progresso: quello a favore del Bene comune e della Crescita interiore. E' invece l'inganno di una presunta libertà individuale, del relativismo a tutto campo che dà la possibilità a chiunque di poter dichiarare con arroganza "per me è così, le regole me le faccio io", senza alcun punto di riferimento che non sia il proprio egoismo. Ed è qui che è ancora più evidente come sia impossibile realizzare una società giusta e costruttiva senza seguire la Via che Gesù ci ha indicato a chiare lettere nel Vangelo, e come ancor meno sia possibile la realizzazione personale, qualsiasi sia la missione soggettiva che Dio ci abbia dato individualmente nella società civile e temporale. A questo punto è ancora più facile intuire il giochetto delle forze malefiche, che è poi lo scopo principale di ogni azione satanica: favorire la rovina del maggior numero possibile di figli di Dio, ma soprattutto cercare di raggiungere questo sadico e maligno obiettivo "camuffandolo" di buoni intenti, dando ad intendere che tali principi dominanti scaturiscano da un progetto di liberazione, di realizzazione e di felicità per coloro che ne seguono le indicazioni; una strategia, questa, che oggi è diventata abituale anche in quegli stessi ambienti, politici, informativi, finanziari ecc., che stanno portando il mondo nell'abisso più lercio e grigio che si potesse mai immaginare. E così si continua a spingere (a costringere?) il maggior numero di persone possibile a rimbecillirsi sotto il bombardamento di tonnellate di corpi femminili (o maschili) seminudi esposti in TV, sui giornali, sui cartelloni pubblicitari, in qualsiasi posto, a consumarsi con l'ansia di emergere, di apparire a qualsiasi prezzo, ad aggrapparsi sempre di più alle cose terrene e alla materia, senza nemmeno alzare per un secondo la testa dalla propria mangiatoia per guardarsi intorno, una mangiatoia sempre troppo vuota rispetto a come la si vorrebbe, ad abituarsi al maggior numero di vizi possibile, spesso appositamente anche legalizzati e pubblicizzati (dice niente il recente boom dei "gratta e vinci"?)... Questa è schiavitù. Nient'altro che schiavitù. Mascherata da libertà, certo, ma di una libertà non solo illusoria, ma anche contraddittoria nell'evidenza, come tutte le "libertà" che costringono l'individuo a non poter fare a meno di ciò che è materiale. Eccolo il Grande Inganno. Al contrario, camminare ed agire con la consapevolezza della presenza protettiva del Padre Celeste e del suo immenso, infinito Amore per noi, compiere ogni azione con successo ma senza ansia, anzi, con la gioia e la serenità di chi ha la sicurezza propria di un Figlio di Dio coerede di Cristo, vivere la propria vita come missione, senza essere schiacciati da alcun falso condizionamento e dalle ipocrite regole di plastica proprie di questo mondo ("essere nel mondo ma non del mondo"), sprezzanti dei luoghi comuni imposti dalla società atea e materialista: questa è la Libertà. La Vera Libertà. Quella che nasce dalla Verità, la "Verità che ci rende liberi". Tutto il resto è silenzio.

Paolo Del Prete

Post Scriptum: l'odierna continua e sistematica aggressione alla Chiesa Cattolica e a tutto ciò che è cristiano, troppo spesso ignorata anche da chi è così attento alla difesa delle minoranze e sensibile a qualsiasi attentato ai "diritti umani", è l'ultimo colpo di coda di un potere dissacrante gestito più o meno consapevolmente dalle forze del male. Noi siamo qui per contrastarlo con ogni mezzo, nel nome di Gesù Cristo nostro Re e Signore e ripieni della Forza della Fede.

Deus Vult!

mercoledì 29 aprile 2009

NOI TEMPLARI

"Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo"

Sant’Agostino

Da La Trinità, 15, 28, 51

Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. Perché la Verità non avrebbe detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, se Tu non fossi Trinità. Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio. E una voce divina non avrebbe detto: Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio unico, se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù Cristo, e il Vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremmo nelle Sacre Scritture: Dio ha mandato il Figlio suo, né Tu, o Unigenito, diresti dello Spirito Santo: Colui che il Padre manderà in mio nome e: Colui che io manderò da presso il Padre.
Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con l'intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato. Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore. Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta.

Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa' che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato interamente.

So che sta scritto: Quando si parla molto, non manca il peccato, ma potessi parlare soltanto per predicare la tua parola e dire le tue lodi! Non soltanto eviterei allora il peccato, ma acquisterei meriti preziosi, pur parlando molto. Perché quell'uomo di cui Tu fosti la felicità non avrebbe comandato di peccare al suo vero figlio nella fede, quando gli scrisse: Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo. Non si dovrà dire che ha molto parlato colui che non taceva la tua parola, Signore, non solo a tempo, ma anche fuori tempo? Ma non c'erano molte parole, perché c'era solo il necessario. Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell'interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca. Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono i pensieri degli uomini, cioè vani. Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano al sicuro dal loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione.

Parlando di Te un sapiente nel suo libro, che si chiama Ecclesiastico, ha detto: Molto potremmo dire senza giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto. Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te; Tu resterai, solo, tutto in tutti, e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te.

Signore, unico Dio, Dio-Trinità, sappiano essere riconoscenti anche i tuoi per tutto ciò che è tuo di quanto ho scritto in questi libri. Se in essi c'è del mio, siimi indulgente Tu e lo siano i tuoi.

Amen.

venerdì 24 aprile 2009

III DOMENICA DI PASQUA anno B

OCCHIO SU DIO

Allora aprì la loro mente
all’intelligenza delle Scritture.
(Lc 24,45)

Lento il cammino della conoscenza
del Dio che si rivela nella nostra carne[1].
Preferibile un Dio numinoso, potente,
onnipresente e molto lontano[2].

Gesù entra nella storia del mondo[3]
e, come uomo, si presenta rivestito
di tutte le realtà che compongono
la vita, con il suo travaglio quotidiano[4].

Si china per portare le nostre sofferte
lacerazioni, fatiche, lacrime e poche gioie;
ha compassione di tutti[5], senza aver pietà
per se stesso: per questo si offre alla morte[6].

È difficile vedere Dio sul volto lacerato
del servo sofferente, imbrattato di sputi[7],
che porta la croce per necessità
di un disegno misterioso di salvezza[8].

Era necessario assumere la carne
fragile, indifesa, creatura di morte,
per entrare nel mondo di luce
che lui stesso inaugura da risorto[9].

E io non comprendo, sono confuso,
perché ancora non so riconoscerlo
risorto nella mia vita[10]; continuo
a non credere che la sua vittoria è per me[11].

Aprire gli occhi delle fede, per vedere luce,
è molto di più che riconoscerlo vivo[12]:
non è un fantasma, si nutre e cammina,
ma non muore più, è semplicemente vivo[13]!

In Lui tutto il mondo vive[14], la storia
ricomincia il suo corso, gli uomini
diventano eterni, l’essere si trasforma[15]
e le persone amabili, vive, gioiose, per sempre[16].

Gesù si trasforma in pane spezzato[17],
amore condiviso, speranze piene di certezze
per tutti gli uomini[18] che ancora non credono
al miracolo infinito dell’Amore risorto[19].

Anch’io, rinato, cammino nel mondo
a fianco dei fratelli, annunciando loro
i compimenti delle attese di vita[20],
aprendo menti i cuori alla gioia ritrovata.

Si sono aperti gli occhi dell’esistenza
che trasformano uomini e cose[21],
rinnovano cuori affranti e sfiduciati[22]
e colorano il mondo di festa senza fine[23].

Con la speranza negli occhi
e la fiducia nel cuore[24], Gesù continua
a risorgere ogni giorno per noi[25],
lungo le strade infinite del mondo.

padrebenedetto 26, iv,2009



[1] Os 6,6
[2] Sal 14,1
[3] Sal 2,7
[4] Mt 9,35s
[5] Mt 8,17
[6] Eb 5,7; 9,26
[7] Is 53,2s
[8] Col 2,26s
[9] Lc 24,26
[10] Mc 16,11
[11] Mc 16,8
[12] At 2,37
[13] Sequenza di Pasqua
[14] At 17,28
[15] Ef 4,23s
[16] Fil 4,4ss
[17] Gv 6,35
[18] Mt 26,28
[19] Gv 3,16
[20] Mc 16,20
[21] Sal 119,18
[22] Mt 11,28
[23] Is 25,9; Sal 117,24
[24] Gv 15,11
[25] Gv 16,33

ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

Il Papa: la Scrittura può essere compresa soltanto nella Chiesa

Avvenire 24 Aprile 2009

Ieri mattina Benedetto XVI ha ricevuto in u­dienza i membri della Pontificia Commis­sione Biblica. Di seguito il testo del discor­so pronunciato dal Papa. Signor cardinale, cari membri della Pontificia Commissione Biblica, sono lieto di accogliervi ancora una volta al termine della vostra annuale Assemblea plenaria. Ringrazio il signor cardinale Wil­liam Levada per il suo indirizzo di saluto e per la concisa esposizione del tema che è stato oggetto di attenta riflessione nel cor­so della vostra riunione. Vi siete nuova­mente radunati per approfondire un argo­mento molto importante: l’ispirazione e la verità della Bibbia. Si tratta di un tema che riguarda non soltanto il credente, ma la stessa Chiesa, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano necessariamente sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l’e­sistenza cristiana. Il tema che avete af­frontato risponde, inoltre, a una preoccu­pazione che mi sta particolarmente a cuo­re, poiché l’interpretazione della Sacra Scrittura è di importanza capitale per la fe­de cristiana e per la vita della Chiesa. Come ella ha già ricordato, signor pre­sidente, nell’enciclica Providentissi­mus Deus papa Leone XIII offriva a­gli esegeti cattolici nuovi incoraggiamenti e nuove direttive in tema di ispirazione, ve­rità ed ermeneutica biblica. Più tardi Pio XII nella sua enciclica Divino afflante Spi­ritu raccoglieva e completava il preceden­te insegnamento, esortando gli esegeti cat­tolici a giungere a soluzioni in pieno ac­cordo con la dottrina della Chiesa, tenen­do debitamente conto dei positivi apporti delle scienze profane. Il vivo impulso dato da questi due Pontefici agli studi biblici ha trovato piena conferma nel Concilio Vati­cano II, cosicché tutta la Chiesa ne ha trat­to beneficio. In particolare, la Costituzione conciliare Dei Verbum illumina ancora og­gi l’opera degli esegeti cattolici e invita i pa­stori e i fedeli ad alimentarsi più assidua­mente alla mensa della Parola di Dio. Il Concilio ricorda, al riguardo, innanzitutto che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura: «Le cose divinamente rivelate che nei libri del­la Sacra Scrittura sono contenute e pre­sentate, furono consegnate sotto l’ispira­zione dello Spirito Santo. La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le lo­ro parti, perché, scritti sotto ispirazione del­lo Spirito Santo, hanno Dio per autore e co- D me tali sono stati consegnati alla Chiesa» (Dei Verbum, 11). Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asserisco­no è da ritenersi asserito dallo Spirito San­to, invisibile e trascendente Autore, si de­ve dichiarare, per conseguenza, che «i libri della Scrittura insegnano fermamente, fe­delmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse conse­gnata nelle sacre Lettere» (ibid., 11). Alla corretta impostazione del con­cetto di divina ispirazione e verità della Sacra Scrittura derivano alcu­ne norme che riguardano direttamente la sua interpretazione. La stessa Costituzione Dei Verbum, dopo aver affermato che Dio è l’autore della Bibbia, ci ricorda che nella Sacra Scrittura Dio parla all’uomo alla ma­niera umana. Per una retta interpretazio­ne della Scrittura bisogna dunque ricerca­re con attenzione che cosa gli agiografi han­no veramente voluto affermare e che cosa è piaciuto a Dio manifestare con le loro pa­role. «Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al lin­guaggio degli uomini, come già il Verbo del­l’eterno Padre, avendo assunto le debolez­ze dell’umana natura, si fece simile agli uo­mini » (Dei Verbum, 13). Queste indicazio­ni, offerte per una corretta interpretazione di carattere storico-letterario, richiedono un indispensabile collegamento con le pre­messe della dottrina sull’ispirazione e ve­rità della Sacra Scrittura. Infatti, essendo la Sacra Scrittura ispirata, c’è un sommo prin­cipio di retta interpretazione senza il qua­le gli scritti sacri resterebbero lettera mor­ta: la Sacra Scrittura deve «essere letta e in­terpretata con l’aiuto dello stes­so Spirito mediante il quale è sta­ta scritta» (Dei Verbum, 12). A l riguardo, il Concilio Va­ticano II indica tre criteri sempre validi per una in­terpretazione della Sacra Scrittu­ra conforme allo Spirito che l’ha ispirata. Anzitutto occorre pre­stare grande attenzione al conte­nuto e all’unità di tutta la Scrit­tura. Infatti, per quanto siano dif­ferenti i libri che la compongo­no, la Sacra Scrittura è una in forza dell’u­nità del disegno di Dio, del quale Cristo Ge­sù è il centro e il cuore (cfr Lc 24,25-27; Lc 24,44-46). In secondo luogo occorre legge­re la Scrittura nel contesto della Tradizio­ne vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto dei Padri « Sacra Scriptura principa­lius est in corde Ecclesiae quam in mate­rialibus instrumentis scripta » ossia «la Sa­cra Scrittura è scritta nel cuore della Chie­sa prima che su strumenti materiali». Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la me­moria viva della Parola di Dio ed è lo Spiri­to Santo che le dona l’interpretazione di essa secondo il senso spirituale (cfr Orige­ne, Homiliae in Leviticum, 5,5). Come ter­zo criterio è necessario prestare attenzio­ne all’analogia della fede, ossia alla coe­sione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazio­ne e la pienezza della divina economia in esso racchiusa. I l compito dei ricercatori che studiano con diversi metodi la Sacra Scrittura è quello di contribuire secondo i suddet­ti principi alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittu­ra. Lo studio scientifico dei testi sacri non è da solo sufficiente. Per rispettare la coe­renza della fede della Chiesa l’esegeta cat­tolico deve essere attento a percepire la Pa­rola di Dio in questi testi, all’interno della stessa fede della Chiesa. In mancanza di questo imprescindibile punto di riferi­mento la ricerca esegetica resta incomple­ta, perdendo di vista la sua finalità princi­pale, con il pericolo di diventare addirittu­ra una sorta di mero esercizio intellettua­le. L’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scien­tifico individuale, ma deve essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla Tra­dizione vivente della Chiesa. Questa nor­ma è decisiva per precisare il corretto e re­ciproco rapporto tra l’esegesi e il Magiste­ro della Chiesa. L’esegeta cattolico non nu­tre l’illusione individualista che, al di fuori della comunità dei credenti, si possano comprendere meglio i testi biblici. È vero invece il contrario, poiché questi testi non sono stati dati ai singoli ricercatori « per soddisfare la loro curiosità o per fornire lo­ro degli argomenti di studio e di ricerca» (Divino afflante Spiritu, EB 566). I testi i­spirati da Dio sono stati affidati alla comu­nità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa finalità condiziona la validità e l’efficacia dell’ermeneutica bi­blica. L’enciclica Providentissimus Deus ha ricordato questa verità fondamentale e ha osservato che, lungi dall’ostacolare la ri­cerca biblica, il rispetto di questo dato ne favorisce l’autentico progresso. Essere fedeli alla Chiesa significa, in­fatti, collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti ca­nonici come parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con gran­de chiarezza: «Tutto quello che concerne il modo di interpretare la Scrittura è sotto­posto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino manda­to e ministero di conservare e interpretare la Parola di Dio» (Dei Verbum, 12). Come ci ricorda la summenzionata Costituzione dogmatica esiste una inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché en­trambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura so­no strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dal­la stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscrit­to sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; in­vece la sacra Tradizione trasmette inte­gralmente la parola di Dio, affidata da Cri­sto Signore e dallo Spirito Santo agli apo­stoli, ai loro successori, affinché questi, il­luminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo mo­do la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose ri­velate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’al­tra devono esser accettate e venerate con pari sentimen­to di pietà e di riverenza » (Dei Verbum, 9). Soltanto il contesto ecclesiale permette alla Sacra Scrittura di essere compresa come autentica Parola di Dio che si fa guida, norma e regola per la vita della Chiesa e la crescita spirituale dei cre­denti. Ciò comporta il rifiuto di ogni in­terpretazione soggettiva o semplicemen­te limitata a una sola analisi, incapace di accogliere in sé il senso globale che nel corso dei secoli ha guidato la Tradizione dell’intero popolo di Dio. C ari membri della Pontificia Com­missione Biblica, desidero conclu­dere il mio intervento formulando a tutti voi i miei personali ringraziamenti e incoraggiamenti. Vi ringrazio cordialmen­te per l’impegnativo lavoro che compite al servizio della Parola di Dio e della Chiesa mediante la ricerca, l’insegnamento e la pubblicazione dei vostri studi. A ciò ag­giungo i miei incoraggiamenti per il cam­mino che resta ancora da percorrere. In un mondo dove la ricerca scientifica assume una sempre maggiore importanza in nu­merosi campi è indispensabile che la scien­za esegetica si situi a un livello adeguato. È uno degli aspetti dell’inculturazione della fede che fa parte della missione della Chie­sa, in sintonia con l’accoglienza del miste­ro dell’Incarnazione. Cari fratelli, il Signo­re Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e di­vino Maestro che ha aperto lo spirito dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scrit­ture (cfr Lc 24,45), vi guidi e vi sostenga nelle vostre riflessioni. La Vergine Maria, modello di docilità e di obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere sempre meglio la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura, non soltanto attra­verso la ricerca intellettuale, ma anche nella vostra vita di credenti, affinché il vo­stro lavoro e la vostra azione possano con­tribuire a fare sempre più risplendere da­vanti ai fedeli la luce della Sacra Scrittu­ra. Nell’assicurarvi il sostegno della mia preghiera nella vostra fatica, vi imparto di cuore, quale pegno dei divini favori, l’a­postolica benedizione.

Benedetto XVI

Avvenire - 24 Aprile 2009

mercoledì 22 aprile 2009

IL NEMICO

Ci sono due errori uguali ed opposti nei quali la nostra razza può cadere a riguardo dei diavoli. Uno è non credere alla loro esistenza. L'altro è crederci, e nutrire un eccessivo e insano interesse in essi. Loro stessi sono ugualmente compiaciuti da ambedue gli errori e salutano un materialista o un mago con lo stesso piacere.

da "Le lettere di Berlicche"

martedì 21 aprile 2009


La lotta tra massoneria e Chiesa

Squadra e compasso contro la croce

Un saggio ripercorre la «lunga lotta» tra massoneria e Chiesa negli ultimi tre secoli. Vicenda non conclusa come dimostrano le accuse di «ingerenza» oggi rivolte ai vescovi.

La Chiesa cattolica? Un’entità capace di formare «soltanto esseri inutili, se non perniciosi all’umanità». Il Papato? «Peste nera… idra sacerdotale… pericolo perenne dell’Italia e della civiltà».

Il clero? «Una turba di ipocriti che recitano preci, proferiscono bestemmie… nemico naturale, astuto e crudele… infami lenoni, genia abietta e codarda… Quando cesserete di ammorbare col vostro lezzo l’Italia?». Così si leggeva tra 1889 e 1890 non su qualche foglietto anarchico, ma sulla prestigiosa Rivista della Massoneria Italiana, come ricorda il giornalista Valerio Pierantozzi ne La Lunga Lotta. Storia dei rapporti tra Chiesa cattolica e massoneria in Italia (Il Cerchio, pp. 148, euro 16).

Un libro che ripercorre le vicende di uno scontro epocale e un po’ dimenticato nella sua virulenza (ben 2046, secondo il conteggio di Rosario Esposito, furono i documenti papali di condanna nei confronti delle società segrete e della massoneria regnante Leone XIII, tra cui due encicliche chiave come la Humanum Genus e l’Inimica Vis) rinfrescando anche la memoria sul ruolo che i «figli della vedova» ebbero in passaggi cruciali della storia italiana, come il Risorgimento, e che alcuni storici anche recentemente cercano di ridimensionare. «Nel popolo italiano, nell’Ottocento, c’è sempre stata una coscienza viva del ruolo della massoneria e delle associazioni segrete nell’unificazione del Paese – spiega Pierantozzi –. Una serie di studiosi, in particolare Alessandro Luzio, ha poi cercato di sminuire il ruolo della libera muratoria.

Una tendenza che è stata accentuata da Mussolini; il duce era un irredentista, legatissimo al mito risorgimentale. Essendo però anche ostile alla massoneria – pur se il rapporto tra fascismo e massoneria è stato complesso e quest’ultima è riuscita ugualmente a svolgere un ruolo di primo piano nel Ventennio – ha cercato di separare ulteriormente l’immagine del Risorgimento da quella delle logge. Certo, non si può parlare dell’unità d’Italia come opera tout court della massoneria. Ma il fatto che i 'padri della Patria', da Cavour a Garibaldini a Mazzini – per costui la cosa è più discussa – fossero massoni non può essere considerata una coincidenza. Né fu una coincidenza che la spedizione dei Mille fosse finanziata dalla Loggia Ausonia di Torino, con navi fornite da un 'fratello', e che fosse folta di massoni. Negarlo sarebbe ridicolo».

Ma può anche far sorridere, alla luce della storia, l’accusa di ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche negli affari dello Stato italiano, ossessione spesso ribadita (anche di recente) dai 'liberi muratori'. «Negli ultimi vent’anni dell’800 – continua Pierantozzi – la massoneria formò una sorta di superpartito in grado di manovrare le leve del potere. Un deputato di allora, il fratello Renato Imbriani, descrisse il governo come 'un conclave di 33'. Ludovico Frapolli, altro 33, creò la Loggia Universo, formata quasi esclusivamente da deputati e senatori e che 'mirava a prendere sotto tutela i lavori parlamentari e, loro tramite, il funzionamento dello Stato', come ha scritto uno storico autorevole quale Aldo Mola.

Sul modello della Loggia Universo, il Gran Maestro Giuseppe Mazzoni creò la Propaganda massonica, antesignana della P2 di Gelli, riservata solo a politici e persone influenti nella vita pubblica. Il potere di questa loggia era tale che le riunioni 'volanti' dei suoi membri avvenivano direttamente alla Camera dei deputati. E Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande Oriente, scriveva nel 1892 con estrema chiarezza: 'Noi dobbiamo essere sicuri che gli uomini portati dalle Logge ai pubblici uffici adoperino la nuova autorità ad applicare nelle leggi civili i principi e le aspirazioni'». Una storia relegata nel passato? «La presenza massonica nei gangli dello Stato è stata sempre costante. Se a fine ’800 era evidente, alla luce del sole, oggi la cosa è semplicemente più nascosta, anche per il discredito che ha investito la massoneria negli anni ’80 e ’90 e che ha reso la qualifica muratoria spesso negativa agli occhi dell’opinione pubblica. Il risultato è che – mentre un parlamentare cattolico viene facilmente accusato di lavorare per il Vaticano – è molto più raro che un onorevole sia tacciato di fare gli interessi della massoneria».

Forse non ce ne saranno poi molti di 'fratelli' tra i banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama o fra i ranghi della magistratura. «Basterebbe contare – replica Pierantozzi –, in occasione delle riunioni di loggia aperte al pubblico, i messaggi di auguri che arrivano da esponenti istituzionali oppure i parlamentari direttamente presenti. I quali, se interpellati, ovviamente negano un’appartenenza diretta». Che sia più conveniente, magari, celarsi dietro le estenuanti battaglie per la laicità, nella sua declinazione più radicale? «La laicità è sempre stata un cavallo di battaglia massonico, non c’è alcun dubbio – e non stupisce che sia sempre stato un leitmotiv del partito politico più vicino agli ideali massonici, quello dei Radicali –, a partire dalla scuola, che fu ritenuta già da Lemmi un ambito cruciale, tanto che uno storico come Fulvio Conti ha contato 9 massoni succedutisi alla guida del dicastero della Pubblica istruzione nell’800; tra cui Michele Coppino, colui che arrivò a togliere il crocifisso dalle aule scolastiche. Tutto questo perché, come scriveva sempre la Rivista della Massoneria Italiana, 'l’unico mezzo per atterrare la superstizione del confessionale è la scuola'. Ma le campagne per la laicità si concentrarono fin dagli albori dello Stato italiano anche sull’ambito della famiglia, con il tentativo di introdurre il divorzio.

E su ciò che atteneva alla morte e ai suoi riti, con la legalizzazione della cremazione e uno sforzo delle logge nel promuovere i funerali civili». Azioni concentrate sulla libertà di educazione, la famiglia e la vita, insomma. Proprio i tre 'principi non negoziabili' richiamati più volte anche da Benedetto XVI. Almeno su questo, nel ritenerli temi di fondamentale importanza, tra Chiesa e massoneria c’è stata e c’è un’assoluta concordanza.

Andrea Galli - da AVVENIRE
19 Aprile 2009
ANNIVERSARIO

Benedetto XVI, quattro anni al servizio della verità

«Nell’intraprendere il suo ministero il nuovo Papa sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo», scandiva mercoledì 20 aprile 2005 Benedetto XVI nel suo primo messaggio, al termine della Messa nella Cappella Sistina con i cardinali che il giorno prima lo avevano eletto. Sono passati quattro anni da quelle ore memorabili che videro il successore di Karol Wojtyla additare fra i cardini del proprio pontificato l’attuazione del Vaticano II, l’impegno per la «piena e visibile unità» dei cristiani, il «dialogo aperto e sincero» con gli ebrei, con i fedeli di altre religioni, con i non credenti appassionati al «vero bene» dell’uomo e della società. «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore», aveva detto con voce commossa il giorno precedente, martedì 19 aprile 2005, benedicendo i fedeli che affollavano piazza San Pietro. «Mi consola il fatto – aveva aggiunto – che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere». Una richiesta che avrebbe rinnovato pochi giorni dopo, domenica 24 aprile, nella Messa per l’inizio del ministero petrino. Già lunedì 18 aprile l’allora decano del Collegio cardinalizio Joseph Ratzinger, nella Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, aveva chiamato alla preghiera perché la Chiesa potesse ricevere, dopo Wojtyla, com’era stato con Wojtyla, il dono di un pastore «secondo il cuore» del Signore. Per annunciare a tutti che «incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio». E che «quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza». E che di fronte alla crescente «dittatura del relativismo» possiamo trovare nel «Figlio di Dio, il vero uomo», la «misura del vero umanesimo».
Un «apostolo» fra le gentiQuattro anni dopo quelle espressioni possono essere d’aiuto per rileggere – senza pretesa alcuna di esaustività – gli ultimi dodici mesi di pontificato di Ratzinger. Dodici mesi intensissimi. Che hanno intrecciato momenti di vera gioia con altri di prova e di sofferenza. Ma sempre per far risplendere la «luce di Cristo». L’Anno Paolino, aperto il 28 giugno 2008 con Bartolomeo I e gli esponenti di altre Chiese e comunità ecclesiali. Il Sinodo sulla Parola di Dio, nell’ottobre scorso, che ha chiamato in Vaticano al reciproco ascolto non solo vescovi da tutto il mondo ma anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli e un rabbino. I quattro grandi viaggi internazionali: negli Stati Uniti e all’Onu (15-21 aprile 2008); a Sydney, in Australia (12-21 luglio 2008), per la Giornata mondiale della gioventù; in Francia (12-15 settembre), a Parigi e poi a Lourdes, nel 150° delle apparizioni mariane; in Camerun e in Angola (17-23 marzo 2009), la «prima» di papa Ratzinger in Africa. Le quattro visite pastorali in Italia: a Savona e Genova (17-18 maggio 2008), a Santa Maria di Leuca e Brindisi (14-15 giugno 2008), a Cagliari (7 settembre 2008) e a Pompei (19 ottobre 2008).La misericordia e la chiarezzaFra tante occasioni gioiose, una vicenda che voleva essere un «gesto discreto di misericordia», mentre invece è stata accolta, non da pochi, anche dentro la Chiesa, con inquietudine e perplessità: la remissione (con decreto del 21 gennaio 2009) della scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988 dall’arcivescovo Lefebvre. Una vicenda che si è sovrapposta col «caso Williamson», dal nome del presule lefebvriano negazionista, e con precedenti polemiche legate alla preghiera pro Judaeis del Venerdì santo secondo il rito antico. Benedetto XVI, dolorosamente colpito dalle accuse di voler tornare indietro, a prima del Vaticano II, e di rimettere in discussione il dialogo con gli ebrei, ha saputo offrire una «parola chiarificatrice» con un gesto coraggioso e inedito: una Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica (10 marzo 2009) in cui ha spiegato respiro, obiettivi e limiti della remissione della scomunica. Parole lucide e accorate per ribadire la sua sollecitudine verso l’unità e la riconciliazione, assieme alla priorità che interpella il ministero petrino e la Chiesa intera: «rendere Dio presente in questo mondo» e «aprire agli uomini l’accesso a Dio», in tempi in cui «in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento».
La richiesta di preghiera e consiglioA turbare e addolorare il Papa non furono solo talune ostinazioni e opposizioni reiterate dalla Fraternità San Pio X riguardo all’accoglienza del Vaticano II e del successivo magistero dei Pontefici – fin qui poco di nuovo sotto il sole – ma anche alcune aspre reazioni scaturite dall’interno della comunità ecclesiale che Ratzinger stigmatizzò con accorata severità visitando il Seminario Romano Maggiore il 20 febbraio scorso, quando denunciò quegli atteggiamenti di arroganza e superbia che lacerano la Chiesa riducendola a «caricatura» di se stessa. Non meno accorate le parole con cui – all’Angelus del 22 febbraio, festa della Cattedra di San Pietro – chiese ai fedeli di accompagnare nella preghiera il suo servizio alla comunione e all’unità della Chiesa, così come quelle pronunciate il 29 marzo nella parrocchia romana del Santo Volto alla Magliana, quando disse che «il consiglio è un dono dello Spirito Santo e un parroco, tanto più un Papa, ha bisogno di consiglio, di essere aiutato nel trovare le decisioni».
Alla radice del vero umanesimoQuelle parole non sono cadute nel vuoto. Numerose sono state negli ultimi mesi le espressioni di solidarietà giunte da vescovi, associazioni, movimenti, semplici fedeli, oltre che da autorevoli esponenti del mondo ebraico. Accoglienza gioiosa della sua persona e del suo insegnamento, spesso oltre le aspettative, sono emerse proprio durante i viaggi che – spiegò il Papa nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2008 – offrono la possibilità di rendere «pubblicamente percepibile» non solo la Chiesa ma anzitutto «la questione su Dio» e la sua «presenza» nell’«attuale ora della storia». Occasioni per ribadire il fondamento inviolabile della dignità umana che trascende la pluralità delle culture, come fu nel discorso alle Nazioni Unite. Per riscoprire le radici della gioia autentica, dono dello Spirito, come avvenne a Sydney con i giovani di tutto il mondo. Per rilanciare il «messaggio di conversione e di amore che si irradia» da Lourdes e apre le persone e i popoli a relazioni di fraternità; per additare – come fece a Parigi – il senso di una «sana laicità» e il ruolo della religione quale «solido fondamento per la costruzione di una società più giusta e più libera» (discorso agli ambasciatori, 8 gennaio 2009). Per incoraggiare i popoli – come fece in Africa – alla riconciliazione, alla giustizia, alla democrazia, alla tutela della vita, alla scoperta della pienezza e autenticità dell’amore tra l’uomo e la donna. Parole che nemmeno le incomprensioni e le polemiche sulle affermazioni del Papa in materia di prevenzione dell’Aids sono riuscite a spegnere. Ratzinger, si rammenterà, ad una domanda dei giornalisti con lui sull’aereo, aveva detto come per superare il problema dell’Aids non bastano i soldi, «pur necessari», né la «distribuzione di preservativi»; la via è invece l’«umanizzazione della sessualità», insieme alla «vera amicizia» con le «persone sofferenti». Educare. E prendersi cura. Parole che hanno scatenato polemiche, soprattutto in Occidente. E consenso, a partire dall’Africa e da vasti, autorevoli settori della comunità scientifica.
Ora in Abruzzo e in Terra SantaSe nei viaggi si manifesta con maggiore evidenza il respiro universale del suo magistero, vi sono poi le innumerevoli occasioni di magistero «ordinario» offerte nelle udienze, catechesi, omelie, Angelus, lettere, incontri pubblici e privati che strutturano la fitta «agenda» del Papa e che lo hanno visto toccare temi cruciali – dal valore della vita alla salvaguardia del creato, dalla libertà religiosa alla lotta alla povertà; dalla relazione fede-ragione alle sfide della secolarizzazione, del materialismo, del nichilismo; dagli orizzonti della «legge naturale» ai destini della democrazia e alle responsabilità della scienza di fronte all’identità profonda dell’umano... Così è stato con le riflessioni offerte durante l’ultimo Triduo pasquale – la gioia della Risurrezione, la sua «realtà storica», la «luce» del Risorto per un’umanità disorientata... Lontana dallo sguardo dei media c’è poi la quotidianità fatta di preghiera, studio, colloqui, decisioni da prendere, lavoro oscuro e nascosto – com’è la gestazione della terza enciclica dedicata ai temi sociali. Tutto perché possa risplendere «non la propria luce, ma quella di Cristo». Che fra pochi giorni, il 28 aprile, il Papa recherà all’Abruzzo ferito dal sisma. E che a maggio attingerà nella stessa terra del Nazareno, dove sarà pellegrino di pace e di riconciliazione.

Lorenzo Rosoli - da AVVENIRE

lunedì 20 aprile 2009


VIVA DIO, SANTO AMORE!

I Templari, con la loro regola austera e con la loro disciplina, riflettevano le aspirazioni profonde dei loro contemporanei e forse anche quelle di molti nostri contemporanei.

Essere degni di un mantello bianco simboleggiava infatti essere uomini degni di se stessi, degni di quell’universo interiore voluto da Dio, che ognuno di noi riceve in sé nascendo, e che si purifica mediante il Battesimo. Ancora oggi è questo lo spirito del Tempio, uno spirito sopravvissuto alla distruzione, uno spirito che non solo è ancora vivo, ma che non è neanche prossimo a morire.

domenica 19 aprile 2009

II Domenica di Pasqua


IL MISERICORDIOSO

Celebrate il Signore perché è buono
eterna è la sua misericordia
(Sal 117,1)

Risuoni nel mondo il festoso annuncio
della vittoria di Dio sul male del mondo[1],
lacerato dal non-amore che distrugge
ogni uomo nella solitudine della morte[2].

Dio si presenta all’uomo per farsi conoscere[3]
come amore che crea[4], fa crescere, amore
che perdona e che salva[5], amore per sempre
che dona infinitamente tutto e a tutti[6].

Parto difficile dare vita all’uomo nuovo[7]!
Avvolto nell’ombra della morte[8], non conosce
l’amore, perché generato dalla non-vita
e non aspetta altro che non-felicità.

La vera vita ha un altro sapore:
sa di amore perché l’amore fa vivere,
sa di misericordia paterna e materna[9]
perché in essa noi siamo stati concepiti.

La storia canta l’amore di Dio
che mette in cammino uomini e popoli[10];
innalza poveri abbandonati
e li arricchisce dei mirabili doni della fede[11].

L’amore di Dio è fedele a se stesso[12],
si offre per natura, senza pretesi
contraccambi; conquista i cuori degli uomini
con i legami sponsali della sua tenerezza[13].

La Misericordia di Dio dà vita ad ogni essere;
nella sua sviscerata pietà fa rivivere
il peccatore e la sua forza rigenerante
chiama ad aver parte alla fecondità trinitaria[14].

È un amore che non è sentimento,
ma è persona, fatta carne dell’amore[15];
ha un volto di luce[16], un cuore eterno
e un corpo offerto al trionfo dell’amore[17].

Gesù è la divina misericordia del Padre,
cuore trafitto per amore[18], corpo di luce
che vince la morte, spirito effuso che
conquista le anime assetate d’amore[19].

Il cuore del Cristo risorto pulsa
in chi ha sperimentato l’amore del Padre[20]
e si è lasciato animare dallo Spirito del Risorto[21]
per essere annuncio di misericordia al mondo[22].

Gesù, fammi conoscere la Misericordia del Padre!

padrebenedetto 19, iv, 2009


[1] Gv 16,33
[2] Sal 116,3
[3] Dei Verbum 2
[4] Sal 104,24
[5] Sal 103,3ss
[6] Sal 136,1ss
[7] Rm 6,6
[8] Lc 1,78s
[9] Lc 15,11
[10] Gen 12,1
[11] Lc 1,52,53
[12] Es 34,6
[13] Os 11,4
[14] Ef 1,3ss; Mt 28,19
[15] Gv 1,14
[16] Gv ,12
[17] 1 Cor 15,54-55
[18] Gv 19,34
[19] Rm 8,35
[20] 1 Gv 4,8
[21] Rm 8,9
[22] Mt 28,19

mercoledì 15 aprile 2009

FATTI PER PENSARE
SULLA ALIMENTAZIONE E IDRATAZIONE ARTIFICIALE

(documento della Sezione di Milano dei Medici Cattolici Italiani)

Parlare di «alimentazione e idratazione artificiali» nel nostro Paese oggi evoca, senza ombra di dubbio, precomprensioni legate alle vicende dalle quali siamo usciti recentemente, con la conseguente assunzione dello «stato vegetativo permanente» a paradigma interpretativo della questione, con lo stile della contrapposizione ideologica a cui assistiamo a livello politico e con uno sfondo culturale che oppone fautori della vita a chi sembrerebbe ad essa contrario. Tutto ciò non permette un confronto sereno, animato da una reale necessità di dialogo per il bene comune, ma soprattutto astrae la questione, facendola uscire dai normali contesti di assistenza dove comunemente viene vissuta e dove il linguaggio ha una sua valenza tecnica, e questo crea non pochi equivoci. Occorre, pertanto, assumere questa situazione e cercare di impostare la questione in modo più ampio evitando semplificazioni.

Per far questo ci sembrano adeguate due considerazioni preliminari:

1) Occorre riconoscere l’alleanza terapeutica tra paziente e personale sanitario come l’alveo naturale di riferimento per una comprensione adeguata della questione, oltre che elemento fondante la relazione di cura. Infatti, come reazione al «paternalismo medico» un tempo diffuso, nel pendolarismo che spesso caratterizza la storia, oggi frange della società civile spingono per un’autonomia assoluta del paziente, che quasi prescinda dal medico o ne faccia un semplice esecutore testamentario. Entrambe le visioni — quella del «paternalismo medico» e quella dell’autonomia assoluta — rischiano di dimenticare l’imprescindibile relazionalità nel processo del prendersi cura, dove la fiducia è un elemento irrinunciabile.

2) Nella dialettica tra curare (to cure) e prendersi cura (to care) occorre non sottovalutare come i progressi della medicina hanno fatto in modo che, tecnologie sempre nuove e che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, riguardino sempre più esplicitamente l’ambito del prendersi cura. Questo porta con sé da una parte il problema di un’eccessiva medicalizzazione della vita e del processo del morire e dall’altra la difficoltà di distinguere, relativamente alle tecniche a disposizione, l’ambito del curare e del prendersi cura.

«Alimentazione e idratazione artificiali» ci offrirebbero l’occasione per ribadire la necessità di una relazionalità dialogante nel rapporto paziente-medico e la necessaria continuità tra il processo della cura e del prendersi cura.

L’alleanza terapeutica è altro rispetto a un contratto tra due parti che devono tutelarsi l’una dall’altra: chiama in causa la responsabilità dialogica di entrambi i soggetti coinvolti, delle loro coscienze, nel rispetto delle competenze del medico (e dell’équipe sanitaria) e dell’autonomia non assoluta (ab-soluta) del paziente, frutto di una relazione che da sempre lo costituisce.
Questo è l'appropriato contesto anche per una corretta valutazione delle pratiche di alimentazione e idratazione artificiale. Fatta salva la dignità della persona del malato, di cui sempre occorre prendersi cura qualunque sia la sua condizione clinica, non si può tuttavia ignorare la diversità delle situazioni con le loro molteplici variabili e con la necessità caso per caso di compiere un discernimento prudente della proporzionalità (da parte del medico e in generale del personale sanitario, tenendo in debita considerazione la volontà del malato) circa i modi e i tempi del procedere, perché il paziente possa continuare a vivere con dignità o con dignità sia accompagnato nel processo del morire. Occorre, infatti, prendere atto e riconoscere con onestà (pur fuggendo, nel complesso, ogni idea latente o manifesta di eutanasia) che questi interventi a volte non ottengono il fine per cui sono istaurati o sono troppo gravosi per il paziente. Tale gravosità è necessario che tenga conto delle condizioni peculiari di ogni ammalato, delle sue forze fisiche e morali perché non si rischi, in alcune situazioni, in modo poco prudente, di richiedere comportamenti che risultino eroici. In queste circostanze, tali interventi, ci sembra, non sarebbero più forma concreta del prendersi cura dell’altro.

Ribadiamo pertanto l’importanza, per una comprensione adeguata della questione, di intendere «alimentazione e idratazione artificiali» nell’ambito della relazione terapeutica, che si configuri quale alleanza terapeutica tra paziente e personale sanitario e dove l’agire con prudenza potrebbe essere garantito dalla pluralità delle voci in una decisione partecipata.

NB: Il documento è stato presentato nella conferenza stampa di Mercoledì 15 Aprile presso la Fondazione Ospedale Maggiore di Milano (aula Pad Marcora) dal Presidente Prof. Giorgio Lambertenghi Deliliers a nome di tutto il Consiglio direttivo dell’AMCI milanese