venerdì 27 marzo 2009


GRANDI MANOVRE TRA I PATACCARI

Dopo le ostentazioni delle solite superbe vanaglorie, diffidati, gli pseudo “templari” pataccari, hanno rimosso dalle prime posizioni i riferimenti fraudolenti e vanagloriosi, nella speranza che, nascosti nelle retrovie - meno osservate - possano ancora incuriosire gli sprovveduti e permetter loro di mantenere la solita squallida e ambigua posizione, che li ha tenuti, e li tiene, in prima fila tra i ridicoli.

Ma questa volta chi doveva vedere ha visto, chi doveva leggere ha letto, chi doveva fare a fatto.

Se non fosse che c’è da piangere si potrebbe perfino ridere, ma cristianamente preghiamo.
Ricordandoci che...

Dalla Prima lettera di
San Paolo ai Corinzi

«Desiderate ardentemente i doni maggiori. E ora vi mostrerò una via che é la via per eccellenza:

Quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho carità, divento un rame risonante o uno squillante cembalo. E quando avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e avessi tutta la fede in modo da trasportare i monti, se non ho carità non sono nulla. E quando distribuissi tutte le mie facoltà per nutrire i poveri, e quando dessi il mio corpo ad essere arso, se non ho carità, ciò niente mi giova. La carità é paziente, é benigna; la carità non invidia; la carità non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non si inasprisce, non sospetta il male, non gode della ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa»

(Corinzi 12, 31 - 13, 1-7)
Aperto un nuovo spazio culturale nell'antica Chiesa Templare di San Bevignate a Perugia

Note sulla Chiesa di S. Bevignate

La chiesa di San Bevignate, posta lungo la via etrusca che da Perugia conduceva ad Arna e Gubbio, fu iniziata intorno al 1256 per opera dei monaci-cavalieri Templari.Venne dedicata a un eremita locale del V secolo, emblematica figura attorno alla quale, alla metà del Duecento, si concentrarono anche le attenzioni dei seguaci di Raniero Fasani, ispiratore del movimento religioso riformatore dei Disciplinati, ritenuti i fondatori nonché i primi "occupanti" del sito.

Sul finire del XIII secolo, sempre ad opera dei Templari, alla chiesa fu annesso un convento che testimonia il rilievo via via assunto dal sito.Nel 1312, soppresso l'Ordine dei Templari, San Bevignate passò ai cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, sotto il cui controllo, nel 1324, venne istituito un monastero femminile, che vi restò insediato fino al secondo decennio del Cinquecento.L'austero e vasto edificio in pietra arenaria presenta una pianta rettangolare, con l'abside rialzata sulla cripta.

L'interno, a navata unica, è rivestito da intonaci originali, decorati da affreschi eseguiti in diverse epoche, in cui compaiono numerosi motivi simbolici collegabili all'Ordine templare.La rilevanza storico-artistica che questo complesso riveste, ha fatto del monumento il cardine di "Milites Templi", un progetto internazionale di studio volto alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio templare in Europa.

Il restauro dell'edificio è stato avviato grazie ai fondi regionali per la ricostruzione post sisma del 1997, poi integrati da fondi del Ministero dell'Economia e Finanza, cui ha contribuito anche l'Amministrazione Comunale con risorse proprie.

L'intervento di consolidamento delle strutture - che ha tra l'altro portato in luce un ampio tratto di pavimentazione in mosaico di età romana, oltre ai resti di un impianto produttivo per il tinteggio dei tessuti databile tra I secolo a.C. e I sec. d.C. e il successivo recupero conservativo degli affreschi, sono stati indispensabile premessa alla realizzazione di una prestigiosa sede destinata ad accogliere iniziative ed eventi culturali.Oltre alla principale funzione scientifica del "Centro di Documentazione sull'Ordine dei Templari", con la realizzazione di una vera e propria banca dati in grado di mettere in rete siti architettonici, musei, archivi e istituti di ricerca, riferibili alla storia templare, l'ampio spazio della chiesa offrirà, infatti, anche la possibilità di ospitare attività legate alla convegnistica tradizionale, alle esposizioni temporanee, alla didattica, alla musica e a innumerevoli altre attività artistiche.

Comune di Perugia - Martedì 10 Marzo 2009

giovedì 26 marzo 2009

SUPERBIA, PATACCHE E VANAGLORIA

L'Evangelo, l'umiltà e la fraternità erano e sono alla base della spiritualità e dell'azione dei veri Milites Christi.

Con questo contributo, frutto di una sentita sofferenza e di una rinnovata spiritualità, il fratello Giampaolo, fa sua la nostra Regola, donandoci una riflessione che vi invito a meditare e a fare propria.

Fratelli non fatevi intimidire se qualcuno vi insegue sulla strada del Tempio mostrando curiosità ed invidia che nulla hanno a che vedere con la nostra Fede. Semplicemente ignorateli perché essi non sono nulla che valga la pena di essere inseguito. Chi percorre una strada lastricata di patacche spinto dal vento malefico della vanagloria non serve al Tempio e nemmeno può Servire il Tempio. La Santa Croce è il nostro simbolo ma diffidiamo di chi vuole la Croce grossa. I cavalieri della croce grossa vogliono mostrarsi superiori senza capire che in un mondo di fratelli la grande croce non esiste. Esiste solo la Croce, quella del Cristo.

Il termine supernus, o ordine, non serve a far vivere ciò che non c’è (perché non può esserci), e che si regge solo sulla tecnica della conoscenza primordiale, unita alla “pataccheria” diffusa ed alla vanagloria. Chi fa questo è costretto ad inventarsi ogni volta in associazioni varie, che nulla hanno a che vedere con la Fede, ma solo con la burocrazia, per riuscire a trovare una chiave che non serve se non a chi non è nella Chiesa, perché se ne sta al di fuori.

Noi, fratelli, siamo nella chiesa a pieno titolo, hic manemus et manebimus optime, perché è il luogo che il Santo Battesimo ci ha dato. Mentre Milites Christi lo siamo perché è la Santa Cresima che ci ha reso tali e pauperes vogliamo sentirci per essere più vicini alla spiritualità della Congregazione, che non discende da chi non c’è più, ma che vuole rivivere lo spirito che un tempo è stato dato, agli allora soldati di Cristo, da S. Bernardo, del quale assumiamo nel nostro quotidiano la Regola e non solo il nome.

Non disperiamo mai quando qualcuno ci insegue nel nostro impegno e nelle nostre attività e cerca di colpire tutti noi con il pettegolezzo. Queste sono le loro patacche che mostrano il limite di chi crede di contare più di ogni altro mostrando ciò che non è, oppure mostrandosi diversamente da ciò che è.

Il maligno non si mostra mai nella tenebra. Il maligno si mostra nella luce che può venire dalla superbia, madre della vanagloria così come dai lampeggi dei flash dei fotografi. Oppure da chi parla di Mantelli splendenti quando i mantelli sono stati e saranno sempre i nostri bianchi mantelli, mai indossati come li indossavano, gli scribi ed i farisei.

Noi stiamo con il Papa. E con lui saremo sempre, ubbidendo ai nostri Vescovi senza nulla chiedere, ma solo per metterci al servizio della Chiesa.

Fratelli, riflettiamo insieme su queste parole di un fratello che, soffrendo intimamente ha capito che la strada vera verso il Tempio sta, per noi che l’abbiamo scelta, nella nostra Congregazione. E che, la Gerusalemme Celeste, non la si conquista con le patacche o col mettersi in mostra. Noi non dobbiamo essere né belli né splendenti. Noi vogliamo indossare i nostri mantelli come indossiamo Dio secondo l’invito di S. Paolo.

Preghiamo per il Santo Padre che sta guidando la Chiesa in un mare tempestoso. E Preghiamo per tutti noi e per le anime dei fratelli di un tempo, che hanno pagato cari gli errori, per l’arroganza di un re ingordo, ma anche per la debolezza, in una terra di esilio, per il Papa di allora.
Preghiamo e rivendichiamo lo spirito, ma non la discendenza come altri fanno. E preghiamo per l’anima di chi ci insegue dall’alto della loro arroganza e supponenza, vivendo senza patacche e vanagloria.

Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam.

fra Giampaolo Leani

mercoledì 25 marzo 2009

"L'ANIMA MIA MAGNIFICA IL SIGNORE..."
grazie Dio Padre per il dono di Maria,
Mamma Tua e Mamma Nostra!!!



Solennità dell'Annunciazione
25 marzo 2009
Eccomi sono la serva del Signore,
avvenga di me quello che hai detto

Maria di Nazaret aveva scelto una vita di dono totale a Dio, come vergine. Ma Dio decise altrimenti. Ciò che colpisce, nell’Annunciazione, è che una “religione pura” esige un dialogo vivente e costante fra Dio e ogni uomo. Qui Dio ha pronunciato la sua ultima Parola a Maria, perché si compissero le parole che, nella storia di Israele, erano state dette ad Abramo, a Mosé e ai profeti. Essi avevano ascoltato e obbedito; lasciarono entrare nella loro vita la Parola di Dio, la fecero parlare nelle loro azioni e la resero feconda nel loro destino. I profeti sostituirono alle loro proprie idee la Parola di Dio; anche Maria lasciò che la Parola di Dio si sostituisse a quelle che erano le sue convinzioni religiose. Di fronte alla profondità e all’estensione di questa nuova Parola, Maria “rimase turbata”. L’avvicinarsi del Dio infinito deve sempre turbare profondamente la creatura, anche se, come Maria, è “piena di grazia”. Assolutamente straordinario è poi che questo Dio non solo si avvicina a Maria, ma le offre il proprio Figlio eterno perché divenga il suo Figlio. Come è possibile che il “Figlio dell’Altissimo” diventi suo Figlio? “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Come scese sul caos, in occasione della creazione, lo Spirito Santo scenderà su Maria e il risultato sarà una nuova creazione. L’albero appassito della storia fiorirà di nuovo. “Maria disse: Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Nell’Annunciazione si ha il tipo di dialogo che il Padre del nostro Signore Gesù Cristo vorrebbe avere con ciascuno di noi. L’esperienza di Maria a Nazaret sottolinea questa verità per tutto il popolo di Dio. Il suo “sì” in risposta all’offerta divina e il cambiamento drammatico di vita che ne sarebbe seguito, mostrano che la venuta di Dio in mezzo a noi esige un cambiamento radicale. Ma, cosa più importante, l’Annunciazione a Maria ci pone di fronte ad una grande verità: ognuno di noi ha avuto un’“annunciazione” personale. Sto esagerando? No di certo. Se esaminate la vostra vita passata, troverete un’esperienza che è stata decisiva; forse non ebbe allora conseguenze immediate, o almeno non vi sembrò, ma, ripensandoci adesso, vi accorgete che è stata fondamentale, sia essa la scuola che avete frequentato, un libro che avete letto, un discorso che avete ascoltato, una frase delle Scritture che vi ha colpito, gli amici a cui vi siete sentiti uniti o un ritiro che avete fatto. Era il Dio di Maria di Nazaret che si annunciava a voi. Voi avete dunque avuto una “vostra” annunciazione. E se non avete risposto “sì”, o se avete pronunciato soltanto un “sì” timido? Basta riconoscere l’annunciazione ora e cercare di recuperare il tempo perduto vivendo per Dio e per gli altri. “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

Fonte: La Chiesa

martedì 24 marzo 2009

PAOLO DI TARSO 2


Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo,come se Dio esortasse per mezzo nostro.Vi supplichiamo in nome di Cristo:lasciatevi riconciliare con Dio.Colui che non aveva conosciuto peccato,Dio lo trattò da peccato in ostro favore,perché noi potessimo diventareper mezzo di lui giustizia di Dio.(2 Cor 5,20-21)1.0

KERYGMA E CONVERSIONE1.1

– INTRODUZIONE GENERALE. L’esperienza fondante della chiesa primitiva è la PENTECOSTE che ha consacrato gli apostoli ad essere testimoni qualificati della risurrezione del Signore (At 1,21s). Il vibrante annuncio di Pietro: Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso (At 2,36) ha scosso profondamente gli ascoltatori a tal punto che si sono sentiti chiamati a conversione (At 2,38).

1.2 – Il KERYGMA è l’annuncio del Vangelo, della Buona Novella del Regno di Dio, della Parola di Dio, proclamato solennemente, che contiene in sé la forza trasformante della salvezza per coloro che, chiamati alla fede, credono in Gesù Cristo Signore e ricevono il battesimo nel suo nome (At 8,35ss).La trasmissione delle fede cristiana è innanzitutto annunzio di Gesù Cristo, allo scopo di condurre alla fede in lui (CCC425). Questo avviene in varie forme: può chiamare alla fede la testimonianza silenziosa di vita di un credente (come avviene per la maggioranza dei casi che spinge un non cristiano a chiedere il battesimo), l’annuncio esplicito attraverso la Predicazione, valido anche oggi, purché non sia una predica, e finalmente frutto di una chiamate particolare come per san Paolo, che Dio aveva eletto come strumento per portare il suo nome dinanzi ai popoli (At 9,15).

1.3 – Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel Regno di Dio. Il cuore pulsante di questo mistero è la Persona di Gesù, morto e risorto, che apre ai poveri e ai peccatori le braccia della sua infinita misericordia, raccogliendo intorno a sé, nella gloria un popolo immenso, di ogni lingua, tribù e nazione (Ap 7,9).Il centro della Buona Novella è il Mistero Pasquale della Croce e della Risurrezione del Signore che gli Apostoli e la chiesa dopo di loro sono chiamati ad annunciare al mondo: il disegno salvifico di Dio si è compiuto (1 Cor 3,9s) ed ora è necessario chiamare a raccolta tutti gli uomini.

1.0 PAOLO ANNUNZIATORE DEL VANGELO

1.1 – L’apostolo Paolo, investito della grazia del ministero apostolico (Ef 1, 3ss), diventa banditore della Buona Novella, dapprima passando nella sinagoghe e poi indirizzandosi direttamente ai pagani, una volta che con amarezza, aveva constatato il rifiuto degli ebrei: Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani (At 13,46).

1.2 – Il contenuto del kérygma paolino è ben conosciuto e radicato nella scia apostolica: Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (1 Cor 15,3s). Questo secondo le Scritture è molto importante perché l’annuncio apostolico non è qualcosa al di fuori del disegno divino di salvezza, ma è il compimento di una lunga storia di chiamate, di annunzi di salvezza, di fedeltà di Dio e infedeltà dell’uomo. Gesù diventa così la parola definitiva del Padre (Eb 1,1-2).

1.3 – Paolo è un fondatore di comunità cristiane che costituisce, educa, visita durante i suoi tre grandi viaggi missionari, si sente ministro e collaboratore e i fedeli sono il campo di Dio: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere (1 Cor 3,6).Egli è pienamente consapevole di essere stato costituito banditore ed apostolo: Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo (1 Cor 1,17)e sa che è portatore di una parola presentata in tutta debolezza e timore perché è la parola della croce, stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio (1 Cor 1,18).

1-4 – L’Apostolo è assimilato a Cristo, tanto che il predicatore diventa in un certo senso icona di Cristo crocifisso, povero, indifeso, rigettato e messo a morte come Gesù stesso. Ritengo infatti che Dio ha messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini… siamo diventati come la spazzature del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi (1Cor 4,9.13).

2.0 – LA CONVERSIONE

2.1 – Come san Pietro, così anche Paolo, alla fine del suo discorso kérygmatico, proclama con la forza la conversione, in vista del perdono dei peccati: Vi sia noto, fratelli, che per opera di lui vi viene annunziata la remissione dei peccati e che per lui chiunque crede riceve la giustificazione da tutto ciò da cui non vi fu possibile essere giustificati mediante la legge di Mosé (At 13,38s).
Anche nel suo discorso all’areopago Paolo corona il discorso con il riferimento deciso alla resurrezione di Gesù, ben sapendo che questo avrebbe raggelato i suoi ascoltatori, già settici a questo genere di discorsi: Dopo essere passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi (At 17,30).

2.2 – La conversione è la risposta alla chiamata di Dio, allo stesso modo di Abramo. Uscire dalla propria terra per andare verso la nuova realtà che il Signore ha preparato per coloro che accolgono la sua parola (Gen 12,1ss). Conversione in senso cristiano significa cambiamento di sentimenti, che comprende la rinunzia al modo di vivere che porta al male (pentimento), per volgersi verso Dio, iniziando così una vita nuova (conversione). Credere in Gesù è un atto di fede che passa, dunque, attraverso una misteriosa morte a se stessi per una rinascita dall’alto (Gv 3,7), per il dono della grazia divina.
Se il malvagio si ritrae da tutti i suoi peccati, osserva tutti i miei decreti e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà (Ez 18,21). La nozione di conversione, come di peccato, è personale; la salvezza e la rovina non dipendono né dagli altri né dal proprio passato, ma dalle disposizioni interiori attuali del cuore davanti al Signore. Ascoltate oggi la sua voce: “Non indurite il cuore” (Sal 94,5). Il profeta pensa alla conversione del cuore: Ritornate a me con tutto il cuore, laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno (Gl 2,13). È con il cuore che noi aderiamo a Cristo e decidiamo di condurre una vita più conforme al suo Vangelo.

2.3 –La proclamazione di Gesù risorto, vittorioso sul peccato e sulla morte, è il fondamento della fede: grazie a lui, la conversione è possibile, credendo alla sua parola e accogliendo la sua persona (At 2,36-38). La chiamata al pentimento e alla conversione segue sempre l’annuncio gratuito del Vangelo e si attua in coloro che lo accolgono nella fede. Pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati (At 3,19). È un appello alla nostra responsabilità di fronte al destino eterno dell’uomo, perché stretta è la porta e angusta la via che conduce alla Vita (Mt 7,14). Il riflesso sociale della conversione è sempre l’amore per i fratelli e il servizio al prossimo, nella ricerca della giustizia e della pace.

2.4 – La conversione è un percorso di fede che non si esaurisce nel ricevere il sacramento della Riconciliazione, che è il sacramento che rinnova la grazia del Battesimo e, assieme alla Confermazione e all’Eucaristia, ci fa crescere nella vita nuova in Gesù Cristo fino alla dimensione adulta della nostra fede. Questo significa conservare lo stato di conversione permanente, accettando di essere sempre dei poveri peccatori, ma pieni di fiducia nella divina misericordia.

2.5 - Riconoscersi peccatori, allora, fa parte integrante della verità sull’uomo, consapevoli della propria fragilità perché fatti di terra (Gen 2,7). Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi (1 Gv 1,8). L’uomo è capace di peccato, è incline, portato a fare il male (Reconciliatio et Poenitentia n° 13).
Questo vuol dire riconoscere non solo i peccati commessi, ma che siamo peccatori per natura, deboli e capaci di fare ogni sorta di male; vedere per es. il peccato di Davide (2 Sam 11s). Breve: io sono cattivo e non sono migliore di nessuno; questo mi fa soffrire, anche se non ci penso e soprattutto fa soffrire gli altri. E Dio si offende? Egli è più grande del nostro peccato e, siccome ci ama, il suo è un amore ferito.2.6 – Tuttavia la Sacra Scrittura ci rivela che Dio non ha creato la morte … infatti ha creato tutto per l’esistenza (Sap 1,13-14); e l’uomo per l’immortalità (Sap 2,23). Da dove allora viene la morte? Gli uomini non possono riconoscere da soli la responsabilità di questa situazione, ma Dio ci illumina: è a causa del peccato che noi abbiamo per salario la morte (Rm 6,23); la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo, morte spirituale e la separazione da Dio hanno come conseguenza la morte fisica (Sap 2,24); quindi non è esagerato affermare che siamo… dei morti che camminano, quando non siamo capaci di vivere dell’amore.
Detto questo, ci resta ora una sola cosa da fare: riconoscersi profondamente peccatori (poco importa sapere quello che ho commesso come peccato) e incominciare a dire dal profondo del cuore, assieme al pubblicano nel tempio: O Dio, abbi pietà di me peccatore (Lc 18,13).

LA PAROLA DELLA CHIESA1.


Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta «del figlio prodigo» il cui centro è «il padre misericordioso» ( Lc 15,11-24 ): il fascino di una libertà illusoria, l'abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l'umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l'accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L'abito bello, l'anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell'uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell'amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l'abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza. (CCC 1439)2. La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi «santi e immacolati al suo cospetto» (Ef 1,4), come la Chiesa stessa, sposa di Cristo, è «santa e immacolata» (Ef 5,27) davanti a lui.
Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell'iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l'inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo. Si tratta del combattimento della conversione in vista della santità e della vita eterna alla quale il Signore non cessa di chiamarci (Cf LG 40). (CCC 1426)

tratto da: http://dalgrandesilenzio.blogspot.com/ P. Benedetto M. Tosolini

domenica 22 marzo 2009

IV DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

LUCE DI VERITÀ

Chi opera la verità viene alla luce.
(Gv 3,21)

Chiamati alla vita[1], a nascere all’amore,
ad aprire gli occhi alla luce vera che è Cristo[2]:
è questo il senso dell’esistenza dell’uomo
che vive nella fede[3] e nell’amore del Padre.

Dio è Luce, Amore e Verità per definizione[4];
in Cristo si manifesta come Via e Vita[5],
Porta mistica che immette la creatura
nel Santo dei Santi della Trinità beata[6].

Nascere e morire, le generazioni susseguono
in uno sfuggevole scorrere del tempo[7];
luce fioca che non illumina l’umano
e struggente desiderio di vita, oltre la morte[8].

E io cammino per il mondo come un cieco[9],
senza vedere la strada della luce, tracciata
per me dall’amore eterno del Padre;
mi credo solo, senza alcun orizzonte[10].

Non vado oltre la mia carnale ambizione
e considero vita ciò che è solo fatuo desiderio[11]
di prolungare la felicità momentanea,
proiezione infinita della mia irrisoluzione.

Operare la verità è credere alla Verità divina[12]
che fa rinascere da acqua e Spirito Santo[13]
che suscita la fede e genera l’amore,
non ideologia ma storia, Verità-Persona[14].

Dio fa conoscere se stesso[15] e vuole condurre
l’uomo all’esperienza dell’amore vero,
perché impari a vivere non più per sé
ma per Lui, Creatore e Redentore di tutti[16].

Gesù entra nel mondo per illuminare
l’uomo con la fiamma ardente della sua luce[17]:
io nasco, cresco e vivo grazie all’amore
profuso abbondantemente in ciascuno[18].

Chi è la verità? È il Figlio incarnato,
venuto per costituire la nuova umanità[19];
in lui splende, irradiata, la Gloria celeste,
sul suo volto, il volto del Padre[20].

Nel suo cuore la certezza dell’amore
che trascende la paura della morte,
perché è l’Uomo eterno e immortale[21],
Verità immutabile, perché Dio.

Si è fatto carne[22] per dare eternità all’uomo
e io nasco per la vita, vengo alla luce, perché
generato dall’amore generoso di Dio Amore
che tutto trasforma nella luce della vita[23].

padre benedetto 22, iii, 2009
_________________________________________

[1] Cfr Gv 10,10
[2] Cfr Gv 9,29
[3] Cfr Rm 4,3
[4] Cfr 1 Gv 1,5; 4,8
[5] Cfr Gv 14,8
[6] Cfr Gv 10,9
[7] Cfr Qo 1,4
[8] Cfr Qo 3,2
[9] Cfr Mc 8,22-26
[10] Cfr Sal 70,6
[11] Cfr Qo 5,2
[12] Cfr Gv 3,21
[13] Cfr Gv 3,5
[14] Cfr Gv 14,8
[15] Cfr Dei Verbum 2
[16] Cfr 2 Cor 5,15
[17] Cfr Gv 12,46
[18] Cfr Rm 5,5
[19] Cfr Gv 18,38
[20] Cfr Eb 1,3
[21] Cfr Sap 2,23
[22] Cfr Gv 1,14
[23] Cfr Ef 5,8
21 marzo
TRANSITO DI SAN BENEDETTO

VERSO IL CIELO


Una scala poggiava sulla terra
mentre la sua cima raggiungeva il cielo

(Gen 28,12)

Scala ascendente dell’amore
ascesi che mi solleva verso il cielo,
in un progressivo distacco dalla terra,
accompagnato dagli angeli gioiosi[1].

È il percorso tracciato dall’amore di Dio
e dei fratelli, perseverando sempre[2],
senza mai voltarsi indietro, se non
per piangere i propri peccati[3].

La scala celeste è anche discesa
dei gradini dell’umiltà ricercata[4];
per salire bisogna scendere, come
per amare bisogna uscire da se stessi[5].

Il desiderio ardente del monaco
è contemplare il volto di Cristo risorto[6];
anch’egli è disceso, umiliandosi,
per ricevere gloria dal Padre[7].

Ogni giorno che sorge, è un nuovo giorno
per scendere negli abissi dell’anima[8],
per lentamente risalire verso l’alto:
amando Dio e servendo i fratelli[9].

Opus antico e sempre nuovo, lavorare
per la conversione personale a Dio[10]
e uscire dai propri vizi, senza mai
rallentare, per non rischiare di regredire[11].

Amore a Dio, cantato e proclamato
dalla forza orante della Chiesa in preghiera[12]
che, ad ogni ora[13], fa memoria della mirabile
grandezza di Dio Trinità, il Santo e il Fedele[14].

Dedizione ai fratelli che vedo sempre davanti
a me[15], specchio della mia durezza profonda;
se non amo di cuore e non servo il fratello,
l’amore di Dio si offusca, nascondendo il cielo[16].

Lavoro assiduo per perseverare nella lode;
dolce alternanza dell’ora et labora[17],
per essere sempre nuovi davanti a lui
per amarlo e spargere il profumo del suo amore[18].

Santo Padre Benedetto, sostieni questo
tuo figlio nell’arduo combattimento della fede[19];
donagli la gioia di imitare Cristo servo[20]
e, per amore, di esercitare la carità verso i fratelli.

padrebendetto 21, iii, 09
__________________________________________

[1] Cfr Regola san Benedetto 7,6
[2] Cfr RSB Prologo 50
[3] Cfr RSB 4,57
[4] Cfr RSB 7,5-8
[5] Cfr Lc 18,14
[6] Cfr Sal 105,6; Fil 3,10
[7] Cfr Fil 2, 6-11
[8] Cfr Sal 142,7-8
[9] Cfr Lc 10,25-28
[10] Cfr RSB 19,1-7
[11] Cfr RSB Prol. 47; 1-5; san Bernardo
[12] Cfr RSB Prol. 49
[13] Cfr RSB 16,1-2
[14] Cfr RSB 68,5
[15] Cfr Sal 133,1
[16] Cfr Rm 12,9-11
[17] Cfr RSB Prol. 50
[18] Cfr Ct 1,12
[19] Cfr Ef 6,10ss
[20] Cfr Mt 11,29

mercoledì 18 marzo 2009

La spiritualità dei Templari non può e non deve essere ridicolizzata da nessuno!
TEMPLARI,
PATACCHE e VANAGLORIA

C'erano una volta, ma ci sono ancora, i cosiddetti ordini neotemplari che rivendicano discendenze improbabili e vanagloriose.

Oggi che è palesemente risaputo che non esiste un Ordine Templare fuori dalla Chiesa Cattolica, assistiamo ad artifizi di ogni sorta, retromarce e, soprattutto, camuffamenti, compresa la diffamazione, le minacce e la menzogna. Ma pur con tutto l’impegno possibile, non riusciamo a capire quale interesse ci sia a servire il Signore e la Chiesa Cattolica tanto da dover scomodare le peggiori tentazioni del peccato.

I templari vanagloriosi basano la loro forza sulle vanità ed il bisogno dei mediocri di potersi fregiare di uno pseudo titolo onorifico ed abiti appariscenti, in perfetto contrasto con la Regola dei Poveri Commilitoni di Cristo, che ben sanno a quanto poco serva la seta e l’oro.

I templari vanagloriosi hanno religioni e fedi diverse, alcuni anche pagane, ma vestono candidamente tutti uguali, in attesa di trasmigrare in altro corpo.

I templari vanagloriosi rivendicano primogeniture ovunque, anche la dove già sono stati altri, che non essendo “vanagloriosi” hanno avuto il buon gusto di tacere.

Chiamare Cavalieri i vanagloriosi è come dire che le unioni tra individui dello stesso sesso equivalgono ad una famiglia.

In ogni caso, sono sempre e comunque i frutti, che danno il nome all'albero. E' inutile affannarsi a cercare uva sulle acacie!

Ma intanto, in attesa che i tempi rendano evidente a tutti la situazione, i templari vanagloriosi appaiono in ogni dove. Hanno, dicono, santi in Paradiso, ma non la raccontano mai tutta. I numeri non tornano mai del tutto, sono sempre in evidente eccesso, così come le loro parole e le loro azioni.

martedì 17 marzo 2009

lunedì 16 marzo 2009

PAOLO DI TARSO


PAOLO DI TARSO 01

(Nell’Anno Giubilare della nascita 8 D.C. – 2008)

Vi rendo noto, fratelli,il vangelo che vi ho annunziatoe che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi.Vi ho trasmesso dunque, anzitutto,quello che anch’io ho ricevuto:che cioè Cristo morì per i nostri peccatisecondo le Scritture, fu sepoltoed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture,che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.Ultimo fra tutti, apparve anche a mecome a un aborto. (1 Cor 15,1-8)

INTRODUZIONE GENERALE

1.1 – LA VITA.

Nato a Tarso, in Cilicia, sulle coste meridionali dell’attuale Turchia (At 9,11) da una famiglia di ebrei emigrata dalla Palestina, benestante e radicata nell’osservanza della Legge e nello stesso tempo cittadino romano (At 16,37s). Una buona formazione culturale sia ebraica che greca: parla e scrive correttamente il greco corrente che gli permetterà di comunicare la fede cristiana nel mondo greco-romano.

1.2 – Recatosi giovanissimo a Gerusalemme, si mette alla scuola di Gamaliele, ricevendo una profonda educazione religiosa secondo la dottrina dei farisei. Persecutore convinto della giovane chiesa cristiana (Gal 1,13), e coinvolto nell’assassinio di Stefano (si ricorda che Saulo custodiva le vesti dei lapidatori (At 7,58), ha ricevuto una profonda e radicale trasformazione da Gesù risorto che gli è apparso sulla via di Damasco (At 9,3.19), consacrandolo alla speciale missione di apostolo dei pagani (Ef 3,2ss).

1.3 – Nel 49 d.C., a 14 anni dalla sua conversione, sale a Gerusalemme per partecipare al concilio apostolico, dove si sancisce che la legge giudaica non obbliga i cristiani convertiti dal paganesimo (cfr At 15); nello stesso tempo viene riconosciuta la sua missione di apostolo dei pagani (Gal 2,7-9). Paolo riprende i suoi viaggi missionari, in varie fasi (negli anni 50-52 e 53-58), fino a che viene arrestato a Gerusalemme (At 21,27s) e tenuto prigioniero a Cesarea fino all’anno 60. Condotto a Roma sotto scorta, vi dimora due anni 61-63 (At 28,30). La sua vita si conclude con il martirio, attestato dalla più antica tradizione nell’anno 67, nel luogo dove ora sorge il monastero delle Tre Fontane a Roma.

– 2.1 PAOLO APOSTOLO E EVANGELIZZATORE.

Paolo è un’anima di fuoco, consacrato senza riserve a Dio che serve con assoluta lealtà, prima perseguitando i cristiani (1 Tm1,13), poi predicando Cristo in cui solo c’è salvezza. Animato da uno zelo incondizionato, affronta ogni sorta di prove per amore di Colui che ama e serve: travagli, fatiche, sofferenze,pericoli (1 Cor 4,9s); nulla lo potrà separare dall’amore di Dio e del Cristo (Rm 8,35s).

2.2 – La sua predicazione è anzitutto il KERYGMA APOSTOLICO (At 2,22), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (1 Cor 15,3). Il suo Vangelo è quello della fede comune della chiesa ed è solidale con le tradizioni apostoliche; ha solo la speciale applicazione riguardante la conversione dei pagani (Gal 1,16), nella apertura universalistica del messaggio evangelico.

2.3 – Paolo ha saputo rivestire il kerygma di meravigliosi sviluppi teologici (Ef 3,1ss), offrendoci una dottrina profonda sul mistero di Cristo, superando i metodi esegetici dei rabbini., Nelle sue lettere esprime un pensiero molto elevato, espresso in modo ardente e offrendo al lettore varie difficoltà (2 Pt 3,16), me nello stesso tempo gli offre testi di tale potenza religiosa e letteraria senza uguali nella storia della letteratura.

2.4 – Le Lettere che san Paolo ci ha lasciato sono scritti occasionali, non trattati di teologia, ma risposte a situazioni concrete che si erano create nelle comunità che aveva fondato. Non sono lettere private, ma esposizioni destinate a lettori concreti e a tutti i fedeli del Cristo. Non si deve cercare in esse un enunciato sistematico e completo del suo pensiero: esse tuttavia ci permettono di trovare l’essenziale del messaggio paolino, centrato intorno alla persona del Cristo morto e risorto che si sviluppa e si adatta nel corso di tutta la vita.

2.5 – Nel dialogo epistolare con le sua comunità cristiane, Paolo sviluppa la riflessione sulla fede in Gesù Cristo, Signore e Figlio di Dio, sul significato e valore della morte in croce, sull’azione dello Spirito Santo, fonte della libertà cristiana. Paolo, alla luce del Vangelo ripensa l’identità e la dignità dell’essere umano, salvato e redento da Cristo: ne scaturisce l’UOMO NUOVO, essere ormai destinato al cielo perché rivestito di Cristo.

– 3.1 PAOLO DA RISCOPRIRE.

La conoscenza di Paolo e della sua personalità anche sotto il profilo umano, acquisendo una certa familiarità con il suo ambiente religioso e culturale. Il valore della personalità risulta dall’insieme della nostra conoscenza della vita della chiesa primitiva, delle sue lettere, dell’approfondimento della comprensione attraverso la lettura dei Padri della chiesa, per uscire dal pericolo di ridurre il cristianesimo a un moralismo e a un ritualismo superficiale. L’insieme ci fa scoprire una chiesa concreta, fatta di uomini e donne in cammino nella fatica del credere, viva perché stretta attorno a Cristo, il centro della fede.

3.2 – Paolo ci aiuta a riscoprire il “fondamento teologale” (cfr Rinaldo Fabris) della vita cristiana, centrata sulle FEDE in Dio Padre che si manifesta per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, nello Spirito Santo. Gesù non è un personaggio del passato da studiare e ricordare; egli è la PRESENZA DEL PADRE che opera oggi per mezzo dello Spirito Santo nella storia e in ogni persona che lo riconosce e lo accoglie nella fede.

3.3 – L’amore di Dio che si dona, ha un forte potere liberante per le persone, facendole uscire dal loro egoismo e rendendole disponibile ad accogliere il dono dell’altro. La dimensione teologica si accorda con quella relazionale della vita cristiana. Il dono dello Spirito Santo comunica ai credenti l’amore che illumina e costruisce nuove relazioni umane. L’amore reciproco è la diretta conseguenza dell’esperienza di fede che diventa operativa nell’esercizio della carità, caritas, amore.

3.4 – Paolo ci induce alla riscoperta della LIBERTA’ CRISTIANA. Il Figlio di Dio, Signore, liberandoci dal peccato e dalla morte, fa agire nel credente lo Spirito Santo che comunica la capacità di amare come Cristo ama. L’amore porta a scegliere e a agire sempre secondo la volontà di Dio. Qui riposa la MATURITA’ CRISTIANA, che porta a fare delle scelte secondo la logica della fede e dell’amore. È la SAPIENZA cristiana che porta a creare l’unità tra le persone, nella coerenza tra fede e vita pratica, proprio in un’epoca dove si accusa moltissimo questa fatale dicotomia tra fede e vita.

LA PAROLA DELLA CHIESA 1. Vi mostrerò una via eminente. Il progetto di vita per i credenti battezzati deriva dal loro rapporto con Cristo Gesù. L’impegno etico dei cristiani come risposta all’iniziativa salvifica di Dio, si radica nel dono interiore dello Spirito Santo, comunicato dal Signore risorto. Lo Spirito è la fonte interiore e permanente dell’amore di Dio (Rm 5,5). Da questo momenti i credenti battezzati sono in grado di attuare la loro fede nell’amore fraterno (Gal 5,6). Tutte le sue esortazioni pratiche partono dall’amore e in esso si concentrano. La maturità dei cristiani si misura dalla qualità delle loro relazioni definite dall’amore. Il loro statuto della libertà trova nell’attuazione dell’amore la sua verifica (Gal 5,13). L’unità dei credenti si alimenta dall’amore (Fil 2,1-4).Il criterio ultimo per valutare i carismi o doni suscitati dallo Spirito nella comunità è l’agàpe. Paolo arriva a dire che anche le esperienze estatiche o mistiche più prestigiose, e perfino gli atti di eroismo a favore del prossimo, sono privi di valore senza l’agàpe. Egli non è in grado di dire cos’è l’amore. In un brano di stile ritmico elenca quindici caratteristiche o segni distintivi dell’amore. Alla fine sa dire che l’amore è un’esperienza che anticipa nel tempo la realtà definitiva dell’incontro a tu per tu con Dio (1 Cor 13,1-13).

tratto da: http://dalgrandesilenzio.blogspot.com/ P. Benedetto M. Tosolini

venerdì 13 marzo 2009


LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA RIGUARDO ALLA REMISSIONE DELLA SCOMUNICA DEI 4 VESCOVI CONSACRATI DALL'ARCIVESCOVO LEFEBVRE

Cari Confratelli nel ministero episcopale!

La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell'anno 1988 dall'Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all'interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.

Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all'improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio - passi la cui condivisione e promozione fin dall'inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all'interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilità pronta all'attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l'atmosfera di amicizia e di fiducia, che - come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II - anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.

Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un'Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l'unità del collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all'unità. A vent'anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell'ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall'ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l'istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri - anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.

Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" - istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa - con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell'Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non si può congelare l'autorità magisteriale della Chiesa all'anno 1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l'intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l'albero vive.
Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu . conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) - in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.

Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l'unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani - per l'ecumenismo - è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce - è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell'amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l'odio e l'inimicizia - è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell'Enciclica Deus caritas est.Se dunque l'impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l'amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti - per quanto possibile - nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può essere totalmente errato l'impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l'insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l'insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l'intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l'amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell'unità? Che ne sarà poi?

Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest'occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un'apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell'ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l'impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcunoosa avvicinarglisi - in questo caso il Papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.
Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 - 15. Ho notato con sorpresa l'immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l'uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l'amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà - anche in tempi turbolenti. Vorrei così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.

Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo
Vostro nel Signore

BENEDETTO PP. XVI

giovedì 12 marzo 2009


La Chiesa è già la nostra Casa!


Non serve alcun riconoscimento particolare per entrarvi. I Cristiani sono riconosciuti in quanto Battezzati e Credenti.

Non ci saranno inganni che permetteranno ad alcuno di entrare a saccheggiare la Casa di Dio con eresie e vendette.