giovedì 20 novembre 2008


La Provvidenza

1. Esiste una Provvidenza che è ammirabile.
2. Necessità della Provvidenza.
3. Provvidenza nell'ordine fisico.
4. Provvidenza nell'ordine morale e soprannaturale.
5. Bisogna affidarsi alla Provvidenza.
6. Obbiezioni contro la Provvidenza.

1. ESISTE UNA PROVVIDENZA CHE È AMMIRABILE. - «Dio solo, dice S. Cipriano, governa il mondo; con la parola comanda a tutto ciò che esiste; tutto regola con la suprema sua ragione; tutto conduce a fine con la sua immensa potenza (De Unitate)». La Provvidenza è la volontà permanente di Dio di conservare l'ordine fisico e morale ch'egli ha stabilito nell'universo, creandolo. La Provvidenza divina che tutto conserva e governa è una creazione continua... L'integrità, la perfezione, la dissomiglianza, l'ordine, l'unione, la successione, la forza, la potenza, la vita di tutte le cose, separatamente prese e insieme unite, sono meravigliose, e chi le osserva è compreso di stupore; perciò il Poeta disse: Dio, infinitamente grande, fa splendere la sua potenza fino nelle più piccole cose.La Provvidenza di Dio grandeggia non meno in un atomo che nel sole, tanto in un granello di arena, quanto nelle più alte montagne, così in una goccia d'acqua come nell'Oceano, in un moscerino ugualmente che nell'aquila, nel più piccolo e più debole degli insetti come nel leone, tanto sulla terra quanto nel firmamento, in tutti gli elementi, in tutte le stagioni, in tutti gli svariatissimi prodotti del suolo... .

2. NECESSITÀ DELLA PROVVIDENZA. - Se Dio non si prendesse nessuna cura delle cose del mondo, principalmente delle creature intelligenti, egli sarebbe per noi come se non fosse, e non c'importerebbe gran fatto sapere se egli esista o no. La sapienza, la bontà, la giustizia, la santità che gli attribuiamo, sarebbero nomi vuoti di senso; la morale cadrebbe in una vana speculazione e la religione sarebbe un'assurdità. Quindi la prima lezione che Dio diede all'uomo quando lo ebbe tolto dal nulla, fu d'insegnargli che il suo Creatore era anche il suo padrone, il suo padre, il suo legislatore, il suo benefattore, la sua Provvidenza. Dio gli si diede a conoscere non solamente come un essere di una natura superiore, eterna, infinita, ma come l'autore ed il conservatore di tutte le cose, come il rimuneratore della virtù e il vendicatore del male. Dio, creando il mondo, non ha punto operato con l'impeto cieco d'una causa necessaria, ma con l'intelligenza di un essere libero e indipendente, con riflessione, con previdenza e con attenzione alla perpetuità della sua opera ed al benessere delle sue creature. Egli parlò e tutto fu fatto; ma egli ha anche veduto che tutto era buono.Quello che chiamiamo caso è una parola vuota: tutto avviene per Provvidenza, di Dio. Se essa cessasse un istante di conservare, sostenere, dirigere, vivificare ogni cosa, l'universo cadrebbe in quel medesimo punto nel caos: il sale non percorrerebbe più la sua orbita; la luna, i pianeti, le stelle scomparirebbero dal firmamento; la terra cesserebbe di produrre, l'oceano.. uscirebbe dai suoi confini; le belve lascerebbero i deserti, e gli animali domestici diventerebbero feroci...; il cielo stesso sarebbe annientato...

3. PROVVIDENZA NELL'ORDINE FISICO. - Ecco la magnifica descrizione che fa della Provvidenza, nell'ardine fisico, il Re Salmista: Benedici il Signore, o anima mia; o Signore, Dio mio, quanto voi siete grande nella magnificenza e provvidenza vostra! Voi siete vestito di gloria e di bellezza, voi siete ammantato di splendore e di luce. Voi distendete i cieli come un padiglione; le acque stanno sospese intorno al vostro santuario; le nubi formano il vostro cocchio che vola portato su le ali dei venti; avete per messaggeri le tempeste e per ministri le fiamme. Voi avete fermato la terra su le sue basi e non basteranno i secoli a scuoterle. L'abisso delle acque l'avvolgevano come in fasce; seppellivano nei loro gorghi i picchi delle più alte montagne; ma ad un vostro cenno fuggirono, al rumore del vostro tuono fermarono il loro corso; soverchiavano le montagne, e discesero nelle valli avviandosi per il letto che loro avete assegnato. Voi avete fissato loro dei limiti oltre i quali non si spingeranno. Voi inviate delle fontane nelle vallate, facendone scorrere le acque attraverso i macigni dei monti; in esse si abbeverano le fiere del deserto; su le loro rive si posano gli uccelli del cielo; in mezzo al fogliame dei boschi mormorano le onde spartite in freschi rivi. Dall'altezza del vostro soggiorno innaffiate i monti; la terra è saziata dai frutti che spargono le vostre mani. Voi fate germogliare l'erba dei prati per le mandre, e le messi per l'uomo. Voi fate nascere dalla terra il vino che rallegra il cuore dell'uomo; voi gli fornite il pane che lo nutrisce e le grazie che ne adornano il viso. Voi adacquate gli alberi delle foreste, ì cedri del Libano, piantati dalle vostre mani. Là sono i nidi degli uccelli; là gli abeti dànno ricetta agli aironi; le vette dei monti sono percorse dai camosci; le tortuose spaccature delle rocce offrono asilo agli animali di timida natura.La luna segna i tempi; il sole conosce l'ora della levata e del tramonto. Voi conducete le tenebre, ed ecco la notte; e allora le belve delle foreste escono dalle loro tane e vanno cercando nelle ombre. I lioncelli ruggiscono per avere preda, e dimandano a Dio il loro pasto. Il sole si leva e gli animali selvaggi si ritirano nelle loro buche, si accasciano nei loro giacigli; e allora l'uomo esce al suo lavoro del giorno, alla coltura dei campi fino alla sera. O Dio, quanto sono magnifiche le opere vostre! (quanto ricca e ammirabile è la vostra Provvidenza!). Tutto è stato fatto da voi, tutto è governato da voi nella vostra sapienza; la terra è piena dei vostri beni. Ecco là il grande mare che si stende immenso; in esso si muovono animali senza numero, piccoli e grandi; nei suoi gorghi si nasconde quel Leviathan, che formaste perché scherzi nell'abisso; su le sue onde vogano innumerevoli vascelli. Tutte le creature aspettano da voi il loro cibo nel tempo fissato. Voi spargete, ed esse raccolgono; voi aprite la mano, ed esse si saziano dei vostri doni (Psalm. CIII). Se scoprite il vostro volto, esse si turbano; se ritirate il vostro soffio, spirano e rientrano nella polvere. Voi mandate il vostro alito, ed esse rinascono, e la faccia della terra si vede rinnovata (Psalm. X, 30). La gloria del Signore sussista per sempre; si rallegri il Signore nelle sue opere. Egli guarda la terra e questa trema, tocca i monti e mandavano vampe... Celebrate Iehovah, invocate il suo nome; annunziate le sue opere in mezzo ai popoli; cantate le sue lodi; proclamate le meraviglie della sua Provvidenza. Gli occhi di tutte le creature stanno fissi sopra di voi, o Signore, voi distribuite a tutte il loro cibo nel tempo opportuno. Voi aprite la vostra mano, e saziate tutto ciò che ha spirito di vita (Psalm. CXLIV, 15-16). «La Provvidenza di Dio è il magazzino, il granaio, il reddito dei poveri, dice S. Giovanni Crisostomo; reddito certo, perpetuo, inesauribile» (Homil. ad pop.).

4. PROVVIDENZA NELL'ORDINE MORALE E SOPRANNATURALÈ. - Se nell'ordine morale avvengono infrazioni e sconvolgimenti, la colpa non è della Provvidenza, ma dell'uomo ribelle alla Provvidenza. Questa tuttavia è così potente, che dal male medesimo trae il bene, e dal disordine fa scaturire l'ordine. E come dice S. Agostino, Iddio non avrebbe mai permesso il male se non avesse saputo di essere così potente da volgerlo in maggior bene.

Vedi MESCOLANZA DEI BUONI COI CATTIVI.

La Provvidenza divina regola da sola, e come le piace, l'ordine soprannaturale. Fino dal principio del mondo, essa ebbe in mira la salute del genere umano e questo fu, in tutti i secoli, lo scopo della sua condotta. Essa però eseguisce questo disegno con mezzi impenetrabili ai nostri deboli lumi; rischiara una nazione con la fiaccola della fede, mentre ne lascia un'altra giacere nelle tenebre dell'infedeltà, senza che questa abbia diritto di lagnarsi, né quella d'invanirsi. Cosi pure Dio concede a ciascun individuo quella misura di grazia e di doni soprannaturali che giudica conveniente, senza che persona del mondo sia in diritto di chiedergli ragione della sua condotta. La Provvidenza divina abbraccia tutti, a tutti vuol bene, e a tutti ne fa! e se qualche volta si arma del flagello, vi è costretta dalle disobbedienze, dalle rivolte, dagli oltraggi dei colpevoli.

5. BISOGNA AFFIDARSI ALLA PROVVIDENZA. - O quanta sapienza sta riposta in quelle parole del divin Maestro: Non inquietatevi della vostra esistenza, pensando con troppa ansia al come nutrirvi e vestirvi! La vita non vale di più che il cibo, e il corpo più che le vestimenta? Guardate gli uccelli dell'aria; non seminano né mietono, né ammassano nei granai, e il Padre vostro celeste li nutrisce. Ora non siete voi molto dappiù di loro? Chi di voi potrebbe, per quanto si sforzasse, accrescere di un palmo la sua statura? E del vestimento prendervi tanto pensiero? Vedete i gigli del campo come crescono; e senza che lavorino né filino sono cosi splendidamente vestiti, che vi dico in fede mia, che nemmeno Salomone nello sfarzo della sua gloria ne uguagliava la pompa. Ora se così veste Dio l'erba dei campi, che oggi fiorisce e domani è gettata al fuoco, quanto non avrà più cura di voi, uomini di poca fede? Non vi affannate dunque dicendo: che cosa mangeremo? o che cosa berremo? o con che cosa ci vestiremo? I gentili si turbano di queste cose, ma voi no, perché il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno. Cercate adunque prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto egli ve lo darà per di più (MATTH. VI, 25-33). Anche il Salmista diceva: «Deponi tutte le cure tue nel seno del Signore ed egli ti nutrirà» (Psalm. LIV, 23).

6. OBBIEZIONI CONTRO LA PROVVIDENZA. - I filosofi moderni, dice Bergier, non fanno che ripetere contro la Provvidenza i sofismi degli antichi, e cadono nei medesimi loro pregiudizi. Questi opinano che è impossibile che una sola intelligenza possa vedere tutte le cose nelle loro minute particolarità e tenersele a mente; quelli giudicano cosa indegna della maestà divina, e che ne degrada la sapienza e la potenza, l'addossarle la cura di tante piccole e vili cose; altri pretendono che una tale economia ne turberebbe la felicità ed il riposo. Una prova, dicono, che il mondo non fu fatto, e non è governato da Dio sommamente saggio e potente, sta qui, che sotto molti aspetti si mostra difettosa quest'opera: come può affermarsi che Dio sommamente ed essenzialmente buono presiede al governo del mondo, se si guarda ai disordini che lo scompigliano? e qual più grave disordine che lasciare la virtù senza premio, il vizio senza castigo?Perciò tra i filosofi pagani, alcuni, come gli epicurei, sostenevano che nel mondo si deve tutto attribuire al caso; che gli dèi, addormentati in profondo riposo, non se ne dànno il menomo pensiero. Altri, e principalmente gli stoici, s'immaginavano che tutto sia guidato dalla legge del destino, legge alla quale la divinità medesima è sottoposta. Non mancarono finalmente di quelli che, docili alle lezioni di Platone, si figuravano che il mondo fosse stato fatto e sia governato da certi spiriti, o geni, o demoni, intelligenze inferiori a Dio; che questi artefici, impotenti e mal pratici, non avevano saputo correggere le imperfezioni della materia e non potevano impedire i disordini di questo mondo. Nessuno di tali sistemi riusciva ad onore delle divinità, nessuno a consolazione degli uomini, eppure era ciò che di meglio aveva potuto trovare la ragione umana. È evidente che quell'ammasso di errori poggiava sopra quattro false nozioni: la prima, riguardante la creazione, che i filosofi non volevano in nessun modo ammettere; la seconda, riguardante il bene e il male, di essi consideravano come termini assoluti, mentre non sono che termini di paragone; la terza, riguardante la potenza infinita, ch'essi paragonavano alla potenza limitata dell'uomo; la quarta finalmente, riguardante la giustizia divina, ch'essi falsamente supponevano doversi compire in questo mondo. E infatti:

I. Se i filosofi avessero compreso che Dio ha la potenza creatrice e che opera con la sola sua volontà; che ad un suo cenno, ad un atto della sua volontà tutto è stato fatto, avrebbero compréso ugualmente che il governo dell'universo non può costare a Dio di più, né più digradarne la maestà sovrana di quello che abbia fatto la creazione. Qui i filosofi mettevano già a riscontro l'intelligenza e la potenza divina con l'intelligenza e potenza umana, e perché sarebbe cosa noiosa e avvilente per un re l'occuparsi dei più minuti provvedimenti del suo impero, ne conchiudevano che lo stesso si deve dire di Dio. Conseguenza ridicola e falsa. È dunque l'idea del potere creatore quella che ha elevato lo spirito e l'immaginazione degli scrittori sacri ed ha loro inspirato, nel parlare della potenza divina, frasi e concetti tanto superiori a tutti i concetti filosofici. Dio, secondo il loro stile, non ha fatto che chiamare dal nulla gli esseri, ed essi si sono presentati; egli tiene le acque dei mari e porta il globo terrestre nella palma della mano; i cieli sono l'opera delle sue dita; è lui che dirige gli astri nel maestoso loro corso; e può con una parola inabissare cielo e terra e ridurli al primitivo nulla, ecc. A lui basta conoscere la potenza, perchè veda non solamente tutto quello che è, ma ancora tutto quello che può essere.

II. Si dimostra con la sana filosofia, che nel mondo non si dà né bene né male assoluto, ma solamente per comparazione; e perciò quando si dice che vi è del male, questo significa solamente che vi è minor bene di quello che vi potrebbe essere. E certo che non si trova creatura alla quale Dio non abbia fatto del bene, benché avrebbe potuto fargliene di più è gliene abbia fatto meno che ad altre. Ora è un assurdo il pretendere che tutto è male, perché non è tutto così buono come potrebbe essere, ed è assurdo il supporre che un essere creato, e per conseguenza essenzialmente finito, possa essere assolutamente buono sotto tutti gli aspetti; egli sarebbe allora, come è Dio, la perfezione infinita.

III. S'inganna grossolanamente su la nozione dell'infinito chi suppone che Dio, perché onnipotente, debba fare tutto il bene che può: questo è impossibile, perché ne può fare all'infinito. Questa supposizione contiene una contraddizione che è quella di volere che Dio non possa fare meglio. Poi ritorna in campo la falsa comparazione tra la potenza di Dio e la potenza dell'uomo: questi deve fare tutto il bene e il meglio che può, perché la sua potenza è limitata; ma lo stesso non si può dire di Dio, perché il suo potere è infinito.

IV. Non discorrevano più sensatamente i filosofi, quando si mostravano scandalizzati che Dio non punisce né sempre, né tutti i delitti di questo mondo; quando Iddio così facesse, non tratterebbe forse troppo rigorosamente un essere così debole e così incostante qual è l'uomo? non gli toglierebbe e tempo e mezzi di fare penitenza? Poi avviene talora, che un'azione la quale agli occhi degli uomini ha l'apparenza di colpa, è in realtà cosa innocente e lodevole; come per contrario, ben sovente quello che loro sembra un atto di virtù, proviene da cattiva intenzione. Ingiusta dunque sarebbe la Provvidenza, se si conformasse al giudizio degli uomini. D'altronde, le ricompense di questo mondo non sono premio sufficiente per un'anima virtuosa e di natura sua immortale; bisogna che la virtù sia provata in terra perché si meriti una felicità eterna nel cielo. L'empio che nella sua cecità mormora e sparla della Provvidenza, dice: S'io fossi Dio, mi regolerei ben diversamente; ma gli si potrebbe rispondere: Se Dio fosse uomo, farebbe anche diversamente... Tacciamo, ammiriamo, adoriamo, ringraziamo la Provvidenza di Dio, assoggettiamoci al suo governo paterno, ed essa ci condurrà a buon fine.

martedì 18 novembre 2008

Dalla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi

«Desiderate ardentemente i doni maggiori. E ora vi mostrerò una via che é la via per eccellenza:

Quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho carità, divento un rame risonante o uno squillante cembalo. E quando avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e avessi tutta la fede in modo da trasportare i monti, se non ho carità non sono nulla. E quando distribuissi tutte le mie facoltà per nutrire i poveri, e quando dessi il mio corpo ad essere arso, se non ho carità, ciò niente mi giova. La carità é paziente, é benigna; la carità non invidia; la carità non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non si inasprisce, non sospetta il male, non gode della ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa»

(Corinzi 12, 31 - 13, 1-7)

lunedì 17 novembre 2008


LA BUONA BATTAGLIA

di Gìanpaolo Barra

Pubblichiamo il testo della conversazione che Gianpaolo Barra, direttore de "Il Timone" ha tenuto a Radio Maria il 18 marzo 1999, durante la "Serata Sacerdotale" condotta da don Tino Rolfi. Conserviamo lo stile colloquiale e la divisione in paragrafi numerati, utilizzata per i suoi appunti dall'autore.

Oggi tenteremo di riflettere su un aspetto della storia, sulla chiave di lettura della storia. Intendo tanto la nostra storia personale quanto la storia in generale.

Possiamo prendere a prestito una nota espressione biblica, "la buona battaglia" per dire che noi cristiani siamo chiamati a condurre a buon fine la "buona battaglia", come scrive san Paolo a Timoteo.

Anche chi si occupa di apologetica, come ogni cristiano, è chiamato a combattere la buona battaglia, ad essere soldato. Un soldato speciale, ovviamente, un soldato di Cristo. E il Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna che noi lo diventiamo con il Sacramento della Cresima.Oggi, chi si occupa di apologetica viene visto come un soldato. Un uomo che si adopera per difendere la verità della fede, per promuovere la cultura che ne deriva, per apprezzare e far conoscere la storia gloriosa della Chiesa, per difendere la Chiesa stessa dalle contestazioni. È comprensibile che qualcuno si domandi: che bisogno c'è di "soldati"? Per di più di "soldati di Cnsto"? Non è forse questa un'espressione bellicosa, un modo di parlare un po' datato, d'altri tempi ? Proviamo a rispondere. Cristo ha bisogno di "cavalieri", la Chiesa ha bisogno di "militanti", il mondo ha bisogno di soldati di Cristo perchè la vita di ogni uomo, dopo il peccato originale, commesso da Adamo ed Eva, è una vita vissuta in guerra. Questa verità forte, che oggi spaverità non pochi credenti, emerge in primo luogo dalla Parola di Dio. Essa ci fa comprendere di quale guerra si sta parlando. Sentiamo il libro del Genesi. Dopo aver ceduto alla tentazione del serpente, il Signore Dio si rivolge a satana con queste parole, illuminanti per il tema che stiamo trattando: "Allora il Signore Dio disse al serpente: poiché tu hai fatto questo, su tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche, sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe, questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno" (Gn 3,14-15)

Ecco la prima verità sul senso della storia che stiamo vivendo: a causa del peccato originale, Dio ha posto una inimicizia tra la donna e il serpente, tra la stirpe della donna e la stirpe del serpente. La Chiesa ha sempre insegnato che la donna è Maria Santissima, la Madre di Dio, ma non sbaglia chi crede che la donna sia anche la Chiesa. Ne consegue che stirpe della donna è - in primo luogo - suo Figlio, Gesù. Ma stirpe della donna, della donna-chiesa è anche l'insieme dei fedeli - dei cattolici -, quindi ciascuno di noi. Il serpente è satana e la sua stirpe è l'insieme degli angeli ribelli e degli uomini che scelgono liberamente di servirlo in odio a Dio. Se diamo ascolto alla Parola di Dio, essa ci svela che noi siamo nati in mezzo ad un combattimento che, iniziato prima di Adamo ed Eva, ai tempi della rivolta degli angeli ribelli, dura fino ai nostri giorni.In questa guerra è impegnata, con tutte le sue forze, che gli vengono dal suo Capo che è Cristo, la Chiesa Cattolica, quindi ciascuno di noi.

Ora, io so bene che questo modo di ragionare è fuori moda. Viviamo nell'epoca del buonismo, del tutti siamo fratelli, del "volemose bene" ad ogni costo e ricordare quello che ci insegna la Parola di Dio, e cioè che, dopo il peccato originale, siamo in guerra, può impressionare qualcuno. Ma le cose stanno proprio così.Andiamo avanti. Questa verità cosi forte è sempre stata insegnata dalla Chiesa.San Paolo scrive ai cristiani di Efeso parole che possiamo considerare rivolte a noi: "Rivestitevi dell'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne ma contro i Principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo, contro gli spinti del male che abitano le regioni celesti" (Ef 6,11-12)Poniamoci una domanda: "Chi di noi può sentirsi escluso da questo invito rivoltogli dall'Apostolo delle genti a "rivestirsi dell'armatura di Dio"? Tutta la vita di san Paolo fu dedicata al combattimento per la Gloria di Dio e la salvezza delle anime. A Timoteo scrive: "Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa, ho conservato la Fede" (2 Tm 4,6-7)

Poco prima, aveva scritto: 'Questo è l'avvertimento che ti do, figlio mio Timoteo - ascoltiamo questo avvertimento come rivolto a ciascuno di noi - in accordo con le profezie che sono state fatte a tuo riguardo, perchè fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia con fede e buona coscienza." (1 Tm 1,18)

Anche San Pietro ci invita alla resistenza di fronte al maligno "Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede." (1 Pt 5,8-9)

È tempo di una prima conclusione. Sono sufficienti queste verità emerse dalla Parola di Dio per avvisarci del senso generale della storia e della nostra storia personale. Siamo immersi in una battaglia, in una situazione di "inimicizia" tra la donna e il serpente.

Sulla scorta dell'insegnamento biblico e dell'illuminante esempio dei suoi santi (ricordiamo s. Agostino, s. Ignazio di Loyola, s. Massimiliano Kolbe), la Chiesa cattolica ha sempre insegnato che ogni suo figlio e chiamato ad essere "Miles Christi", soldato di Cristo.

Nella Costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, la Chiesa ci ricorda "Tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre, lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, nè può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio." (GS 37,2)

Ora, proseguiamo nella nostra riflessione. Diventa fondamentale, se non vogliamo soccombere, sapere dove si sta svolgendo questa battaglia, in quale campo si affrontano i due eserciti, quello di Dio e quello di satana. Quello della Donna e quello del serpenteIl terreno privilegiato di combattimento è l'anima dell'uomo, è l'uomo stesso.

Poiché il demonio non può nuocere a Dio, che odia, ma del Quale conosce bene la superiorità infinita, allora rivolge la propria azione distruttiva verso l'opera di Dio, la creazione e - nella creazione - verso la creatura più eccellente: l'uomo. E tra il genere umano, il demonio ha un odio particolare verso la creatura più eccelsa: Maria Santissima. Ma anche nei suoi confronti non può fare nulla, quindi si rivolge, odiandoli, contro i suoi figli diletti.

Andiamo avanti. Se il terreno privilegiato di questo combattimento è l'anima dell'uomo, la posta in gioco in questa battaglia è la vita eterna che ci aspetta dopo la morte. Se non sapremo vincere, se per colpa nostra il demonio dovesse renderci suoi schiavi, la vita eterna che ci aspetta sarà quella disperata e tragicamente dolorosa dell'inferno. Al contrario, se con l'aiuto della Grazia di Dio, risultassimo vincitori, la vita eterna che ci aspetta è quella del Paradiso, della gioia eterna senza fine.

Le armi che usa il serpente e coloro che lo servono in schiavitù sono le armi della menzogna, dell'omicidio e della tentazione. Le nostre armi sono quelle della fede, di cui parleremo più avanti.

Noi abbiamo visto all'opera le armi del nemico Soprattutto nel XX secolo, quando il progetto di costruire un mondo nuovo, abitato da un uomo superbamente convinto di poter fare a meno di Dio si è avvicinato alla sua realizzazione.

E abbiamo visto la tragedia delle guerre mondiali e delle guerre nazionali, i campi di concentramento, il totalitarismo comunista e l'arcipelago GuLAGE vediamo la silenziosa carneficina di bambini innocenti uccisi con l'aborto ancora prima di vedere la luce del sole. In questi ultimi 30 anni, in 173 Paesi del nostro mondo, oltre 1.000.000.000 (un miliardo) di bambini è stato sterminato con l'aborto.

Vogliamo provare a leggere "teologicamente" questo fatto? Vogliamo avere il coraggio di dire che l'aborto costituisce un sacrificio umano gradito a satana? Vogliamo avere il coraggio di dire che satana, scimmiottando Dio, vuole i suoi sacrifici e niente gli è più gradito del sacrificio di vittime innocenti, le più innocenti, le più vicine alla innocenza di Gesù? Parlando del nemico. Pio XII scriveva agli Uomini di Azione Cattolica d'Italia parole che non hanno perso la loro attualità: "Esso [il nemico] si trova dappertutto e in mezzo a tutti, sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell'unità nell'organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia, la ragione senza la fede, la libertà senza l'autorità, talvolta l'autorità senza la libertà. È un "nemico" divenuto sempre più concreto, con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo si, Chiesa no. Poi Dio si, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto, anzi non è mai stato" (12-10-1952)Stando ad un altro grande pontefice, Papa Paolo VI, si direbbe che oggi il nemico sia penetrato da qualche fessura anche nella Chiesa.

In un celebre discorso pronunciato nel 1972, Papa Paolo VI diceva: "Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio. "Al suo grande amico Jean Guitton, Paolo VI rivelava: "Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia" (Jean Guitton, Paolo VI segreto, pp 152-153). I risultati di quest'azione sono sotto gli occhi di tutti. In sintesi potremmo enumerarli cosi. In primo luogo confusione dottrinale, offuscamento della verità. Poi sfiducia dei Pastori. Alcuni di essi sono stanchi e sfiduciati. Quindi i fedeli, e gli uomini in generale, hanno perduto il senso del peccato. Non si ha più la consapevolezza che vi sono parole, opere, pensieri e omissioni che offendono Dio e che sono, talvolta, peccati mortali. Anzi, nemmeno si conosce la distinzione tra peccato mortale e peccato veniale. In quarto luogo si è perso lo spirito missionario, il dovere di portare il Vangelo, e non altre dottrine, in tutto il mondo, si è persa la sete di conquistare anime alla causa del Vangelo e della Chiesa.

I nemici di Dio operano per distruggere quello che resta del Cristianesimo e noi abbiamo deposto le armi, convinti che la guerra fosse finita. Se questa è la situazione, si capisce bene - e cosi rispondiamo alla domanda con la quale abbiamo aperto la nostra riflessione apologetica - perchè Cristo, la Chiesa e il mondo hanno bisogno di soldati. E c'è bisogno dell'apologetica, cioè della proposizione chiara e semplice delle verità della Fede, della cultura che ne deriva e c'è bisogno di difendere questa verità dalle contestazioni.

Questa è la "buona battaglia".

Quali sono, dunque, le armi che dobbiamo utilizzare ?Ricordiamo che questa è una guerra speciale, non convenzionale. San Paolo dice che combattiamo "non contro creature fatte di sangue e di carne", ma contro "i dominatori di questo mondo, contro gli spiriti del male".

La preghiera è la prima arma. La frequenza ai sacramenti, alla Confessione e alla santa Comunione, perchè la Grazia di Dio fortifichi la nostra anima e la renda inaccessibile agli attacchi del Nemico. Poi, esercizio e pratica delle virtù.

La seconda arma è la formazione. Dobbiamo conoscere le ragioni della nostra Fede e saperle proporre al prossimo. Dobbiamo conoscere gli errori e le strategie del Nemico per poterle smascherare e denunciare.

Infine, la terza arma è quella dell'apostolato concreto, efficace.

Consapevoli che Gesù ha vinto il mondo e che le porte degli inferi non prevarranno, restiamo fedeli al Vangelo, al Papa e alla Chiesa per ottenere anche noi la vita eterna.

Bibliografia:

Plinio Correa De Oliveira, Rivoluzione e contro-rivoluzione. Cristianità, Piacenza 1977.
Sant'Agostino, La città di Dio. Rusconi, III ed., Milano 1992.
Hubert Jedin, La storia della Chiesa è teologia e storia. Vita e Pensiero, Milano 1968.Roberto De Mattei, Il crociato del XX secolo.
Plinio Correa de Oliveira. Piemme, Casale Monf.to (AL) 1996.
Andrea Sciffo, La cerca senza tempo. Tracce dell' Ordine cristiano. II Cerchio, Rimini 1999.

Tratto dal sito: Ass. Studi Cavallereschi "S. Giuseppe da Leonessa"

domenica 16 novembre 2008


XXXIII DOMENICA ANNO A

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 25,14-30

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

TALENTI DI GRAZIA

Un uomo, partendo in viaggio chiamò
i suoi servi e consegnò loro i suoi beni

(Mt 25,14)

Lo Spirito di vita e la fonte dell’amore
si riversano con abbondanza sul mondo
e cercano una dimora accogliente
nei cuori che si aprono a Dio.

Nella creazione Dio offre se stesso,
dilata il suo essere, comunica la sua vita,
prolunga il suo esistere eterno nel tempo
e cerca il suo riflesso in ogni creatura.

I suoi talenti fruttificano nell’universo,
il suo amore si espande su ogni creatura,
tutti aspettano da lui il soffio che li fa esistere,
per vivere e rendergli gloria e onore.

Talento incomparabile è l’Uomo Gesù,
crocifisso per la gloria del Padre,
risorto per effondere ancora lo Spirito
e fare di noi il popolo della lode.

Ecco i preziosi talenti, generosamente
offerti a tutti i viventi della terra,
esseri dotati di anima e di bellezza,
uomini, animali, piante e cose create.

Per il Signore bella è Eluana viva,
bello il lebbroso baciato da Francesco,
santi per Dio quelli che abbracciano la croce
per amore, presenza di salvezza oggi per noi.

L’empio, invece, dice che non c’è Dio,
tutto è oscuro, ha la tenebra nel cuore
chi è precluso dal talento dall’amore
per Colui che ha fatto bene tutte le cose.

Fruttificate i doni dello Spirito,
perle preziose, tesoro nascosto del Regno
che fanno risplendere la vita oltre la morte
per coloro che servono Dio: Amore

gioia, pace, pazienza, benevolenza,
bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé.
Così la grazia ricevuta diventa grazia offerta
agli altri e l’amore si diffonde sulla terra.

Il dono riconduce al donatore,
il frutto dell’opera compiuta si trasforma
in gioia perenne nella casa del Signore,
dopo aver amato e servito Dio nei fratelli.

Il Regno di Dio si costruisce accogliendo
e facendo fruttificare in noi il talento
per eccellenza: Gesù, Signore e Cristo, vivendo
per lui e amando tutto ciò che egli ama.

padrebenedetto 16, xi, 2008

San Girolamo (347-420), sacerdote, traduttore della Bibbia, dottore della Chiesa

«Un uomo... chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni»

Questo proprietario, è senz'alcun dubbio Cristo. Dopo la sua risurrezione, essendo sul punto di salire vittoriosamente al Padre suo, chiamò gli apostoli e affidò loro la dottrina del Vangelo, donando all'uno di più, all'altro di meno, mai troppo né troppo poco, bensì a seconda delle forze di coloro che la ricevevano. Allo stesso modo l'apostolo Paolo dice che ha nutrito con il latte coloro che non erano capaci di prendere un nutrimento solido (1 Cor 3,2)...Cinque, due, un talenti: capiamo in questo le varie grazie accordate a ciascuno, cioè per il primo i cinque sensi, per il secondo l'intelligenza della fede e delle opere, per il terzo la ragione che ci distingue dalle altre creature. «Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque». Cioè a partire dei sensi fisici e materiali che aveva ricevuti, ha aggiunto la conoscenza della cose celesti; la sua intelligenza si è elevata dalle creature al Creatore, dal corporeo all'incorporeo, dal visibile all'invisibile, dal passaggero all'eterno. «Colui che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due». Anche questi, a seconda delle sue forze, ha raddoppiato, alla scuola del Vangelo, ciò che aveva imparato alla scuola della Legge. Obbene si potrebbe dire che ha capito che l'intelligenza della fede e delle opere della vita presente conduce alla felicità a venire.«Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone». Preso dalle opere di quaggiù, dai piaceri di questo mondo, il servo malvagio ha trascurato i comandamenti di Dio. Notiamo tuttavia che secondo un altro evangelista, l'ha riposto in un fazoletto: possiamo intendere in questo che ha tolto il vigore dell'insegnamento del maestro con una vita di fiacchezza e di piaceri...Con lo stesso elogio il padrone accoglie i primi due servi, colui che con cinque talenti ne aveva fatto dieci e colui che con due ne aveva fatto quattro. «Prendi parte alla gioia del tuo Padrone, disse, e ricevi quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo» (1 Cor 2,9). Quale ricompensa più grande può essere accordata a un servo fedele?

venerdì 14 novembre 2008

DA LEGGERE

Rileggere la bimillenaria spiritualità cristiana sotto la categoria del combattimento spirituale è quanto si propone questo saggio originalissimo e attuale. Partendo dal lato biblico, ponendosi in ascolto di autori spirituali antichi e moderni, ripercorrendo l'esperienza di molti Santi, padre Gentili documenta come la "guerra Santa" dei cristiani consiste nel "combattimento continuo per la conquista della perfezione". Lontane da qualunque mentalità bellicosa, queste pagine ci ricordano che la vita è tempo di tentazione prova lotta. E di vittoria. Con la forza disarmata del Crocifisso-Risorto.
Antonio Gentili, si è laureato in filosofia a Pavia ed in Teologia a Roma. Dal 1970 è responsabile della Casa di Esercizi Spirituali di Eupilio (CO), presso la quale ha dato vita ad una intensa attività culturale legata alla meditazione ed al pensiero mistico, aperta anche alle altre religioni. Oltre ai numerosi libri di meditazione e preghiera ed alle sue collaborazioni a periodici e riviste, va segnalata la sua traduzione per Adelphi di Nube della non conoscenza, opera di un anonimo mistico inglese del XV secolo.

lunedì 10 novembre 2008


Parole e numeri dell’amore
per il PROSSIMO


La giustizia deve avere un suo rigore e una sua pienezza, espressa attraverso il 3 e 4, numeri che nel computo simbolico vengono idealmente sommati così da raggiungere il 7. Ma, d’altro lato, a imporsi in tutta la sua grandezza è in ebraico il «hesed», ossia l’amore generoso e fedele che non conosce confini ed è infinito, perché tale è il valore del numero 1000

Di mons. Gianfranco Ravasi

Nihil caritate dulcius,
«nulla è più dolce dell’amore», scriveva sant’Ambrogio nella sua opera dal titolo ciceroniano De officiis. Ma nulla è anche più difficile da comprimere in una trattazione come l’amore. Noi, allora, ci accontenteremo di illustrare in forma essenziale e simbolica i vari "nomi", ossia le diverse iridescenze del tema dell’amore, l’entolé megále, come diceva Gesù, ossia il «comandamento massimo, cardinale, principe» dell’impegno morale e spirituale cristiano (vedi Mt 22, 34-40). Cercheremo anche di identificare alcuni "numeri" simbolici che esaltano l’autentica carità.

Iniziamo col lessico biblico dell’amore.

LE PAROLE DELL’AMORE

1. Il primo termine fondamentale è prossimo. Esso è centrale nel nostro discorso e si è consapevoli che la sua accezione è variegata nelle Scritture.
Abbraccia innanzitutto il fratello, la famiglia, il clan, la tribù, il popolo eletto, escludendo le altre nazioni (gojim) e i nemici. Tuttavia già nel Primo Testamento si segnalano aperture universalistiche e il perdono del nemico già si presenta non solo con Giuseppe e i suoi fratelli ma anche con la norma sull’asino del nemico (Es 23, 4-5) e sull’ospitalità per lo straniero che si deve «amare come se stessi» (Lv 19, 34).
Certo è che Cristo tende all’estremo questo precetto nel suo Discorso della Montagna, proponendo il superamento della giustizia del taglione e l’amore per il nemico, sempre sulla base dell’esemplarità di Dio, generoso con malvagi e ingiusti (Mt 5, 38-48).
Suggestiva rimane la parabola del Buon Samaritano, già significativa per il soggetto assunto come modello, una figura legata a una comunità detestata da Israele (Lc 10, 25-37). Nel contesto del racconto parabolico, lo scriba rivolge a Gesù il quesito oggettivo su «chi sia il prossimo»; Gesù, invece, alla fine rilancia la domanda modificandola in senso soggettivo e dinamico: «Chi ha agito da prossimo?». Più che definire la categoria esterna «prossimo», è necessario «farsi, essere prossimo» dell’altro in senso efficace; più che una ricerca sul prossimo, la nostra dev’essere un’azione da prossimo, con una ricerca del prossimo per aiutarlo.

2. Il secondo vocabolo è amicizia, una qualità vissuta da Dio stesso che considera «Abramo mio amico» al quale «non tiene nascosto quello che sta per fare», discutendone con lui il merito e l’opportunità. Similmente con Mosè «il Signore parlava a faccia a faccia, come un uomo parla con un altro» (Es 33, 11). Il Cristo stesso sperimenta gioie e dolori dell’amicizia con Lazzaro e coi discepoli.
C’è, però, soprattutto l’amicizia umana, celebrata dal Siracide in un vero e proprio "elogio" (6, 5-17), che contiene anche il celebre detto secondo il quale «chi trova un amico, trova un tesoro». Esemplare è la figura amicale incarnata da Davide e Gionata, anche se da taluni il linguaggio biblico "amoroso" adottato in questo caso è interpretato in chiave politica: «L’anima di Gionata s’era talmente legata all’anima di Davide che Gionata lo amò come se stesso… Lo amava come l’anima sua, come se stesso» (1 Sam 18, 1; 20, 17).

3. Un terzo termine è la misericordia che potrebbe rimandare alla più ricca radice ebraica rhm, destinata a mettere in luce la passione e la tenerezza "viscerale" della madre o anche del padre. La benedizione iniziale della Seconda Lettera ai Corinzi (1, 3-4) ben illustra la dimensione teologica di questo amore fatto di partecipazione appassionata che, per altro, è presente in quasi tutte le religioni (la maitri buddhista, la karuna hindu, la zakat musulmana e così via): «Sia benedetto Dio…, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,
il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio».
La figura che incarna idealmente questa misericordia generosa e operosa è il citato Buon Samaritano, a differenza del sacerdote e del levita, gelidi osservanti di norme sacrali di purità. Nella parabola Gesù descrive con accuratezza tutti i gesti di premura e di compassione di quell’uomo nei confronti della vittima di
un’aggressione: gli si accosta, gli fascia le ferite, vi versa olio e vino, lo carica sulla sua cavalcatura, lo porta in una locanda, si prende cura di lui, ne paga i costi di assistenza anche per il decorso delle ferite (Lc 10, 34-35). Ma alla radice di tutto c’è proprio la «misericordia»: «passando accanto [allo sventurato] lo vide ed esplanchnísthe», col verbo greco della tenerezza, della compassione autentica e "viscerale", con la misericordia nel senso etimologico del nostro vocabolo.

4. Intrecciamo qui sotto un’unica voce un trittico lessicale neotestamentario (ma anche classico): philanthropía – philadelphía – philoxenía. Pur con caratteristiche specifiche, esse s’inanellano tra loro ed esprimono una
vicinanza amorosa al prossimo sulla base della nostra comune "adamicità": tutti apparteniamo alla stessa umanità.
Naturalmente le motivazioni religiose possono essere più alte. La paternità divina e la redenzione ci rendono tutti fratelli: «Con sincera philadelphía – cioè amore fraterno – amatevi intensamente con cuore puro reciprocamente, essendo stati rigenerati non da seme corruttibile ma incorruttibile, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna» (1 Pt 1, 22-23).
L’orizzonte si allarga e dalla philanthropía e dalla philadelphía si giunge all’amore per il diverso e per lo straniero: «Perseverate nell’amore fraterno (philadelphía). Non dimenticate l’amore per lo straniero (philoxenía)» e, quindi, l’ospitalità (Eb 13, 1-2). L’accoglienza dello straniero è una virtù specifica
all’interno dell’amore del prossimo e scandisce la vera appartenenza al cristianesimo: «ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25, 35), come era un precetto per lo stesso ebraismo (Lv 19, 33-34: «…Il forestiero dimorante in mezzo a voi lo tratterete come chi è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso…»).

5. Eccoci, così, alla koinonía, a quella «comunione fraterna» tanto cara a livello programmatico alla comunità giudeocristiana di Gerusalemme. Si tratta di un incontro tra due virtù fondamentali delle relazioni sociali, la giustizia e la solidarietà. La formulazione essenziale è già nel Deuteronomio: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello bisognoso, non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano» (15, 7). La sua attuazione esemplare potrebbe essere il progetto di colletta che Paolo sostiene tra le varie chiese in favore dei poveri di Gerusalemme. Il modello cristiano più alto potrebbe essere la koinonía esaltata come una delle quattro colonne che reggono la Chiesa delle origini: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nella koinonía, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2, 42).
La stessa solidarietà nella sua formulazione concreta: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno… Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 2, 44-45; 4, 34-35). La grande tradizione cristiana raccoglierà questo modello ideale, a partire dal famoso simbolo del mantello tagliato di san Martino per attraversare tutti i secoli con una folla di testimoni di carità, di comunione fraterna, di giustizia e solidarietà.

6. Una considerazione merita anche l’eros, una categoria dell’amore particolarmente esaltata e analizzata dalla cultura greca e dalla moderna psicanalisi. L’ormai classico saggio di Anders Nygren, Eros e agape (1930), ha attentamente vagliato sia nella Bibbia sia nella tradizione cristiana la tensione ma anche gli incroci tra eros e agape, l’altro vocabolo greco dell’amore. L’eros è desiderio, aspirazione e tensione verso l’altro; l’agape è sacrificio, donazione verso l’altro. L’eros è via dell’uomo a Dio; l’agape è innanzitutto via di Dio verso l’uomo. L’eros è conquista dell’uomo; l’agape è grazia. L’eros è utoaffermazione nobile e gloriosa; l’agape è amore disinteressato e dono di sé. L’eros è determinato dalla bellezza della persona amata; l’agape ama e crea il valore dell’amato. Ciò non toglie – come ha ribadito Benedetto XVI nella Deus caritas est – che l’eros, componente tipica dell’umanità che con esso trasfigura la mera sessualità, s’intrecci con l’amore. La dimostrazione più alta e affascinante è indubbiamente offerta dal Cantico dei cantici (che pure non conosce un
vocabolo ebraico analogo all’eros greco, per altro assente nel Nuovo Testamento): questo poemetto biblico di 1250 parole è innanzitutto celebrazione di un’esperienza umana personale e totale. Essa comprende anche una riconciliazione con l’eros e col linguaggio del corpo, senza falsi pudori e senza sbavature pornografiche (la pornografia è, infatti, non solo negazione dell’amore ma anche dell’eros), senza spiritualismi puritani ed evanescenti e senza carnalità esasperate e pesanti. Si leggano i tre canti del corpo della donna e dell’uomo nei cc. 4; 5 e 7 per scoprire non solo che «tanto il punto di partenza quanto il punto d’arrivo del fascino – reciproco stupore e ammirazione – sono la femminilità della sposa e la mascolinità dello sposo nell’esperienza diretta della loro visibilità» (come diceva Giovanni Paolo II in una sua catechesi sul Cantico del 1984), ma anche per comprendere il rilievo della corporeità nella vicenda d’amore: noi non "abbiamo" un corpo ma "siamo" un corpo e nell’eros questa differenza emerge nitidamente. Certo, sull’eros nel Cantico si accende la fiaccola dell’amore che lo supera e lo invera in una dimensione ulteriore e trascendente.

7. Eccoci giunti, così, al termine neotestamentario specifico per indicare l’amore, agápe, presente 116 volte come sostantivo, 143 volte come verbo (agapáo) e 61 volte nella forma aggettivale agapetós, "amato". È il vertice del lessico dell’amore, l’agápe teteleioméne, "l’amore perfetto" (1 Gv 4, 12). Esso ha la sua celebrazione innica nella stupenda pagina paolina di 1 Cor 13: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’agape, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…» e così via fino alla proclamazione finale: «Sono tre le realtà che permangono: la fede, la speranza e l’agape. Ma di tutte più grande è l’agape!» Questo canto illumina il corteo di virtù che accompagnano l’agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza…
Di fronte ad essa anche doni altissimi come la profezia, la conoscenza teologica e la fede capace di «trasportare le montagne» impallidiscono. Lo stesso dono delle "lingue", segno di esperienze estatico-mistiche, diventa – se privo di agape – il rimbombo di un gong o il frastuono dei cembali dei riti orgiastici della dea Cibele. In agguato c’è, comunque, sempre il tradimento di questa virtù teologale e sociale. Curioso, ad esempio, è lo stravolgimento operato da George Orwell nel suo romanzo Fiorirà l’aspidistra attraverso la sostituzione della parola "denaro" ad agape: «Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…».

I NUMERI DELL’AMORE PER IL PROSSIMO

A tutti è noto quanto rilevante sia per le Scritture la simbologia numerica; si pensi che solo l’Apocalisse incastona nelle sue pagine ben 283 numeri cardinali, ordinali e frazionali! Vorremmo anche noi in forma piuttosto libera, sulla scia della tradizione giudaica e cristiana, identificare alcuni numeri significativi
dell’amore. Si tratta in verità di curiose equazioni che si richiamano tra loro. Ne indicheremo quattro che si combinano idealmente a coppia.

1. Prima equazione: 7 a 77. Ci troviamo qui nel polo antitetico dell’ideale spettro cromatico dell’amore: si tratta, infatti, dei numeri dell’odio, esaltati con veemenza da Lamek nel suo terribile canto della violenza a spirale, della spada sempre insanguinata: «Io uccido un uomo per una mia ferita e un ragazzo per un mio livido! Se Caino è vendicato 7 volte, Lamek lo sarà 77 volte!» (Gn 4, 23-24).
Siamo di fronte alla vendetta senza limiti e senza la parità offesa-pena che, come vedremo, introdurrà la legge del taglione.
È la frattura di ogni equilibrio sociale. Al giudizio pieno e severo sul delitto di Caino (7 volte) si oppone – sempre attraverso il ricorso al numero della pienezza, ma in una forma esasperata – l’eccesso vendicativo (77 volte).

2. Seconda equazione: 7 a 70 x 7. Ora ci spostiamo all’estremo opposto dello spettro, quello positivo dell’amore totale, incarnato nel perdono cristiano. Di fronte a Pietro che ripropone per il perdono il 7 della pienezza («Quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a 7 volte?»), Gesù replica introducendo un numero tendente verso l’infinito, sempre nella linea del settenario: «Non ti dico fino a 7, ma fino a 70 volte 7» (Mt 18, 21-22). È evidente l’ammiccamento, sia pure per contrasto, all’equazione di Lamek: nell’amore, al 7 volte di Pietro, si oppone il 70 volte 7 di Cristo, illustrato poi dalla parabola dei
due debitori, ove un’altra equazione numerica illustra quella formulata nel principio generale: ai 100 denari si confrontano i 10.000 talenti (Mt 18, 23-35).

3. Terza equazione: 1 a 1. Essa non è esplicita ma sottesa alla cosiddetta legge del taglione, vocabolo modellato sul latino talis: tale la colpa, tale la pena. Si legge, infatti, nell’Esodo: «Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido» (21, 23). La durezza della formulazione esemplificativa può celare l’evidente progresso che si registra rispetto all’equazione di Lamek. In realtà ora abbiamo la codificazione della giustizia distributiva ed è un passo
rilevante verso una migliore normativa giuridica. In positivo si potrebbe trascrivere questa legge pensando proprio al precetto dell’amare il prossimo come se stessi (1 a 1 anche in questo caso).
Oppure alla cosiddetta "regola d’oro" presente nel libro di Tobia (4, 15): «Non fare a nessuno ciò che non piace a te».
Essa nel Talmud appare in questa frase appassionata: «Non fare al prossimo tuo ciò che è odioso a te: questa è tutta la Legge, il resto è solo spiegazione» (Shabbat 31a). Gesù la trasformerà in chiave esplicitamente positiva: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fate a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7, 12).

4. Quarta equazione: 3 / 4 a 1000. Per certi versi è il superamento dell’equazione del taglione il cui valore di giustizia permane ma è travalicato nella logica superiore dell’amore. È ciò che è applicato all’agire di Dio sia nel primo comandamento del Decalogo (Es 20, 5-6), sia nell’auto-rivelazione dei Sinai, «la carta d’identità biblica di Dio», come l’ha definita Albert Gelin (Es 34, 6-7). Noi ora citiamo integralmente solo la formula decalogica più schematica: «Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla 3a e 4a generazione, per coloro che mi odiano ma che dimostra il suo amore fedele fino a 1000 generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi». Nell’altro passo l’amore misericordioso divino è ancor più marcato: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e grazioso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà, che conserva il suo amore per 1000 generazioni e perdona la colpa, la ribellione e il peccato».
Attraverso il linguaggio "generazionale" (destinato a sottolineare l’aspetto sociale e non esclusivamente personale del peccato) si esalta, da un lato, la giustizia: essa deve avere un suo rigore e una sua pienezza, espressa attraverso il 3 e 4, numeri che nel computo simbolico vengono idealmente sommati così da raggiungere il 7. Ma, d’altro lato, a imporsi in tutta la sua grandezza è in ebraico il hesed, ossia l’amore generoso e fedele che non conosce confini ed è infinito, perché tale è il valore del numero 1000. Dal numero freddo e implacabile dell’odio giungiamo, così, al vertice caloroso e gioioso dell’amore che non conosce numeri ma tende all’infinito come il Dio che è amore (1 Gv, 4, 8.16). A chi seguirà questa equazione piena dell’amore potrebbe essere riservata la beatitudine del Siracide: «Beati coloro che si sono addormentati nell’amor» (48,11).

Da Avvenire del 9 novenbre 2008

domenica 9 novembre 2008


DEDICAZIONE DELLA BASILICA DEL LATERANO (ROMA)

XXXII DOMENICA ANNO A

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 2,13-22.

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

ZELO BUONO


Non fate della casa del Padre mio
un luogo di mercato
(Gv 2,16)

Il mondo ha perso il senso del sacro,
non vede più la Presenza divina
nella vita e nella storia umana;
egli vive con mente e cuore profani.

L’uomo ha bisogno di salvezza,
non gli interessano eternità e cielo,
ma per non alienarsi, ha scolpito
divinità minori, idoletti di carta.

Cerca risposte immediate, soluzioni
pronte e sicure, così almeno promettono,
per risolvere i suoi problemi quotidiani
e sfuggire momentaneamente alla morte.

Se non trova risposte, le inventa;
è disposto perfino a farsi ibernare,
per rimandare all’infinito
le risposte vere ed eterne.

La paura della morte genera follie;
tutto viene strumentalizzato per sé:
famiglia, figli, vita sociale,
presente e futuro, lavoro e denaro.

Yahvè è Presenza nella storia,
si fa Verbo incarnato, per prendere
dimora in mezzo a noi, tenda di luce
per la nostra notte, ombra di giorno.

Gesù è stato offerto al Padre
per essere custode della sua casa;
oggi ritorna nel suo tempio, animato
dallo zelo buono, per ridare la vita.

I profanatori della casa di Dio
siamo tutti noi, quando non vediamo
Dio nella nostra vita e vogliamo
camminare nella storia senza di lui.

“La casa di Dio è la porta del cielo,
– dice Giacobbe – luogo terribile; il Signore
è in questo luogo e io non lo sapevo”.
Dove andare lontano dal tuo sguardo?

È proprio vero che Dio abita sulla terra?
Se uno lo prega e lo supplica
con le mani tese verso questo luogo,
Dio lo ascolta, perdona e interviene per lui.

Gesù passa e purifica dal male
il tempio del mio cuore vacillante,
per renderlo dimora santa di Dio,
in mezzo a questo mondo solitario.

Il mio corpo è tempio dello Spirito Santo:
egli abita in me, come a casa sua;
io sono dimora di Dio, perché mi ha fatto
come figlio di adozione, erede dell’eterno.

Gesù scaccia i mercanteggiatori
perché vuole onorare il Padre;
per questo demolisce i templi fatui
per riabitare nel tempio del mio cuore.

padrebenedetto 9, xi, 2008

Essere una pietra viva

Noi tutti che crediamo in Cristo Gesù, siamo chiamati « pietre vive » secondo le parole della Scrittura : « Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo » (1 P 2, 5).
In effetti, quando si tratta di pietre terrene, sappiamo che si bada a porre in primo luogo nelle fondazioni, le pietre più robuste, più resistenti perché si possa porre, sopra, con fiducia, tutto l'edificio. Le pietre impiegate in seguito, di qualità un pò inferiore, sono poste accanto alle pietre di fondazione : E così via a seconda della resistenza delle pietre... fino al tetto. Occorre comprendere che questo riguarda anche le pietre vive, fra le quali alcune sono nelle fondazioni del nostro edificio spirituale. E quali sono queste pietre poste nelle fondazioni ? « Gli apostoli e i profeti ». Tale è l'insegnamento di Paolo : « Edificati, dice, sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù » (Ef 2, 20).
Per prepararti più attivamente, tu che mi ascolti, alla costruzione di questo edificio, per essere una pietra vicina al fondamento, devi sapere che lo stesso Gesù è il fondamento dell'edificio che descriviamo. È ciò che afferma l'apostolo Paolo : « Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già si trova, che è Gesù Cristo » (1 Cor 3, 11). Beati dunque coloro che hanno costruito edifici religiosi e santi su quel nobilissimo fondamento !

Per visionare il video cliccare qui sotto:

http://it.youtube.com/watch?v=QO7aSfYYh6g&feature=channel

venerdì 7 novembre 2008


La gnosi

di Giacomo Samek Lodovici

È una corrente filosofico-religiosa molto antica, la cui mentalità si riproduce in tutti i tempi. Permeando teorie filosofiche, pratiche religiose, libri e film.

[Da «il Timone», n. 69, gennaio 2008]

Capita abbastanza sovente di sentir dire che un certo libro, film, discorso, pratica, ecc. ha qualcosa di gnostico. Cerchiamo dunque di considerare le principali tesi della gnosi.

La gnosi è una corrente filosofico-religiosa che affonda le sue radici in Oriente in un periodo non del tutto precisato; in seguito (almeno secondo Hans Jonas) scaturisce definitivamente da quel crogiuolo che è la cultura ellenistica: dopo la conquista dell’Oriente fatta da Alessandro Magno, infatti, si producono una profonda crisi spirituale ed un’ansia di salvezza.

Lo gnosticisimo diviene poi particolarmente rilevante intorno al II secolo dopo Cristo, quando entra in contatto con il cristianesimo, insidiandolo come avversario molto temibile.
Quando si parla di gnosi, si può distinguere una sua espressione in tale preciso momento storico (di cui si possono ricordare esponenti come Valentino, Basilide e Marcione), ma anche una mentalità gnostica, che invece pervade la storia delle espressioni culturali dell’uomo e che, come dicevamo all’inizio, si ripresenta anche in taluni libri, film, discorsi filosofici, ecc. contemporanei.
Certo, lo gnosticismo antico aveva un quadro teologico-antropologico che è poi caduto, ma le sue seguenti tesi perdurano nella mentalità gnostica di tutti i tempi.

1. II mondo è una realtà degradata, oscura e corrotta, da cui bisogna ottenere la liberazione (nello gnosticismo antico ciò si spiega dicendo che è vero che esiste una divinità, ma che è assolutamente lontana dal mondo, il quale è malvagio e oscuro perché posto da potenze malvagie, che hanno talvolta caratteri demoniaci; nell’uomo l’anima e il corpo sono prodotti da queste potenze, mentre una dimensione superiore, quella dello spirito, è una scintilla divina che è caduta nel corpo, in cui si trova imprigionata).
2. Esistono alcuni uomini eletti, gli gnostici, che possiedono una conoscenza (= gnosi, dal greco) redentiva, un sapere che salva (un sapere che, per lo gnosticismo antico, può essere guadagnato grazie ad un’illuminazione divina o tramite un esercizio sfrenato della sessualità).
2.1. Questi uomini sono perfetti.
2.2. Questo sapere è esoterico, cioè riservato solo a loro in esclusiva.

3. Agli eletti è possibile, grazie al sapere salvifico che possiedono, abolire ogni limite; essi sono in grado di estinguere ogni imperfezione e di creare un mondo perfetto (nello gnosticismo antico ciò vuol dire di ritornare in Dio).
Se la gnosi prende il nome dalla seconda tesi, è però la terza tesi quella che definisce la sua cifra essenziale: il rifiuto della condizione finita e del limite, perché non c’è male che non possa essere redento. Questa tesi ha delle implicazioni molto importanti.
3.1. Questi uomini eletti sono in grado da soli di salvarsi dalla condizione tragica e malvagia in cui si trovano senza l’aiuto di Dio, sono autosufficienti a redimersi, sono capaci da soli di creare un mondo ed una società nuovi.
3.2. In vista della rigenerazione totale del mondo, della sua trasfigurazione completa, lo gnostico rifiuta la legge giuridica e lo Stato, non deve fermarsi di fronte al limite della legge.
3.3. In vista ditale fine, lo gnostico rifiuta la legge morale, non deve lasciarsi fermare da alcuna norma etica. Anche il ricorso alla violenza più efferata e atroce è giustificabile.

Da questa sintetica presentazione si evincono i motivi dell’irriducibile opposizione tra lo gnosticismo e il cristianesimo.

1. Per il cristianesimo il mondo è buono, sia perché è creato da Dio, sia perché Dio si è incarnato nel mondo.
2. Non esiste una conoscenza che sia da sola salvifica, perché per salvarsi la fede è necessaria, ma lo sono anche la rettitudine della volontà e il compimento delle opere buone.
2.1. Non esistono uomini perfetti.
2.2. I contenuti della fede cristiana non sono riservati solo ad alcuni iniziati, bensì sono rivolti a tutti.

3. Non è possibile estinguere il limite, perché la condizione finita è la differenza ineliminabile tra Dio e le cose create.
3.1. Gli uomini da soli non possono salvarsi: devono sì prodigarsi per la propria salvezza, ma non possono redimersi senza la grazia di Dio.
3.2. Lo Stato e le leggi (purché non siano iniqui) sono dei modi attraverso cui gli uomini regolamentano la loro vita associata in vista del bene comune, quindi devono essere rispettati.
3.3. Bisogna rispettare la legge morale naturale.

Abbiamo detto all’inizio che molte espressioni culturali di ogni tempo sono una rifrazione della mentalità gnostica. Ad esempio, secondo autori come Eric Voegelin, Augusto del Noce ed Emanuele Samek Lodovici, il marxismo è stato una ripresentazione della gnosi, come si vede dalle seguenti tesi marxiste.

1. Il mondo una realtà degradata, malvagia e corrotta, è da sempre caratterizzato dalla lotta di classe e dall’oppressione, che culmina con la società capitalista.
2. Il marxista detiene un sapere che salva, cioè il socialismo scientifico, con il quale ha finalmente compreso il meccanismo di sviluppo della storia.

3. Il marxista opera in vista della rigenerazione totale del mondo, della trasfigurazione della storia e di una riplasmazione della vita dell’uomo: aspira a realizzare la «Gerusalemme mondana» contrapposta alla «Gerusalemme celeste», ovvero è in grado di realizzare il paradiso in terra.
3.1. L’uomo non ha bisogno di Dio, il quale non esiste; anzi, la religione è l’oppio dei popoli.
3.2. Bisogna rifiutare la legge e l’organizzazione sociopolitica (per Marx, infatti, uno dei fini del comunismo è abolire lo Stato).
3.3. Bisogna rifiutare la legge morale naturale (infatti per Marx la morale è frutto delle condizioni socio-economiche, è imposta dalla classe dominante e non esistono leggi morali immutabili), perché la società comunista deve essere conseguita con qualsiasi mezzo, a costo di qualsiasi spargimento di sangue, anche con ogni tipo di violenza.
In questo senso, dunque, il marxismo è una riproposizione della mentalità gnostica e costituisce una metamorfosi della gnosi.

Quanto ai film, per limitarci ad un solo caso recente, basta citare Matrix, in cui c’è una società corrotta e degradata e dove al protagonista, che viene proprio chiamato l’Eletto, viene rivelata la vera conoscenza salvifica, affinché salvi il mondo. Tra i libri recenti almeno una tesi gnostica si trova certamente nel Codice da Vinci, che propaga l’idea secondo cui Gesù avrebbe avuto rapporti sessuali con la Maddalena come metodo di illuminazione.

Ma la riproposizione dello gnosticismo prosegue se consideriamo il pensiero radicale contemporaneo e alcune varianti del femminismo. Infatti, per lo gnosticismo libertario e sessuale del II secolo, lo stadio originario del genere umano è una condizione sia di perfetta uguaglianza, dato che gli esseri umani non differiscono l’uno dall’altro, né per caratteristiche estrinseche (come la proprietà di certi beni), né per qualità fisiche o intellettuali, sia di unità, dato che vi è un’assoluta comunione di tutti da parte di tutti, cioè tutti sono di tutti, anche sessualmente.

È facile vedere una riproposizione di questa visione: sia in certe varianti del femminismo, che negano l’esistenza di una natura specifica femminile, che differenzi l’uomo dalla donna; sia nel libertarismo radicale odierno, con la sua esaltazione dei rapporti omo e bisessuali, o con la mistica del sesso (celebrata da alcuni suoi esponenti), inteso come via di liberazione e di fusione totale tra gli esseri umani; sia nella cosiddetta teoria del gender, secondo la quale la nostra identità psicologica maschile o femminile non è legata al sesso con cui nasciamo biologicamente, bensì è indotta dall’educazione e dalla cultura in cui ci troviamo a vivere: perciò ognuno di noi dovrebbe essere lasciato libero di scegliere continuamente se vivere e agire come uomo/donna o tutti e due insieme anche se i suoi organi genitali sono femminili/maschili. Ma su questi ultimi aspetti di ri-presentazione dello gnosticismo dobbiamo limitarci a questi pochi cenni, per limiti di spazio.

Bibliografia

- Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi. Quadri della dissoluzione contemporanea, Ares, 1979, 19912.
- Hans Jonas, Lo gnosticismo, Sei, 1991.
- Eric Voegelin, La nuova scienza politica, Borla, 1968, con un saggio introduttivo di Augusto Del Noce.
- Augusto Del Noce, Violenza e secolarizzazione della gnosi, in AA. VV., Violenza, una ricerca per comprendere, Morcelliana, 1980, pp. 195-215.


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lunedì 3 novembre 2008

Sant'Agostino (354-430),
vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Esposizione sul salmo 121(Nuova Biblioteca Agostiniana)

« Riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti »

Grande la forza dell'amore! E questo amore è la nostra forza, al segno che, se non fossimo radicati in esso, a nulla ci varrebbero tutte le altre risorse che potessimo avere. Dice l'Apostolo: «Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, e non avessi amore, non sarei che un bronzo risonante, o un cembalo squillante» (1 Cor 13,1). E aggiunge una cosa sensazionale: «E se anche sbocconcellassi a favore dei poveri tutto quello che ho, e dessi il mio corpo per essere arso, e non avessi amore, non ne avrei alcun giovamento» (vs 3). Si abbia invece la carità, essa sola. E se non si trova alcunché da distribuire ai poveri, si dia loro l'amore: si dia magari un bicchiere d'acqua fresca (Mt 10,42). Si otterrà la stessa ricompensa di Zaccheo che donò ai poveri la metà del suo patrimonio ( Lc 19,8). Perché questo? L'uno ha dato così poco, l'altro così tanto; perché al primo la [stessa] ricompensa? Sicuro! la stessa. Differenti erano in effetti le disponibilità, ma non differente la carità...Dice il salmista: «Andremo nella casa del Signore» (Sal 121,4). Controllate dunque se davvero camminiamo, poiché non si cammina con i piedi ma con gli affetti. Controllate se camminiamo. Ciascuno di voi si esamini sul proprio comportamento verso i santi poveri, verso i fratelli bisognosi, sul comportamento verso il bisognoso e il mendicante. Veda un po' ciascuno se il suo cuore non sia troppo angusto...«Chiedete le cose che contribuiscono alla pace di Gerusalemme» (vs 6). Ma quali cose contribuiscono a questa pace? «E l'abbondanza per coloro che ti amano» (Volg), dice rivolgendo il discorso direttamente a Gerusalemme. «Per chi la ama c'è l'abbondanza»: un'abbondanza dove prima c'era scarsità. Qui infatti si è nella penuria, là nell'abbondanza; qui si è deboli, là robusti; qui poveri, là ricchi. Ma come avranno fatto [gli amici di Gerusalemme] per diventare ricchi? Hanno dato quaggiù ciò che avevano ricevuto da Dio per un uso temporaneo e di là hanno ricevuto i beni che Dio ha promesso per l'eternità. Miei fratelli, anche i ricchi in questo mondo sono poveri! Buon per il ricco se si riconoscerà povero! Se al contrario si considerasse colmo [di beni], sarebbe gonfiezza, non pienezza, la sua. Si riconosca vuoto, per poter così essere riempito. Cos'ha infatti adesso? Dell'oro. Cosa non ha ancora raggiunto? La vita eterna. Osservi ciò che possiede e rifletta su quel che gli manca. Fratelli, dia agli altri attingendo a ciò che possiede, se gli sta a cuore ottenere ciò che ancora non possiede.