(©L'Osservatore Romano - 31 agosto 2008)
lunedì 1 settembre 2008
(©L'Osservatore Romano - 31 agosto 2008)
GUADAGNI
Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà
il mondo intero e poi perderà la propria anima?
(Mt 16,26)
La ricerca dell’infinito depone
nel cuore dell’uomo desideri di vita
e di pienezza, quando è lecito sognare;
speranze e delusioni si intrecciano sempre.
La vita, si pensa, deve essere vissuta bene,
segnata dal godimento pieno,
dilatata verso il successo e la felicità,
continuano tutti a dire, se no che vita è?
Ricerca di ideali umani, civiltà tramontate,
terrene concezioni di prosperità, senza
successo, filosofie spicciole dello ‘starbene’
premono dentro ciascuno di noi.
Mi faccio l’idea che diventa ossessione:
tutto deve essere guadagnato col sudore!
Nessuno ti regala qualcosa, non aspettare
manne celesti che piovono dall’alto.
Guadagnare il mondo è possedere
ciò che mi è dovuto, perché tutto è mio,
frutto delle fatiche di una vita;
non esiste il dono ma il compenso.
Tutto incomincia dall’inizio:
perché vivo? Dipende dal fine
che mi inculcano al mio nascere.
Da dove vengo e dove vado?
Ma allora per chi vivo io? A chi
offro il mio esistere e operare?
Lo spirito che porto dentro di me
si chiama soffio vitale ed eterno.
Sento dentro di me un fuoco acceso,
l’alito di colui che mi ha creato;
sono venuto nel mondo, piccola creatura
ma chiamato da sempre per l’eterno.
Soffro le doglie del parto, per generare,
nascosto nell’intimo, l’uomo celeste;
pur camminando nel mondo,
accanto a un popolo di senza speranza.
Mi serve una coscienza nuova
e una mente per accogliere l’infinito,
mani che operano per il futuro
e cuore che ama Dio, per sempre.
Non guadagno, ma dono di grazia,
vita che fiorisce da sola dentro di me
perché è il germe del Vivente
che ha oltrepassato la morte per sempre.
Pben 31, viii, 2008
venerdì 29 agosto 2008
In quel tempo, Erode aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: "Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello". Per questo Erodiade gli portava rancore e avrebbe voluto
farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodiade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: "Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò". E le fece questo giuramento: "Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno".
La ragazza uscì e disse alla madre: "Che cosa devo chiedere?". Quella rispose: "La testa di Giovanni il Battista". Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: "Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista". Il re ne fu rattristato; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
E subito mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa [di Giovanni]. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre.

La pietra che indica il luogo dove è nato San Giovanni il Battista
giovedì 28 agosto 2008

1. Che cosa significa il nome di Gesù.
1. CHE COSA SIGNIFICA IL NOME DI GESÙ. - Il nome di Gesù vuol dire Salvatore e Redentore. «Nella lingua ebraica, scrive Sant'Epifanio, Gesù significa colui che guarisce, ovvero medico e salvatore [*Iesus, hebraica lingua, curator appellatur, aut medicus et salvator (De Christo).]». L'angelo Gabriele dà egli medesimo questo senso al nome di Gesù, quando dice a Giuseppe che non tema di prendere in isposa Maria: poiché quello che è nato in lei le viene dallo Spirito Santo. «Essa partorirà un figlio e lo chiamerai Gesù, perché libererà il suo popolo dai suoi peccati» (MATTH. I, 20-21). «Non si dà salute in nessun altro, predicava S. Pietro, se non in Gesù di Nazareth, e non è dato in terra agli uomini altro nome, in virtù del quale possano essere salvi» (Act. IV, 12). «Il mio nome, è nuovo», dice il Signore nell'Apocalisse (III, 12). Il nome al quale qui si accenna è quello di Gesù; nome da lui ricevuto, nella circoncisione.
Tratto da: paginecattoliche.it - Vita interiore: I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE - Scritto da Calogero domenica, 30 dicembre 2007
mercoledì 27 agosto 2008

La traversata sul mantello
Lo “straordinario” viaggio via mare di San Corrado Confalonieri (1291-1351) da Malta alla Sicilia
di Fulvio A. Malvicini
Un manoscritto maltese del tardo seicento, di un gesuita, riporta una bella e stimolante notizia agiografica; essa è stata anche riportata nel 1657 nelle “Animadversiones in Vitam Divi Conradi”, testo compreso nel libro del Gaetani che fu edito a Palermo nel suo “Vitae Sanctorum Siculorum”.
Oltre quindi a dirci del soggiorno maltese di San Corrado (argomento dibattuto perché pare non comprovato, ma comunque non da scartare quale ipotesi) viene narrato di come il Santo, avendo avuto dei diverbi con degli astiosi abitanti di Casal Musta nell’isola di Malta, lasciò quel luogo.
San Corrado si allontanò da Malta viaggiando sul mare sopra al suo mantello di pellegrino e penitente: il suo approdo fu la Sicilia.
Oltretutto il Santo piacentino profetizzò anche l’arrivo sull’isola di Malta dei Cavalieri di Gerusalemme, coloro che oggi conosciamo quali Cavalieri di Malta: ed in effetti nel 1530 il fatto si avverò!
E’ molto interessante questo ‘intermezzo’ agiografico legato a San Corrado che naviga steso sul suo mantello sul tratto di mare che lo vedrà poi arrivare in Sicilia, terra prediletta per la vita eremitica.
Il mare nella simbologia biblica, sappiamo significare il mondo, in tutti i suoi aspetti: ebbene Corrado ormai con l’anima perfettamente dedita alle sole letizie del Cristo, ‘vola’ sopra il mondo stesso, senza subirne danni. Il mantello del pellegrino-penitente non solo quindi si rivela una difesa dalle piogge, dalle bufere del viaggio naturale, ma diventa un ornamento necessario alla propria santificazione richiamata dallo stretto nesso con la penitenza, con una vita che passa ‘sopra’ al mondo e lo trasporta, povero del mondo materiale, in un cammino di solo spirito. Cammino che vede la sintesi finale nella vita eremitica e statica, in sola contemplazione, in una nuda e cruda grotta presso la Valle dei Pizzi vicino alla città di Noto, nella Sicilia sud-orientale.
testo web da Araldo di San Corrado
martedì 26 agosto 2008
"DEVOZIONE MARIANA"
O Madre della Chiesa! Fa’ che la Chiesa goda libertà e pace nell’adempiere la sua missione salvifica, e che a questo fine diventi matura di una nuova maturità di fede e di unità interiore! Aiutaci a vincere le opposizioni e le difficoltà! Aiutaci a riscoprire tutta la semplicità e la dignità della vocazione cristiana! Fa’ che non manchino “gli operai alla vigna del Signore”. Santifica le famiglie! Veglia sull’anima dei giovani e sul cuore dei bambini! Aiuta a superare le grandi minacce morali che colpiscono i fondamentali ambienti della vita e dell’amore. Ottieni per noi la grazia di rinnovarci continuamente, attraverso tutta la bellezza della testimonianza data alla Croce e alla Risurrezione del tuo Figlio. Amen.
Giovanni Paolo II
IL CONSACRATO
Tu sei il Cristo, il Figlio del dio vivente
(Mt 16,16)
L’uomo racchiude in se stesso
il profondo mistero di Dio.
Ogni essere creato loda la sua gloria
e svela, piccola creatura, la sua bellezza.
Così, anche il Figlio dell’uomo entra
nella storia per rivelare, impresso
nella sua persona, il volto incarnato
del Dio vivente che vuole farsi conoscere.
Appare la misericordia fatta carne,
si svela la potenza creatrice
della sua parola che si sprigiona,
irresistibile, dalla sua esistenza trinitaria.
Nel volto di Cristo, si concentrano tutte
le speranze, le promesse e le attese
dell’uomo smarrito, in cerca del suo volto:
La gente, chi dice che io sia?
L’uomo è tormentato dal suo stesso io,
cerca di essere qualcuno, ma non si conosce;
ha perso il ricordo della sua origine,
e confonde il presente con il futuro del nulla.
Si intrecciano le risposte comuni:
profeta, visionario o l’ultimo arrivato
che si crede qualcuno? Un uomo di Dio
che parla o illusione infinita che passa?
Lo Spirito rivela ad ogni cuore
il mistero dell’Uomo-Dio: ci fa riconoscere
il Cristo-Messia, per dire ad ognuno che
finalmente, Dio è in mezzo a noi.
Gesù di Nazaret, figlio di Maria e Giuseppe
è consacrato Figlio di Dio dallo Spirito,
è nutrito da parole di vita eterna
per diventare carne crocifissa che salva.
Il Figlio del Dio Vivente imprime
sul nostro volto il suo splendore,
fa anche di noi i figli della sua casa,
volto divino sul nostro di carne.
Cristo è vivo e presente nella storia
per trasformare il nostro essere;
consacrato con l’unzione, offre se stesso
pegno di vita eterna; Gesù, il Consacrato,
è generato per essere santificato dallo Spirito
e per generare sempre nuovi viventi
da deporre nel seno del Padre,
per formare il suo nuovo volto celeste.
pben 24, viii, 2008
giovedì 21 agosto 2008
Uno degli argomenti che negli ultimi anni ha scosso con particolare forza la curiosità dei lettori - e di riflesso solleticato l'interesse degli editori - è quello dei Templari, l'ordine religioso-militare più potente del medioevo. L'istituto nacque a Gerusalemme subito dopo la Prima Crociata da una confraternita di militari laici guidata dal cavaliere francese Hugues de Payns: erano un gruppo di volontari che avevano scelto di vivere presso il Santo Sepolcro offrendo la loro abilità di guerrieri per difendere i pellegrini in viaggio lungo le rotte della Terra Santa, infestate dai predoni islamici che si gettavano sui convogli e li massacravano. Il re di Gerusalemme Baldovino intuì che la confraternita poteva crescere fino a diventare un vero e proprio corpo militare scelto, prezioso ausilio per difendere il regno cristiano; esisteva però un grosso problema: nella mentalità religiosa del tempo il servizio di Dio e la vita consacrata erano visti come cose incompatibili con il mestiere delle armi. Consapevole che un progetto così ardito non avrebbe facilmente ottenuto il consenso del Papa, il re di Gerusalemme fece appello alla personalità spirituale più influente dell'epoca, un uomo dotato di un'eloquenza incredibile associata a un carisma fuori del comune: san Bernardo abate di Chiaravalle. Figlio di un famiglia nobile che lo aveva destinato a essere cavaliere ed ereditare un'esistenza di privilegi, Bernardo si era fatto monaco benedettino contro la volontà dei suoi genitori, convinto che la sola vera felicità terrena (oltre alla vita eterna) si conseguisse nella pace del chiostro. L'abate di Chiaravalle incarnava appieno l'ideale fondamentale dello spirito monastico, il contemptus mundi, ovvero il disgusto verso le logiche che muovono la vita mondana, le quali nel primo XII secolo non erano molto diverse da quelle attuali: la centralità del denaro e del profitto economico, il potere come strumento per beffare la giustizia, il ricorso quotidiano a pratiche immorali - quali la vendita delle cariche religiose, la prostituzione, il tradimento politico - per salire socialmente. San Bernardo non era solo un teologo, era un mistico, concetto che forse oggi è impossibile comprendere appieno. Ma proviamo a fare un esempio: il fedele comune è colui che nelle avversità della vita si avvicina a Cristo mentre porta il patibolo lungo la via della croce, e su quella croce si abbandona con tutto il suo peso lasciandosi trasportare come il naufrago su un tronco verso la riva; il mistico invece si mette sotto il patibolo insieme a Gesù, e lo aiuta a trasportare il peso della croce con tutti quelli che vi stanno abbandonati sopra. Fu grazie alla mediazione di san Bernardo che Papa Onorio II approvò la fondazione dell'ordine templare nel Concilio di Troyes del 1129: dovette pensare che da un uomo del genere potessero venire solo frutti buoni. Lo spirito originale che animava il Tempio era ispirato a quello del monachesimo benedettino, al principio fondamentale dell'ora et labora: i Templari infatti prendevano i tre voti monastici di povertà, obbedienza e castità, dividevano la loro vita fra le preghiere nel convento e l'attività militare, intesa proprio nel senso di labor (in latino "fatica, dolore"), dunque un sacrificio offerto a Dio per difendere i più deboli. Mentre il monaco benedettino di tipo tradizionale spendeva la parte quotidiana del suo labor coltivando la terra, svolgendo attività artigianali o ricopiando preziosi manoscritti nello scriptorium del convento, il Templare si esercitava al combattimento e scendeva in campo quando la campana suonava l'allarme. A causa della vocazione militare i Templari non potevano essere consacrati sacerdoti: un'antichissima e severissima proibizione canonica vietava che le specie eucaristiche potessero essere toccate da persone che avevano commesso omicidio, seppur per motivi di difesa. Le funzioni, con l'approvazione di Papa Innocenzo ii, furono affidate ai cappellani che, pur essendo Templari a tutti gli effetti, si occupavano esclusivamente del culto. Cresciuto a dismisura grazie all'entusiasmo popolare, come pure al favore dei Papi e dei sovrani di tutta la cristianità, nel giro di appena cinquant'anni il Tempio divenne un organismo diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo: in Occidente le sue installazioni erano soprattutto efficientissime fattorie che producevano beni di ogni tipo, i quali venivano venduti per ricavare denaro da trasferire in Terra Santa e sostenere i costi della difesa del regno. In sintesi, si potrebbe forse definire una multinazionale al servizio della crociata. Nel 1307 il re di Francia Filippo IV il Bello attaccò l'ordine e lo mise sotto processo con l'appoggio dell'Inquisizione di Francia. L'accusa era quella di eresia: secondo un'ordinanza d'arresto scritta dal braccio destro del sovrano, lo stesso giurista Guillaume de Nogaret che aveva partecipato all'attentato di Anagni contro Papa Bonifacio VIII (1303), i Templari praticavano in segreto riti pagani e avevano voltato le spalle alla fede cristiana. Grazie a fortunati ritrovamenti di atti originali conservati presso l'Archivio Segreto Vaticano oggi sappiamo che la disciplina primitiva del Tempio, il suo spirito autentico, nel tempo si erano corrotti entrando in decadenza e lasciando aperta la porta alla diffusione del malcostume; ma i Templari non erano affatto diventati eretici in massa e il processo fu essenzialmente un mezzo per mettere le mani sul loro patrimonio, come del resto disse chiaramente Dante Alighieri nel canto XX del Purgatorio. L'arresto di tutti i Templari di Francia ordinato da Filippo il Bello era un atto assolutamente illegale perché solo il Papa aveva facoltà di indagare su un ordine religioso della Chiesa di Roma, quale era appunto quello del Tempio. Pressato dalle emergenze finanziarie, con il regno di Francia sull'orlo della bancarotta, Filippo il Bello di fatto ne incamerò i beni sicuro di poter convincere Papa Clemente v (Bertrand de Got, 1305-1314), a condannare l'ordine dopo un processo-lampo. Il Pontefice invece reagì con un'energia inaspettata: dopo ben cinque anni di intense guerre diplomatiche, ricattato dal sovrano che lo minacciava di aprire uno scisma se si ostinava ancora a voler salvare i Templari, il Papa soppresse l'ordine senza mai pronunciare una sentenza e nel Concilio di Vienne del 1312 fece mettere agli atti che il processo non aveva fatto emergere prove concrete di eresia a loro carico. Il 18 marzo 1314, visto che Clemente v non si decideva a emettere una sentenza sui capi dell'ordine, Filippo il Bello fece rapire il gran maestro Jacques de Molay e un altro grande dignitario, il precettore di Normandia Geoffroy de Charny, e li fece bruciare sul rogo a Parigi, su un'isoletta della Senna. Secondo un testimone oculare del rogo il maestro poco prima di morire chiamò il sovrano e il Papa a comparire dinanzi al Tribunale di Dio: poiché Clemente v morì appena un mese dopo - sfinito da una malattia che lo affliggeva da molto tempo - e Filippo il Bello nel volgere di un anno - per un incidente di caccia - la fantasia popolare ricollegò questi due eventi alle parole di Jacques de Molay: ne nacque la leggenda di una "maledizione" dei Templari che si sarebbe abbattuta sulla casa reale di Francia, culminata nella morte di re Luigi XVI sulla ghigliottina durante la Rivoluzione Francese. Il filone della leggenda da quel momento non si è mai esaurito, anzi ritorna in auge periodicamente con nuova forza e ogni volta appare colorato di tinte nuove: ne sono un buon esempio i molti racconti e libri di fantasia usciti di recente sul tema, fra i quali spiccano i romanzi d'avventura Il codice da Vinci di Dan Brown e Il pendolo di Foucault di Umberto Eco (di ben altro calibro letterario). Sotto le luci della ribalta sta la figura inquietante del Bafometto, una specie di mostruosa statua metà uomo e metà caprone che dovrebbe raffigurare l'idolo segreto dei Templari: invece fu inventato di sana pianta dal gusto neogotico di alcuni collezionisti del primo Ottocento. Così accade che gli appassionati, a volte persino gli storici di mestiere, subiscano il fascino della leggenda templare dimenticando di guardare con attenzione i documenti, quelli che contengono la verità. Ignorate per secoli fino al punto di essere credute smarrite, queste antiche carte tornano alla luce e restituiscono tesori della cultura (ma anche della spiritualità) che forse nessuno immaginava. Come ad esempio il testo di una preghiera bellissima, commovente, che alcuni Templari composero durante i lunghi anni di prigionia nelle carceri di Filippo il Bello. Fu letta durante il processo, ma gli storici non l'hanno mai valorizzata forse perché essi stessi sono incuriositi soprattutto dagli aspetti misteriosi, diciamo pure oscuri della vicenda. È un canto accorato che parla di dolore, interminabili attese, angoscia ma anche speranza. Fu scritta dai Templari in prigione, ma potrebbe essere recitata da chiunque si trovi in un momento di sconforto e difficoltà. È un documento pieno di poesia, e incredibilmente non è mai stato studiato. Ne riportiamo un passo:






