lunedì 25 febbraio 2008

LA CHIESA DICE NO
AL TEOLOGO FAI-DA-TE

"Non è teologia cristiana ma gnosi" e così una dozzina di dogmi vengono "negati" o "svuotati". Così Osservatore Romano e Civiltà Cattolica stroncano il libro del "teologo" Vito Mancuso "L'anima e il suo destino", che in Italia ha venduto 80mila copie. Proponiamo un articolo di Sandro Magister che riassume la vicenda e spiega perché tale libro è pericoloso. L'articolo è apparso sul sito

Un teologo rifà da capo
la fede cattolica.
Ma la Chiesa dice no

Sandro Magister

In un medesimo giorno di questo inizio di febbraio "L'Osservatore Romano" e "La Civiltà Cattolica" – cioè il giornale ufficiale della Santa Sede e la rivista controllata riga per riga dalla segreteria di stato vaticana – hanno doppiamente stroncato un libro che è divenuto un caso editoriale, teologico, ecclesiale. In Italia ma non solo.

Il libro è "L'anima e il suo destino", di Vito Mancuso. L'una e l'altra stroncatura sono uscite contemporaneamente sulle due autorevoli testate il 2 febbraio, festa della presentazione di Gesù.
In pochi mesi "L'anima e il suo destino" ha avuto sette edizioni e ha venduto in Italia 80 mila copie, che per un libro di teologia sono moltissime.

Vito Mancuso, 46 anni, sposato con figli, insegna teologia moderna e contemporanea nella facoltà di filosofia dell'Università San Raffaele di Milano, un ateneo privato senza legami con la Chiesa. Ha conseguito il dottorato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense. La sua tesi, patrocinata dal presidente dell'Associazione teologica italiana, Piero Coda, diventò il suo primo libro: "Hegel teologo e l'imperdonabile assenza del Principe di questo mondo", uscito nel 1996 e giudicato con favore – al pari del successivo, del 2002: "Il dolore innocente. L'handicap, la natura e Dio" – da teologi affermati e di sicura ortodossia come don Gianni Baget Bozzo e Bruno Forte. Quest'ultimo è membro della commissione teologica internazionale che affianca la congregazione vaticana per la dottrina della fede, è stato ordinato vescovo nel 2004 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, regge l'arcidiocesi di Chieti e Vasto e presiede la commissione per la teologia e la cultura della conferenza episcopale italiana.

Ebbene, su "L'Osservatore Romano" del 2 febbraio, è proprio l'arcivescovo-teologo Forte che critica a fondo l'ultimo libro di Mancuso. La sua conclusione è lapidaria: "Non è teologia cristiana ma 'gnosi', pretesa di salvarsi da sé".

I numerosi lettori che hanno acquistato "L'anima e il suo destino", però, trovano in apertura del volume la prefazione di un altro arcivescovo di grandissima fama, il cardinale e gesuita Carlo Maria Martini, il quale raccomanda vivamente la lettura del medesimo libro, nonostante ravvisi in esso idee "che non sempre collimano con l'insegnamento tradizionale e talvolta con quello ufficiale della Chiesa".

E così il cardinale prosegue, rivolgendosi familiarmente all'autore: "Sarà difficile parlare di questi argomenti senza tenere conto di quanto tu hai detto con penetrazione coraggiosa. […] Anche quelli che ritengono di avere punti di riferimento saldissimi possono leggere le tue pagine con frutto, perché almeno saranno indotti o a mettere in discussione le loro certezze o saranno portati ad approfondirle, a chiarirle, a confermarle”.

Martini non dice quali siano i punti che si staccano dalla dottrina cattolica. Li mettono invece nero su bianco "L'Osservatore Romano" e "La Civiltà Cattolica". Secondo quest'ultima rivista i dogmi "negati" o "svuotati" nel libro sono "circa una dozzina". E tutti di prima grandezza.

Su "L'Osservatore" Bruno Forte non è da meno. Vede smantellati il peccato originale, la risurrezione di Cristo, l'eternità dell'inferno, la salvezza che viene da Dio. La tesi del libro è che l'uomo basta a se stesso e si salva da sé, alla luce della sua sola ragione.

Mancuso, che si professa cattolico, è consapevole del terremoto che ha provocato. Ma il suo programma dichiarato è proprio quello di "rifondare" la fede cristiana. In un articolo pubblicato il 22 gennaio sul quotidiano "il Foglio" ha respinto anche il dogma della creazione e la dottrina della "Humanae Vitae" sulla contraccezione. A quest'ultima dottrina ha opposto il seguente argomento: "Occorre guardare in faccia la realtà per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse, e la realtà è che i rapporti sessuali sono praticati largamente al di fuori del matrimonio e a partire da giovanissima età".

Al che gli ha replicato sullo stesso giornale don Baget Bozzo, suo ammiratore d'un tempo: "Caro Vito, che senso ha chiamarsi ancora teologo, se non per pura commercializzazione del prodotto, quando si ha una così bassa concezione della teologia?".

Del caso non si è occupata direttamente la congregazione per la dottrina della fede in quanto Mancuso non ha vincoli istituzionali con la Chiesa né insegna in una università ecclesiastica. (...) Il timore era però che un silenzio delle autorità della Chiesa avrebbe alimentato l'idea che le tesi del libro fossero innocue o persino apprezzabili, offerte a una disputa fruttuosa, come raccomandato dal cardinale Martini nella sua prefazione.

"L'Osservatore Romano" e "La Civiltà Cattolica" hanno rotto il silenzio e fornito una autorevole indicazione su ciò che è conforme o no alla dottrina cattolica e a un metodo corretto di far teologia. (...)

tratto da: iltimone.org

giovedì 21 febbraio 2008



L'esorcista

L'85enne monsignor
Giambattista Lanfranchi
esorcista diocesano.
La nomina pubblica per la prima volta

"Il diavolo, l'ho sempre scacciato"

Ogni anno 12 casi di possessione.
Un ‘‘lavoro’‘ iniziato per caso

Libertà, 10 agosto 2007

Un salottino nella canonica, quattro poltroncine, un piccolo divano, un caminetto, immagini sacre alle pareti. Un angolo domestico come tanti. È qui che don Giambattista Lanfranchi (di recente promosso monsignore), 85 anni da compiere, tiene le sue battaglie contro il demonio. E le vince. Tutte. "Sono sempre riuscito a scacciarlo, grazie a Dio" sospira il sacerdote. Dodici casi di possessioni all'anno: "Una cifra più o meno costante dall'89 ad oggi". Casi gravi. Arrivano anche dalla zona di Pavia, di Brescia, di Lodi. I piacentini sono 6-7, in media una segnalazione ogni due mesi. Hanno dai 40 ai 50 anni. "Solo una volta mi è capitato un giovane sotto i venti" ricorda don Gianbattista. Le vittime del demonio, secondo la casistica, appartengono ad ogni categoria sociale: "Dalla casalinga al medico, passando per il capo treno. Lui cerca tutti, poi è Dio che permette". Tutte liberate dal maligno in una o più sedute. Si arriva anche a cinque. Monsignor Lanfranchi (cugino del vescovo Antonio Lanfranchi) a fare l'esorcista ci è arrivato per caso dopo una carriera che lo ha visto prima curato a Cortemaggiore e Pianello, poi parroco a Montereggio, San Lazzaro e Seminò. Tutti i preti sono esorcisti ma l'esercizio dipende dalla licenza del vescovo. Questa licenza, per don Giambattista, è arrivata ufficialmente lo scorso 25 gennaio e pubblicata solo di recente nell'ultimo numero del bollettino ufficiale della curia vescovile di Piacenza-Bobbio. Don Giambattista, in realtà, a fare esorcismi aveva iniziato nel 1989. "Venne un medico piacentino che mi parlò di un suo paziente nel quale si verificavano fenomeni inspiegabili" ricorda monsignor Gianbattista Lanfranchi. ‘‘Scrissi tutto e andai dal vescovo Antonio Mazza - prosegue - chiedendogli se questa persona non fosse da esorcizzare. Mazza lesse la mia relazione ed alla fine mi disse: "Va bene, lo faccia lei". Una risposta assolutamente inaspettata: "In quel momento mi sono sentito mancare le forze tanta era la sorpresa; però ho ubbidito". Tempo dopo tornò dal vescovo per comunicargli il risultato positivo, il demonio era scacciato. "Sua eccellenza mi disse: "Bene, adesso continui". Quando Mazza andò in pensione venne nominato amministratore diocesano monsignor Eliseo Segalini e poi amministratore apostolico monsignor Benito Cocchi: "Entrambi mi dissero di proseguire fino all'arrivo del nuovo vescovo. Ed io così feci". Arrivato monsignor Luciano Monari, ai primi di ottobre del '95 don Giambattista ritorna in vescovado. "Andai per chiedere che mi sollevasse dall'incarico. Mi ascoltò e alla fine mi disse: "Ci vuole anche questa carità". Anche quella volta obbedii e continuai. Quando arriverà il nuovo vescovo andrò a dirgli altrettanto. Vedremo che cosa mi risponderà".

L'ultimo caso risolto risale all'inizio di marzo, poi monsignor Lanfranchi è stato male ed ha dovuto subire un piccolo intervento chirurgico. "Da allora non ne ho più presi - dice -. Mi hanno chiamato anche ieri per una presunta possessione (mercoledì scorso, ndr.) ma ho rimandato a quando starò meglio".

È un compito faticoso, o lo si fa per obbedienza o nessuno se lo sognerebbe mai. Quando don Giambattista vince, si china e bacia la terra sulla quale si trovava l'indemoniato. La prima volta il diavolo lo colpì al ventre con un pugno. "La persona era seduta sul divanetto, dove si trova lei adesso - racconta -. Improvvisamente mi arrivò un pugno al petto senza che quella persona si muovesse; sentii male per una settimana".

Un'altro caso arrivò da Brescia, una donna accompagnata da un salesiano: "È dovuta venire cinque volte prima di essere liberata". Si parla di diavolo in persona. Un'altra donna di Lodi venne una volta sola e fu sufficiente: "Ho cominciato, come faccio sempre, leggendo la lettera degli Efesini. Ho letto la Bibbia assieme a lei per due ore e cinque minuti. Alla fine il diavolo è venuto fuori". In che modo? "In quel caso la donna, dopo due ore, ha iniziato a dimenarsi picchiando con la schiena sulla spalliera del divanetto, poi per terra. Urlava. Io ho continuato a leggere tranquillamente la formula dell'esorcismo. Dopo mezz'ora era stata liberata. Alla fine mi ha rivelato che, mentre il suo corpo si contorceva, dentro di sé continuava a recitare l'Ave Maria. Dopo tre o quattro giorni è tornata, si è confessata, mi ha ringraziato".

Le manifestazioni del demonio sono tante: "Mi è capitato di sentirli parlare in ebraico. Sono tutti i trucchi del diavolo". Per l'esorcista è faticosissimo: "Il fine di satana è dividere e per dividere se la prende con tutti, soprattutto con me. A volte mi coglie una stanchezza enorme, una spossatezza innaturale. Ma io vado avanti lo stesso. La Bibbia dice che l'uomo obbediente canterà vittoria".

Un segno che caratterizza l'indemoniato è l'ira. Si arrabbia con tutti. In particolare con l'esorcista: "Ma lei che cosa sta a fare qui, il mio medico mi dice che io non sono indemoniata, è lei che lo dice". Chi è posseduto non sa di esserlo. Può capitare che avverta debolezza, uno stato di malessere persistente che i medici non riescono a spiegare. "Il diavolo si nasconde bene, è il suo segreto, ce l'hanno sempre detto in teologia, si nasconde perché non si creda che c'è".

Federico Frighi
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I consigli dell’esorcista

Il consiglio:
rivolgersi al parroco o al medico,
molte sono suggestioni

‘‘È la preghiera che vince il maligno”


(f.fr.) ‘‘È la parola di Dio che fa capire se c'è il demonio o se si tratta di altre cose tipo suggestioni’‘. Monsignor Giambattista Lanfranchi ne è convinto e bacchetta alcuni suoi colleghi quando al congresso degli esorcisti gli dicono diversamente. Il primo consiglio è comunque sempre quello di rivolgersi al parroco o al segretario del vescovo prima di intraprendere altre strade: ‘‘Fanno da filtro e riescono a capire ed a discernere se si tratta di un caso di infestazione demoniaca oppure di un caso di suggestione. Utile è anche andare dal proprio medico’‘. ‘‘Tutti i fatti malvagi che avvengono al mondo sono ispirati dal male - è convinto - e noi oggi abbiamo assolutamente bisogno della parola di Dio per sconfiggere il male. Il vescovo Monari lo ha capito subito portandola nella società. Io non ho mai conosciuto così Dio come dalle parole del nostro vescovo’‘.

Ecco alcuni passi della strada della preghiera, quella che monsignor Lanfranchi inizia quando si avvicina all'esorcismo.Lettera agli Efesini, capitolo 6, versetti 12-18: La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue o di carne ma contro i principati e le potestà contro gli spiriti del male ...‘‘Molte volte la gente attribuisce certe situazioni alle fatture - spiega il sacerdote -. Non è così, è il demonio’‘. Prendete l'armatura di Dio perché possiate resistere nel giorno malvagio, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia ... tenete sempre in mano lo scudo della fede. Prendete l'elmo della salvezza e la spada dello spirito, cioè la Parola di Dio. ‘‘Tanti esorcismi non producono nulla - dice don Giambattista - perchè non c'è prima la parola di Dio’‘.Prima lettera di San Pietro, capitolo 5, versetti 8-9 Siate temperanti vigilate, il vostro nemico, il diavolo va in giro come leone ruggente cercando chi divorare, tenetevi saldi nella fede.‘‘Il diavolo colpisce tutti - dice - in particolare le persone più deboli, sia dal punto di vista psichico sia fisico’‘.

Lettera agli Efesini, capitolo 4, versetti 26-27. Nell'ira non peccate ... e non date occasione (luogo) al diavolo. ‘‘Quando trova una persona debole e predisposta all'ira ci va a braccetto’‘ avverte don Giambattista.

Lettera agli Efesini, capitolo 6, versetto 10. Per il resto attingete forza nel Signore nel vigore della sua potenza. ‘‘Il Signore è il dominatore. Quella potenza che ha usato per rompere la morte di Gesù, dobbiamo usarla contro i demoni’‘.

Federico Frighi

lunedì 18 febbraio 2008


MARTEDI' 19 FEBBRAIO

FESTA DI SAN CORRADO CONFALONIERI

ore 17 CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA CALENDASCO

SANTA MESSA

ore 20,30 CASTELLO DI CALENDASCO

UMBERTO BATTINI

INTRATTIENE SULLA FIGURA,
LA STORIA ED IL CULTO DEL
SANTO PIACENTINO

L’ABBRACCIO DI AMBROSIO ALLA SUA DIOCESI


Piacenza - Sono da poco passate le sei di sera e dal portale della cattedrale spalancato si intravede il cielo velato dall’imbrunire. Monsignor Gianni Ambrosio è il nuovo vescovo di Piacenza-Bobbio. Con la mitria postagli sul capo dal cardinale Tarcisio Bertone, l’anello, il pastorale nella mano sinistra, percorre per due volte la navata centrale del duomo di Piacenza. A fianco, indietro di un passo, il vescovo Luciano Monari, in un simbolico passaggio di consegne. È il segno della presa di possesso, dell’entrata ufficiale in diocesi del nuovo vescovo. Giunge quasi al termine di una lunga celebrazione che vede richiamare in Duomo oltre duemila persone. Tra chi è rimasto fuori davanti al maxischermo, chi ha seguito il rito in qualche postazione di fortuna, si stima siano tremila o poco più i fedeli che hanno partecipato alle varie tappe dell’ordinazione e ingresso del nuovo vescovo di Piacenza: la visita privata alla Cattolica, l’arrivo al monumento ai Pontieri, l’accoglienza dei giovani in piazza Sant’Antonino, il saluto delle autorità in piazza Duomo, la celebrazione.

Una celebrazione carica di simboli. Ogni momento, ogni gesto, ha un suo preciso significato. A cominciare dai sacerdoti che assistono monsignor Ambrosio. Sono due e stanno al suo fianco. Il più anziano: l’assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, don Decio Cipolloni; il più giovane: l’ultimo sacerdote ordinato in diocesi di Piacenza nel 2006, don Stefano Segalini, vicario in San Giuseppe Operaio.

Con voce sicura, dopo che ancora una volta l’impianto audio del Duomo, nel momento clou, si mette a fare le bizze - lo scorso 22 ottobre dovette ritardare il suo intervento di saluto il vescovo Monari, ieri lo stesso destino è toccato al segretario di Stato di Sua Santità -, con voce sicura, si diceva, monsignor Ambrosio risponde alle domande del cardinale ordinante che delineano i compiti di chi è chiamato alla pienezza del sacerdozio. Nove domande alle quali monsignor Ambrosio risponde sempre «Sì, lo voglio», assumendosi così altrettanti impegni: l’adempimento fino alla morte del ministero affidato dagli Apostoli, la fedeltà al Vangelo, la custodia della fede, l’unità dei vescovi con il Papa, l’obbedienza e la fedeltà al Papa, la cura del popolo santo di Dio, l’accoglienza verso i bisognosi, la ricerca delle “pecore smarrite”, l’esercizio irreprensibile del sommo sacerdozio. Poco prima il cardinale Bertone aveva ricordato a monsignor Ambrosio i quattro pilastri del ministero episcopale: l’atteggiamento della ricerca, l’offerta di una vita spesa per il bene del popolo di Dio, la conoscenza del popolo di Dio, l’unità.La cattedrale è gremita e applaude più volte nel corso della liturgia: quando monsignor Ambrosio entra in solenne processione dopo i sacerdoti e prima dei vescovi - una ventina tra i quali i consacranti Monari ed Enrico Masseroni (Vercelli), i piacentini Antonio Lanfranchi e Piero Marini - e dei tre cardinali (oltre a Bertone anche Ersilio Tonini e Luigi Poggi). Quando l’amministratore diocesano monsignor Lino Ferrari, nel suo saluto, ringrazia il vescovo Monari; quando il cardinale Bertone, al termine della sua omelia, ringrazia la novantenne signora Caterina, madre di monsignor Ambrosio; quando, sempre Bertone, porta i saluti di Benedetto XVI visto in mattinata, e in Duomo si sente aria di Vaticano; quando il vescovo Gianni annuncia la conferma di monsignor Ferrari a “vicario generale”. Il battimani spontaneo e sincero lo blocca. «Sì, è giusto» dice il vescovo, e si volta verso il suo “braccio destro”.

In duomo, anche stavolta, c’erano tutti: prefetto, questore, colonnello dei carabinieri, della finanza, autorità militari, parlamentari, presidente della Provincia di Piacenza, quello della Provincia di Parma, il sindaco di Piacenza, di Carisio (paese di origine di monsignor Ambrosio) e di molti Comuni facenti parte della diocesi piacentina-bobbiese. Fedeli provenienti da Vercelli, Santhià, Carisio, dalle sedi dell’Università Cattolica di Milano, Brescia e Roma: una piccola fetta dell’universalità della Chiesa Cattolica.

Ci sono emozione, commozione, attesa. Ambrosio prende la parola al termine della celebrazione. È un saluto, il suo, la prima vera omelia la terrà nella messa di questo pomeriggio, alle 18 e 30, in Duomo. Un saluto che arriva dopo l’omaggio di alcuni rappresentanti del popolo di Piacenza-Bobbio: la famiglia Bosi di Pontenure, con papà Massimo, mamma Valentina, i bambini Pietro e Beatrice; un giovane catecumeno, Kreshnik Dervishaj, che diventerà cattolico la notte di Pasqua assieme ad altre 11 persone, il diacono Emilio Boledi, il sacerdote don Giuseppe Sbuttoni, un religioso ed una religiosa. È il gesto che sta a significare la disponibilità della diocesi a camminare, illuminati dalla parola e uniti nella fede, sotto la guida del nuovo Pastore.

«È l’abbraccio che segna l’inizio del mio ministero - osserva il vescovo Ambrosio -. Esso è rivolto a tutti, e in particolare giunga, davvero fraterno, a tutti voi carissimi sacerdoti e diaconi». Cita e fa sue le parole del beato Giovanni Battista Scalabrini nel giorno dell’ordinazione episcopale: «Tutti finalmente vi abbraccio quanti siete, figli della santa Chiesa piacentina e miei amatissimi, alla cui santificazione e verace prosperità devo attendere».

Inizia così il 107esimo episcopato della diocesi di Piacenza-Bobbio.


Federico Frighi - da Libertà, 17 febbraio 2008

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LA PRIMA OMELIA IN DUOMO DEL VESCOVO AMBROSIO

2ª DOMENICA DI QUARESIMA
(Genesi 12, 1-4; 2Timoteo 1, 8-10; Matteo 17, 1-9)


LA LUCE, LA VOCE, LA MISSIONE


Cari fratelli e sorelle,

è pieno di fascino l’invito della Parola del Signore di questa seconda domenica di Quaresima. Il Signore Gesù ci invita a salire sul monte, e così anche a noi, come a Pietro, Giovanni e Giacomo, sarà data la luce, e potremo ascoltare la voce che viene dall’alto. Comprenderemo allora, come hanno compreso gli apostoli, il senso della missione di Gesù e così potremo svolgere la missione che ci è affidata, la nostra missione.

La luce, la voce, la missione: tre aspetti, tre dimensioni di un’unica realtà, e cioè la chiamata del Signore, la nostra vocazione.

C’è però una condizione di base: si tratta di salire sul monte. Ma se questo invito viene accolto, si entra in quella storia luminosa che è la storia della salvezza, in cui ogni passo del nostro cammino è illuminato dalla luce del Signore ed è sorretto dalla sua grazia. Questa storia di salvezza ha inizio con la vocazione di Abramo, di cui ci parla la prima lettura. Il patriarca Abramo, in verità, non deve salire sul monte, deve invece lasciare il suo paese e la casa di suo padre per incamminarsi verso un paese lontano che il Signore stesso gli indicherà. Ma l’obbedienza di Abramo è come un salire sul monte, nel senso che deve abbandonare ciò che gli è consueto - le proprie abitudini, le proprie sicurezze - per obbedire a Dio che lo ha chiamato. Abramo si fida di Dio e crede nella promessa di Dio.

E così con questo atto di fiducia, con questa obbedienza, Abramo apre la via al compiersi della promessa di Dio che è benedizione per tutte le genti.

Sul monte della trasfigurazione, Mosé ed Elia attestano che in Gesù Cristo, il Figlio prediletto dal Padre, questa storia di salvezza raggiunge il suo punto culminante, il suo pieno compimento. E così da allora questa storia prosegue nei tempi della Chiesa con la “vocazione santa” dischiusa dall'evangelo di Gesù Cristo, come afferma l’apostolo Paolo nella seconda lettura: nel Figlio siamo salvati e con il Figlio ci è data la possibilità di poter vivere anche noi come figli dello stesso Padre, e dunque di vivere nella gioia, nella libertà, nell'amore.

Cari fratelli e sorelle, iniziando il mio ministero episcopale in questa Chiesa di Piacenza-Bobbio, dopo la celebrazione così toccante e coinvolgente della ordinazione episcopale, sento rivolto a me, in modo del tutto particolare, l’invito a salire sul monte per poter camminare con Gesù che sale a Gerusalemme. Il motto che ho scelto – e che ho ripreso dal ‘diario di viaggio’ di quel piacentino che si è recato nei luoghi santi verso il 570 – indica innanzi tutto questo invito di Gesù, questa grazia che mi è data, e indica poi il preciso impegno di seguire le orme di Cristo per essere ‘segno’ di Cristo in mezzo a voi, per far risplendere la luce di Cristo nella mia vita, per diventare pastore e padre che dona il suo cuore e la sua vita al popolo che gli è affidato.

Ma con me è la nostra Chiesa ad essere invitata a seguire Gesù. Tutta la Chiesa è sospinta a vivere la quaresima come un tempo forte di quella storia di salvezza, di grazia, di speranza. Si tratta di un cammino di approfondimento, di maturazione, di crescita che riguarda tutti ed interpella tutti.
Chi non avverte la necessità di crescere nella vita di fede, di speranza e di carità e di vivere con maggior verità ed autenticità il mistero della Pasqua del Signore Gesù?

E guardando poi attorno a noi, alla nostra realtà culturale ed educativa, chi non avverte la necessità di crescere in «umanità», in responsabilità, in attenzione alla qualità della vita propria ed altrui?

Siamo dunque invitati tutti a intraprendere con slancio questo cammino quaresimale sapendo che è un cammino che ci porta a conoscere Gesù e a vivere l’amicizia con Lui.

Così è avvenuto per gli apostoli, in particolare per Pietro, Giacomo e Giovanni. Essi non avevano ancora compreso il senso della missione di Gesù: continuavano a sognare un Messia che instaurasse il Regno in termini di potenza umana, proprio mentre veniva loro annunciato lo scandalo della passione.

Tuttavia, nonostante la situazione di incomprensione, i tre apostoli accettano di essere condotti in disparte e di salire sul monte. Continuano a seguire Gesù. E così gli apostoli comprendono il senso della missione del Figlio: viene loro concessa una luce preziosa che anticipa la gloria del Risorto.Sul monte i tre apostoli fanno un’esperienza breve ma profonda e gioiosa di Gesù trasfigurato, un’esperienza che illumina il cammino verso Gerusalemme, verso la passione e la morte, cui seguirà la risurrezione. Gli apostoli comprendono che la missione di Gesù è di donare luce agli uomini manifestando l’amore infinito di Dio per l’uomo. E così comprendono anche quale è la loro missione, la missione degli apostoli e della Chiesa tutta: donare luce, vita e amore all’umanità.

Anche a noi sia data la grazia di lasciarci condurre in disparte e di salire sul monte della rivelazione e della manifestazione di Gesù.Nella vita concitata di tutti i giorni non si presta una vera attenzione all’altro, e soprattutto non si presta una vera attenzione a Dio.

Il cammino di fede sulle orme di Gesù non dimentica certamente l’attualità, con i suoi problemi ed anche con le sue possibilità, ma non si ferma all’attualità. Il cammino di fede intende dischiudere il nostro ‘oggi’ alla visita di Dio, al dono della luce di Dio. Il cammino di fede intende far risuonare in noi la voce, la voce che viene dall’alto, la voce del Padre che invita ad ascoltare il Figlio.

Fratelli e sorelle, so che avete pregato molto per me perché possa diventare pastore secondo il cuore di Gesù, Buon Pastore. Vi prego di continuare nella preghiera perché il cammino della nostra Chiesa sia, come quello degli apostoli, illuminato dal Signore Gesù, via, verità e vita. La Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina degli apostoli, venerata in questa Cattedrale come Madonna del popolo, sia la ‘compagna di viaggio’ di questo popolo in cammino sulle orme di Gesù. Amen.

Messa solenne delle 18 e 30 di domenica 17 febbraio 2008, durata dell’omelia dieci minuti

Articoli tratti da sacricorridoi.blogspot.com - Pubblicati da Federico Frighi
Da un Discorso
del Santo Padre Giovanni Paolo II
nell’anno 1987

L’amore di Cristo è più potente del peccato e della morte. San Paolo spiega che Cristo è venuto a rimettere i peccati e che il suo amore è più grande di qualunque peccato, più grande dei miei peccati o di quelli di chiunque altro. Questa è la fede della Chiesa. Questa è la buona novella dell’amore di Dio che la Chiesa proclama attraverso la storia e che io proclamo a voi oggi: Dio vi ama con un amore sempiterno. Vi ama in Cristo Gesù, suo Figlio.

L’amore di Dio per noi come nostro Padre è un amore forte e fedele, un amore pieno di misericordia, un amore che ci rende capaci di sperare nella grazia della conversione, quando abbiamo peccato.

sabato 16 febbraio 2008

Benvenuto Vescovo Gianni!
Che l’Amore del Signore
Gesu’ Cristo,
e la materna protezione della
Vergine Maria
non ti manchino mai

martedì 12 febbraio 2008

RADIO MARIA
Cari amici, la Quaresima è un tempo di grazia che va valorizzato al massimo. Per questo bisogna prendere degli impegni concreti, ai quali essere fedeli ogni giorno, scongiurando così il rischio di essere risucchiati nel tritacarne quotidiano.
Uno di questi impegni è la preghiera quotidiana davanti alla Croce. Ogni sera, prima di andare a letto, mettiti in ginocchio davanti al crocifisso. Se non ce l'hai, procuratelo al più presto. Appendilo davanti al tuo comodino, sul quale terrai aperto il libro della Sacra Scrittura.
Guarda con gli occhi della fede a Gesù crocifisso. Considera il carico immenso di male che sta sopportando al nostro posto e per la nostra salvezza. Alcune di quelle ferite, nel suo corpo e nel suo cuore, sono state inferte dai tuoi peccati.
Ammira la sua pazienza, la sua mitezza, la sua misericordia e il suo perdono. Chiedi la grazia della contrizione del cuore in modo tale che maturi in te la decisione di lasciare una vita di peccato e di amarlo sopra ogni cosa.
Guarda quanto sei amato e quanto sei freddo. Chiedi a Gesù la grazia di accenderti di amore per Lui e di testimoniarlo col dono della tua vita. Con Maria coopera anche tu all'opera della salvezza eterna delle anime.

Vostro Padre Livio - Tratto da amarelachiesa

venerdì 8 febbraio 2008

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

Il Papa: "Condurre il "combattimento spirituale" della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell'elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito."

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"L'osservanza della Quaresima," diceva il Pontefice, "è il vincolo della nostra milizia; con quella ci distinguiamo dai nemici della Croce di Gesù Cristo; con quella allontaniamo i flagelli dell'ira divina; con quella, protetti dal soccorso celeste durante il giorno, ci fortifichiamo contro i prìncipi delle tenebre. Se ci abbandoniamo a tale rilassamento, è tutto a detrimento della gloria di Dio, a disonore della religione cattolica, a pericolo per le anime cristiane; né si deve dubitare che tale negligenza non possa divenire sorgente di sventure per i popoli, di rovine nei pubblici affari e di disgrazie nelle cose private".


(Benedetto XIV, Costituzione Non ambigimus, del 27 maggio 1741)

Sono passati due secoli dal solenne monito del Pontefice, ma purtroppo quel rilassamento che egli volle frenare andò sempre più crescendo. Nelle nostre città, quanti cristiani si possono contare fedeli all'osservanza quaresimale? Ora dove ci condurrà questa mollezza che aumenta senza limiti, se non al decadimento universale dei costumi e perciò allo sconvolgimento della società? Già le dolorose predizioni di Benedetto XIV si sono visibilmente avverate.

Le nazioni che conobbero l'idea dell'espiazione sfidano la collera di Dio; per loro non resta altra sorte che la dissoluzione o la conquista. Per ristabilire l'osservanza domenicale in seno alle popolazioni cristiane asservite all'amore del denaro e degli affari sono stati compiuti coraggiosi sforzi, coronati da insperati successi. Chissà che il braccio del Signore, alzato a percuoterci, non s'arresti alla vista d'un popolo che comincia a ricordarsi della casa di Dio e del suo culto! Dobbiamo sperarlo: ma questa nostra speranza sarà più solida quando vedremo i cristiani della nostra società rammollita e degenerata rientrare, come gli abitanti di Ninive, nella via da tempo abbandonata dell'espiazione e della penitenza.

(Dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico, tomo I, Avvento, Natale, Quaresima, Passione, Alba 1959)

Natale 2007 è stato, per noi Piacentini, il 325esimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Lorenzo Scupoli, autore di un libro intitolato: “Il combattimento spirituale”. Si tratta di un’agile manuale che insegna come condurre la Grande Guerra Santa, corrispondente alla Jihad degli islamici. La guerra, cioè, solo vincendo la quale ci troveremo nella migliore e agevole condizione di combattere l’altra guerra santa: la piccola, contro i nemici terreni della Chiesa.
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Queste cose i Templari di oggi dovrebbero conoscerle bene; così come le conoscevano coloro che, precedendoci, combatterono per la libertà dei luoghi sacri, nel Medioevo.
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Una allusione alla dottrina delle Guerra Santa può essere fatta con riferimento alle Crociate. Il fatto che, nelle Crociate, si trovarono di fronte uomini che, combattevano vivendo la guerra, in fondo, secondo uno stesso significato spirituale, mostra in modo netto il modo vero di quella unità nello spirito tradizionale che può mantenersi non solo attraverso le differenze, ma altresì attraverso un contrasto più drammatico. Appunto nel sorgere l’uno contro l’altro per la Guerra santa, l’Islam e la Cristianità testimoniarono parimenti della unità dello spirito tradizionale.

Scrive San Bernardo nel
"De Laurde novae Militiae":

Sia che viviamo, sia che moriamo, noi apparteniamo al Signore. Quale gloria per voi il non uscire mai dalla mischia se non coperti di allori. Ma quale maggior gloria è mai quella di guadagnare sul campo una corona immortale…. O fortunata condizione in cui si può aspettare la morte senza timore, desiderandola con impazienza e riceverla con cuore sicuro!

Il combattimento spirituale è la via di Dio, attraverso la quale si vince la Grande guerra santa; di ordine interno e spirituale, l’altra è la guerra materiale.

Nella Quaresima siamo, afferma san Paolo: L’atleta che gareggia nello stadio non riceve la corona se non ha gareggiato secondo le regole”.

Quali sono queste regole?

La nostra penitenza, segno della partecipazione al Cristo che si fa penitente per ogni uomo con il digiuno nel deserto, consiste:

- nell'ascolto più frequente della parola di Dio,

- nella preghiera più intensa e prolungata,

- nel digiuno,

- nelle opere di Carità (amore)


DISCIPLINA DEL DIGIUNO E DELL'ASTINENZA

L'attuale legge per i fedeli di rito latino è quindi la seguente:
- LA LEGGE DEL DIGIUNO obbliga tutti i fedeli che hanno compiuto i 21 anni e non hanno ancora iniziato il 60° anno.
- LA LEGGE DELL'ASTINENZA dalla carne obbliga tutti i fedeli a partire dai 7 anni compiuti. IL DIGIUNO consiste nel fare un solo pasto al giorno e due piccole refezioni nel corso della giornata (i moralisti quantificano in 60 grammi al mattino e 250 grammi alla sera).
L'ASTINENZA vieta l'uso della carne, di estratto o brodo di carne, ma non quello delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento di grasso animale.
GIORNI DI ASTINENZA DALLA CARNI:
- tutti i Venerdì dell'anno (tranne se vi cade una festa di precetto).
GIORNI DI ASTINENZA E DI DIGIUNO:
- Mercoledì delle Ceneri; - ogni Venerdì e Sabato di Quaresima;
- il Mercoledì, il Venerdì e il Sabato delle Quattro Tempora;
- le Vigilie di Natale (24 Dicembre), di Pentecoste, dell'Immacolata (7 dicembre),d'Ognissanti (31 Ottobre).
GIORNI DI SOLO DIGIUNO SENZA ASTINENZA:
- tutti gli altri giorni feriali di Quaresima (le Domeniche non c'è digiuno).
POSSONO NON PRATICARE L'ASTINENZA:
- i poveri che ricevono carne in elemosina e non hanno altro da mangiare;
- gli infermi, i convalescenti, i deboli di stomaco, le donne che allattano, le donne incinte se deboli;
- gli operai che fanno lavori più pesanti quotidianamente;
- mogli, figli, servi, tutti coloro che esercitano in servizio essendovi costretti, e che non possono avere altro cibo sufficientemente nutriente.
POSSONO NON PRATICARE IL DIGIUNO:
- coloro che digiunerebbero con grave incomodo: ammalati, convalescenti, deboli di nervi, donne che allattano o incinte;
- poveri che hanno già poco cibo a disposizione;
- coloro che esercitano un lavoro che è moralmente e ordinariamente incompatibile con il digiuno (es: lavori pesanti);
- coloro che fanno un lavoro intellettuale molto faticoso (es. studenti sotto esami);
- chi deve fare un lungo e faticoso viaggio;
- per un maggiore bene o per un'opera di pietà più grande se questa è moralmente incompatibile con il digiuno (es: assistenza ai malati).

Per concludere:

la Quaresima cristiana è simile al Ramadan degli islamici, ma la Tradizione della Quaresima, così come il cristianesimo preesiste all’Islam, essendo il profeta Maometto morto 6 secoli dopo Cristo;
il combattimento spirituale corrisponde alla Grande Guerra Santa (che per gli islamici si chiama:el-jihaddül-akbar mentre la piccola si chiama: el-jihaddül-açghar)
con il contributo di Giovanni Mariscotti

giovedì 7 febbraio 2008

Cistercensi

La spiritualità monastica nella Congregazione di Casamari, nel solco della tradizione benedettino-cistercense, è vissuta con forte accentuazione comunitaria, realizzata in una comunione di ideali, di vita e di beni all'interno della clausura dei monasteri, sotto la responsabilità dell'abate, sacramento della paternità stessa di Dio. In un'atmosfera ovattata di silenzio e di raccoglimento la giornata è articolata, in modo armonico, in tre momenti complementari e convergenti così da assicurare ai monaci un reale nutrimento alle "acque che zampillano per la vita eterna" ed un sano equilibrio psico-fisico: l'opus Dei, la lectio divina, il lavoro.
La famiglia benedettina-cistercense ha coscienza e responsabilità di essere in terra riflesso della liturgia del cielo, eco della lode della Chiesa celeste, sposa senza macchia e senza ruga, che canta senza interruzione (cfr. Ap 19, 1-8) intorno al trono del suo sposo, l'Agnello Cristo immolato e glorificato (cfr. Ap 5, 12).
Con la professione dei voti solenni di ubbidienza, di povertà e di castità, il monaco si impegna, in una risonanza personale, a realizzare in sé la figura biblica della sposa in seno alla sua comunità che diviene, seppure ancora pellegrina e penitente, la famiglia di Dio, esemplificazione e testimonianza dell'avvento del regno di Dio. Il monaco è colui "che veramente cerca Dio" (san Benedetto, Regola, LVIII, 1), che entra nel monastero come alla "scuola del servizio del Signore" (san Benedetto, Regola, prologo, 45), dove "nell'esercizio delle virtù e della fede, il cuore si dilata e la via dei divini precetti viene percorsa nell'indicibile soavità dell'amore" (san Benedetto, Regola, prologo, 49). Ed in questo inizio, in tensione di completezza, egli personalizza le figure delle parabole evangeliche del servo che aspetta sollecito il ritorno del padrone, delle vergini prudenti che attendono vigili, nella notte, l'arrivo dello sposo, e, con spirito proteso verso la pienezza, egli invoca, come le primitive comunità cristiane, il ritorno del Signore: "Maran atha, vieni Signore Gesù" (1 Cor 16,22; Ap 22,20).
La vita di preghiera si snoda attorno alla messa conventuale, perno e momento vivificante della giornata, celebrata con una liturgia particolarmente solenne avvolta dallo spiegarsi coinvolgente, misurato ed essenziale, del canto gregoriano, con cui la comunità, e insieme ciascun monaco, rivive e rinnova il patto nuziale con Cristo nella Chiesa. Altri momenti forti della preghiera comunitaria sono la celebrazione delle Lodi e dei Vespri, all'aurora e al tramonto, simbolicamente vissuti come l'inizio e la fine della vita.
Nella tradizione monastica ha rivestito sempre un'importanza ed un significato pregnante la prolungata ed impegnativa ufficiatura notturna, la preghiera delle Vigilie, (della veglia), considerata come il tempo della ricerca ansiosa e dell'attesa fiduciosa. La spiritualità si riveste, in queste ore della notte dell'insonnia tormentosa della sposa del Cantico dei Cantici: "Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l'amato del mio cuore" (cfr. Cant 3,1-2) e dell'amore bruciante di Maria Maddalena che "nel giorno dopo il sabato si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio" (Gv 20,1).
I grandi mistici si sono sbizzarriti nel descrivere e nel classificare le varie tappe del movimento circolare dell'Amore che, discendendo da Dio, si impossessa dell'anima e ritorna a Dio, come arabeschi intorno al motivo di fondo costituito dalla prima lettera di san Giovanni apostolo: "Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui" (1 Gv 4,16). San Bernardo ha cercato di descrivere la sua esperienza di incontro con il Verbo: "Frequentemente è entrato nel mio spirito; ma io non ho mai, nemmeno una volta, percepito il preciso momento del suo arrivo. Ho sentito che era presente; ricordo che Egli è stato con me; talvolta ho avuto persino il presentimento che sarebbe venuto, ma mai ne ho avvertito l'arrivo o la partenza. Donde venisse, quando entrava nel mio spirito, o dove andasse, quando lo lasciava, in che modo entrasse e in che modo uscisse, confesso che, finora, non lo so" (Sermone LXXIV, 5, sul Cantico).
La veglia nella preghiera e nell'ascolto delle letture, durante la notte, alimenta la tensione dell'anima verso la luce interiore, la stella del mattino (cfr. 2 Pt 1,19), in attesa dell'incontro con l'Assoluto al di là del tempo (cfr. Ap 2,28; 22,16). La famiglia monastica chiude la preghiera comunitaria, alla fine della Compieta, con il canto della Salve Regina - che san Bernardo, secondo la tradizione cistercense, ha raccolto dalla bocca stessa degli angeli - e, con sicurezza filiale, si abbandona tra le braccia della Madre del cielo durante le ore del grande silenzio. La ricerca di Dio è sostenuta dal confronto continuo, personale e vitale, con la parola di Dio, la lectio divina, l'acqua che zampilla per la vita eterna: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Dt 8,3; Mt 4,4). San Benedetto, raccogliendo la tradizione monastica antecedente, prescrive questo nutrimento dello spirito non soltanto durante i pasti nel refettorio (cfr. san Benedetto, Regola, c. XXXVIII), ma anche prima del riposo notturno, inserendolo in qualche modo nella Compieta: una lettura fatta in pubblico, soprattutto per coloro che non sanno leggere o che non sanno trovare il tempo e il modo per nutrire il proprio spirito (cfr. San Benedetto, Regola, c. XLII). Egli prevede, inoltre, altri momenti della giornata monastica dedicati alla lettura personale, soprattutto nel tempo di Quaresima.
Nel capitolo LXXIII della sua Regola, poi, san Benedetto ci ha lasciato una panoramica di letture che comprendono il vecchio e il nuovo Testamento, gli scritti, le Collezioni, le Istituzioni e le vite dei Padri e la Regola di san Basilio, una gamma molto vasta di opere spirituali che, poi, sono confluite nei volumi della Patrologia greca e latina. I monaci benedettini, nelle loro "officine dello spirito", hanno contribuito molto a conservare questi testi antichi e, con il lavoro di trascrizione, hanno reso alla civiltà cristiana un grande servizio, trasmettendo soprattutto, con il cuore la Parola di Dio. Nello scrittoio il monaco benedettino, infatti, si accingeva alla trascrizione dei testi sacri con la stessa devozione con cui un monaco russo si accinge a dipingere una sacra icona. La lectio divina comporta non una lettura informativa, leggera e superficiale, ma un'assimilazione progressiva attraverso la meditazione, la ruminazione per giungere alla compunzione, alla sapienza del cuore. Si è instaurata, così, nei monasteri una teologia sapienziale che ha, prima, contrastato la nascita e, poi, ha fatto da contrappeso all'arida dialettica scolastica. Proprio l'aspra polemica tra san Bernardo e Abelardo ha emblematicamente rappresentato, nella prima metà del XII secolo, la sofferenza di uno slittamento, nella ricerca di Dio, dal cuore alla ragione, dalla recettività umile del mistero alla rivendicazione dell'autonomia della ricerca umana che, a lunga scadenza, ha progressivamente impoverito e inaridito l'uomo, dopo essersi tagliato ogni possibilità di relazione con il mistero arcano del trascendente. Risuonano ancora severe e ammonitrici le parole di Gioacchino da Fiore ai confratelli: "Coloro che non si nutrono della Parola di Dio non hanno nulla di monastico all'infuori dell'abito cistercense e sono destinati ad inaridirsi come rami secchi senza produrre frutto; essi non possono sopportare l'ideale monastico e, di conseguenza, con il corpo o con il cuore ritornano nel mondo" (Concordia Novi et heteris Testamento).
Nel capitolo XLIII della Regola san Benedetto, raccogliendo gli insegnamenti di san Paolo e gli esempi della tradizione monastica anteriore, fissa ad orari ben definiti, in una continuata interazione tra lectio divina e lavoro, il tempo della giornata in cui i monaci non sono impegnati nella preghiera corale comunitaria: "L'ozio è nemico dell'anima; e quindi i fratelli devono in alcune determinate ore occuparsi del lavoro manuale, e in altre ore, anch'esse ben fissate, nello studio delle cose divine" (san Benedetto, Regola, c. XLIII, 1). Ne risulta, nel ritmo della vita monastica, un avviluppamento ed una compenetrazione, un fluire e refluire, tra Opus Dei, lectio divina e labor manuum, i tre momenti della giornata, ben armonizzati tra loro e finalizzati, tutti, alla ricerca di Dio.
Con accenti di paterna sollecitudine e comprensione il santo patriarca richiama la nobiltà e la santità del lavoro manuale, in una cultura in cui esso viene disprezzato come opera riservata agli schiavi: "Se, poi, le condizioni del luogo o la povertà richiedono che gli stessi monaci si occupino nel raccogliere i frutti della terra, non ne siano malcontenti, perché allora sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro mani, come i nostri padri e gli Apostoli; tutto, però, si faccia con discrezione, tenendo conto dei più deboli" (san Benedetto, Regola, c. XLVIII, 7-9). Lo spirito di servizio, nel disimpegno degli incarichi comunitari, viene considerato come una fluidificazione palpabile della carità da cui emana il buon odore di Cristo.
La carità si riversa con fede misericordiosa - ante omnia et super omnia - sui fratelli infermi, l'immagine del Cristo sofferente (san Benedetto, Regola, c. XXXVI), con comprensione e indulgenza sugli anziani e sui fanciulli considerati le membra deboli del corpo monastico (san Benedetto, Regola, c. XXXVII), con spirito di devozione e dedizione, come alla persona di Cristo, sugli ospiti e sui pellegrini (san Benedetto, Regola, c. LIII), sui poveri che bussano alla porta del monastero: "I poveri e i pellegrini sono accolti con particolari cure e attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo; mentre ai ricchi si è portati a rendere onore per la stessa soggezione che incutono" (san Benedetto, Regola, c. LIII, 15).
La carità vera si nutre con il lavoro personale; i beni del monastero sono i beni di Cristo, riservati ai poveri. Oltre il disimpegno degli uffici comunitari e il lavoro, in casi straordinari, nei campi, san Benedetto prevede anche il lavoro creativo degli artifices (gli artigiani e gli artisti), nelle officine del monastero. Con grande intuizione egli instaura nella casa di Dio anche il culto del "bello" oltre che del "buono", facendo del monastero un cenacolo di pietà cristiana ed un centro di promozione umana.
Il lavoro, svolto in nome e sotto il controllo dell'obbedienza, coordinato ed organizzato in vista del benessere comune, non è solamente un esercizio di ascesi penitenziale e una necessità imposta dalla legge della sussistenza, ma anche un momento di creatività e un mezzo di progresso. Il lavoro monastico ubbidisce, tuttavia, non alle regole dell'affermazione personale e del massimo profitto, ma al disegno di elevazione spirituale del monaco e all'esigenza di testimonianza di carità cristiana; con pochi e incisivi periodi, san Benedetto scolpisce i suoi propri profondi convincimenti, fissando le regole morali che tengono lontano dai monasteri ogni sospetto di frode e la sete di cupidigia. Il clima di un'abbazia benedettina è regolato da alcuni principi fondamentali, che formano le coordinate spirituali perché essa sia la casa di Dio: 1. "... In tutto sia glorificato Dio" (l Pt. 4,11; san Benedetto, Regola, c. LVII, 9), 2. "... Nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi" (san Benedetto, Regola, c. XXXI, 19), 3. "... Tutte le membra saranno in pace" (san Benedetto, Regola, c. XXXIV, 5), 4. ... La casa di Dio sia amministrata da saggi e saggiamente" (san Benedetto, Regola, c. LIII, 22).
Il pullulare di abbazie e dipendenze benedettine per un millennio e mezzo, sotto denominazioni diverse ma derivanti tutte dal medesimo ceppo, ha permeato talmente l'Europa cristiana che è difficile distinguere e separare, nella nostra spiritualità storia e cultura, l'esperienza cristiana dall'influsso benedettino. Forse bisognerebbe completare l'affermazione del "laico" Croce: "Perché non possiamo non considerarci cristiani" con l'altra: "Perché non possiamo non considerarci benedettini".
Le abbazie, cui ha fatto sempre capo la profonda e capillare penetrazione di presenza nelle campagne abbandonate, sono state capisaldi della storia, centri di promozione umana, di ordine sociale, di irradiamento culturale, di manifestazione artistica, di iniziativa politica. Tenendo alta la fiaccola della fede sull'onda del tempo e sul cozzare degli egoismi umani, queste "cittadelle dello spirito", ubicate sulla cresta dei monti o sul fondo delle valli, sono state modello di partecipazione fraterna per l'umanità sofferente e testimonianza di cristianesimo realizzato.
La proclamazione di san Benedetto a Patrono d'Europa è il dovuto riconoscimento all'azione ultramillenaria dei figli che non hanno soffocato l'ideale del Padre e un auspicio di recupero cristiano e monastico delle radici della cultura europea. I monasteri benedettini sono sempre vissuti in sintonia ed in osmosi con la Chiesa, anche perché il vescovo diocesano viene chiamato direttamente in causa, almeno in alcune circostanze particolari, da san Benedetto stesso.
Essi sono divenuti, tuttavia, gli elementi portanti e determinanti nel cuore della Chiesa con la riforma gregoriana, nei due secoli a cavallo del primo millennio cristiano. In una Chiesa dilaniata da divisioni e scismi a causa della politica del potere laicale, con l'episcopato asservito e condizionato dalla politica imperiale, con il papato soggetto ai colpi di mano delle più potenti famiglie romane, l'abbazia di Cluny e gli altri monasteri ad essa giuridicamente e idealmente collegati hanno rivendicato pugnacemente ed efficacemente, in una contesa lunga e spinosa, libertà di azione, autorità morale e giuridica, rinnovamento spirituale. L'esponente più rappresentativo dal movimento cluniacense è considerato Ugo, abate di Cluny del 1049 al 1109, padrino dell'imperatore Enrico IV, amico e confidente di Gregorio VII, maestro di Urbano II; egli garantì all'Ordine un grande respiro anche fuori d'Europa ed un grande risveglio religioso ed artistico. Cluny rappresentò e conseguì il successo di libertà religiosa senza, tuttavia, scalfire la struttura feudale: con la sola esenzione entrò in possesso di monasteri e chiese con tutti i diritti, jus et possessio, conseguendo prestigio e benessere economico. Da questo stato di cose derivò, in genere, un certo disprezzo per il lavoro manuale, qualche mitigazione della Regola di san Benedetto in alcuni punti più duri, un notevole sfarzo nella suppellettile liturgica e nella decorazione delle chiese, l'ingerenza, o almeno il coinvolgimento, qualche volta, in questioni politiche.
Accanto all'espansione dell'Ordine benedettino, e forse proprio come reazione all'influsso sociale e politico della riforma cluniacense, si accentuò nel secolo XI l'aspirazione al monachesimo delle origini del cristianesimo, inteso come fuga dal mondo, vita di povertà, desiderio di estremo ascetismo, di mortificazione, di tensione vibrante verso Dio: san Nilo, san Romualdo, Stefano di Muret, san Bruno, Roberto di Arbrissel, san Norberto, i Canonici Regolari suscitarono e lasciarono, con le loro istituzioni, un richiamo alla vita eremitica e un forte anelito di ascesi. Su tutte ben presto, però, si affermò, per importanza e diffusione, l'Ordine di Cîteaux. La saggezza di san Benedetto si dimostrò molto più durevole dello zelo di uomini dalla forte spiritualità. La maggior parte delle fondazioni eremitiche o semi-eremitiche si disintegrò, fu assorbita da riforme successive o perse importanza, mentre i Cistercensi segnarono la storia dei secoli seguenti.

mercoledì 6 febbraio 2008

MERCOLEDI' delle CENERI
Il mercoledì delle ceneri con cui s’apre la Quaresima nel rito romano, era detto un tempo, in latino, anche Caput Quadragesimae oppure Caput ieiunii, inizio del digiuno
La Dottrina della Chiesa
Il Mercoledì delle Ceneri, Porta della Quaresima

La conversione è cambiamento di mentalità e di azione, cui sono chiamati tutti i Battezzati

La conversione è cambiamento di mentalità e di azione, cui sono chiamati tutti i Battezzati. I Templari di San Bernardo – uomini e donne, cavalieri e dame – sanno che ciò è vero tanto più che hanno scelto di portare visibilmente sull’abito e nel cuore la rossa Croce del Sacrificio di Salvezza di Gesù Cristo. Sanno che chi trova Lui, trova il Padre. Egli è Dio, come il Padre e lo Spirito Santo. Dai miracoli e dalle profezie della Sua vita, dalle armonie e dalle elevazioni della Sua dottrina, tutti gli uomini lo possono riconoscere.

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, inizia uno dei tempi forti della esperienza spirituale cristiana.
I cattolici, popolo in cammino interiore verso la Luce e la sua salvezza (annunciata con il Santo Natale di Gesù), si ritirano oggi spiritualmente per quaranta giorni nel distacco e nella preghiera, sulle orme del loro Maestro Gesù, per concentrarsi ad ascoltare il Dio che parla nel cuore, il Dio che parla nel silenzio.Si tratta di Quaranta Giorni, in cui i cattolici praticano l'esercizio ascetico di allontanarsi dagli attaccamenti alle cose materiali e ai tanti "eccessi" che riempiono e frastornano la nostra vita e compiono donazioni per aiutare gli altri."

Il Papa: "Condurre il “combattimento spirituale” della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito."

"La conversione (metanoia *), nel suo significato propriamente cristiano, è un cambiamento di mentalità e di azione, come espressione della vita nuova in Cristo proclamata dalla fede: si tratta di una continua riforma di pensiero e di opere verso una più intensa identificazione con Cristo, cui sono chiamati anzitutto i battezzati. Tale è, in primo luogo, il significato dell'invito formulato da Gesù: «Convertitevi e credete al Vangelo!»"

(Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 dicembre 2007, memoria liturgica di S. Francesco Saverio, Patrono delle Missioni.)

Noi ti benediciamo, o Dio, in questo giorno che comincia, per il periodo santo della Quaresima, che tu ci concedi in preparazione alla Pasqua.
Portaci, attraverso il digiuno, ad avere fame di te e a non essere schiavi delle creature.
Insegnaci, attraverso la pratica dell'astinenza, a dividere i nostri beni con coloro che ne hanno bisogno.
Aiutaci, attraverso la preghiera e il silenzio, a trovare nella croce di tuo Figlio il nostro riposo e la nostra gioia.
(Pensieri di Fenelon per la Quaresima)

La Quaresima è il tempo durante il quale Cristo purifica la sua sposa, la Chiesa.

La nostra penitenza, segno della partecipazione al Cristo che si fa penitente per ogni uomo con il digiuno nel deserto, consiste nell’ascolto più frequente della parola di Dio, nella preghiera più intensa e prolungata, nel digiuno e nelle opere di carità.
"Del resto, fratelli, siate forti nel Signore e nel potere della forza di lui.
Rivestitevi dell'armatura di Dio per potere affrontare le insidie del diavolo, poiché non è la nostra lotta col sangue e colla carne, ma contro i dominatori del mondo delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell'aria.
Per questo prendete l'armatura di Dio affinché possiate resistere nel giorno cattivo e, compiuto il vostro dovere, restar in piedi.
Saldi dunque, cingendo i vostri lombi nella verità e indossando la corazza della giustizia, e calzando i piedi nella preparazione che dà il Vangelo della pace; in ogni cosa impugnando lo scudo della fede, su cui possiate spegnere tutti i dardi infuocati del maligno.
E prendete su anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio; con ogni preghiera e supplicazione, pregando in ogni tempo in spirito, e vegliando allo stesso fine con incessante perseveranza e supplicazione a pro dei santi tutti."
San Paolo, Efesini 6, 10-18
Laudetur Iesus Cristus
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(*) Metanoia significa semplicemente "cambiare idea". Nel Cristianesimo, il termine si riferisce alla conversione spirituale. La parola appare spesso nei Vangeli. Viene tradotta in italiano col termine convertirsi", "ravvedersi", "cambiare vita", "pentirsi" o simili:
- Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo. (Bibbia CEI)
- Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo. (Nuova Riveduta)
- Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Ravvedetevi e credete all'evangelo. (Nuova Diodati)
- Il tempo della salvezza è venuto: il regno di Dio è vicino. Cambiate vita e credete in questo lieto messaggio! (Bibbia TILC)
- Il tempo fissato è compiuto e il regno di Dio si è avvicinato. Pentitevi e abbiate fede nella buona notizia. (TNM)
- κα λέγων ὅτι πεπλήρωται ὁ καιρὸς καὶ ἤγγικεν ἡ βασιλεία τοῦ θεοῦ: μετανοεῖτε καὶ πιστεύετε ἐν τῷ εὐαγγελίῳ. (Gothic Bible)

(Mc 1,15)

martedì 5 febbraio 2008


Templari oggi

"Chi mi ha toccato?"


Grazie, Signore, di permetterci di toccarti.

Tu sei voluto restare nel sacramento dell'Eucaristia, con una presenza misteriosa, ma reale, fisica, palpabile.

Tu hai voluto fare del tuo corpo uno strumento celeste, ma sensibile, che ci dà la forza di fare il nostro cammino terreno come veri discepoli.

Fa' che da questo contatto frequente con l'Ostia scaturisca una forza che guarisca le nostre imperfezioni, le nostre viltà, le nostre paure.

Signore, aumenta la nostra fede.

Il Salvatore nostro Gesù Cristo
ha vinto la morte
e ha fatto risplendere la vita
per mezzo del Vangelo.
(2Tm 1,10)
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Da oggi, sul mensile "LUOGHI DELL'INFINITO" un
articolo di Alessandro Beltrami descrive la chiesetta settecentesca della Madonna del Buonconsiglio, che il noto pittore piacentino Bruno Grassi ha recuperato e dipinto con la sua usuale maestria, in onore della Madre di Dio

Luoghi dell'Infinito Mensile di itinerari, arte e cultura del quotidiano «Avvenire»
n. 115 – anno XII – Febbraio 2008


Un volo d’angeli
per l’oratorio ritrovato

Nel piacentino l’artista Bruno Grassi ha restaurato una chiesetta e dipinto un grande ciclo di affreschi