lunedì 4 febbraio 2008

Maria "Mater Dei" continua l'Opera di guarigione del Figlio: Gesù Cristo

150 ANNI FA LA PRIMA APPARIZIONE A BERNADETTE

In piena epoca positivista, un evento che stabiliva un legame di continuità fra sapere teologico e cultura popolare. E, con la scelta di far controllare il miracolo dai medici, anche fra mondo scientifico ed esperienza religiosa.

Molti gli scrittori che ne furono affascinati, da Emile Zola a Franz Werfel fino al nostro Mario Soldati

Lourdes
Un miracolo tra fede e scienza

di Lucetta Scaraffia

Le apparizioni di Lourdes compiono 150 anni, e sono ben portati:

Lourdes continua infatti a essere il santuario più visitato del mondo cristiano, prolungando il successo che gli è arriso negli ultimi decenni dell’Ottocento. Ed è anche il santuario più replicato, non solo per la facilità con cui si può allestire una grotta, magari finta, e inserirvi la statuetta della Madonna bianca e celeste. I motivi di questo fenomeno sono molteplici e, come si può vedere, di lunga durata.

Le diciotto apparizioni della Vergine a una ragazzina povera del paese, Bernadette Soubirous, a partire dall’11 febbraio 1858, si svolgono in coerenza con una tradizione locale di antico culto alla Madonna, e di attenzione verso il soprannaturale, ma suscitano diffidenze nel clero, timoroso di essere accusato di superstizione, e ostilità e disprezzo negli ambienti laici anticlericali. Lourdes si pone subito, quindi, come un’apparizione dalle radici antiche, ma iscritta nei conflitti del presente: alla lotta fra credenti e anticlericali, che attraversa tutto l’Ottocento francese, e alle espropriazioni dei beni religiosi con le leggi del 1905, si somma, negli ultimi decenni del secolo XIX, lo scontro tra fede e scienza, fra miracolo e sapere medico. Conflitti che, sia pure in forma diversa, sono vivi ancora oggi.

La Vergine dichiara di essere l’Immacolata Concezione, e con queste parole non solo conferma il dogma promulgato quattro anni prima da Pio IX, ma stabilisce un legame di continuità fra cultura popolare e sapere teologico. Del resto, la vita successiva del santuario, dove accorrono i sofferenti spinti da una fede semplice per chiedere il miracolo, prevede anche - a partire dal 1883, quando viene fondato il «Bureau Pdes constatations médicales» - un appoggio scientifico, confermando così la doppia anima, popolare e dotta, del santuario. Importante per la sua fortuna è stato anche la scelta di vita di Bernadette: dopo avere svolto i compiti che le aveva affidato Maria, si ritira in un convento a cento chilometri di distanza, dove morirà ancora giovane di tisi. Bernardette sostiene sempre, senza ripensamenti, la stessa versione degli incontri, e non cerca di ricavare nulla per sé, a differenza di altri pastorelli veggenti nello stesso periodo. Decisivo per l’aumento costante del numero dei pellegrini fu poi il prolungamento della ferrovia, che arriva a Lourdes già nel 1866 e rende il luogo facilmente accessibile. Il luogo diventa così la speranza per i malati che la medicina non guarisce, e attorno al loro trasporto e alla loro assistenza si organizzano gruppi di volontari, spesso formati anche da donne dell’aristocrazia, che visitano il santuario per vivere un incontro diretto con la Madre di Dio. Per tutta la seconda metà dell’Ottocento Lourdes è stata al centro di violente polemiche nella società francese: lo dimostra il fatto che il romanzo che Zola ha scritto sul santuario, Lourdes, uscito nel 1894, è stata la sua opera di maggiore successo. Lo scrittore presenta la protagonista miracolata come un’isterica, seguendo le indicazioni del celebre medico Charcot, che spiegava il fenomeno delle guarigioni miracolose con questa diagnosi. Dibattiti infuocati, ricerca affannosa di spiegazioni scientifiche, che arrivano a utilizzare lo spiritismo, da parte dei positivisti tesi a smascherare la truffa, ma anche conversioni improvvise. Come quella del medico Alexis Carrel (poi insignito del premio Nobel per la medicina), giunto a Lourdes per accompagnare una paziente, che si arrende al miracolo e in seguito costretto a emigrare negli Stati Uniti, per l’ostilità dei colleghi. Lourdes rimane così a lungo al centro di polemiche e discussioni. Ancora negli anni della seconda guerra mondiale uno scrittore ebreo che trova rifugio presso il santuario, Franz Werfel, si sentirà toccato dal luogo, tanto da dedicargli il romanzo Le chant de Bernardette (1942), da cui sarà tratto un film a Hollywood.

Ma Lourdes non è solo il luogo della contrapposizione fra scienza e fede: lo dimostra la scelta di far controllare il miracolo dai medici - e non solo dalle persone che conoscono il malato e certificano della sua guarigione - e dalle autorità religiose. Proprio nel momento storico in cui scienza e religione si mostrano più antitetiche, Lourdes stabilisce fra loro una relazione inconsueta, creando una struttura che dà la certificazione scientifica dei miracoli. È una resa di fronte alla modernità che indigna profondamente Mario Soldati, arrivato a Lourdes come giornalista: «Eppure, se io fossi veramente religioso, se io avessi ancora la fede della mia adolescenza, i discorsi di questi dottori mi offenderebbero più di quanto mi offendono ora. Siamo di fronte all’intervento di Dio, e quelli parlano di linfocitosi, di albumina, di bacilli di Koch!» (Un viaggio a Lourdes). Ma questo affrontare dispute scientifiche per garantire una devozione miracolosa prepara la cultura cattolica ad affrontare quelli che saranno i grandi problemi bioetici del nuovo millennio. Ancora una volta, Lourdes è venuta in aiuto alla fede.

da Avvenire del 3 febbraio 2008
Pubblichiamo questo articolo tratto da avvenire di domenica 3 febbraio, per non dimenticare che la manipolazione della verità è il problema, non la fede!


PELLEGRINAGGIO DI CATTOLICI CINESI NELLA PERIFERIA DI TAIYUAN, CAPOLUOGO DELLA PROVINCIA DI SHANXI, LO SCORSO APRILE

Cina

La lunga marcia del cattolicesimo
La persecuzione verso i cristiani nella Cina di oggi non avviene solo con l’arresto di sacerdoti e laici o con il controllo delle liturgie e delle ordinazioni episcopali. Ce n’è una più sottile: la manipolazione della storia, l’occultamento di una millenaria tradizione ecclesiale e del suo contributo alla cultura del gigante asiatico. Un’epopea che inizia con i francescani nel ’200, passa per l’opera dei gesuiti nel ’600, fino alla grande ondata di missionari a fine ’800 e ai martiri lungo il XX secolo

di Bernardo Cervellera


La persecuzione verso i cristiani in Cina non avviene solo con l’arresto di vescovi, sacerdoti e laici o con il controllo delle liturgie e delle ordinazioni episcopali. Ve n’è una più sottile: la manipolazione della storia, il sotterramento della lunga tradizione della fede e del suo contributo alla cultura della Cina.

Molto spesso, nei miei viaggi in Cina, studenti universitari e guide turistiche mi domandano preoccupati: «È vero che il papa trama per far cadere il governo cinese?». Anche la dolcissima Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, pubblicata lo scorso 30 giugno, è stata giudicata da funzionari del governo come «l’ennesimo tentativo» di riportare indietro l’orologio della storia; incatenando ancora al papa di Roma la Chiesa in Cina, «ormai indipendente». Questa lettura ideologica e nazionalistica sulla presenza della Chiesa in Cina dimentica che il cristianesimo nell’Impero di Mezzo ha una storia di oltre 1400 anni.

Ed è una storia di grandi contributi culturali e sociali verso il popolo cinese.

Il primo documento che narra la presenza del cristianesimo in Cina è la stele di Xian, conservata nel museo delle «10 mila stele» (Bolin). Si tratta di una pietra alta più di 3 metri, scritta in cinese e in siriaco, dove si racconta del monaco Alopen, che nel 635 giunge nella capitale dell’impero Tang – Chang An, a quel tempo forse la città più cosmopolita del mondo – e lì predica la «religione della luce» (jing jiao). Chang An aveva già visto l’arrivo di un’altra religione straniera: il buddismo. Tempo dopo giungerà anche l’islam. L’imperatore Tang Taizhong, in un decreto del 638 ne permette la diffusione, giudicandola «eccellente… vivificante per l’umanità, indispensabile». La comunità a Chang An è la prima, documentata comunità cristiana in Cina. Si tratta, molto probabilmente di una comunità di monaci siriaci (antenati nestoriani della Chiesa caldea), giunti a Chang An lungo la Via della Seta, che collegava il commercio del Mediterraneo con quello dell’Estremo Oriente.

La struttura di queste comunità suscita perplessità: essi danno uguale dignità a nobili e gente comune, ricchi e poveri; non hanno schiavi o schiave e tendono a non accumulare ricchezze. Nell’845 – su influenza della corte confuciana – l’imperatore proibisce tutte le religioni straniere. Le comunità siriache fuggiranno nell’Asia centrale, non lasciando quasi alcuna traccia fino al 1997. In quell’anno, uno studioso americano, Martin Palmer, scopre nella pagoda Da Qin – a Lou Guan Tai, nei dintorni di Xian – figure e statue che ricordano l’iconografia cristiana d’oriente. Attualmente la pagoda è usata da una comunità buddista. Va detto che grazie al lavoro di inculturazione (come diremmo oggi) svolto dai monaci siriaci, almeno fino al periodo Ming, Gesù e Maria sono perfino entrati nel pantheon taoista.

La storia delle comunità siriache sfata il mito falso di un cristianesimo come religione 'troppo recente' (è giunto in Cina solo pochi secoli dopo il buddismo) e come un corpo estraneo, ben integrato invece nel rapporto con le altre religioni cinesi.

Che il papa non fosse – come non lo è adesso – un cospiratore anti-Cina è evidente anche dalla seconda ondata di evangelizzazione nell’impero cinese, ai tempi di Marco Polo. Nel XIII secolo, papa Innocenzo IV e il re di Francia Luigi IX inviarono più volte francescani e domenicani alla corte del Gran Khan, sotto la dinastia Yuan. Non si tratta di veri e propri missionari, ma di inviati per raccogliere notizie e avviare una presa di contatto diplomatica. Fra essi va ricordato fra’ Giovanni di Pian del Carpine, che giunge fino a Karakorum (1245-47), il fiammingo Guglielmo di Rubruck (1253­55) e soprattutto fra’ Giovanni da Montecorvino che arriva a Kambalik (vicino all’attuale Pechino) nel 1294, coadiuvato da alcuni frati (fra cui Arnaldo da Colonia e Odorico da Pordenone). Montecorvino rimane in Cina fino alla morte, avvenuta nel 1328. Nel 1307 papa Clemente V lo nomina arcivescovo di Pechino e Patriarca dell’Oriente, un titolo di cui si è onorato perfino il vescovo patriottico di Pechino, mons. Michele Fu Tieshan, morto lo scorso anno. La missione di Montecorvino ebbe un discreto successo. In un resoconto ai suoi superiori egli parla di «seimila battezzati; 150 bambini formati a scuola». Ai francescani si deve pure la prima traduzione della Bibbia in lingua mongola.

Anche la famiglia Polo, andata in Cina per il commercio, è stata strumento di evangelizzazione. Fra l’altro, Matteo e Nicolò Polo erano stati incaricati da Khubilai Khan a tornare in Italia, chiedendo al Papa di inviare in Cina dei sapienti cristiani per fondare una università. Ma le lotte fra papato e regni nazionali in Europa non permisero di soddisfare la domanda. E la vittoria della dinastia Ming (1368-1644) cancellò ancora una volta la presenza cristiana. Ma sarà ancora l’evangelizzazione – questa volta ad opera soprattutto dei gesuiti – ad aiutare la Cina a modernizzare la sua cultura che rischiava l’asfissia per la chiusura delle frontiere nel periodo Ming e Qing. Quando Matteo Ricci, il 'sapiente d’occidente', giunge dopo molte peripezie a Pechino (1601), egli porta con sé la conoscenza delle scienze naturali, matematica, geografia, astronomia, tanto da divenire astronomo di corte. Dopo di lui, altri gesuiti occuperanno questo posto (Adam Schall, Ferdinand Verbiest...).

A Pechino, sulle mura della città antica, sul cosiddetto 'secondo anello', si può ancora ammirare l’osservatorio da loro costruito.

Grazie a Ricci e ai suoi successori le scienze dell’occidente aiutano la Cina ad avanzare nella fisica, nell’idraulica, nella geometria, nelle tecnologie dei metalli e perfino nella fusione dei cannoni. Il contributo scientifico dei gesuiti è riconosciuto ancora oggi da molti studiosi cinesi. Non si parla però del motivo per cui Ricci ha fatto tutto questo: l’amore cristiano al popolo cinese, il desiderio che esso conoscesse la persona del Salvatore. Solo in questi ultimi anni, rari studiosi dell’Accademia delle Scienze di Pechino mostrano il sottofondo religioso come la ragione di tutto il suo impegno a favore della Cina. Grazie a Ricci vi è il tentativo di mostrare il cristianesimo come il compimento della religiosità cinese e la morale cristiana come il perfezionamento della morale confuciana.

La presenza dei gesuiti e il benvolere degli imperatori porterà la comunità cristiana di Pechino fino a oltre 100 mila fedeli nel XVIII secolo.

L’incomprensione del metodo di inculturazione usato dai gesuiti porta alla proibizione ai cristiani di partecipare ai riti in onore dei defunti e di Confucio (bolle papali del 1715 e 1742, sollecitate dai francescani). Sui cristiani cade il sospetto che essi siano una setta che cospira contro la stabilità dell’impero. Così l’influenza dei gesuiti si indebolì sempre più finché gli imperatori giunsero a proibire l’evangelizzazione, anche se essa continuò con discrezione. In realtà, il vero colpo all’evangelizzazione della Cina fu la soppressione – ad opera delle potenze europee – dello stesso ordine dei gesuiti (1773).

Una nuova ondata di incontro fra Cina e cristianesimo avviene nel XIX secolo, ad opera di missionari cattolici e protestanti. Essi giungono in Cina dopo i due Trattati Ineguali che l’impero Qing è costretto a firmare a conclusione delle due 'guerre dell’oppio' (1842 e 1862). La libertà di evangelizzare viene garantita dai due trattati e voluta dalle potenze coloniali. Questo segnerà quasi fino ad oggi la presenza cristiana come 'straniera' e come 'serva dell’imperialismo'. In realtà la maggioranza dei missionari ha combattuto anch’essa contro il commercio dell’oppio fatto dagli inglesi. Mons. Simeone Volontari, del Pime, vescovo di Kaifeng, ha lettere di fuoco contro l’immorale vendita dell’oppio da parte degli stranieri. Grazie ai missionari e alle suore si innesca ovunque un movimento di progresso scientifico e sociale: nascono le prime scuole femminili, orfanotrofi per bambini (e bambine) abbandonati, ospedali, dispensari e scuole tecniche; si introducono nuove colture agricole e boschive (vite, pomodori, patate, orzo, salici, trifoglio, tecnica del maggese...) per migliorare l’agricoltura e sconfiggere le continue carestie; nascono le prime università cattoliche a modello scientifico (Fu Ren a Pechino; Aurora a Shanghai). Anche la Chiesa – grazie all’opera del primo delegato apostolico, mons. Celso Costantini – cerca di essere 'più cinese': i primi sei vescovi cinesi sono ordinati nel 1926; l’architettura delle chiese si rifà ai modelli e colori tradizionali; l’educazione nei seminari è integrata con la cultura tradizionale. Ai missionari e alle suore si deve la prima rivolta contro i 'piedi fasciati' delle donne. Fin da bambine esse subivano questa tortura che portava alla rottura delle ossa del piede e alla suppurazione della carne, solo per mostrare 'piedini piccoli' ritenuti un eccitante sessuale per i maschi cinesi. Solo con Mao Zedong si varerà una legge che proibisce questa tortura.

Nel ’900, il confronto con l’occidente, coi suoi mezzi militari, gli oggetti della tecnica e della scienza manifesta ancora di più l’arretratezza, la chiusura, lo sbriciolamento dell’impero diffondendo risentimento e odio verso gli stranieri. Proprio l’odio e la fragilità dell’impero determinano la ribellione dei Boxers, un movimento-setta religioso-militare che nell’estate del 1900 prende di mira la presenza degli stranieri in Cina. Ben 30 mila cattolici locali sono trucidati in nome del nazionalismo, ma anche per costringerli a rinnegare la fede. Fra essi muoiono martiri anche alcuni vescovi e missionari stranieri, canonizzati poi da Giovanni Paolo II nel 2000 insieme a centinaia di martiri cinesi.

Di lì a poco, nel 1911, l’impero crolla e nasce la Repubblica della Cina, con a capo Sun Yat Sen, che avendo ricevuto educazione cristiana nelle Hawaii, cerca di inserire alcuni valori cristiani nella mentalità e cultura cinese tradizionali. Vi sono perfino personalità dell’esercito, come il generale Feng Yuxiang, che riconosce il cristianesimo come la 'forza degli occidentali' e vieta ai suoi soldati il fumo, il bere, la prostituzione; organizza omelie e ritiri spirituali; insegna a leggere e scrivere e mestieri utili alle truppe.

In questo confronto serrato con l’occidente, nel tentativo di imparare la sua potenza e la sua forza, i cinesi si imbattono nel marxismo, visto come la 'scienza sociale' più efficace.

Durante la Lunga Marcia e nella lotta contro Chiang Kai-shek i cristiani appoggiano o guardano con simpatia l’esercito di straccioni e contadini che vuole eliminare la corruzione e l’insicurezza che domina il Paese. Ma grazie all’appoggio di Stalin, alla presa di potere (1949), Mao Zedong si rivela 'scientificamente' antireligioso e inizia a distruggere gerarchie e associazioni cristiane per eliminare ogni 'superstizione'.

Nell’impossibilità ad eliminare la Chiesa, Mao tenta di dominarla creando l’Associazione Patriottica (Ap) che ha il compito – anche adesso – di costruire una chiesa indipendente da Roma (ma dipendente dal Partito). Dagli anni ’50 fino ad oggi la Chiesa cinese è divenuta una Chiesa di martiri: non vi è famiglia cattolica in Cina che non abbia il padre, la madre, il fratello, un sacerdote morto sotto tortura, nei lager, o in prigione. Fra i tanti testimoni della fede, vale la pena ricordare alcuni vescovi: Ignazio Gong Pinmei di Shanghai; Domenico Tang Yiming di Guangzhou, Giuseppe Fan Xueyan di Baoding.

Tutti loro hanno passato decine di anni nei campi di lavoro forzato perché si rifiutavano di tagliare il loro legame col papa. L’ultimo è morto sotto le torture nel 1992. Dopo mesi di sequestro, è stato riportato dalla polizia morto, depositato nella notte davanti alla porta della casa dei familiari, il cadavere racchiuso in un sacco di plastica, con evidenti segni di tortura.

Una morte simile – mentre era in prigione – è accaduta il 9 settembre scorso a mons. Giovanni Han Dingxian; e due anni prima, nel 2005 a un altro vescovo sotterraneo, mons. Giovanni Gao Kexian.

Quelli citati sono tutti vescovi della Chiesa sotterranea, che si rifiuta di aderire all’Ap. Ma anche vescovi e sacerdoti che vi hanno aderito – per timore, per realismo, per paura – prima o poi hanno subito la persecuzione.

Soprattutto durante la Rivoluzione culturale (1966-1976) essi hanno subito il dispregio e il lager. Uno di essi è mons. Antonio Li Duan, morto nel 2005 come arcivescovo di Xian. Da sacerdote ha subito 10 anni di lager e ritornando libero con le aperture di Deng Xiaoping è divenuto uno dei più grandi artefici della riconciliazione fra Chiesa patriottica e Chiesa sotterranea. Il suo legame con il papa era così noto alla polizia, che veniva controllato in tutti i suoi spostamenti e contatti. Grazie a lui la diocesi di Xina è oggi fra le più vive della Cina, impegnata in progetti di evangelizzazione, alfabetizzazione, scuole agricole e carità verso i poveri e i migranti.

Durante gli anni ’80 papa Giovanni Paolo II ha aperto le braccia alla riconciliazione di molti vescovi della Chiesa ufficiale che ormai può dirsi unita in toto alla Chiesa cattolica. L’Apparato ha cercato ancora una volta di dividere la Chiesa con le ordinazioni illecite di 3 vescovi, ma essi sono emarginati dai fedeli e dai loro colleghi. Ormai la Chiesa cattolica in Cina è unita e impegnata in una grande 'primavera dell’evangelizzazione' (come mi ha detto anni fa mons. Li Duan). Sebbene non diminuiscono i controlli e gli arresti (dei vescovi e preti sotterranei), oggi la Chiesa della Cina è giovane e unita: in molte diocesi l’età media dei sacerdoti è sui 34-35 anni; in molte aree fioriscono vocazioni religiose femminili a carattere diocesano, anche se rimane il divieto governativo a far nascere e radunare vocazioni religiose maschili. Anche gli impegni ecclesiali sono maturati: da una semplice pastorale di sopravvivenza, i cattolici sono passati a un impegno massiccio nella carità verso orfani, anziani, malati di Aids. In molti casi, nella Cina che ha eliminato ogni sostegno sociale, essi offrono cure mediche gratuite ai poveri. Ma soprattutto, nella società cinese contemporanea, dove domina il materialismo consumista, l’individualismo sfrenato, l’incuria verso persone, la gente 'ha sete di Dio'. «La Chiesa – mi ha detto un professore universitario – è chiamata ad ascoltare il grido silenzioso nel cuore della gente».

Nell’800, grazie ai missionari e alle suore si innesca ovunque un movimento di progresso scientifico e sociale: nascono le prime scuole femminili, orfanotrofi per bambini e bambine abbandonati, ospedali, dispensari e scuole tecniche; si introducono nuove colture agricole e boschive per migliorare l’agricoltura e sconfiggere le continue carestie; nascono le prime università cattoliche a modello scientifico

da Avvenire del 3 febbraio 2008

giovedì 31 gennaio 2008

il tema
Una «summa» di antropologia cristiana: l’ha offerta il Papa ricevendo un gruppo di studiosi.
Fede e ragione, verità e libertà, responsabilità verso l’uomo, il creato, la storia: sfide di oggi che appassionano il pensiero
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VANGELO E SOCIETÀ

Benedetto XVI:
la scienza non sia il
criterio del bene

DA ROMA MIMMO MUOLO

Non bisogna chiedere alla scienza quello che non può dare. Nessuna scienza, ad esempio, «può dire chi è l’uomo, da dove viene e dove». Meno che mai essa deve diventare «il criterio del bene». Occorre, invece, che sia sempre l’uomo ad essere rispettato «come il centro del creato», senza scadere a «oggetto di manipolazioni ideologiche » o di «decisioni arbitrarie » o peggio ancora di «abusi dei più forti sui più deboli», come invece è avvenuto nel XX secolo.
Il discorso che ieri mattina Benedetto XVI ha rivolto ai partecipanti al Convegno su “L’identità mutevole dell’individuo”, promosso dalla Accademia delle Scienze di Parigi e dalla Pontificia Accademia delle Scienze (e che Avvenire pubblica integralmente) si può quasi considerare una piccola summa di antropologia cristiana. Un tema che del resto è stato sempre ben presente nel magistero di Papa Ratzinger e che ha trovato spazio in quasi tutti i grandi interventi di questa prima parte del suo Pontificato. Anche ieri, dopo il saluto del cancelliere dell’Istituzione scientifica parigina, Gabriel de Broglie, il Pontefice, parlando in francese, ne ha ricordato i punti salienti, specie in rapporto alle scienze positive. Il Papa ha innanzitutto messo in guardia dalla pretesa di una certa scienza di ridurre tutto, e dunque anche il concetto di persona, entro l’orizzonte del sensibile. «Mentre le scienze esatte, naturali e umane, hanno fatto prodigiosi progressi nella conoscenza dell’uomo e del suo universo – ha fatto notare proprio all’inizio del suo discorso – grande è la tentazione di voler circoscrivere completamente l’identità dell’essere umano e di chiuderlo nel sapere che ne può derivare». Da Ratisbona in poi, invece, Benedetto XVI ha rivolto numerosi inviti ad allargare il concetto di raziona-lità, non circoscrivendolo alle sole scienze empiriche. Anche ieri, dunque, ha ribadito quanto sia «importante dare voce alla ricerca antropologica, filosofica e teologica, che permette di far apparire e mantenere nell’uomo il suo mistero». Citando Pascal, il Papa ha infatti ricordato che «l’uomo supera infinitamente l’uomo». In altri termini egli «va sempre al di là di quello che di lui si vede o si percepisce attraverso l’esperienza». Se invece si mette da parte l’interrogativo sul suo essere, si arriva «inevitabilmente a rifiutare di ricercare la verità obiettiva » e, in tal modo, «a non essere più capaci di riconoscere il fondamento sul quale riposa la dignità dell’uomo, di ogni uomo, dalla fase embrionale fino alla morte naturale». Perciò, come ha fatto da ultimo anche nel discorso inviato all’Università 'La Sapienza', il Pontefice ha invitato a coltivare questo amore per la ricerca della verità e del dialogo tra i diversi saperi. «Nel corso del vostro convegno – ha messo in rilievo rivolgendosi ai suoi ospiti – avete sperimentato che le scienze, la filosofia e la teologia possono aiutarsi nel percepire l’identità dell’uomo, che è sempre in divenire». L’uomo, infatti, «non è frutto del caso, e neppure di un insieme di convergenze, di determinismi o di interazioni psico- chimiche; è un essere che gode di una libertà che, pur tenendo conto della sua natura, la trascende, e che è il segno del mistero di alterità che lo abita». Libertà, capacità di distinguere «ciò che è buono, possibilità di «orientare la sua vita verso un fine» sono le caratteristiche che, ha sottolineato il Papa, mettono in luce «la dignità particolare dell’essere umano». Di qui l’invito del Pontefice a far sì che in un’epoca in cui «lo sviluppo delle scienze attira e seduce», non venga meno la capacità di educare le coscienze al rispetto delle persone e all’amore. Anzi, conclude Benedetto XVI, la stessa pratica scientifica «deve essere anche una pratica di amore, al servizio dell’umanità».
da AVVENIRE del 29 gennaio 2008

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BENEDETTO XVI

«La scienza dell’uomo la più importante di tutte le scienze» «Nessuna scienza può dire chi è l’uomo, da dove viene e dove va». Per questo bisogna «dare voce alla ricerca antropologica, filosofica e teologica» e non fare delle discipline scientifiche empiriche «il criterio del bene». Lo ha detto ieri il Papa ricevendo i partecipanti a un convegno sull’identità dell’individuo

«L’uomo non è il frutto del caso»


il discorso

«Qualsiasi pratica scientifica dev’essere una pratica di amore, chiamata a mettersi al servizio dell’uomo e dell’umanità».

Pubblichiamo il testo integrale del discorso rivolto ieri mattina nella Sala dei Papi del Palazzo apostolico vaticano da Benedetto XVI ai partecipanti al Convegno inter-accademico «L’identità mutevole dell’individuo». Signori cancellieri, eccellenze, cari amici accademici, signore e signori. È con piacere che vi accolgo al termine del vostro convegno che si conclude qui a Roma, dopo essersi svolto nell’Istituto di Francia, a Parigi, e che è stato dedicato al tema L’identità mutevole dell’individuo. Ringrazio prima di tutto il principe Gabriel de Broglie per le parole di omaggio con le quali ha voluto introdurre il nostro incontro. Desidero parimenti salutare i membri di tutte le istituzioni sotto la cui egida è stato organizzato questo convegno: la Pontificia Accademia delle scienze, la Pontificia Accademia delle scienze sociali, l’Accademia delle scienze morali e politiche, l’Accademia delle scienze, l’Istituto Cattolico di Parigi. Sono lieto del fatto che, per la prima volta, una collaborazione interaccademica di tale natura si sia potuta instaurare, aprendo la via ad ampie ricerche pluridisciplinari sempre più feconde. M entre le scienze esatte, naturali e umane, hanno fatto prodigiosi progressi nella conoscenza dell’uomo e del suo universo, grande è la tentazione di voler circoscrivere completamente l’identità dell’essere umano e di chiuderlo nel sapere che ne può derivare. Per non intraprendere questa via, è importante dare voce alla ricerca antropologica, filosofica e teologica, che permette di far apparire e mantenere nell’uomo il suo mistero, poiché nessuna scienza può dire chi è l’uomo, da dove viene e dove va. La scienza dell’uomo diviene dunque la più necessaria di tutte le scienze. È il concetto espresso da Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio: «Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l’interiorità dell’uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge » (n. 83). L’uomo va sempre al di là di quello che di lui si vede o si percepisce attraverso l’esperienza. Trascurare l’interrogativo sull’essere dell’uomo porta inevitabilmente a rifiutare di ricercare la verità obiettiva sull’essere nella sua integrità e, in tal modo, a non essere più capaci a riconoscere il fondamento sul quale riposa la dignità dell’uomo, di ogni uomo, dalla fase embrionale fino alla sua morte naturale. N el corso del vostro convegno, avete sperimentato che le scienze, la filosofia e la teologia possono aiutarsi nel percepire l’identità dell’uomo, che è sempre in divenire. A partire da un interrogativo sul nuovo essere derivato dalla fusione cellulare, che è portatore di un patrimonio genetico nuovo e specifico, avete messo in luce elementi fondamentali del mistero dell’uomo, caratterizzato dall’alterità: essere creato da Dio, essere a immagine di Dio, essere amato e fatto per amare. In quanto essere u- mano, non è mai chiuso in se stesso; è sempre portatore di alterità e si trova fin dalla sua origine a interagire con altri esseri umani, come ci rivelano sempre più le scienze umane. Come non ricordare qui la meravigliosa meditazione del salmista sull’essere umano, tessuto nel segreto del seno di sua madre e allo stesso tempo conosciuto, nella sua identità e nel suo mistero, da Dio solo, che lo ama e lo protegge (cfr Sal 138, 1-16). L’uomo non è il frutto del caso, e neppure di un insieme di convergenze, di determinismi o di interazioni psico-chimiche; è un essere che gode di una libertà che, pur tenendo conto della sua natura, la trascende, e che è il segno del mistero di alterità che lo abita. È in questa prospettiva che il grande pensatore Pascal diceva che «l’uomo supera infinitamente l’uomo». Questa libertà, che è propria dell’essere uomo, fa sì che quest’ultimo possa orientare la sua vita verso un fine, possa, con le azioni che compie, volgersi verso la felicità alla quale è chiamato per l’eternità. Questa libertà dimostra che l’esistenza dell’uomo ha un senso. Nell’esercizio della sua autentica libertà, la persona soddisfa la sua vocazione; si realizza e dà forma alla sua identità profonda. È anche nella messa in atto della sua libertà che esercita la propria responsabilità sulle sue azioni. In tal senso, la dignità particolare dell’essere umano è al contempo un dono di Dio e la promessa di un futuro. L’uomo ha in sé una capacità specifica: quella di discernere ciò che è buono e bene. Posta in lui dal Creatore come un sigillo, la sinderesi lo spinge a fare il bene. Maturo grazie a essa, l’uomo è chiamato a sviluppare la propria coscienza attraverso la formazione e l’esercizio, per procedere liberamente nell’esistenza, fondandosi sulle leggi fondamentali che sono la legge naturale e quella morale. Nella nostra epoca, in cui lo sviluppo delle scienze attira e seduce mediante le possibilità offerte, è più importante che mai educare le coscienze dei nostri contemporanei, affinché la scienza non divenga il criterio del bene e l’uomo sia rispettato come il centro del creato e non sia oggetto di manipolazioni ideologiche, né di decisioni arbitrarie o abusi dei più forti sui più deboli. Pericoli di cui abbiamo conosciuto le manifestazioni nel corso della storia umana, e in particolare nel corso del ventesimo secolo. Q ualsiasi pratica scientifica deve essere anche una pratica di amore, chiamata a mettersi al servizio dell’uomo e del- l’umanità, e ad apportare il suo contributo all’edificazione dell’identità delle persone. In effetti, come ho sottolineato nell’enciclica Deus caritas est, «L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo... Amore è 'estasi'... ma estasi come cammino, come esodo permanente dell’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, proprio così verso il ritrovamento di sé» (n. 6). L’amore fa uscire da se stessi per scoprire e riconoscere l’altro; aprendo all’alterità, afferma anche l’identità del soggetto, poiché l’altro mi rivela me stesso. In tutta la Bibbia è questa l’esperienza fatta, a partire da Abramo, da numerosi credenti. Il modello per eccellenza dell’amore è Cristo. È nell’atto di dare la propria vita per i fratelli, di donarsi completamente che si manifesta la sua identità profonda e che troviamo la chiave di lettura del mistero insondabile del suo essere e della sua missione. A ffidando le vostre ricerche all’intercessione di san Tommaso d’Aquino, che la Chiesa onora in questo giorno e che resta un «un autentico modello per quanti ricercano la verità» (Fides et ratio, n. 78), vi assicuro della mia preghiera per voi, per le vostre famiglie e per i vostri collaboratori, e imparto a tutti con affetto la benedizione apostolica.

Benedetto XVI «Le scienze, la filosofia e la teologia possono aiutarsi nel percepire l’identità umana, che è sempe in divenire. Nel mistero dell’uomo abitano l’alterità e la libertà» «Oggi, mentre lo sviluppo delle scienze attira e seduce, è necessario educare le coscienze affinché l’uomo sia rispettato come il centro del creato e non sia oggetto di manipolazioni ideologiche o di abusi dei più forti sui più deboli»

da AVVENIRE del 29 gennaio 2008

Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino
Signore, essere chiamati a partecipare alla tua luce e alla tua vita è un dono meraviglioso. Ed essere scelti per annunciare il tuo messaggio di luce è un immeritato privilegio.
Noi, Templari di San Bernardo
ti chiediamo, Signore, di moltiplicare oggi nella tua Chiesa i maestri, gli evangelisti e i profeti che diffondono la tua luce nella notte del mondo. Fa' che, una volta illuminati, perseveriamo nella partecipazione alle assemblee di fede, coraggiosi e colmi di speranza, in attesa del tuo Giorno.
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L'E S O T E R I S M O

è un male!!!
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Che cos’è l’esoterismo?
Con questa parola s’intende «tutto ciò che è conosciuto da una ristretta cerchia di persone e non può essere svelato pubblicamente, come un particolare tipo di magia, le tecniche per la lettura della mano o delle carte, le formule per l’evocazione degli spiriti, i segni utilizzati per stabilire un patto con il diavolo». Esoterismo è qualcosa di misterioso, di segreto, di occulto. E’ un linguaggio conosciuto soltanto da pochi eletti, che lo utilizzano per i loro scopi. Perciò, di fatto, l’esoterismo è un modo per esercitare un potere nei confronti di qualcuno. Chi esercita il potere? Gli «iniziati». Ovvero, i pochi eletti che sono stati ammessi alla conoscenza di qualche culto o magia particolare, come gli astrologi, i cartomanti, gli stregoni e i maghi di ogni genere.

Gli iniziati esercitano un gran potere nei confronti di altri che, spesso, sono persone deboli, fragili, in crisi, in difficoltà. Sono persone che stanno attraversando un momento critico nella loro vita, che cercano risposte immediate ai propri interrogativi o una soluzione ai loro problemi.

L’iniziato dice: «Io ho il potere di guarirti. Ho il filtro magico che ti permetterà di trovare l’amore che stai cercando».

Oppure: «Attraverso la lettura delle carte posso aiutarti a conoscere il tuo destino».

Oppure: «Questo amuleto ha un potere immenso e cambierà completamente la tua vita».

O ancora: «Sono in grado di metterti in contatto con lo spirito di tuo fratello, che è morto l’estate scorsa in un incidente stradale».


Diffusione


Come si diffonde il «virus» dell’esoterismo? Quali sono le cause dell’epidemia esoterica che colpisce le nuove generazioni? I giovani pensano che l’esoterismo sia qualcosa di bello, di simpatico, d’affascinante.

Credono di trovare nell’occultismo un alleato per risolvere i propri problemi. E così, si avvicinano con fiducia alle pratiche magiche, allo spiritismo e al satanismo, senza accorgersi che stanno scherzando col fuoco.

- La ricerca dell’appartenenza (senso della comunità);
- la ricerca di risposte;
- la ricerca dell’integrità (Holismo) o compiutezza;
- la ricerca dell’identità culturale;
- il bisogno di essere riconosciuto, di essere speciale;

- la ricerca di trascendenza;
- il bisogno di una direzione spirituale;
- il bisogno di visione;
- il bisogno di partecipazione e di impegno.

Allargando di più il fuoco d’osservazione e finalizzando al tema che stiamo affrontando, sintetizzerei le motivazioni che spingono all’esoterismo in tre grandi filoni:

1. Bisogni spirituali:

che muovo alla ricerca di verità, ricerca di esperienza spirituale, ricerca di risposte trascendenti.

2. Bisogni psicologici:

che muovono alla ricerca di identità, ricerca di sicurezza (di punti fermi, di guida, di direzione), ricerca di senso di appartenenza (condivisione di esperienze, di valori, di linguaggio, aiuto reciproco), ricerca di un ruolo (bisogno di impegnarsi attivamente, di sentirsi utili, di essere riconosciuti e valorizzati, di uscire dall’anonimato), ricerca terapeutica (guarigione da problemi psichici, o più comunemente uscita dalla sofferenza o dall'insoddisfazione interiore, superamento del senso di limitatezza personale o di inadeguatezza). “Oggigiorno tutto sembra congiurare contro i progetti per la vita, i legami duraturi, le alleanze eterne, le identità immutabili. Non possiamo più contare, a lungo termine, sul posto di lavoro, sulla professione, e nemmeno sulle proprie capacità… Non possiamo più basarci sulla vita di coppia o sulla famiglia: si sta insieme quel tanto che basta finché uno dei due partner sia soddisfatto; il legame sin dall’inizio è concepito nell’ottica di «si vedrà»… Il presente è caratterizzato da una sorta di «morale del vagabondo»”.(Zygmunt Bauman, cit. da Ulrich Beck, I rischi della libertà, Ed. Mulino, p.7, 2000).

3. Bisogni egocentrici:

ricerca di potere materiale (denaro, successo, dominio sugli avvenimenti e sugli altri), ricerca di potere personale (ricerca di poteri straordinari, occulti, paranormali), ricerca di sviluppo del proprio potenziale umano (affermazione esasperante de sé), ricerca di vie di superamento dei limiti consueti (sperimentazione di nuovi livelli di coscienza, ricerca volontaria di stati alterati della coscienza.

Giuseppe Ferrari, segretario nazionale del Gris (Gruppo ricerca e d’Informazione sulle Sette), ha identificato alcune possibili strade che conducono al contatto con il mondo del satanismo: «La frequentazione di ambienti esoterici, magici e occultisti, unita al desiderio di spingere oltre per sperimentare sempre nuove vie di “conoscenza”; la partecipazione a sedute spiritiche, per evocare entità particolari, durante le quali non è difficile arrivare a evocare spiriti demoniaci e incontrare chi partecipa anche a riti satanici; il ricorso alla cosiddetta “magia nera” per affrontare e tentare di risolvere problemi di vario genere; l’attrazione idolatrica mostrata nei confronti di alcuni personaggi e fenomeni musicali ai quali è concesso, attraverso i messaggi delle loro canzoni, di bestemmiare, di invitare al suicidio, all’omicidio, alla violenza, alla perversione sessuale, all’uso di droga, alla necrofilia;l’attrazione per l’horror, il macabro, la violenza fine a se stessa, la pedofilia, diffusi nella società attraverso vari mezzi fino a desiderare esperienze dirette in ambienti che si ispirano a tali concetti e comportamenti» (G. Ferrari, I cristiani di fronte alle sette, supplemento a La domenica, n° 3, giugno 1997, San Paolo, pag. 25).

Le maschere dell’esoterismo

Un grande equivoco, che trae in inganno tantissimi ragazzi, è quello di credere che esista una magia «buona» (la magia bianca) e una magia «cattiva» (magia nera). Nulla di più falso. Non esistono magie buone e magie cattive. Tutta la magia, di fatto, è cattiva e pericolosa, in quanto pone l’uomo in una condizione di schiavitù e di condizionamento psicologico. I ragazzi di oggi sono bombardati da una serie di messaggi che li portano a simpatizzare per la magia, nelle sue diverse espressioni. Sono messaggi che arrivano dalla musica, dalle discoteche, da certe riviste per adolescenti, dalla televisione e da altri mezzi di comunicazione.

- Si porta la lampada per metterla sul lucerniere.
- Con la misura con la quale misurate, sarete misurati.

+ Dal Vangelo secondo san Marco (Mc 4,21-25)

In quel tempo, Gesù diceva alla folla: "Si porta forse la lampada permetterla sotto il moggio o sotto il letto? O non piuttosto per metterlasul lucerniere? Non c'è nulla infatti di nascosto che non debba esseremanifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per intendere, intenda!".
Diceva loro: "Fate attenzione a quello che udite: Con la stessa misura con la quale misurate, sarete misurati anche voi; anzi vi sarà dato di più.
Poiché a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha".

Parola del Signore.

Dio ha dei progetti meravigliosi per i suoi figli e vuole comunicarli attraverso Gesù, suo Figlio. Scoprire quello che si nasconde dietro il regno di Dio è una grazia. Il regno di Dio non è né ermetico né impenetrabile, ma si manifesterà agli uomini come la luce che si mette in alto affinché sia vista da tutti. Gesù è la luce della rivelazione per il mondo. Noi siamo illuminati dal suo splendore per trasmettere la sua luce, come testimoni, agli altri. A colui che accetta la rivelazione della luce sarà accordata più comprensione e più luce. A colui che accetta Dio nella sua vita Dio verrà comunicato sempre più. Dio vuole offrire alla sua Chiesa molti evangelizzatori illuminati dallo Spirito. A colui che nasconde il talento che Dio gli ha accordato e non se ne serve, sarà tolto anche quello che gli rimane. La fede, crescendo, diventa una forza missionaria e crea delle comunità evangelizzatrici. La parola di Dio resti con voi in tutta la sua ricchezza.

Non nobis...

mercoledì 30 gennaio 2008

Come possono i Cavalieri e le Dame dei
Templari di San Bernardo
sottrarsi alla chiamata della Madre di Dio?
IL PIU’ GRANDE COMBATTIMENTO CHE L’UMANITA’ ABBIA MAI AVUTO
“LA LOTTA FINALE TRA
IL VANGELO E L’ANTIVANGELO”

Il cardinale Dias a Lourdes

LE APPARIZIONI MARIANE PER SALVARE L'UOMO DAL PECCATO


L'apparizione della Vergine a Lourdes, come le altre apparizioni mariane, "rientra nella lotta permanente, e senza esclusione di colpi, tra le forze del bene e le forze del male, cominciata all'inizio della storia umana e che proseguirà fino alla fine". Lo ha detto il cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, durante la Messa celebrata l’8 dicembre 2007 a Lourdes per inaugurare, come inviato speciale del Papa, l'Anno celebrativo del centocinquantesimo anniversario delle apparizioni.

Anzi “questa lotta - ha aggiunto il cardinale - è ancora più accanita che ai tempi di Bernadette. Il mondo si trova terribilmente irretito nella spirale di un relativismo che vuole creare una società senza Dio; di un relativismo che erode i valori permanenti e immutabili del Vangelo; e di una indifferenza religiosa che resta imperturbabile di fronte al bene superiore delle cose che riguardano Dio e la Chiesa”. E ancora: “Questa battaglia fa innumerevoli vittime nelle nostre famiglie e tra i nostri giovani”. Il cardinale ha poi ricordato quanto il Cardinale Wojtyla disse pochi mesi prima della sua elezione alla Cattedra di Pietro: "Noi siamo oggi di fronte al più grande combattimento che l'umanità abbia mai avuto. Penso che la comunità cristiana non l'abbia ancora compreso del tutto. Noi siamo oggi di fronte alla lotta finale tra la Chiesa e l'anti-chiesa, tra il Vangelo e l'antivangelo". Parole, ha aggiunto il cardinale Dias, che trent'anni dopo risuonano come profetiche, peraltro preannunciate proprio dalle apparizioni mariane "insieme con la rovina spirituale di certi Paesi, l'affievolimento della fede, le difficoltà della Chiesa e l'aumento dell'azione dell'anticristo, con i suoi tentativi di rimpiazzare Dio nella vita degli uomini". Ma proprio per questo "è discesa dal cielo una Madre - ha aggiunto - preoccupata per i suoi figli che vivono nel peccato, lontani da Cristo".

Nella grande basilica sotterranea di San Pio X lo ascoltano migliaia di fedeli provenienti da diversi Paesi del mondo per non mancare al solenne appuntamento con la celebrazione dell'anniversario di "quelle apparizioni - avverte il cardinale Dias - vere e proprie irruzioni mariane nella storia del mondo, che segnano l'entrata decisiva della Vergine nel pieno delle ostilità tra lei e il diavolo, come è descritto nella Genesi e nell'Apocalisse".

Per questo motivo il Prefetto ha invitato i fedeli a non abbassare la guardia "qui a Lourdes come in tutto il mondo. La Madonna sta tessendo una rete di suoi figli e figlie spirituali per lanciare una forte offensiva contro le forze del maligno e per preparare la vittoria finale del suo divino figlio Gesù Cristo". Ella dunque "ci chiama anche oggi ad entrare nella sua legione, per combattere contro le forze del male".

Le armi da usare in questa lotta dovranno essere "la conversione del cuore, una grande devozione verso la santa Eucaristia, la recita quotidiana del santo Rosario, la preghiera costante e senza ipocrisie, l'accettazione delle sofferenze per la salvezza del mondo". "La vittoria finale - ha concluso il cardinale Dias nella sua omelia - sarà di Dio. E Maria combatterà alla testa dell'armata dei suoi figli contro le forze nemiche di Satana, schiacciando il capo del serpente".

Terminata la celebrazione della messa il cardinale ha guidato il lungo corteo processionale che, entrando nel santuario dalla porta Saint Michel, ha fisicamente inaugurato la peregrinatio del centocinquantesimo anniversario delle apparizioni.

Venerdì 1 febbraio 2008
Chiesa di San Michele Arcangelo Rottofreno (PC)
incontro in preparazione della
festa della Candelora

Programma:

ore 19,30 agape fraterna,
ore 22,30 catechesi,
ore 23 meditazione,
ore 23,30 Celebrazione Eucaristica


per partecipare contattare: honfalos@libero.it - templaritaliani@gmail.com

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La Candelora
Il 2 febbraio la Chiesa Cattolica celebra la Presentazione del Signore, popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo "luce per illuminare le genti", come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.

La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.

Anticamente questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l'Epifania), e la prima testimonianza al riguardo ci è data da Egeria nel suo Itinerarium (cap. 26). La denominazione di "Candelora" data popolarmente alla festa deriva dalla somiglianza del rito del Lucernare, di cui parla Egeria: "Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima" (Itinerarium 24, 4), con le antiche fiaccolate rituali che si facevano nei Lupercali (antichissima festività romana che si celebrava proprio a metà febbraio). Ma la somiglianza più significativa tra le due festività si ha nell'idea della purificazione: nell'una relativa all'usanza ebraica: «Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione» (Levitico 12,2-4)

martedì 22 gennaio 2008

Anche i Templari devono prendere
posizione a favore della vita.
La fede lo impone; la civiltà lo esige; Dio l'aspetta:
MORATORIA SULL'ABORTO
Il Cardinale Bagnasco:
la vita è un dono e nessuno può soffocarla


Il Presidente della CEI sostiene la moratoria sull’aborto

e loda il Movimento per la Vita


Di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 21 gennaio 2008

Nel corso della prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), svolta a Roma questo lunedì, il Cardinale Angelo Bagnasco ha appoggiato la moratoria sull’aborto spiegando che la vita è un dono e nessuno può soffocarla.

Il Presidente della CEI ha sostenuto che dopo la moratoria contro la pena di morte era “inevitabile che (…) si ponesse l’attenzione ad un’altra gravissima situazione di sofferenza del nostro tempo qual è, con l’aborto, l’uccisione di esseri innocenti e assolutamente indifesi”.

Il porporato ha ricordato che, come già avvertito nella Costituzione conciliare “Gaudium et spes”, il delitto di aborto è “abominevole di per sé, ed è un’ingiustizia totale”.

Per questo motivo, ha continuato il porporato: “Come non valutare benefica la discussione che, nel nostro Paese, si è aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c’è e quella che fatichiamo tanto a riconoscere?”.

Il Presidente della CEI ha quindi ringraziato il Movimento per la Vita per non essersi mai rassegnato ad accettare l’aborto e per aver “cercato di promuovere un’iniziativa amica delle donne che le aiuti nella decisione, talora faticosa, di accettazione dell’esistenza diversa da sé che ormai è accesa in grembo”.

L’Arcivescovo di Genova ha anche ricordato che la CEI con la Giornata per la Vita, che si svolge da trenta anni, esattamente dal giorno in cui è stata approvata la legge 194 che regola l’interruzione di gravidanza, ha contribuito a “quell’allerta culturale per la quale la vita umana non può mai, in alcun caso, in alcuna situazione, per alcun motivo, essere disprezzata o negletta”.

Il Cardinale Bagnasco ha precisato che da parte della Chiesa non esiste alcuna “intenzionalità bellica” ed ha detto che “la vita è dono, e che non è nella disponibilità di alcuno manometterla o soffocarla”.

“Quella della vita è una grande causa – ha sottolineato il porporato –, la causa che ci definisce e ci qualifica, alla quale noi Vescovi vorremmo che, prima o poi, si associassero davvero tutti”.
Parlando come cittadino italiano, l’Arcivescovo di Genova ha quindi chiesto “l’aggiornamento di qualche punto della legge”, pur ribadendo che come Vescovi “non ci può mai essere alcuna legge giusta che “regoli” l’aborto”.

A questo proposito il Cardinale Bagnasco ha suggerito che i fondi previsti dalla legge 194, all’art. 3, magari accresciuti da apporti delle Regioni, “siano dati in dotazione trasparente ai consultori e ai centri – comunque si chiamino – di aiuto alla vita”.

A questo proposito il Presidente della CEI ha sottolineato l’insegnamento dell’esperienza, secondo cui “già pochi mezzi forniti per un primo intervento sono talora sufficienti per dare ascolto alle donne, aiutarle a riconoscere la propria forza, a non sentirsi così sole in una comunità che non può continuare a considerare la maternità un lusso privato e l’aborto una forma di risposta sociale”.

Sul fronte sociale, l’Arcivescovo di Genova ha lamentato l’aggravamento delle condizioni economiche di molte famiglie, rilevando lo stato di bisogno nel quale sono caduti molti nuclei familiari.

Secondo i dati raccolti nell’ultimo rapporto della Caritas italiana e della Fondazione Zancan sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia “avere tre figli da crescere comporta un rischio di povertà pari al 27,8%, valore che nel Sud sale al 42,7%”.

Lo stesso rapporto evidenzia che “il passaggio da tre a quattro componenti, espone 4 famiglie su 10 alla possibilità di essere povere, mentre 5 o più componenti aumentano il rischio di povertà del 135%”.

“Di fatto – sottolineava la stessa Caritas – l’Italia incoraggia le famiglie a non fare figli”.
Rispetto a questa situazione, il Presidente della CEI ha criticato l’azione di governo perchè “attraverso la legge finanziaria ha dato risposte assai parziali come il bonus – pure importante − per gli incapienti”.

“A fronte di misure positive volte alla generalità dei contribuenti, quali gli sconti per i proprietari di abitazione e per gli affittuari a basso reddito – ha aggiunto il porporato –, è urgente una strategia incisiva d’intervento strutturale volta al sostegno della famiglia nei suoi compiti di allevamento e cura dei figli”.Circa la cura della maternità e il sostegno alla famiglia, il Cardinale Bagnasco ha concluso sostenendo che “è sempre possibile lavorare insieme perché forme concrete di solidarietà trovino spazio, e anche nel campo della maternità non prevalga definitivamente la solitudine, l’estraneità sociale, il disinteresse”.

ZENIT.org

venerdì 18 gennaio 2008

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso
Avete voluto un re: ecco è vostro!

L’uomo ha paura di Dio, oppure è solo stolto!?!
Quello che è accaduto in Italia all’università La Sapienza di Roma è un’altra prova che nulla di nuovo vive sotto il sole neppure oggi che lo sfavillio delle solari menti ci hanno ancor più riempiti di egoismi e svuotati dell’amore. L’antica sapienza dei profeti di Dio è la prova dell’inconsistenza della nostra ragione. L’antica seduzione operata su di noi per invidia dal “maligno” Satana, è accattivante e attiva anche oggi e lo sarà fino al ritorno glorioso del Cristo Re di Giustizia (la giustizia è tale solo quando è AMORE-vole). La Fortezza è in Dio. Perciò è solo poggiando su di lui che possiamo essere “forti”: veri. Tutti però, nonostante il fatto che Dio è assurdamente presente nell’universo mondo: temiamo le Sue Leggi (amore e coscienza) e non temiamo noi, che per fare il bene all’altro non accendiamo ogni mattina il sole, ma gli bruciamo l’auto per protestare contro l’ingiustizia, gli bombardiamo le città per dagli la pace, gli violentiamo le donne per purificare la razza, gli insegniamo nelle scuole che la libertà è Garibaldi…, che ha unito l’Italia con le baionette (per conto di un re che oggi neppure più vogliamo), e non con la convinzione […].
A questo punto ho detto poco, ma forse anche troppo. Chi ha orecchi per intendere intenda e, se ancora c’è chi non ha paura di Dio e pensa di aver bisogno del Suo aiuto, legga la prima lettura della Santa Messa di oggi 18 gennaio 2008. O ancor meglio, vada a compiere il Rito: la Santa Messa Eucaristica!

Non nobis

Fra’ Gianni BattiniEques

Griderete a causa del re, ma il Signore
non vi ascolterà perché siete
voi che lo avete voluto.

Dal primo libro di Samuele (1Sam 8,4-7.10-22a)
In quei giorni, si radunarono tutti gli anziani d'Israele e andarono da Samuele a Rama. Gli dissero: "Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non ricalcano le tue orme. Stabilisci quindi per noi un re che ci governi,come avviene per tutti i popoli".Agli occhi di Samuele la proposta era cattiva perché avevano detto: "Dacci un re che ci governi". Perciò Samuele pregò il Signore. Il Signore rispose a Samuele: "Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi".Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re. Disse loro: "Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine; li costringerà ad arare i suoi campi, a mietere le sue messi, ad apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature peri suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Si farà consegnare ancora i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li regalerà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri. Vi sequestrerà gli schiavi e le schiave,i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori.Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi.Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà".Il popolo non diede retta a Samuele e rifiutò di ascoltare la sua voce,ma gridò: "No, ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie".Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all'orecchio del Signore. Rispose il Signore a Samuele: "Ascoltali; regni pure un re su di loro".

Parola di Dio.

giovedì 17 gennaio 2008

A proposito di SAPIENZA...

“Non hanno conosciuto le cose necessarie,
perché hanno appreso quelle superflue”

Agostino di Ippona
TERRASANTA
COSA SI PUÒ FARE PER I CRISTIANI
DELLA TERRA SANTA?

Ve lo riassumo nella "dottrina delle quattro P".
- La prima è Prayer: pregare per i cristiani di qui e per le loro necessità;
- la seconda è Pilgrimage: recarsi in pellegrinaggio nei Luoghi Santi è il modo principale per sostenere l'economia in settori come il turismo, i trasposrti, l'artigianato, ecc., perchè quando non ci sono pellegrini in molte famiglie non entra neanche un soldo;
- la terza è Projects: appoggiare sistematicamente opere di aiuto caritativo, educativo e assistenziale;
- e la quarta è Pressing: influire, nella misura delle vostre possibilità, sull'opinione pubblica, compresi gli ambiti più vicini a voi come la stampa locale, i bollettini culturali, i fogli parrocchiali... Tutti potete contribuire a queste quattro P.
Non ditemi che non potete, almeno, pregare per noi.

Monsignor Twal, arcivesco coadiutore di Gerusalemme - Tracce lug/ago 2007 p.104
VIETATO AL PAPA IL TEMPIO DELL'IGNORANZA

L'ennesima vergogna per l'Italia è andata in scena con l'impedimento al Papa di tenere un intervento all'Università La Sapienza di Roma. Ancora una volta una piccola minoranza violenta ha deciso per tutti, senza che il governo, lo Stato abbiano mosso un dito per impedire questo ennesimo insulto alla democrazia. Il presidente del Consiglio, il ministro dell'Interno, quello dell'Università - e anche autorevoli esponenti dell'opposizione - si sono stracciate le vesti quando il delitto si era già consumato, ma per giorni, quando la polemica aveva preso una piega dagli esiti prevedibili, hanno osservato il più assoluto silenzio rendendosi complici di quanto accaduto. Quanto agli argomenti di quei docenti che hanno preteso di non fare entrare papa Benedetto XVI nell'Università fondata da papa Bonifacio VIII, vi proponiamo l'anticipazione dell'editoriale che sarà pubblicato su "Il Timone" di febbraio.
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NANI E MOLOSSI
di Gianpaolo Barra
Forse vi sorprenderete, ma a me piacciono i cani. Due o tre volte in vita mia, sono andato a vedere una esposizione canina, dove sfilano esemplari selezionati di tutte le razze. Preciso: mi piacciono i cani grossi, enormi, maestosi, quelli che i cinofili classificano con il termine di “molossi”. Alti, imponenti, muscolosi, in genere pacifici. E tra questi – ve ne sono di diverse misure – quelli che apprezzo di più sono capaci di pesare oltre cento chili, anche fino a 120. Hanno un bel carattere. Di solito non reagiscono, se provocati tardano a rispondere, se sei un malintenzionato che tenta di entrare nel giardino di casa dove fanno buona guardia, questi giganti ti si piazzano davanti, ti fissano negli occhi, come a dirti: “pensa a quello che stai per fare”. Certo, se poi non ci pensi, peggio per te. Ti saltano addosso e non hai scampo, sei finito. Se ti atterrano, possono schiacciarti come si fa con una bistecca. Se ti mordono, la loro presa è terribile: un allevatore mi ha detto che la forza del morso del mastino inglese – un molosso enorme – equivale a molte centinaia di chili per cm2. Si capisce bene che con un paio di morsi di questo genere ti ritrovi dimagrito di dieci chili.Insomma, mi piacciono i molossi per questa loro forza immensa. Tuttavia, qualche volta – anzi: spesso – succede che se uno di questi bestioni si trova di fronte un cane “nano”, uno di quei “chiwawa” notoriamente attaccabrighe e abbaiatore, il molosso non reagisca. Anzi, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, si limita ad osservare, con sguardo languido e compassionevole, piegando il capo da un lato, come se provasse tenerezza, ma ben consapevole che basterebbe un soffio per polverizzare la bestiola “rompiscatole”. Non solo: “pro bono pacis”, il gigante è capace pure di scostarsi, indietreggiare, cedere il passo o lasciare il posto.Osservando la scena, un marziano, che ignora tutto sulla cinofilia, dirà che il chiwawa è più coraggioso, determinato e perfino più forte del povero molosso. Un intenditore, invece, sa che il gigante non vuole approfittare della sua forza e lascia perdere. Non vale la pena sprecare un millesimo di energia per farsi valere. Perché ho scritto queste cose? Perché mi sono venute in mente appena ho saputo della vicenda accaduta all’Università “La Sapienza” di Roma. Come è noto, poco più di una sessantina di docenti hanno brigato – riuscendoci – per impedire al Papa di partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico. Il Pontefice avrebbe dovuto tenere un discorso davanti al Rettore, al corpo docenti e agli studenti. Ma ha preferito soprassedere di fronte alla reazione scatenata dai contestatori.Il Papa ha fatto bene, naturalmente. E il mondo ha coperto di ridicolo l’Università, quei professori, quegli studenti e – forse – anche il nostro povero Paese.Ma sì, pensateci bene. Il mondo ha visto ripetersi esattamente quella scena sopra descritta. Di fronte a un gigante del pensiero teologico, a un fine cultore del pensiero filosofico, di fronte a un intellettuale di statura molossoide, un gruppo di “chiwawa” del pensiero, un manipolo di nanetti della docenza, dei quali la storia non ricorderà nemmeno il nome, tanto insignificante è la loro statura intellettuale e rozza la loro educazione, ha deciso di emettere un “abbaio”.E il gigante, come succede in questi casi, li ha guardati con compassione. E ha lasciato perdere. Il nostro marziano, ignaro di come funzionano le cose sulla terra, si farà probabilmente impressionare da cotanta prova di forza. Chi se ne intende, invece, vede l’abisso che separa le intelligenze dei protagonisti. Quella del Papa giganteggia. Quella dei contestatori non risponde all’appello. É fuggita tempo fa, spaventata dal proprio stesso abbaio.
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UN'ALTRA GRANDE LEZIONE SULLA RAGIONE

TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO (PROIBITO)
DI BENEDETTO XVI ALLA SAPIENZA

"La vera, intima origine dell’università sta nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo.... Se la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita".
Ecco il testo integrale del discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare il 17 gennaio all'Università La Sapienza. Una grande lezione sulla ragione, imopedita da chi ha tradito la vocazione stessa dell'Università.
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COSA DEVE DIRE UN PAPA IN UNIVERSITA'?
Magnifico Rettore, Autorità politiche e civili, Illustri docenti e personale tecnico amministrativo, cari giovani studenti!
È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo.
Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale.
Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere. Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta.
Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"– episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante" – già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.
Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale - la sapienza delle grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio - per menzionare soltanto un testo - alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b - c). In questa domanda apparentemente poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino - i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.
Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.
Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa. Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista.
Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono - lo sappiamo - prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda - in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino - di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico - di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza.
La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale - per parlare solo di questo - è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.
Se però la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.
fonte newsletter IL TIMONE