giovedì 29 novembre 2007

Religiosi e cavalieri
Autore: Alberto TORRESANI

Nati durante le crociate, i monaci-guerrieri svolsero compiti decisivi per la difesa della Cristianità. E ancora oggi compiono opere di autentica carità, spesso offerta nel segreto e nel nascondimento. L’odio dell’incipiente laicismo verso i templari. Il Sacro Romano Impero, fondato la notte di Natale dell’anno 800 con l’incoronazione di Carlo Magno, durò fino alla deposizione di Carlo il Grosso nell’887 per la sua manifesta incapacità di difendere l’Impero dalle incursioni dei Vichinghi. In seguito, come spesso è avvenuto nella storia della Chiesa, i Vescovi dovettero esercitare una funzione vicaria, spettante al potere centrale, ossia provvedere alla difesa locale delle città e delle campagne dalle incursioni di pirati di terra e di mare. Gli storici definiscono Età feudale i due secoli successivi per indicare il decentramento dei poteri sovrani dello Stato, comprendenti la facoltà di coniare monete, di arruolare soldati e di amministrare la giustizia in prima istanza, esercitati da vescovi-conti che operavano come autorità religiose e anche come autorità civili, avendo ricevuto in beneficio un feudo che permetteva di organizzare la difesaarmata contro Magiari, Saraceni e Vichinghi, in grado di razziare ogni estate gran parte d’Europa. La morale cristiana ha sempre giudicato lecita la guerra contro un ingiusto aggressore. Nel caso ricordato c’era anche la difesa della società cristiana aggredita da incursori pagani. Ma chi era in grado di fare la guerra a quei tempi? La società feudale è caratterizzata dalla sua semplicità. Esistevano solamente tre ceti: guerrieri, sacerdoti e contadini. I primi dovevano garantire la difesa di tutti; i secondi dovevano pregare per tutti; i contadini dovevano procurare il cibo necessario ad ognuno. Perciò le armi erano possedute e usate solamente dai nobili, per lo più discendenti delle popolazioni germaniche che avevano invaso l’antico Impero romano nel V e VI secolo. I nobili combattevano come cavalieri armati pesantemente. Avevano al proprio servizio almeno sei sergenti che combattevano a piedi e uno scudiero che doveva prendersi cura dei cavalli. Solamente i nobili potevano praticare la caccia, intesa come allenamento e fonte di proteine animali necessarie per praticare quel duro lavoro. Avendo nelle armi l’unica occupazione, i nobili erano convinti d’aver diritto a fare guerre private, intese come duelli allargati al proprio clan famigliare. Spesso anche i vescovi erano uomini d’arme, nominati dagli imperatori per accorrere sul campo di battaglia in caso di necessità. Dopo il Mille diminuirono le incursioni dei popoli accennati, ma rimase ben vivo il flagello delle guerre private, con danno per i commerci, la sicurezza delle strade, il lavoro nei campi. Per iniziativa dei monaci di Cluny e degli imperatori della casa di Franconia, furono lanciati due movimenti abbastanza simili tra loro, la Tregua Dei e la Pax Dei, miranti a impedire le guerre private nei tempi forti dell’anno liturgico (Avvento, Quaresima) e nei giorni della settimana santificati dalla passione di Cristo (dal mercoledì sera alla domenica). Chi si ostinava a far guerre private nei giorni proibiti era scomunicato. Tutti sanno che per far rispettare un divieto occorre una forza in grado di opporsi ai trasgressori. Fu trovato anche il motto per giustificare quel compito: “far guerra alla guerra”. Le Crociate furono provocate dalle richieste giunte dall’imperatore bizantino Alessio II, dopo la sconfitta subita per opera dei Turchi Selgiukidi a Manzikert in Armenia nel 1071 e un successivo massacro di pellegrini cristiani in Terrasanta. L’occidente rispose con quell’impetuoso movimento di cavalieri verso l’oriente, vissuto allora come un meritorio pellegrinaggio armato. Realizzata con successo la Prima crociata e costituito il Regno di Gerusalemme, si poneva il problema di dare continuità alla difesa di quel regno quando i crociati tornavano in occidente. È noto che la funzione produce l’organo, ossia la creazione degli Ordini cavallereschi, essenzialmente gli Ospitalieri e i Templari. I primi nacquero per dare alloggio e assistenza medica ai pellegrini in Terrasanta. I fondatori furono un gruppo di mercanti di Amalfi che misero una casa a disposizione dei malati sotto l’invocazione di san Giovanni elemosiniere, sostituito più tardi da san Giovanni Battista. Nei porti di partenza e di arrivo usati dai crociati si moltiplicarono istituzioni simili rette dai Giovanniti. Più tardi, imitando i Templari, anche i Giovanniti crearono gruppi di monaci guerrieri col compito di scortare i pellegrini dalla costa a Gerusalemme e ritorno. Così nacquero i Cavalieri di San Giovanni, più tardi conosciuti come Cavalieri di Rodi e, infine, come Cavalieri di Malta, ancora attivi ai giorni nostri alla guida di ospedali.Più noti i Cavalieri Templari per via della loro storia tragica. L’idea di formare un Ordine di monaci combattenti venne a sette cavalieri crociati verso l’anno 1119. Essi decisero di inviare in occidente uno di loro, Ugo di Payns, per ottenere l’approvazione ecclesiastica del nuovo Ordine religioso. Ugo di Payns ebbe la ventura di incontrare Bernardo di Chiaravalle, già famoso perché a sua volta aveva dato impulso al rinnovamento monastico con la diffusione eccezionale dell’Ordine dei Cistercensi, divenuto protagonista dell’espansione agraria d’Europa. L’ormai famoso abate di Chiaravalle compose la regola del nuovo Ordine cavalleresco (essenzialmente quella dei Canonici regolari), premettendo l’Elogio della cavalleria nuova, che non manca di affascinare anche i lettori d’oggi. La nuova istituzione comprendeva tre categorie di membri: i cavalieri che dovevano possedere i quattro quarti di nobiltà; i serventi al servizio dei cavalieri in battaglia; e i cappellani che espletavano i compiti propriamente religiosi. Solamente questi ultimi potevano accedere al sacerdozio, perché Ecclesia abhorret a sanguine (anche oggi i cappellani militari non possono impugnare le armi). Consta che san Bernardo non si sia accinto al compito di scrivere gli Statuti del nuovo Ordine con entusiasmo. Lo fece per obbedienza, così come per obbedienza compì un largo giro di prediche per proclamare la Seconda crociata realizzata tra il 1146 e il 1147, peraltro con infinito dispendio di forze e con poco costrutto per la difesa del Regno di Gerusalemme. Quando Ugo di Payns tornò in Terrasanta con le debite approvazioni, il re di Gerusalemme Baldovino II si affrettò a concedergli un convento-caserma posto sulla spianata del tempio di Gerusalemme e perciò quei cavalieri furono denominati “Templari”. Dal punto di vista della storia degli Ordini religiosi, i Templari sono significativi perché con loro si interrompeva la tradizione benedettina della stabilitas loci, ossia la prassi di esser assegnati a un determinato monastero per tutta la vita, per favorire il nuovo ideale di cristianizzare l’uso delle armi, ponendole al servizio di Dio e dei deboli, a protezione di pellegrini e viandanti minacciati dai predoni: insomma, far guerra alla guerra. Il reclutamento dei Templari avveniva in occidente, dove si formarono Commende dotate di beni patrimoniali per sostenerle. Quando il cavaliere aveva ultimato il noviziato dimostrando di possedere adeguata capacità tecnica per combattere, veniva trasferito oltremare, per dare il cambio ai cavalieri divenuti inabili al servizio attivo. Poiché tali trasferimenti avvenivano con l’equipaggiamento militare, divenne molto conveniente per i mercanti versare in occidente il loro oro, ricevere una lettera di credito da presentare presso le commende orientali dei Templari, che ricevevano una piccola percentuale per questo servizio, ma espletando in questo modo un vero e proprio servizio di sportello bancario, divenuto ben presto fonte di accumulo capitalistico, richiamando sull’Ordine attenzioni pericolose.L’ideale cavalleresco, in un’epoca che identificava nobiltà ed esercizio delle armi, ebbe grande diffusione. Nel XII secolo furono fondati anche i Cavalieri Teutonici, i Portaspada, e un poco più tardi i Cavalieri di Santa Maria in Germania; gli Ordini di Santiago e di Calatrava in Spagna; i Cavalieri dell’Ordine del Cristo in Portogallo. In Francia, nei confronti di Ordini religioso-cavallereschi, con reclutamento internazionale e perciò sottratti al controllo immediato del re di Francia, si sviluppò un’avversione che condusse allo scioglimento dell’Ordine dei Templari, ottenuto dal re Filippo IV nel 1311, durante il Concilio di Vienne. Il papa Clemente V (1305- 1314) indicò nella bolla di scioglimento i reali motivi di quel provvedimento, affermando che esso «era divenuto inutile in Terrasanta e inviso al re di Francia». Nel 1314 avvenne il supplizio del Gran Maestro Jacques de Molay e degli altri templari, sopravvissuti a sette anni di processi e di torture, mediante il bruciamento a fuoco lento. Essi morirono citando il Papa e il re davanti al tribunale di Dio. È un fatto che nel 1314 morirono, a pochi mesi di distanza, sia Filippo IV sia il papa Clemente V.
Bibliografia Alain Demurger, Vita e morte dell’Ordine dei Templari, Garzanti, 2005. AA. VV, Storia della Chiesa. La riforma gregoriana e la riconquista cristiana (1057-1125), vol. VIII, San Paolo, 1995. Mario Arturo Iannaccone, Templari, il martirio della memoria, Sugarco, 2005. Régine Pernoud, I Templari, Effedieffe, 1993.
da IL TIMONE - Marzo 2006 (pag. 22-24)

martedì 27 novembre 2007

PAOLO VI

CREDO DEL POPOLO DI DIO

SOLENNE PROFESSIONE DI FEDE
Pronunciata dal Papa Paolo VI davanti alla Basilica di San Pietro il 30 giugno 1968 alla chiusura dell'Anno della fede e nel diciannovesimo secolo del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo.

...Noi siamo coscienti dell'inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all'influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell'adempimento dell'indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire - come purtroppo oggi spesso avviene - ingenerare turbamento e perplessità in molte anime fedeli...

PROFESSIONE DI FEDE

8. Νοi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, Creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (Cf CONC. VAT. I, Cost. dogm. Dei Filius: Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell'anima spirituale e immortale (Cf Encicl. Humani Generis, AAS 42 (1950), p. 575; CONC. LATERAN. V, Dz. Sch. 1440-1441).
9. Νοi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni: nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, com'egli stesso ha rivelato a Mosè (Cf Es 3,14); e egli è Amore, come ci insegna l'Apostolo Giovanni (Cf 1 Gv 4, 8): cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa realtà divina di colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che abitando in una luce inaccessibile (Cf 1 Tm 6, 16) è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita nοi siamo chiamati per grazia di lui a partecipare, quaggiù nell'oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l'eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le Tre Persone, le quali sono ciascuna l'unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che nοi possiamo concepire secondo l'umana misura (Cf CONC. VAT. I, Cost. dogm. Dei Filius: Dz.-Sch. 3016). Intanto rendiamo grazie alla bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con nοi, davanti agli uomini, l'Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.
10. Νοi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coeterne e coeguali (Symbolum Quicumque: Dz.-Sch. 75), sovrabbondano e si consumano, nella sovreccellenza e nella gloria proprie dell'Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre deve essere venerata l'Unità nella Trinità e la Trinità nell'Unità (Ibid.).
11. Noi crediamo in nostro signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri; e per mezzo di lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l'umanità (Ibid., n. 76), ed egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l'unità della persona (Ibid.).
12. Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri cοm'egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Risurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all'Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all'ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine.
13. Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei Profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua Risurrezione e la sua Ascensione al Padre; egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell'intimo dell'anima, rende l'uomo capace di rispondere all'invito di Gesù: Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste (Cf Mt 5, 48).
14. Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristο (Cf CONC. DI EFESO: Dz.-Sch. 251-252), e che, a motivo di questa singolare elezione, essa, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente (Cf CONG. VAT. II, Cost. dogm.Lumen gentium, n. 53), preservata da ogni macchia del peccato originale (Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus, Acta, parte I, vol. I, 616) e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature (Cf Lumen gentium, n. 53).
15. Associata ai misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile (Cf Ibid., nn. 53, 58, 61), la Vergine Santissima, l'Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste (Cf Cost. ap. Munificentissimus Deus: AAS 42 (1950), p. 770) e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa (Cf Lumen gentium, nn. 53, 56, 61, 63; PAOLO VI, Discorso per la chiusura del terzo periodo del Concilio Vaticano II: AAS 56 (1964), p. 1016; Esort. Ap.Signum Magnum: AAS 59 (1967), p. 465 e 467), continua in cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti (Cf Lumen gentium, n. 62; PAOLO VI, Esort. Ap. Signum Magnum: AAS 59 (1967), p. 468).
16. Νοi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l'uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Νοi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione, e che esso è proprio a ciascuno (Cf CONC. DI TRENTO, Sess. V, Decr. De pecc. orig.: Dz.-Sch. 1513).
17. Νοi crediamo che Nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che, secondo la parola dell'Apostolo, là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5, 20).
18. Noi crediamo in un solo battesimo, istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che nοn hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano dall'acqua e dallo Spirito santo alla vita divina in Gesù Cristo (Cf CONC. Dl TRENTO, ibid.: Dz.-Sch. 1514).
19. Νοi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l'opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria (Cf Lumen gentium, nn. 8 e 5). Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza (Cf Ibid., nn. 7, 11). E con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione (Cf CONC. VAT. II, Cost. Sacrosanctum Concilium nn. 5, 6; Lumen gentium, nn. 7, 12, 50). Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della Sua Santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo.
20. Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo Spirito, per mezzo di quell'Israele di cui custodisce con amore le sacre Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinarlo e universale (Cf CONC. VAT. I, Cost. Dei Filius: Dz.-Sch. 3011). Νοi crediamo nell'infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra (Cf Ibid., Cost. Pastor Aeternus: Dz.-Sch. 3074) come Pastore e Dottore di tutti i fedeli, e di cui è dotato altresì il Collegio dei Vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo (Cf Lumen gentium, n. 25).
21. Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica (Cf Ibid., nn. 8, 18-23; Decr. Unitatis Redintegratio, n. 2). Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza (Cf Lumen gentium, n. 23; Decr. Orientalium Ecclesiarum, nn. 2, 3, 5, 6).
22. Riconoscendo poi, al di fuori dell'organismo della Chiesa di Cristo, l'esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all'unità cattolica (Cf Lumen gentium, n. 8), e credendo all'azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l'amore per tale unità (Cf Ibid. n. 15), noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l'unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.
23. Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa (Cf Ibid. n. 14). Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l'influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch'essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza (Cf Ibid. n. 16).
24. Νοi crediamo che la Messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell'Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e di membri del suo Corpo Mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell'ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (Cf CONC. DI TRENTO, Sess. XIII, Decr. De Eucharistia: Dz.-Sch. 1651).
25. Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino (Cf Ibid.: Dz.-Sch. 1642, 1651; PAOLO VI, Encicl.Mysterium Fidei: AAS 57 (1965), p. 766), proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutri-mento e per associarci all'unità del suo Corpo Mistico (Cf Summa Theologiae, III, q. 73, a. 3).
26. L'unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell'Ostia Santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo incarnato, che essi non posso no vedere e che, senza lasciare il cielo, si è reso presente dinanzi a noi.
27. Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo (Cf Gv 18, 36), la cui figura passa (Cf 1 Cor 7, 31); e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all'amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora (Cf Εb 13, 14), essa li spinge anche a contribuire - ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi - al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L'intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l'ardore dell'attesa del suo Signore e del Regno eterno.
28. Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime dl tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell'aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.
29. Νοi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e (Cf 1 Gv 3, 2; BENEDETTO XII, Cost. Benedictus Deus: Dz.-Sch. 1000) dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine (Cf Cost. dogm. Lumen gentium, n. 49).
30. Noi crediamo alla comunione tra tutti i Fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù: Chiedete e riceverete (Cf Lc 10, 9-10; Gv 16, 24. ). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.
Sia benedetto Dio santo, santo, santo. Amen.

Pronunciata davanti alla Basilica di San Pietro, il 30 giugno dell'anno 1968, sesto del Nostro Pontificato.

PAOLO PP. VI
dal sito amarelachiesa.blogspot.com

lunedì 26 novembre 2007

Dal sito una-vox.it proponiamo questa interessante e ponderata riflessione di don Ivo Cisar. Da questa associazione tradizionalista cattolica vengono delle ottime indicazioni da non trascurare

La santa Comunione sulla lingua.
Ragioni teologiche

di don Ivo Cisar

I sacramenti sono "segni e strumenti" o "segni pieni". Lo è soprattutto l’eucaristia, Corpo e Sangue di Gesù Cristo, "pieno di grazia" (Gv 1,14), nel quale "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9), "perché piacque a Dio di fare abitare in Lui ogni pienezza" (Col 1,19). Fa parte della ratio signi anche il rito.
I sacramenti "non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali (rebus) la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono, perciò vengono chiamati sacramenti della fede - fidei sacramenta" (Conc. Vaticano II, const. Sacrosanctum concilium 59, EV I 107).
Ora, la Comunione, data e ricevuta sulla lingua, è rito significativo che esprime la fede (e deve nutrirla e irrobustirla) sia nella divinità di Gesù Cristo, realmente e sostanzialmente presente sotto le specie eucaristiche, da distinguere dal cibo comune (che si prende con le proprie mani), sia nel sacerdozio ministeriale, essenzialmente differente da quello comune dei fedeli (Conc. Vaticano II, const. Lumen gentium 10b, EV I 312), significativamente espressa nella consacrazione (unzione) delle mani del sacerdote. Il sacerdozio ministeriale e l’eucaristia sono strettamente e intimamente collegati (cfr. Conc. Vaticano II, Presb. ordinis 5a-b, EV I 1252 s.).
Il rito deve essere aderente al mysterium fidei, e non deve essere lasciato all’arbitrio individuale e alla moda collettiva. Deve esserne garante il sacerdote, ministro dell’eucaristia, responsabile tanto dell’eucaristia, quanto della fede dei battezzati; egli è l’educatore dei fedeli (Conc. Vaticano II, Presb. ordinis 6).
Come il sacerdote (sacra dans), "amico dello Sposo" (Gv 3,29), agendo in persona Christi capitis (Ecclesiae), "partecipando alla funzione dell’unico Mediatore Cristo" (Conc. Vaticano II, Lumen gentium, 28, EV I 354), offre l’eucaristia, a nome della Chiesa (cfr. Offertorio e Canone Romano), a Dio Padre, così egli, minister Christi et dispensator mysteriorum Dei (1Cor 4,1), la distribuisce, quale fidelis dispensator ac prudens, quem constituit Dominus supra familiam suam ut det illis in tempore opportuno (en kairo) tritici mensuram (cibum) (Lc 12,42; Mt 24,45), cioè la "manna celeste", "pane vivo" (Gv 6,31.51), quindi, per mantenere la ratio signi, sulla lingua (cibo!) che Cristo dà oggi come quando "spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla" (Mt 14,19; 15,36) solo agli apostoli li diede direttamente, dicendo, "prendete, mangiate": Mt 26,26).
"Nel distribuire la santa comunione, si conservi la consuetudine di deporre la particola del pane consacrato sulla lingua dei comunicandi, consuetudine che poggia su una tradizione plurisecolare", Congregazione per il Culto Divino, Eucharistiae sacramentum: De sacra communione et de cultu mysterii eucharistici extra missam, 21 giugno 1973: EV IV 2531.

dal sito unavox.it e amarelachiesa.blogspot.com

giovedì 22 novembre 2007

RIFLESSIONE DEL CARD. JOSÉ SARAIVA MARTINS
Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi

Il significato dei santi oggi
in un mondo che cambia

1. "Per fare di un uomo un santo occorre solo la Grazia. Chi dubita di questo non sa cosa sia un santo né cosa sia un uomo", ha osservato con la sua caratteristica lapidarietà Pascal nei Pensieri.
Prendo questa osservazione per accennare alle due prospettive di queste riflessioni: nel santo si congiungono la celebrazione di Dio (della sua Grazia appunto) e la celebrazione dell'uomo, nelle sue potenzialità e nei suoi limiti, nelle sue aspirazioni e nelle sue realizzazioni.
Sono note le tante obiezioni che oggi si muovono al concetto di "santità" e di "santo". Non poche critiche sono rivolte anche alla tradizionale e ininterrotta pratica della Chiesa di riconoscere e proclamare "santi" alcuni suoi figli più esemplari. Nel grande risalto, anche numerico, dato da Giovanni Paolo II alle beatificazioni e canonizzazioni durante il suo pontificato, qualcuno ha insinuato esservi una strategia espansionistica della Chiesa cattolica. Per altri, la proposta di nuovi beati e santi, così diversificati per categorie, nazionalità e culture, sarebbe solo un'operazione di marketing della santità con scopi di leadership del Papato nella società civile attuale. C'è, infine, chi vede nelle canonizzazioni e nel culto dei santi un residuo anacronistico di trionfalismo religioso, estraneo o persino contrario allo spirito e al dettato del Concilio Vaticano II che tanto ha evidenziato la vocazione alla santità di tutti i cristiani.
Evidentemente, una lettura esclusivamente sociologica del nostro tema rischia di essere non solo riduttiva ma anche fuorviante dalla comprensione di questo fenomeno tanto caratteristico della Chiesa cattolica.
2. Nella Lettera Apostolica Novo Millennio ineunte, la lettera che il Papa ha consegnato alla Chiesa a conclusione del Giubileo dell'anno 2000, si parla con accenti profondi del tema della santità. Nella "grande schiera di santi e di martiri" che include "Pontefici ben noti alla storia o umili figure di laici e religiosi, da un continente all'altro del globo - ha osservato Giovanni Paolo II al n. 7 della Lettera - la santità è apparsa più che mai la dimensione che meglio esprime il mistero della Chiesa. Messaggio eloquente che non ha bisogno di parole, essa rappresenta al vivo il volto di Cristo".
Per capire la Chiesa occorre conoscere i santi che ne sono il segno e il frutto più maturo ed eloquente. Per contemplare il volto di Cristo nelle mutevoli e diversificate situazioni del mondo moderno occorre guardare ai santi che "rappresentano al vivo il volto di Cristo", come ci ricorda il Papa. La Chiesa deve proclamare dei santi e lo deve fare in nome di quell'annuncio della santità che la riempie e la fa essere appunto, strumento di santità nel mondo.
"Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia trasformati nell'immagine di Cristo (Cfr 2 Cor 3, 18), Dio manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto. In loro è egli stesso che ci parla e ci mostra il segno del suo regno, verso il quale, avendo davanti a noi un tal nugolo di testimoni (Cfr Ebr 12, 1) e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati" (LG, 50). In questo passaggio della Lumen Gentium troviamo la ragione profonda del culto di beati e santi.
3. La Chiesa compie la missione affidatale dal Divin Maestro di essere strumento di santità attraverso le vie dell'evangelizzazione, dei sacramenti e della pratica della carità. Tale missione riceve un notevole contributo di contenuti e di stimoli spirituali anche dalla proclamazione dei beati e santi, perché essi mostrano che la santità è accessibile alle moltitudini, che la santità è imitabile. Con la loro concretezza personale e storica fanno sperimentare che il Vangelo e la vita nuova in Cristo non sono un'utopia o un mero sistema di valori, ma sono "lievito" e "sale" capaci di far vivere la fede cristiana all'interno e dall'interno delle diverse culture, aree geografiche ed epoche storiche.
"L'avvenire degli uomini - ha osservato il compianto Card. Giuseppe Siri - non è mai chiaro, perché tutti i loro peccati corrodono tutti i sentieri della storia e inducono una dialettica intricata di cause e di effetti, di errori e di nemesi, di esplosioni e di interruzioni. La certezza che i santi continueranno ad accompagnare gli uomini è una delle poche garanzie dell'avvenire" (Il primato della verità, 154).
4. Il fenomeno dei santi e della santità cristiana, crea uno stupore che non è mai venuto meno nella vita della Chiesa e che non può non sorprendere anche un osservatore laico attento, soprattutto oggi, in un mondo che cambia continuamente e rapidamente, in un mondo frammentato culturalmente sia a livello di valori che di costumi. Dallo stupore nasce la domanda: cosa fa sì che la fede si incarni in tutte le latitudini, nei diversi contesti storici, tra le più variate categorie e stati di vita? Come è possibile che senza dinamismi di potere, impositivi o persuasivi che siano, e senza dinamismi di uniformità, ci siano tanti santi così diversi e così consonanti con Cristo e con la Chiesa? Cosa spinge alla libera assunzione del nucleo germinativo cristiano che poi sviluppa tanta diversità e bellezza nell'unità della santità? Quanto è diversa la globalizzazione, di cui oggi tanto si parla, dalla cattolicità o universalità della fede cristiana e della Chiesa che quella fede vive, custodisce e diffonde!
Quell'internazionalismo del cattolicesimo, che non è ricercato per mire di potere ma di servizio e di salvezza, viene confermato dai santi e dalle sante che appartengono ai più diversi quadri di riferimento storico, ma hanno vissuto la stessa fede. Tale internazionalismo conferma che la santità non ha confini e che essa non è morta nella Chiesa e, anzi, continua ad essere di viva attualità. Il mondo cambia, ma i santi, pur cambiando essi stessi con il mondo che cambia, ripresentano sempre il medesimo volto vivo di Cristo. Non vi è in questo un indizio inconfondibile della vitalità unica, meta-culturale e meta-storica - "soprannaturale" è per noi cattolici la parola giusta - dell'annuncio e della Grazia cristiana?
5. In questo contesto di pensieri è interessante fare un'osservazione su come la Chiesa cattolica riconosce e proclama i beati e santi. Mi riferisco in particolare al lavoro della Congregazione delle Cause dei Santi, chiamata a studiare e riconoscere la santità e i santi attraverso un procedura minuziosa e saggia, consolidata, rinnovata e rinnovabile nel tempo.
I santi e la santità sono riconosciuti con un movimento dal basso verso l'alto. Ancor oggi, è il popolo cristiano stesso che, riconoscendo per intuito della fede la "fama di santità", segnala i candidati alla canonizzazione al proprio Vescovo - titolare della prima fase del processo di canonizzazione - e successivamente al Dicastero della Santa Sede competente. Né la Congregazione delle Cause dei Santi e né il Papa "inventano" o "fabbricano" i santi. Ci pensa già, come sanno bene tutti i credenti, lo Spirito Santo. Che poi questo stesso Spirito - come dice il Vangelo - "spiri dove vuole" è una constatazione a cui siamo abituati da secoli, e tanto più oggi, essendo la Chiesa diffusa in ogni parte del mondo e in ogni strato sociale.
Ciò detto, va riconosciuto che Papa Giovanni Paolo II ha fatto della proclamazione di nuovi beati e santi una autentica e costante forma di evangelizzazione e di magistero. Ha voluto accompagnare la predicazione delle verità e dei valori evangelici con la presentazione di santi che hanno vissuto quelle verità e quei valori in modo esemplare. Nel corso del suo pontificato, e dunque dal 1978 ad oggi, Giovanni Paolo II ha beatificato 1.299 persone di cui 1.029 sono martiri, mentre ne ha canonizzate 464 di cui 401 hanno incontrato il martirio. I laici elevati agli onori degli altari sono anche molti di più di quanto si pensi, di solito: si tratta infatti di 268 beati e 246 santi, in tutto sono ben 514 laici.
Sono tanti per alcuni; sono pochi per altri.
Per quanto riguarda il numero dei Santi, Giovanni Paolo II non ignora il parere di chi ritiene che essi siano troppi. Anzi, ne parla esplicitamente. Ecco la risposta del Papa in proposito: "Si dice talora che oggi ci sono troppe beatificazioni. Ma questo, oltre a rispecchiare la realtà, che per grazia di Dio è quella che è, corrisponde anche al desiderio espresso dal Concilio. Il Vangelo si è talmente diffuso nel mondo e il suo messaggio ha messo così profonde radici, che proprio il grande numero di beatificazioni rispecchia vividamente l'azione dello Spirito Santo e la vitalità che da Lui scaturisce nel campo più essenziale per la Chiesa, quello della santità. È stato infatti il Concilio a mettere in particolare rilievo la chiamata universale alla santità" (13-VI- 1994, in apertura del Concistoro straordinario in preparazione al Giubileo del 2000).
Nella Tertio Millennio adveniente Giovanni Paolo II scrive: "In questi anni si sono moltiplicate le canonizzazioni e le beatificazioni. Esse manifestano la vivacità delle Chiese locali, molto più numerose oggi che nei primi secoli e nel primo millennio. Il più grande omaggio, che tutte le Chiese renderanno a Cristo alla soglia del terzo millennio, sarà la dimostrazione dell'onnipotente presenza del Redentore mediante i frutti di fede, di speranza e di carità in uomini e donne di tante lingue e razze, che hanno seguito Cristo nelle varie forme della vocazione cristiana" (TMA, 37).
Nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, il Papa osserva inoltre: "Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di beatificare e canonizzare, in questi anni, tanti cristiani, e tra loro molti laici che si sono santificati nelle condizioni più ordinarie della vita" (NMI 31).
Certamente, tante beatificazioni e canonizzazioni sono anche un segno della capacità di inculturazione della vita della fede cristiana e della Chiesa.
6. Vorrei infine soffermarmi sul contributo culturale dato dai santi, dal loro culto e dal fervoroso e serio lavoro di studio che precede e segue la loro canonizzazione.
Il Concilio Vaticano II chiese che un'"accurata investigazione storica, teologica e pastorale" circondasse la proposta del culto dei santi (Sacrosanctum Concilium n.23). Tale indicazione trovava già preparata, e oggi pienamente sperimentata, la Congregazione delle Cause dei Santi.
La cura della verità storica fu sempre presente nel lavoro della Congregazione delle Cause dei Santi. Già in un "Decreto" di Pio X del 26.8.1913, poi recepito nel "Codice di Diritto Canonico" del 1917, chiedeva la raccolta e lo studio di tutti i documenti storici relativi alle cause. Ma la fondamentale novità fu apportata dal Motu Proprio "Già da qualche tempo" del 6.2.1930, con il quale Pio XI istituiva presso la Congregazione dei Riti la "Sezione storica", con il compito di portare il suo efficace contributo per la trattazione delle cause "storiche", cioè di quelle senza testimoni contemporanei ai fatti in causa. Il servizio reso dalla "Sezione storica", poi denominata dal 1969 "Ufficio storico-agiografico", fu esteso a tutte le cause, anche a quelle "recenti", accrescendo la sensibilità storico-critica a tutti i livelli e in tutte le fasi del processo. Finalmente, la Costituzione Apostolica "Divinus perfectionis Magister", del 25.1.1983, seguita dalle "Normae servandae" del 7.2.1983, sancì definitivamente il determinante apporto del metodo e della qualità storica nella trattazione delle cause dei santi.
La verità storica, tanto diligentemente ricercata per motivi teologici e pastorali, porta molti benefìci anche alla presentazione culturale dei santi. I nuovi beati e santi sono "usciti di sacrestia" per essere studiati e presentati anche come personaggi storicamente significativi, ben dentro alla vita della loro Chiesa, della loro società, del loro tempo. Così non interessano più solo alla Chiesa e ai credenti, ma a tutti coloro che si occupano di storia, di cultura, di vita civile, di politica, di pedagogia ecc. In tale maniera, la missione di questi straordinari uomini di Dio continua in modo diverso, ma comunque efficace per il bene di tutta la società. Significativo al riguardo è il fatto che l'Archivio della Congregazione delle Cause dei Santi non è più soltanto frequentato da "addetti al lavoro ecclesiastici", ma anche da studiosi laici che vi attingono per tesi di laurea, per studi storici, di pedagogia, di sociologia, ecc. perché vi trovano materiale copioso e storicamente attendibile.
7. La santità tocca, dunque, con una sua valenza particolare anche la cultura. I santi hanno permesso che si creassero dei nuovi modelli culturali, nuove risposte ai problemi e alle grandi sfide dei popoli, nuovi sviluppi di umanità nel cammino della storia. Quella dei santi "è un'eredità da non disperdere - ha più volte insistito il Santo Padre -, ma da consegnare a un perenne dovere di gratitudine e a un rinnovato proposito di imitazione" (Novo Millennio Ineunte n. 7).
I santi sono come dei fari; hanno indicato agli uomini le possibilità di cui l'essere umano dispone. Per questo sono interessanti anche culturalmente, indipendentemente dall'approccio culturale, religioso e di studio con cui li si avvicini. Un grande filosofo francese del XX secolo, Henry Bergson, ha osservato che "i più grandi personaggi della storia non sono i conquistatori ma i santi".
Mentre Jean Delumeau, uno storico del cattolicesimo del Cinquecento ha invitato a verificare come i grandi risvegli nella storia della cristianità siano stati caratterizzati da un ritorno alle fonti, cioè alla santità del Vangelo, provocata dai santi e dai movimenti di santità nella Chiesa.
In tempi più recenti, il Card. Joseph Ratzinger ha giustamente affermato che "Non sono le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e nostro cammino. Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essa noi ci atteniamo! Essi traducono il divino nell'umano, l'eterno nel tempo".
8. In un mondo che cambia, i santi non solo non restano spiazzati storicamente o culturalmente, ma - mi pare di dover concludere - stanno diventando un soggetto ancor più interessante e attendibile. In un'epoca di caduta delle utopie collettive, in un'epoca di diffidenza e di inappetenza di quanto è teorico e ideologico sta sorgendo una nuova attenzione verso i santi, figure singolari nelle quali si incontra non una teoria e neanche semplicemente una morale, ma un disegno di vita da narrare, da scoprire con lo studio, da amare con la devozione, da attuare con la imitazione.
Di questo risveglio di attenzione verso i santi non c'è che da rallegrarsi perché i santi sono di tutti, sono un patrimonio dell'umanità che si sporge oltre se stessa in uno sviluppo che mentre onora l'uomo rende anche gloria a Dio, perché "gloria di Dio è l'uomo vivente" (s. Ireneo di Lione).
Tutto quanto fin qui considerato, mi piace leggerlo alla luce di un messaggio, davvero avvincente, del Santo Padre Giovanni Paolo II, che mi pare possa dare, a chi riflette su questo tema, almeno un'idea della visione del Sommo Pontefice circa la santità, inscindibilmente legata alla dignità battesimale di ogni cristiano, e quindi spiegare meglio anche il ruolo delle beatificazioni e canonizzazioni nel cammino pastorale della Chiesa, in questi XXV anni di pontificato di Karol Wojtyla. Il messaggio è quello inviato per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni del 2002: "Compito primario della Chiesa è accompagnare i cristiani sulle vie della santità. (...) La Chiesa è "la casa della santità", e la carità di Cristo, effusa dallo Spirito Santo, ne costituisce l'anima" (AAS, vol. XCIV, 3 maggio 2002, n. 5).
Nella Chiesa dunque tutto, ed ogni vocazione in particolare è a servizio della santità! Ed è indubbiamente in questo senso che quando guardiamo alla Chiesa, non dobbiamo mai dimenticare di vedere in essa il volto della "madre dei santi", che genera santità con feconda e magnanima sovrabbondanza.

tratto da: amarelachiesa.blogspot.com

mercoledì 21 novembre 2007

Dichiarazione del Concilio vaticano II°
sulla libertà religiosa

DIGNITATIS HUMANAE SULLA
LIBERTA' RELIGIOSA
IL DIRITTO DELLA PERSONA UMANA E DELLE COMUNITÀ ALLA LIBERTÀ SOCIALE E CIVILE IN MATERIA DI RELIGIONE

PROEMIO


1. Nell'età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà, mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive. Parimenti, gli stessi esseri umani postulano una giuridica delimitazione del potere delle autorità pubbliche, affinché non siano troppo circoscritti i confini alla onesta libertà, tanto delle singole persone, quanto delle associazioni. Questa esigenza di libertà nella convivenza umana riguarda soprattutto i valori dello spirito, e in primo luogo il libero esercizio della religione nella società. Considerando diligentemente tali aspirazioni, e proponendosi di dichiarare quanto e come siano conformi alla verità e alla giustizia, questo Concilio Vaticano rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi in costante armonia con quelli già posseduti. Anzitutto, il sacro Concilio professa che Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo trovare salvezza e pervenire alla beatitudine. Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini, dicendo agli apostoli:”Andate dunque, istruite tutte le genti battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quello che io vi ho comandato” (Mt 28,19-20). E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli. Il sacro Concilio professa pure che questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore. E poiché la libertà religiosa, che gli esseri umani esigono nell'adempiere il dovere di onorare Iddio, riguarda l'immunità dalla coercizione nella società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo. Inoltre il sacro Concilio, trattando di questa libertà religiosa, si propone di sviluppare la dottrina dei sommi Pontefici più recenti intorno ai diritti inviolabili della persona umana e all'ordinamento giuridico della società.

I. ASPETTI GENERALI DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA
Oggetto e fondamento della libertà religiosa2. Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell'ordinamento giuridico della società.A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo, però, gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell'immunità dalla coercizione esterna. Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l'obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito. Libertà religiosa e rapporto dell'uomo con Dio3. Quanto sopra esposto appare con maggiore chiarezza qualora si consideri che norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio con sapienza e amore ordina, dirige e governa l'universo e le vie della comunità umana. E Dio rende partecipe l'essere umano della sua legge, cosicché l'uomo, sotto la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l'immutabile verità. Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza. La verità, però, va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l'aiuto dell'insegnamento o dell'educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta; inoltre, una volta conosciuta la verità, occorre aderirvi fermamente con assenso personale. L'uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso. Infatti l'esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l'essere umano si dirige immediatamente verso Dio: e tali atti da un'autorità meramente umana non possono essere né comandati, né proibiti. Però la stessa natura sociale dell'essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa e professi la propria religione in modo comunitario. Si fa quindi ingiuria alla persona umana e allo stesso ordine stabilito da Dio per gli esseri umani, quando si nega ad essi il libero esercizio della religione nella società, una volta rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia. Inoltre gli atti religiosi, con i quali in forma privata e pubblica gli esseri umani con decisione interiore si dirigono a Dio, trascendono per loro natura l'ordine terrestre e temporale delle cose. Quindi la potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini, però evade dal campo della sua competenza se presume di dirigere o di impedire gli atti religiosi.La libertà dei gruppi religiosi4. La libertà religiosa che compete alle singole persone, compete ovviamente ad esse anche quando agiscono in forma comunitaria. I gruppi religiosi, infatti, sono postulati dalla natura sociale tanto degli esseri umani, quanto della stessa religione. A tali gruppi, pertanto, posto che le giuste esigenze dell'ordine pubblico non siano violate, deve essere riconosciuto il diritto di essere immuni da ogni misura coercitiva nel reggersi secondo norme proprie, nel prestare alla suprema divinità il culto pubblico, nell'aiutare i propri membri ad esercitare la vita religiosa, nel sostenerli con il proprio insegnamento e nel promuovere quelle istituzioni nelle quali i loro membri cooperino gli uni con gli altri ad informare la vita secondo i principi della propria religione. Parimenti ai gruppi religiosi compete il diritto di non essere impediti con leggi o con atti amministrativi del potere civile di scegliere, educare, nominare e trasferire i propri ministri, di comunicare con le autorità e con le comunità religiose che vivono in altre regioni della terra, di costruire edifici religiosi, di acquistare e di godere di beni adeguati. I gruppi religiosi hanno anche il diritto di non essere impediti di insegnare e di testimoniare pubblicamente la propria fede, a voce e per scritto. Però, nel diffondere la fede religiosa e nell'introdurre pratiche religiose, si deve evitare ogni modo di procedere in cui ci siano spinte coercitive o sollecitazioni disoneste o stimoli meno retti, specialmente nei confronti di persone prive di cultura o senza risorse: un tale modo di agire va considerato come abuso del proprio diritto e come lesione del diritto altrui. Inoltre la libertà religiosa comporta pure che i gruppi religiosi non siano impediti di manifestare liberamente la virtù singolare della propria dottrina nell'ordinare la società e nel vivificare ogni umana attività. Infine, nel carattere sociale della natura umana e della stessa religione si fonda il diritto in virtù del quale gli esseri umani, mossi dalla propria convinzione religiosa, possano liberamente riunirsi e dar vita ad associazioni educative, culturali, caritative e sociali.La libertà religiosa della famiglia5. Ad ogni famiglia - società che gode di un diritto proprio e primordiale - compete il diritto di ordinare liberamente la propria vita religiosa domestica sotto la direzione dei genitori. A questi spetta il diritto di determinare l'educazione religiosa da impartire ai propri figli secondo la propria persuasione religiosa. Quindi deve essere dalla potestà civile riconosciuto ai genitori il diritto di scegliere, con vera libertà, le scuole e gli altri mezzi di educazione, e per una tale libertà di scelta non debbono essere gravati, né direttamente né indirettamente, da oneri ingiusti. Inoltre i diritti dei genitori sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori, o se viene imposta un'unica forma di educazione dalla quale sia esclusa ogni formazione religiosa. Cura della libertà religiosa6. Poiché il bene comune della società - che si concreta nell'insieme delle condizioni sociali, grazie alle quali gli uomini possono perseguire il loro perfezionamento più riccamente o con maggiore facilità - consiste soprattutto nella salvaguardia dei diritti della persona umana e nell'adempimento dei rispettivi doveri, adoperarsi positivamente per il diritto alla libertà religiosa spetta tanto ai cittadini quanto ai gruppi sociali, ai poteri civili, alla Chiesa e agli altri gruppi religiosi: a ciascuno nel modo ad esso proprio, tenuto conto del loro specifico dovere verso il bene comune. Tutelare e promuovere gli inviolabili diritti dell'uomo è dovere essenziale di ogni potere civile. Questo deve quindi assicurare a tutti i cittadini, con leggi giuste e con mezzi idonei, l'efficace tutela della libertà religiosa, e creare condizioni propizie allo sviluppo della vita religiosa, cosicché i cittadini siano realmente in grado di esercitare i loro diritti attinenti la religione e adempiere i rispettivi doveri, e la società goda dei beni di giustizia e di pace che provengono dalla fedeltà degli uomini verso Dio e verso la sua santa volontà. Se, considerate le circostanze peculiari dei popoli nell'ordinamento giuridico di una società viene attribuita ad un determinato gruppo religioso una speciale posizione civile, è necessario che nello stesso tempo a tutti i cittadini e a tutti i gruppi religiosi venga riconosciuto e sia rispettato il diritto alla libertà in materia religiosa. Infine il potere civile deve provvedere che l'eguaglianza giuridica dei cittadini, che appartiene essa pure al bene comune della società, per motivi religiosi non sia mai lesa, apertamente o in forma occulta, e che non si facciano fra essi discriminazioni. Da ciò segue che non è permesso al pubblico potere imporre ai cittadini con la violenza o con il timore o con altri mezzi la professione di una religione qualsivoglia oppure la sua negazione, o di impedire che aderiscano ad un gruppo religioso o che se ne allontanino. Tanto più poi si agisce contro la volontà di Dio e i sacri diritti della persona e il diritto delle genti quando si usa, in qualunque modo, la violenza per distruggere o per comprimere la stessa religione o in tutto il genere umano oppure in qualche regione o in un determinato gruppo. I limiti della libertà religiosa7. Il diritto alla libertà in materia religiosa viene esercitato nella società umana; di conseguenza il suo esercizio è regolato da alcune norme. Nell'esercizio di ogni libertà si deve osservare il principio morale della responsabilità personale e sociale: nell'esercitare i propri diritti i singoli esseri umani e i gruppi sociali, in virtù della legge morale, sono tenuti ad avere riguardo tanto ai diritti altrui, quanto ai propri doveri verso gli altri e verso il bene comune. Con tutti si è tenuti ad agire secondo giustizia ed umanità. Inoltre, poiché la società civile ha il diritto di proteggersi contro i disordini che si possono verificare sotto pretesto della libertà religiosa, spetta soprattutto al potere civile prestare una tale protezione; ciò però va compiuto non in modo arbitrario o favorendo iniquamente una delle parti, ma secondo norme giuridiche, conformi all'ordine morale obiettivo: norme giuridiche postulate dall'efficace difesa dei diritti e dalla loro pacifica armonizzazione a vantaggio di tutti i cittadini, da una sufficiente tutela di quella autentica pace pubblica che consiste in una vita vissuta in comune sulla base di una onesta giustizia, nonché dalla debita custodia della pubblica moralità. Questi sono elementi che costituiscono la parte fondamentale del bene comune e sono compresi sotto il nome di ordine pubblico. Per il resto nella società va rispettata la norma secondo la quale agli esseri umani va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e la loro libertà non deve essere limitata, se non quando e in quanto è necessario. Educazione all'esercizio della libertà8. Nella nostra età gli esseri umani, a motivo di molteplici fattori, vivono in un'atmosfera di pressioni e corrono il pericolo di essere privati della facoltà di agire liberamente e responsabilmente. D'altra parte non sembrano pochi quelli che, sotto il pretesto della libertà, respingono ogni dipendenza e apprezzano poco la dovuta obbedienza. Ragione per cui questo Concilio Vaticano esorta tutti, ma soprattutto coloro che sono impegnati in compiti educativi, ad adoperarsi per formare esseri umani i quali, nel pieno riconoscimento dell'ordine morale, sappiano obbedire alla legittima autorità e siano amanti della genuina libertà, esseri umani cioè che siano capaci di emettere giudizi personali nella luce della verità, di svolgere le proprie attività con senso di responsabilità, e che si impegnano a perseguire tutto ciò che è vero e buono, generosamente disposti a collaborare a tale scopo con gli altri. La libertà religiosa, quindi, deve pure essere ordinata e contribuire a che gli esseri umani adempiano con maggiore responsabilità i loro doveri nella vita sociale.

II. LA LIBERTÀ RELIGIOSA ALLA LUCE DELLA RIVELAZIONE
La dottrina della libertà religiosa affonda le radici nella Rivelazione9. Quanto questo Concilio Vaticano dichiara sul diritto degli esseri umani alla libertà religiosa ha il suo fondamento nella dignità della persona, le cui esigenze la ragione umana venne conoscendo sempre più chiaramente attraverso l'esperienza dei secoli. Anzi, una tale dottrina sulla libertà affonda le sue radici nella Rivelazione divina, per cui tanto più va rispettata con sacro impegno dai cristiani. Quantunque, infatti, la Rivelazione non affermi esplicitamente il diritto all'immunità dalla coercizione esterna in materia religiosa, fa tuttavia conoscere la dignità della persona umana in tutta la sua ampiezza, mostra il rispetto di Cristo verso la libertà umana degli esseri umani nell'adempimento del dovere di credere alla parola di Dio, e ci insegna lo spirito che i discepoli di una tale Maestro devono assimilare e manifestare in ogni loro azione. Tutto ciò illustra i principi generali sopra cui si fonda la dottrina della presente dichiarazione sulla libertà religiosa. E anzitutto, la libertà religiosa nella società è in piena rispondenza con la libertà propria dell'atto di fede cristiana.Libertà dell'atto di fede10. Un elemento fondamentale della dottrina cattolica, contenuto nella parola di Dio e costantemente predicato dai Padri, è che gli esseri umani sono tenuti a rispondere a Dio credendo volontariamente; nessuno, quindi, può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti, l'atto di fede è per sua stessa natura un atto volontario, giacché gli essere umani, redenti da Cristo Salvatore e chiamati in Cristo Gesù ad essere figli adottivi, non possono aderire a Dio che ad essi si rivela, se il Padre non li trae e se non prestano a Dio un ossequio di fede ragionevole e libero. È quindi pienamente rispondente alla natura della fede che in materia religiosa si escluda ogni forma di coercizione da parte degli esseri umani. E perciò un regime di libertà religiosa contribuisce non poco a creare quell'ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana, e possono abbracciarla liberamente e professarla con vigore in tutte le manifestazioni della vita. Modo di agire di Cristo e degli apostoli11. Dio chiama gli esseri umani al suo servizio in spirito e verità; per cui essi sono vincolati in coscienza a rispondere alla loro vocazione, ma non coartati. Egli, infatti, ha riguardo della dignità della persona umana da lui creata, che deve godere di libertà e agire con responsabilità. Ciò è apparso in grado sommo in Cristo Gesù, nel quale Dio ha manifestato se stesso e le sue vie in modo perfetto. Infatti Cristo, che è Maestro e Signore nostro, mite ed umile di cuore ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. Certo, ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare su di essi alcuna coercizione Ha pure rimproverato l'incredulità degli uditori, lasciando però la punizione a Dio nel giorno del giudizio. Mandando gli apostoli nel mondo, disse loro:” Chi avrà creduto e sarà battezzato, sarà salvo. Chi invece non avrà creduto sarà condannato”(Mc 16,16). ma conoscendo che la zizzania è stata seminata con il grano, comandò di lasciarli crescere tutti e due fino alla mietitura che avverrà alla fine del tempo. Non volendo essere un messia politico e dominatore con la forza preferì essere chiamato Figlio dell'uomo che viene”per servire e dare la sua vita in redenzione di molti” (Mc 10,45). Si presentò come il perfetto servo di Dio che” non rompe la canna incrinata e non smorza il lucignolo che fuma” (Mt 12,20). Riconobbe la potestà civile e i suoi diritti, comandando di versare il tributo a Cesare, ammonì però chiaramente di rispettare i superiori diritti di Dio:” Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). Finalmente ha ultimato la sua rivelazione compiendo nella croce l'opera della redenzione, con cui ha acquistato agli esseri umani la salvezza e la vera libertà. Infatti rese testimonianza alla verità, però non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano. Il suo regno non si erige con la spada ma si costituisce ascoltando la verità e rendendo ad essa testimonianza, e cresce in virtù dell'amore con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli esseri umani. Gli apostoli, istruiti dalla parola e dall'esempio di Cristo, hanno seguito la stessa via. Fin dal primo costituirsi della Chiesa i discepoli di Cristo si sono adoperati per convertire gli esseri umani a confessare Cristo Signore, non però con un'azione coercitiva né con artifizi indegni del Vangelo, ma anzitutto con la forza della parola di Dio, Con coraggio annunziavano a tutti il proposito di Dio salvatore,” il quale vuole che tutti gli uomini si salvino ed arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4); nello stesso tempo, però, avevano riguardo per i deboli, sebbene fossero nell'errore, mostrando in tal modo come” ognuno di noi renderà conto di sé a Dio” (Rm 14,12) e sia tenuto ad obbedire soltanto alla propria coscienza. Come Cristo, gli apostoli hanno sempre cercato di rendere testimonianza alla verità di Dio, arditamente osando dinanzi al popolo e ai principi di” annunziare con fiducia la parola di Dio” (At 4,31). Con ferma fede ritenevano che lo stesso Vangelo fosse realmente la forza di Dio per la salvezza di ogni credente. Sprezzando quindi tutte”le armi carnali” seguendo l'esempio di mansuetudine e di modestia di Cristo, hanno predicato la parola di Dio pienamente fiduciosi nella divina virtù di tale parola del distruggere le forze avverse a Dio e nell'avviare gli esseri umani alla fede e all'ossequio di Cristo, Come il Maestro, così anche gli apostoli hanno riconosciuto la legittima autorità civile:” Non vi è infatti potestà se non da Dio”, insegna l'Apostolo, il quale perciò comanda:”Ognuno sia soggetto alle autorità in carica... Chi si oppone alla potestà, resiste all'ordine stabilito da Dio” (Rm 13,1-5). Nello stesso tempo, però, non hanno avuto timore di resistere al pubblico potere che si opponeva alla santa volontà di Dio:” È necessario obbedire a Dio prima che agli uomini” (At 5,29). La stessa via hanno seguito innumerevoli martiri e fedeli attraverso i secoli e in tutta la terra.La Chiesa segue le tracce di Cristo e degli apostoli12. La Chiesa pertanto, fedele alla verità evangelica, segue la via di Cristo e degli apostoli quando riconosce come rispondente alla dignità dell'uomo e alla rivelazione di Dio il principio della libertà religiosa e la favorisce. Essa ha custodito e tramandato nel decorso dei secoli la dottrina ricevuta da Cristo e dagli apostoli. E quantunque nella vita del popolo di Dio, pellegrinante attraverso le vicissitudini della storia umana, di quando in quando si siano avuti modi di agire meno conformi allo spirito evangelico, anzi ad esso contrari, tuttavia la dottrina della Chiesa, secondo la quale nessuno può essere costretto con la forza ad abbracciare la fede, non è mai venuta meno. Il fermento evangelico ha pure lungamente operato nell'animo degli esseri umani e molto ha contribuito perché gli uomini lungo i tempi riconoscessero più largamente e meglio la dignità della propria persona e maturasse la convinzione che la persona nella società deve essere immune da ogni umana coercizione in materia religiosa. La libertà della Chiesa13. Fra le cose che appartengono al bene della Chiesa, anzi al bene della stessa città terrena, e che vanno ovunque e sempre conservate e difese da ogni ingiuria, è certamente di altissimo valore la seguente: che la Chiesa nell'agire goda di tanta libertà quanta le è necessaria per provvedere alla salvezza degli esseri umani. È questa, infatti, la libertà sacra, di cui l'unigenito Figlio di Dio ha arricchito la Chiesa acquistata con il suo sangue. Ed è propria della Chiesa, tanto che quanti l'impugnano agiscono contro la volontà di Dio. La libertà della Chiesa è principio fondamentale nelle relazioni fra la Chiesa e i poteri pubblici e tutto l'ordinamento giuridico della società Civile. Nella società umana e dinanzi a qualsivoglia pubblico potere, la Chiesa rivendica a sé la libertà come autorità spirituale, fondata da Cristo Signore, alla quale per mandato divino incombe l'obbligo di andare nel mondo universo a predicare il Vangelo ad ogni creatura. Parimenti, la Chiesa rivendica a sé la libertà in quanto è una comunità di esseri umani che hanno il diritto di vivere nella società civile secondo i precetti della fede cristiana. Ora, se vige un regime di libertà religiosa non solo proclamato a parole né solo sancito nelle leggi, ma con sincerità tradotto realmente nella vita, in tal caso la Chiesa, di diritto e di fatto, usufruisce di una condizione stabile per l'indipendenza necessaria all'adempimento della sua divina missione: indipendenza nella società, che le autorità ecclesiastiche hanno sempre più vigorosamente rivendicato. Nello stesso tempo i cristiani, come gli altri uomini godono del diritto civile di non essere impediti di vivere secondo la propria coscienza. Vi è quindi concordia fra la libertà della Chiesa e la libertà religiosa che deve essere riconosciuta come un diritto a tutti gli esseri umani e a tutte le comunità e che deve essere sancita nell'ordinamento giuridico delle società civili.La missione della Chiesa14. La Chiesa cattolica per obbedire al divino mandato:” Istruite tutte le genti (Mt 28,19), è tenuta ad operare instancabilmente” affinché la parola di Dio corra e sia glorificata” (2 Ts 3,1). La Chiesa esorta quindi ardentemente i suoi figli affinché” anzitutto si facciano suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti per tutti gli uomini... Ciò infatti è bene e gradito al cospetto del Salvatore e Dio nostro, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino ed arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 1-4). I cristiani, però, nella formazione della loro coscienza, devono considerare diligentemente la dottrina sacra e certa della Chiesa. Infatti per volontà di Cristo la Chiesa cattolica è maestra di verità e sua missione è di annunziare e di insegnare autenticamente la verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare autoritativamente i principi dell'ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana. Inoltre i cristiani, comportandosi sapientemente con coloro che non hanno la fede, s'adoperino a diffondere la luce della vita con ogni fiducia e con fortezza apostolica, fino all'effusione del sangue,” nello Spirito Santo, con la carità non simulata, con la parola di verità” (2 Cor 6,6-7). Infatti il discepolo ha verso Cristo Maestro il dovere grave di conoscere sempre meglio la verità da lui ricevuta, di annunciarla fedelmente e di difenderla con fierezza, non utilizzando mai mezzi contrari allo spirito evangelico. Nello stesso tempo, però, la carità di Cristo lo spinge a trattare con amore, con prudenza e con pazienza gli esseri umani che sono nell'errore o nell'ignoranza circa la fede. Si deve quindi aver riguardo sia ai doveri verso Cristo, il Verbo vivificante che deve essere annunciato, sia ai diritti della persona umana, sia alla misura secondo la quale Dio attraverso il Cristo distribuisce la sua grazia agli esseri umani che vengono invitati ad accettare e a professare la fede liberamente.
CONCLUSIONE
15. È manifesto che oggi gli esseri umani aspirano di poter professare liberamente la religione sia in forma privata che pubblica; anzi la libertà religiosa nella maggior parte delle costituzioni è già dichiarata diritto civile ed è solennemente proclamata in documenti internazionali. Non mancano però regimi i quali, anche se nelle loro costituzioni riconoscono la libertà del culto religioso, si sforzano di stornare i cittadini dalla professione della religione e di rendere assai difficile e pericolosa la vita alle comunità religiose. Il sacro Sinodo, mentre saluta con lieto animo quei segni propizi di questo tempo e denuncia con amarezza questi fatti deplorevoli, esorta i cattolici e invita tutti gli esseri umani a considerare con la più grande attenzione quanto la libertà religiosa sia necessaria, soprattutto nella presente situazione della famiglia umana. È infatti manifesto che tutte le genti si vanno sempre più unificando, che si fanno sempre più stretti i rapporti fra gli esseri umani di cultura e religione diverse, mentre si fa ognora più viva in ognuno la coscienza della propria responsabilità personale. Per cui, affinché nella famiglia umana si instaurino e si consolidino relazioni di concordia e di pace, si richiede che ovunque la libertà religiosa sia munita di una efficace tutela giuridica e che siano osservati i doveri e i diritti supremi degli esseri umani attinenti la libera espressione della vita religiosa nella società. Faccia Dio, Padre di tutti, che la famiglia umana, diligentemente elevando a metodo nei rapporti sociali l'esercizio della libertà religiosa, in virtù della grazia di Cristo e per l'azione dello Spirito Santo pervenga alla sublime e perenne” libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).
7 dicembre 1965

martedì 20 novembre 2007

Pur non condividendo il titolo, che non centra con la fede, ma con gli aspetti esteriori, che non sempre rendono evidente ciò che c'è nel cuore, pubblichiamo questo contributo tratto dal blog: amarelachiesa.blogspot.com, perché parla di templari. Ma soprattutto parla dell'esteriorità che gran parte dei neotemplari di oggi scambiano per Fede! fra' Gianni

TEMPLARI: a cavallo? No, in mercedes.

L’anacronistica voglia dei neo-templarismi, tutto esoterismo, simbologie e suggestioni. Ma nel nome di chi?

Cresce, decresce, sparisce e ricompare. Puntuale come una eclissi, appunto. La voglia ed il vezzo di compaginie tra le più disparate, che mettendosi tra il cattolicesimo e “il fai-da-te” vorrebbero, riconosciuti sul “campo”, l’ormai storica memoria di quel che furono i Milites Templi ovvero i Poveri commilitoni di Cristo od anche, per semplificare, i Templari.
Oltre che fuori del tempo, la richiesta è semplicemente ridicola.
Vedi le esplicite delucidazioni della stessa Chiesa cattolica, vedi ciò che storicamente è stata la sospensione di questo Ordine monastico-cavalleresco.
Ripetiamo: monastico! Cioè i Templari erano veri frati, uomini che emettevano i tre voti religiosi.
Oggi tante compaginie eterogenee raccolgono uomini sposati, conviventi, signorine e signore, e chi più ne ha più ne metta. Ma non sono, ne potranno mai, qual ora ne avessero ‘desio’, ottenere nessuna logica e conseguente riconosciuta immagine nel nome da “pedegree” di Templare.
Oh ben inteso quale riconoscimento ‘ufficiale’ di un Ordine che non è più da circa 700 anni. E questi vorrebbero in barba al Codice di Diritto Canonico, al Magistero petrino e quant’altro, ed alla faccia della storia, “essere riconosciuti quale Ordine”.
Potranno tuttal’più ed anzi possono, registrarsi quale associazione culturale di tempo libero.
Ed a parte l’ironia queste armate Brancaleone sono veramente tristi.
Tutte comprese! Esoterismo, cabale e predizioni, riti propiziatori con simbologie e saluti da fràmassone, sono all’ordine del giorno, peccato.
Gli unici che hanno un riconoscimento diocesano, esteso con Decreto vescovile in Siena del 18 novembre 1990 alla loro “Regola dei poveri Cavalieri di Cristo”, sono i membri professi dell’Ordine della Milizia del Tempio del Castello di Poggibonsi (Siena) con a capo il Conte dom. Marcello A. Cristofani della Magione.

Ovviamente sul web trovate tutte le delucidazioni attese.
Auguri,

Umberto Battini

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Per approfondire questo delicato tema, pubblichiamo un altro interessante contributo che ci è stato inviato come commento al testo "Ancora c'è chi dice che i Templari soppressi dalla Chiesa hanno continuato la loro attività in segreto". fra' Gianni

LA QUESTIONE NEOTEMPLARE
don Lino ha detto...

Dal 1312 le cose sono inevitabilmente cambiate. Per intenderci, da quel dodici aprile in cui papa Clemente V con la bolla “Vox calmantis in excelso”, decretava a Vienne la sospensione dell’Ordine del Tempio di Gerusalemme dalle funzioni istituzionali esercitate nell’ambito ecclesiastico. Il due maggio dello stesso anno seguiva un altro decreto, il “Ad providam Christi vicarii”, con il quale lo stesso pontefice assegnava i beni dell’Ordine ad altre istituzioni religiose e alla corona di Francia. Due anni dopo, precisamente il 18 marzo, il gran maestro del Tempio Jacques Bérnard de Molay veniva arso sul rogo davanti al popolo di Parigi. Questi sono i fatti che hanno portato alla fine dell’Ordine. Questo dice la storia, così è innegabilmente accaduto. Da allora l’Ordine Templare è stato cancellato dalla giurisdizione canonica della Chiesa, ma non da quella della storia e degli uomini. Nel mondo esistono vari gruppi neotemplari che vantano la continuità storica con il Grande, Vero ed illustre Ordine. Ma nonostante quello che affermano, sono soltanto una maldestra contraffazione di quella realtà che solo il Vero Ordine del Tempio (che non c’è) può vantare: il buio non genera ombra, così come il vuoto non è pieno. La mentalità degli uomini che fingono di essere templari oggi è cambiata dal tempo del Medioevo. Peraltro le motivazioni che li spingono sono estranee allo spirito che aveva animato l’Ordine, così che le affermazioni di volerlo riattivare sembrano essere ancora più inappropriate e fuori dal tempo. Come già detto, questi gruppi sono contraffazioni male riuscite dell’antico Tempio. Spesso parodie ingenue di ciò che fu. Si ispirano ad avvenimenti mai accaduti e a situazioni giuridiche mai verificate, trascurando di fare presente che la continuità con l’antico Ordine non esiste, non può esistere, sia per diritto giuridico che per coerenza storica. Occorre tuttavia rimarcare che non è proibito che qualcuno voglia ricordare la spiritualità e la sostanza religiosa degli antichi cavalieri. Anzi, ben vengano di queste nostalgie. Nessuno però dovrebbe credere di essersi trasformato in cavaliere templare per avere ricevuto un mantello bianco e un tocco sulla spalla da gran maestri illegittimi. Piuttosto dovrebbe iniziare a comportarsi da templare. Questa condotta, che prima di tutto è etica, si identifica soprattutto con l’onestà verso se stesso. Qualità che a ben riflettere riassume e contempla ogni altra virtù civile. Per secoli i Templari sono stati considerati estinti. Poche indicazioni, per di più estrose e velleitarie, avevano circolato nel diciassettesimo secolo negli ambienti culturali germanici, quantunque avessero richiamato la memoria del Tempio soltanto esteriormente. Ancora nel 1705 avvenne l’adunanza neotemplare di Versailles, che decretò – secondo loro – la rinascita del Tempio. Poi, nel 1737, un massone di origini scozzesi, André Michel de Ramsay, pubblicava a Parigi i “Discorsi sui Crociati e le Logge francesi”. L’autore rivendicava l’origine templare sia della framassoneria scozzese che delle sue diramazioni continentali. Gli storici del periodo ed altri seguenti, osservarono nel testo contraddizioni storiche azzardate, attribuendo alle tesi di de Ramsay valenze più letterarie che storiche. Nel 1804, in piena epoca napoleonica, un personaggio dalle notorie bizzarre abitudini, tale Bernard Fabré Palaprat, diede pubblicamente notizia della costituzione di un “Ordine Templare Rinnovato”. Palaprat impugnava come unico supporto della rifondazione un documento che nemmeno lui sapeva da dove fosse provenuto e che nessuno storico poté analizzare e vedere: la “charta transmissionis”, ossia il passaggio dei diritti giuridici del Tempio dall’ultimo gran maestro a Jean Marc Larmenius (Marco l’Armeno). Personaggio fantomatico, giacché il suo nome non risultò mai menzionato tra i dignitari dell’Ordine. Secondo i sostenitori dell’esistenza, della autenticità e della veridicità della charta, Jacques de Molay avrebbe trasferito la sua autorità di comando – ed il tesoro del tempio – prima di essere arrestato nell’ottobre del 1307 a tal Larmenius, ma soprattutto prima che papa Clemente avesse decretato la sospensione dell’Ordine nel 1312. Il fatto rivestirebbe significativa importanza per ribadire la continuità giuridica e storica dell’antico Ordine con chi avesse custodito il documento per secoli. Certi commentatori hanno sostenuto che Larmenius fosse stato il nipote di de Molay, che fosse fuggito in Scozia ospitato da re Robert Bruce, e che avesse operato per perpetuare l’Ordine nella clandestinità. Ma di ciò, non è stata ancora reperita alcuna documentazione che sorregga, almeno in parte, queste asserzioni. Dal punto di vista prettamente storico, queste sono e rimangono soltanto congetture stravaganti. Inoltre, nel marzo del 1877 veniva pubblicato ad Amburgo, a cura dello studioso Wilhelm von Merzdorff, il presunto “Statuto Segreto” dell’antico Ordine Templare. Si disse che fosse stato trovato per caso alcuni anni prima tra le scartoffie della Biblioteca Corsini di Roma. Gli storici da sempre nutrono seri dubbi sulla autenticità del documento, ma sulla base dell’avvenimento in Europa iniziarono a svilupparsi filiazioni “para” e “meta” massoniche, le stesse che successivamente diedero vita alle più note organizzazioni neotemplari di oggi. Questi sono i tre avvenimenti cardinali sui quali i sostenitori della continuità storica basano tesi e credenze. Secondo noi è molto poco. Praticamente è niente, se si consideri il forte odore di inattendibilità e di falsificazione che i testi sprigionano, nonché l’alone di mistero sempre associata ai fatti che, nondimeno, fanno parte di uno stereotipo parastorico a lungo collaudato. Ma oltre alla inattendibilità che rende inammissibile la possibilità della continuità storica, c’è da considerare anche un altro aspetto della questione, sicuramente più importante, che mette definitivamente al tappeto ogni velleità dei neotemplari. Questo è connesso al potere giuridico della Santa Sede. Difatti, dato che fu un papa nelle sue piene funzioni istituzionali a sciogliere il Tempio, le organizzazioni fuori del contesto ecclesiastico che vi si richiamano non possono costituire né ricostruire l’Ordine Templare in termini giuridici. In base alle norme vigenti di diritto canonico il ripristino è prerogativa assoluta della Santa Sede. Per questo motivo i gruppi neotemplari sono tutti illegittimi nell’ambito della Chiesa di Roma alla quale l’antico Ordine apparteneva come istituzione. S’è detto “illegittimi”, non illegali. Difatti i neotemplari seguono con scrupolo le leggi. Si sono dati statuti associativi previsti dalle norme degli stati, da regolamenti che rendono consentita qualsiasi loro attività, purché lecita per i codici penali. I Templari ritrovati sono in genere persone che appartengono alla èlite della società. Uomini e donne di spessore culturale (o economico) superiore alla norma che aspirano a un rapporto più elevato, almeno più soddisfacente, con le strutture secolari della religione cristiana. Altri fanno i Templari per convinzione di fare parte di un’istituzione già fortemente gloriosa e celebrata. Altri ancora per ottenere possibili supremazie personali, oppure grazie politiche da parte di confratelli di autorità più elevata. In ogni caso quasi tutti rincorrono, o dicono di seguire, gli ideali della filosofia graalica. Perfino quelli del mito del sangue o di dottrine esoteriche. Nei tempi attuali è possibile ravvisare richiami neotemplari anche nello sconfinato scenario della cultura newage. Peraltro, dai guru di questa moda culturale è stata apprezzata degli antichi Templari la fierezza nei riguardi delle istituzioni religiose medievali. E’ anche facile scovare alcuni elementi caratteristici del pensiero neotemplare nelle filosofie di ispirazione orientalista, o nelle tendenze intellettuali con configurazione antistoricistica. Il pensiero neotemplare è comunque accomunato alle mode culturali vigenti da un atteggiamento critico nei confronti della storia accademica, al cui magistero vengono contrapposti avvenimenti non accertati formalmente e spesso mai accaduti. Alla luce delle situazioni ingenerate, diversi osservatori hanno sostenuto che gli storici dovrebbero adottare una distinzione terminologica tra i concetti di “templarismo” e di “neo templarismo”. In fatti, se il primo si qualifica come una corrente culturale eclettica che racchiude le più disparate tematiche inerenti all’antico Ordine e alle sue componenti ancora non sufficientemente delineate, il secondo consiste nel tentativo di resuscitare un Ordine Templare che giuridicamente non esiste. Già negli anni ’30 del secolo scorso Julius Evola, l’ultimo maitre à pénser della sacralità del pensiero politico medievale, liquidava senza appello ogni formazione neotemplare organizzata, e con queste ogni modello di folclore massonico ad esse correlate. Il filosofo riconobbe nei Templari l’immagine più pura dei difensori di una civiltà tradizionale sacra, il cui schema ideologico coincideva con le istanze di cavalieri custodi di una graalica spiritualità. Per Evola le dottrine templari sarebbero state ispirate alla centralità metafisica della tradizione primordiale dalle quali, per tutto il corso della sua epopea, l’Ordine non avrebbe deviato nonostante gli stimoli per concezioni di vita che di lì a poco avrebbero condotto verso il crepuscolo la genuina civiltà occidente. Quelle stesse spinte disgregatrici che, viceversa, ora sembrerebbero costituire i cardini culturali delle ambizioni neotemplari.

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M A G I S T E R O

Benedetto XVI mette in guardia dai "messianismi che di volta in volta annunciano come imminente la fine del mondo. In realtà la storia deve fare il suo corso, che comporta anche drammi umani e calamità naturali. Non dobbiamo temere l'avvenire anche quando ci appare a tinte fosche" Angelus di domenica 18 novembre 2007
[*] SIMBOLI, ALLEGORIE, METAFORE E SEGNI DELLA TRADIZIONE

T A U simbolo francescano

Il TAU è l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico. Esso venne adoperato con valore simbolico sin dall'Antico Testamento, per indicare la salvezza e l'amore di Dio per gli uomini. Se ne parla nel Libro del Profeta Ezechiele, quando Dio manda il suo angelo ad imprimere sulla fronte dei servi di Dio questo seguo di salvezza: "Il Signore disse: passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un TAU sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono".
Il TAU è perciò segno di redenzione. E' segno esteriore di quella novità di vita cristiana, interiormente segnata dal sigillo dello Spirito Santo, dato a noi in dono il giorno del Battesimo. Il TAU fu adottato prestissimo dai cristiani. Tale segno lo troviamo già nelle Catacombe di Roma, perché la sua forma ricordava ad essi la Croce, sulla quale Cristo s'immolò per la salvezza del Mondo.S. Francesco d'Assisi, proprio per la somiglianza che il Tau ha con la Croce, ebbe carissimo questo segno, tanto che esso occupò un posto rilevante nella sua vita e nei suoi gesti. In lui il vecchio segno profetico si attualizza, si ricolora, riacquista la sua forza di salvezza, perché San Francesco si sente "un salvato dall'amore e dalla misericordia di Dio".Era una amore che scaturiva da una appassionata venerazione per la croce, per l'umiltà di Cristo e per la missione del Cristo che attraverso la croce ha dato a tutti gli uomini il segno e l'espressione più grande del suo amore. Il TAU era inoltre per il Santo il segno concreto della sua salvezza e la vittoria di Cristo sul male. Il TAU ha alle sue spalle una solida tradizione biblico cristiana. Fu accolto da San Francesco nel suo valore spirituale e il Santo se ne impossessò in maniera così intensa e totale sino a diventare a lui stesso, attraverso le Stimmate della carne, quel TAU vivente che egli aveva così spesso contemplato, disegnato ma soprattutto amato. Il TAU, segno concreto di una devozione cristiana, è soprattutto impegno di vita nella sequela di Cristo. Il Tau perciò deve ricordarci una grande verità cristiana: la nostra vita, salvata e redenta dall'amore di Cristo crocefisso, deve diventare, ogni giorno di più, vita nuova, vita donata per amore. Portando questo segno viviamone la spiritualità, rendiamo ragione della "speranza che é in noi", riconosciamoci seguaci di San Francesco.
Il popolo ebreo, come molte antiche culture, ha progressivamente elaborato una teologia o una complementare interpretazione spirituale adattata a ogni lettera del proprio alfabeto.
Poiché la scrittura ebraica, e di conseguenza l'alfabeto ebraico, non venne formalmente codificata fino a quasi 200 anni dopo la nascita di Cristo, molte lettere erano talvolta tracciate in forme diverse a seconda delle regioni dove vivevano gli ebrei, sia in Israele sia nella "diaspora" in luoghi al di fuori di Israele, prevalentemente nel mondo di lingua greca.
L'ultima lettera dell'alfabeto ebraico rappresentava il compimento dell'intera parola rivelata di Dio. Questa lettera era chiamata TAU (o TAW, pronunciato Tav in ebraico), che poteva essere scritta: /\ X + T. Esso venne adoperato con valore simbolico sin dall'Antico Testamento; se ne parla già nel libro di Ezechiele: «Il Signore disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono...» (EZ. 9,4). In questo stesso passo il Profeta Ezechiele raccomanda a Israele di restare fedele a Dio fino alla fine, per essere riconosciuto come simbolicamente segnato con il "sigillo" del TAU sulla fronte quale popolo scelto da Dio fino alla fine della vita. Coloro che rimanevano fedeli erano chiamati il resto di Israele; erano spesso gente povera e semplice, che aveva fiducia in Dio anche quando non riusciva a darsi ragione della lotta e della fatica della propria vita.
Sebbene l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico non fosse più a forma di croce, come nelle varianti sopra descritte, i primi scrittori cristiani avrebbero utilizzato, nel commentare la Bibbia, la sua versione greca detta dei "Settanta". In questa traduzione delle scritture ebraiche (che i cristiani chiamano Antico Testamento), il TAU veniva scritto T.
Con questo stesso senso e valore se ne parla anche nell'Apocalisse (Apoc. 7, 2-3). Il Tau è perciò segno di redenzione. È segno esteriore di quella novità di vita cristiana, più interiormente segnata dal Sigillo dello Spirito Santo, dato a noi in dono il giorno del Battesimo (Ef 1,13).
Il Tau fu adottato prestissimo dai cristiani per un duplice motivo. Esso, appunto come ultima lettera dell'alfabeto ebraico, era una profezia dell’ultimo giorno ed aveva la stessa funzione della lettera greca Omega, come appare ancora dall'Apocalisse: «Io sono l'Alfa e l'omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente dalla fonte dell'acqua della vita... Io sono l'Alfa e ''Omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine» (Apoc. 21,6; 22,13).
Ecco perché per i cristiani il TAU cominciò a rappresentare la croce di Cristo come compimento delle promesse dell'Antico Testamento. La croce, prefigurata nell'ultima lettera dell'alfabeto ebraico, rappresentava il mezzo con cui Cristo ha rovesciato la disobbedienza del vecchio Adamo, diventando il nostro Salvatore come "nuovo Adamo". Durante il Medioevo, la comunità religiosa di S. Antonio Eremita, con la quale S. Francesco era familiare, era molto impegnata nell'assistenza ai lebbrosi. Questi uomini usavano la croce di Cristo, rappresentata come il TAU greco, quale amuleto per difendersi dalle piaghe e da altre malattie della pelle. Nei primi anni della sua conversione, Francesco avrebbe lavorato con questi religiosi nella zona di Assisi e sarebbe stato ospite nel loro ospizio presso S. Giovanni in Laterano a Roma. Francesco parlò spesso dell'incontro con Cristo, nascosto sotto l'aspetto di un lebbroso, come del punto di svolta della sua conversione. È quindi fuor di dubbio che Francesco, in seguito, avrebbe adottato e adattato il TAU quale distintivo o firma, combinando l'antico significato della fedeltà per tutta la vita con il comandamento di servire gli ultimi, i lebbrosi del suo tempo. La simbologia del TAU acquistò un significato ancora più profondo per S. Francesco, dal momento in cui nel 1215 Innocenzo III promosse una grande riforma della Chiesa Cattolica ed egli ascoltò il sermone del Papa in apertura del Concilio Laterano IV, contenente la stessa esortazione del profeta Ezechiele nell'Antico Testamento: "Siamo chiamati a riformare le nostre vite, a stare alla presenza di DIO come popolo giusto. Dio ci riconoscerà dal segno Tau impresso sulle nostre fronti". L'anziano papa, nel riprendere questo simbolo, avrebbe voluto - diceva - essere lui stesso quell’uomo “vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco” e passare personalmente per tutta la Chiesa a segnare un Tau sulla fronte delle persone che accettavano di entrare in stato di vera conversione [Innocenzo III, Sermo VI (PL 217, 673-678)].
Questa immagine simbolica, usata dallo stesso Papa che solo 5 anni prima aveva approvato la nuova comunità di Francesco, venne immediatamente accolta come invito alla conversione. Per questo, grande fu in Francesco l'amore e la fede in questo segno. «Con tale sigillo, San Francesco si firmava ogni qualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche sua lettera» (FF 980); «Con esso dava inizio alle sue azioni» (Fr 1347). Se Francesco adottò il TAU come sigillo personale, "segno manuale" come si diceva ai suoi suoi tempi e con esso firmava ogni suo scritto, Tommaso da Celano ce ne tramanda un altro uso da parte sua: egli lo tracciava sui muri, sulle porte, e sugli stipiti delle celle. Come non pensare in questo caso, non più soltanto ad Ezechiele, dove si trattava di segnare le fronti con il segno della salvezza, ma al libro dell'Esodo, in cui il segno della salvezza altro non era che il sangue dell'agnello pasquale sull'architrave delle porte? Il Tau era quindi il segno più caro per Francesco, il segno rivelatore di una convinzione spirituale profonda che solo nella croce di Cristo è la salvezza di ogni uomo.
L'affermazione del Celano concernente la scritta del Tau sui muri, è confermata dall'archeologia: al tempo del restauro della cappella di Santa Maddalena a Fonte Colombo fu rinvenuto nel vano di una finestra, dal lato del Vangelo, un Tau, dipinto in rosso, ricoperto poi con una tinta del secolo XV. Questo disegno risale allo stesso san Francesco.
San Francesco d'Assisi faceva riferimento in tutto al Cristo, all’ultimo; per la somiglianza che il Tau ha con la croce, ebbe carissimo questo segno, tanto che esso occupò un posto rilevante nella sua vita come pure nei gesti. Questo comportamento, tenuto da san Francesco, era rimarchevole in una epoca nella quale tutta una corrente catara o neo-manichea, rifuggiva dallo stesso segno di croce, considerandolo indegno dell'opera redentrice di Dio. Con le braccia aperte, Francesco spesso diceva ai suoi frati che il loro abito religioso aveva lo stesso aspetto del TAU, intendendo che essi erano chiamati a comportarsi come "crocifissi", testimoni di un Dio compassionevole ed esempi di fedeltà fino alla morte.
Fu per questo che Francesco fu talvolta chiamato “l’angelo del sesto sigillo”: l’angelo che reca, lui stesso, il sigillo del Dio vivente e lo segna sulla fronte degli eletti (cf. Ap 7, 2 s.) e San Bonaventura poté dire dopo la sua morte: "Egli ebbe dal cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi... e di imprimere il Tau sulla fronte di coloro che gemono e piangono" [S. Bonaventura, Legenda maior, 2 (FF, 1022)].
Non possiamo non ricordare la Benedizione per frate Leone, custodita nella sacrestia del Sacro Convento di Assisi. Il ramo verticale del Tau tracciato dalla mano di Francesco, attraversa il nome del frate; e questo è un fatto intenzionale. Ci ricorda l'uso tradizionale all'epoca delle catacombe, in cui spesso appare il Tau un grande evidenza in un nome proprio delle cui lettere non fa nemmeno parte.
Oggi i seguaci di Francesco, laici e religiosi, portano il TAU come segno esterno, come "sigillo" del proprio impegno, come ricordo della vittoria di Cristo sul demonio attraverso il quotidiano amore oblativo. Si tratta del segno distintivo del riconoscimento della loro appartenenza alla famiglia o alla spiritualità francescana. Il Tau non è un feticcio, né tanto meno un ninnolo: esso, segno concreto di una devozione cristiana, è soprattutto un impegno di vita nella sequela del Cristo povero e crocifisso.
Il segno di contraddizione è diventato segno di speranza, testimonianza di fedeltà fino al termine della nostra esistenza terrena.

grazie del bel testo a www.parrocchie.it e amarelachiesa.blogspot.com